Part 5
Aperse la porta mentre uno scoppio di tuono scosse tutta la casa; la sua alta persona balenò per un istante sulla soglia, si curvò, disparve. Io mi accosciai a terra, singhiozzando, in preda a una convulsione di lagrime.
L'uragano intanto si avanzava con una furia terribile, rombava nell'aria, muggiva nelle gole dei camini, ululava svettando gli alberi, schiantandone i rami con lunghi gemiti che parevano di persona viva.--Mio Dio, mio Dio--mormorai colla faccia contro il suolo--abbiate pietà di Lui!
L'acqua scrosciava violentissima; per le fessure della porta entrava un vento gelato; i lampi e i tuoni si seguivano con una frequenza spaventosa. Uno specialmente fu così fragoroso che credetti ne sprofondasse la terra. Oh! dov'era Lui?... solo, nelle tenebre, fra l'imperversare della bufera.... A questo pensiero il freddo che mi rattrappiva le membra divenne fuoco ardente. Per un istante intravidi la folle tentazione di correre sui suoi passi, di chiamarlo.... Mi alzai, ricaddi, posi la mia testa infuocata sul gradino della scala, invocai Dio, invocai la morte.... poi non seppi più nulla finchè mi trovai fra le braccia di Pietro e di Orsola che mi ricondussero di sopra, inerte e docile come una bambina e mi posero a letto.
Essi svegliandosi nella furia dell'uragano erano discesi per vedere se tutti i vetri fossero assicurati e trovandomi svenuta ai piedi della scala immaginarono che fossi discesa per lo stesso motivo, e che un malore m'avesse côlta.... Poveri vecchietti cari! Poveri vecchi che mi volevano tanto bene!
* * *
Tutta notte vegliai prestando l'orecchio al vento che non ebbe mai posa tutta notte--e sempre con quella impressione di dolore, di colpo portato in pieno petto. Avevo un bisogno irresistibile di piangere e non potevo. L'incanto era rotto. Sei mesi di dolcezza, quasi di felicità, erano dileguati, non sarebbero tornati più, distrutti da un istante così breve. Avevo pianto tanto quando erano morti mio padre e mia madre, eppure sapevo che dovevano morire; _ma Lui perchè aveva fatto questo?_ Ecco, pronunciavo anch'io parole più grandi delle altre, come certe parole che Lui pronunciava, dandomi la visione di un mondo superiore. Egli non mi aveva creduta degna di seguirlo per quella via. Non mi aveva amata; ah! sopratutto non mi aveva amata mentre io fidavo tanto in lui!
A questa considerazione un fuoco violento mi salì alle guancie e un desiderio di batterlo, di umiliarlo, di dirgli che era stato vile. Alcune storie udite qua e là, certi apprezzamenti dei quali nella mia assoluta ignoranza della vita non avevo compreso la portata, mi tornavano in mente tumultuosi, maturando con una precipitazione dolorosa tutto ciò che era rimasto incompleto nella mia piccola esperienza di donna solitaria. È dunque così che le donne cadono ed è di questo che insuperbiscono gli uomini? Ed Egli pure! Egli pure!!...
Strisce arroventate mi solcavano la fronte, il collo, il petto; le tempie mi battevano disordinatamente. L'uragano era oramai una cosa sola con me stessa; il vento che flagellava gli alberi flagellava pure le mie membra ardenti di febbre; udivo nello scrosciare della pioggia le mie stesse lagrime, le lagrime avare che gli occhi non volevano darmi. Ecco, si aprivano una strada attraverso le cateratte del cielo, scorrevano nella valle, sui monti, nelle foreste, sulle case dei placidi dormienti, nel sonno ininterrotto dei rudi lavoratori, nella veglia attenta e amorosa delle madri, nelle visioni alate dei bimbi, forse in qualche insonnia pensosa di un vecchio prossimo alla tomba.--Scorrevano le lagrime brucianti del mio cuore, insieme alle lagrime di tutto il mondo in quell'imperversare di tutti gli elementi.... Orrida notte durante la quale agonizzò l'anima mia fino all'ultima resistenza del soffrire.
Neppure verso l'alba mi chetai. Orsola che non aveva voluto abbandonarmi e che si era addormentata sopra una poltrona, venne a toccarmi la fronte.
--Hai la febbre Myriam, bisogna chiamare il medico.
Non mi opposi e non dissi di sì, indifferente. Orsola andò subito a svegliare Pietro perchè potesse trovare il dottore in casa prima delle sue visite del mattino. Poi tornò al mio capezzale, mi diede da bere, mi baciò due o tre volte le mani con una passione muta e concentrata.
--E Alessio?--disse improvvisamente--il caro piccino non s'è accorto di nulla. Guarda come dorme!
Sollevò leggermente il velo sulla culla di mio figlio e me lo mostrò tutto roseo nel sonno. Provai allora un impeto tale di tenerezza che balzando fuori dal letto corsi alla culla e mi lasciai cadere in ginocchio lagrimando. Orsola, spaventata, temeva che fossi in preda al delirio della febbre. Per tranquillizzarla tornai a coricarmi, lasciandomi rinvoltare da lei nelle coperte con quella docilità che le faceva tanto piacere, e mettendomi colla faccia verso il muro continuai a piangere adagio adagio.
Quando venne il dottore non mi trovò una vera febbre, ma solo uno stato di grande eccitamento per il quale mi consigliò il riposo.
Non durai fatica a stare a letto tutto il giorno perchè ero desiderosa di solitudine, di silenzio, di una libertà piena e completa che mi permettesse di ritrovarmi colla mia coscienza. Volevo indagare la folla di pensieri contradditori che mi agitavano commisti a irritazione, a sdegno, a tristezza e a non so quale recondita oscura soddisfazione che non sapevo decifrare.
Anche una curiosità mi venne e insieme un timore. Quale contegno avrebbe Egli tenuto d'ora in avanti? Mi avrebbe chiesto scusa? Questo lo giudicavo indispensabile. Egli aveva mancato verso di me in tutti i modi, abusando della mia inesperienza, della mia solitudine e della mia fiducia in Lui. Era stato vile, era stato vile. Ma dovendo riconoscere questa terribile verità vedevo aprirmisi davanti un abisso. A chi avrei creduto d'ora in poi? Pensavo la mia umiltà ardente e mi vergognavo di averlo ammirato tanto, di averlo collocato nel mio pensiero al di sopra degli altri uomini. Era forse Egli niente più che un ipocrita?
Appena tale sospetto si venne formando dentro di me, appena il suono delle sillabe mormorate a fior di labbro si ripercossero contro le pareti del mio cervello, un urto di protesta mi scosse il petto, come se qualcuno conscio e vigile avesse gridato: No!--E per un po' di tempo ogni idea mi rimase sospesa, paralizzata.
La furia dell'uragano erasi intanto domata, non vinta interamente. Io vedevo il cielo e un lembo di collina attraverso le tende di velo della mia finestra. Il vento soffiava ancora ma meno impetuoso, gli alberi resistevano, alcuni sprazzi di azzurro apparivano qua e là vincendo la collera delle nubi.
Alessio era venuto allora a salutarmi; avevo nelle mani la freschezza delle sue manine e sulle guancie il suo bacio un po' umido odorante di uva spina. Nel seguire cogli occhi la sua piccola persona che si allontanava pensai: Ecco un uomo! Così le idee ritornavano a pulsare nel mio cervello e mi parve di vedere mio cugino fanciulletto, a correre su e giù per le stanze della Querciaia.
No!--disse ancora la voce dentro di me.
Prendendo a esaminare la condotta di mio cugino da quel luminoso giorno di febbraio in cui mi venne davanti (lo rammentavo nella luce vampante delle cortine rosse) che cosa potevo io rimproverargli? Non era stato leale sempre? Sincero sempre? Per sei mesi continui Egli aveva portato l'elevazione nella mia anima. Sei mesi potevano bene bilanciare un'ora. Un sentimento nuovo, quasi di compassione tenera e materna sorgeva in me per quel torbido istinto maschile che fa vacillare i più forti--e insieme una gioia di essergli stata accanto nella prova, di sentire che potevo perdonargli. Innanzi a questo pensiero sbolliva l'ira.
Ciò che vi era di generoso nella mia risoluzione mi rialzò a' miei propri occhi e non dubitai che avrebbe ottenuto presso di Lui lo stesso effetto.
Le mie lagrime rincominciarono a scorrere, ma così dolci! Intravedevo già la sua confusione, il suo pentimento e la soavità di quell'istante in cui tutto sarebbe stato cancellato. Mi fermai a questo pensiero, perchè la mia piccola testa non reggeva a un lavorio così nuovo per essa. Avendo trovato un punto di sostegno e di consolazione mi vi abbandonai riposando per un po' di tempo in una specie di torpore benefico che somigliava al sonno.
Apersi gli occhi che già le ombre della sera invadevano la camera e mi prese il terrore che Egli venendo mi trovasse a letto. Saltai giù, mi vestii rapidamente, passai appena il pettine nei capelli, entrai nel salotto.
--Signore Iddio!--fece l'Orsola.
Alessio tutto contento corse ad abbracciarmi; Pietro udendo la mia voce, venne a darmi il buon giorno. Io li persuasi tutti che mi sentivo bene, che dal momento che non avevo febbre era inutile stare a letto. Volli pranzare e fui molto allegra, di un'allegria artificiale, come se avessi bevuto dello sciampagna. Però via via che il tempo passava, mi cadevano le parole. Ad ogni stridere di ghiaia in giardino, al più piccolo rumore indistinto trasalivo e mi prendeva una inquietudine che non mi fu possibile nascondere a lungo.
--Penso, signora (l'Orsola in presenza di altri, fosse pure solamente Alessio, non usava mai il tu) che avrebbe fatto meglio a non muoversi.
--Forse hai ragione.
--Vuol tornare a letto?
--Aspettiamo ancora un momento...
Tenevo Alessio contro i miei ginocchi mostrandogli le figure di un libro di storia naturale, ma ero agitata per modo che non riuscivo a voltare i fogli: a un tratto dissi:
--Deve essere ben tardi!
--Sicuro che è tardi--replicò la mia buona Orsola, insistendo nella sua idea--appunto per questo deve coricarsi.
Mi alzai, inquieta, senza rispondere e andai ad appoggiarmi al davanzale della finestra dalla quale si scorgeva il viale in tutta la sua lunghezza e le aiuole del giardino peste e malconce.
--Poveri alberi, poveri fiori, come sono ridotti!--esclamai compassionando essi e il mio cuore insieme.
--Il temporale di questa notte è stato una rovina. Due alberi furono sradicati a poca distanza di qui e il figlio dello scaccino che si trovava in istrada venne buttato a terra dalla furia del vento.
Queste notizie non erano fatte per calmarmi. Egli pure si trovava in istrada sotto la bufera; io stessa ve lo avevo cacciato! Una specie di rimorso si aggiunse alla mia inquietudine e rimasi cogli occhi fissi sul viale, incantata da una nuova visione di dolore.
Entrò Pietro colla lucerna accesa. Io dissi ancora:
--Ma è dunque ben tardi!
Dietro l'inquietudine, dietro il rimorso, ecco sorgere una malinconia acuta che mi dava al cuore delle strette di morsa. Perchè non veniva?... Vi fu un momento in cui Alessio seguì l'Orsola in cucina ed io tornai a precipitarmi col busto fuori della finestra come se avessi potuto attirarlo col desiderio. Perchè non veniva?
Il cielo era buio con poche stelle. Un'aria purissima, frizzante, tutta imbevuta dei fiori e dei rami recisi palpitava al di sopra degli alberi, sembrava il respiro stesso della notte adagiata ne' suoi umidi veli. Dopo tanti giorni di caldura opprimente quella freschezza appariva una benedizione. Ma perchè Egli non veniva?
A un tratto l'Orsola si presentò sulla soglia colla determinatezza di una risoluzione invincibile:
--Cara signora il letto è pronto.
Risposi opponendo una fiacca resistenza, mormorando: Sì, sì.... E mi indugiai a guardare i quadri appesi alle pareti, a raddrizzare un fiore nella giardiniera, a stendere sulle poltrone un ricamo gualcito.
Feci una sosta esterefatta innanzi alla pendola del caminetto; la sfera segnava nove ore. Nessuna illusione era più possibile.
--Andiamo--sospirai con un accento così debole che Orsola dovette indovinarlo più che sentirlo.
Poco dopo tutta la casa era buia, tutti gli usci e le finestre chiuse, il silenzio profondo. Cogli occhi sbarrati nella oscurità io mi domandavo ancora: Perchè non è venuto? e di tutti i sentimenti provati in quelle ventiquattr'ore; lo sdegno, la vergogna, la pietà, il perdono, il rimorso, la tristezza, quest'ultima sola rimase dilagante, sconfinata.
Che cosa era dunque accaduto che io non potevo indovinare? e d'onde mi veniva tanto dolore per un fatto che avrebbe dovuto offendermi anzi che rattristarmi? Avevo paura de' miei pensieri, avevo paura d'indagarli. Volli dormire ma non vi riuscii, quantunque il sonno mi gravasse le palpebre. Un'idea mi stava fissa nel cervello tormentandolo: Ieri a quest'ora Egli era qui!
Con una incoscienza di sonnambula scivolai fuori dal letto, riaccesi il lume, tornai nel salotto. Là mi fermai immobile. Quello era il posto, quella l'ora. La medesima sedia sulla quale ero stata seduta quando Egli mi si inginocchiò davanti era ancora vicino alla tavola, un po' di traverso, come aspettando. Che ansia mi prese nel rifare a memoria il piccolo colpo che mi era parso di udire contro i vetri.... Non osai aprirli, non osai! Mi posi sulla sedia e mi sembrò che ardesse. Una allucinazione strana mi faceva sentire il calore del suo respiro, la sua testa appoggiata a' miei ginocchi, le sue mani alzate a implorarmi--e non era più una sensazione di spavento, era una sensazione di ebbrezza.... Dio! Dio! ma dunque lo amavo!
Quale nuovo abisso di pensieri e di dolore! Mi chiusi la fronte coll'istintivo bisogno di sfuggire a tutto quello che mi circondava, a me stessa se avessi potuto. Pensare non era più possibile; nessuna idea, nessun concetto, nessuna parola riusciva a rompere la pesantezza del mio cervello che avrei potuto credere paralizzato se una specie di chiodo martellante sul cranio non mi avesse dato colla sensazione di una orribile sofferenza anche quella della vita.
Chi sa quanto tempo rimasi là, sola! La candela si accorciava a poco a poco e le ombre crescevano nella stanza disegnando sul pavimento delle lunghe striscie mobili che mi facevano trasalire. Un gran freddo che mi prese prima alle braccia e poi in tutto il corpo mi ricondusse nel mio letto, dove appena giunta spensi il lume e mi gettai colla faccia in giù, sprofondata, annientata.
Ebbi veramente la febbre, così che rimasi alcuni giorni in preda a un torpore continuo. Solamente verso sera mi prendeva un po' di inquietudine e spiavo i rumori di fuori, ma nessuno e nulla entrò dalla porta invincibilmente muta; non una persona, non una lettera. L'agonia della aspettativa si prolungava nel modo più straziante; io non avrei mai creduto che il silenzio potesse torturare con tanta raffinatezza.
Una sera, sentendomi un po' meglio, Alessio giuocava seduto sul mio letto. A un tratto esclamò:
--Ma perchè nostro cugino non viene più?
Chinai il capo con una confusione di colpevole e Pietro che era entrato colle medicine mi disse di aver visto il suo servitore e saputo da esso che il signore si trovava assente. Fu un momentaneo sollievo; Pietro soggiunse di avergli a sua volta comunicato la notizia della mia malattia e questo mi turbò. Che cosa ne avrebbe pensato Egli? E dove si trovava? E perchè era partito? E quando sarebbe ritornato?
Nuovi pensieri, nuove congetture, nuovi dubbi e terrori; nuova angosciosa aspettativa.
Altri eterni giorni passarono ancora. Mi ero ristabilita in salute, ma vagavo per la casa come un'anima in pena, o piuttosto come un corpo che ha perduta la sua anima. Una mattina l'Orsola venendo in camera a portarmi il caffè disse che c'era stato un uomo della Querciaia a domandare mie notizie in nome del suo padrone che era ritornato. Mi balzò il cuore per la gran gioia. In tutti quei giorni di sofferenze avevo quasi dimenticata l'offesa, solo sentivo il vuoto della sua lontananza. E ricominciai ad aspettare un giorno, due giorni....
Mi trovavo con mio figlio presso il cancello del giardino--era un bel pomeriggio di settembre--Alessio stava scuotendo un alberello di piccole mele rosse quando si pose a gridare battendo le mani:
--Eccolo, eccolo!
Come può reggere il cuore a simili commozioni? il fragile cuore che si spezza così facilmente, che per un lieve urto sospende tante volte per sempre il suo battito? È una cosa che non ho mai potuto capire. Il mio cuore in quel momento parve voler scoppiare e subito dopo, quando Lo vidi ritto innanzi al cancello, si strinse improvvisamente, impietrò. Sentivo che una maschera di gelo copriva la mia faccia.
Alessio che aperse il cancello e gli corse fra i ginocchi tempestandolo di domande mi lasciò il tempo di trovare un contegno indifferente, il solo dietro cui potessi riparare in quel subito assalto.
Veniva Egli coll'intenzione di farmi visita, o passava per caso e per curiosità? Non lo seppi mai.
Egli ad onta della grande disinvoltura, evitò nei primi momenti di parlarmi direttamente e dopo di avermi salutata si rifece con Alessio rispondendo con una certa agitazione alle sue domande infantili. Solo più tardi mi chiese:
--E la vostra salute?
--Io sto benissimo, sono sempre stata bene; sapete, i miei vecchi mi amano tanto che trasformano in una malattia ogni mia emicrania.
Mentii così, con piacere, per un bisogno pudico di nascondergli le mie sofferenze. Egli mi prese alla lettera, sbozzò un sorriso e raccattato un sasso sul viale invitò Alessio a una sfida di tiro contro un punto lontano. Chiacchierò poi del più e del meno con volubilità, senza approfondire nessun argomento. Mezz'ora prima del pranzo prese commiato.
Questa visita mi lasciò un lungo strascico di amarezza, un malcontento, una inquietudine. Tornò due giorni dopo alla stessa ora, col medesimo contegno distratto e superficiale. Alla terza o alla quarta visita compresi che la spiegazione non sarebbe più venuta. Tutto era finito nel modo più impreveduto e più volgare.
Ma se tutto era finito esternamente, le dolci sere passate insieme, i lunghi colloquii, le confidenze, le trepide attese e la irrompente gioia di sentirmi vicina un'anima come la sua, non era finita, no, la trasformazione della mia anima.
Egli mi aveva presa su di un piccolo romito sentiero e sollevandomi in alto colle sue ali poderose mi aveva mostrato gli orizzonti della vita. Ora toccava a me a salire colle mie proprie ali. Era il momento di mostrarmi degna di Lui.
Io avevo bene letto (poichè leggevo ora) che si inghirlandano i battelli e le leggere navicelle prima di lanciarli sulle onde in preda ai turbini e alle tempeste. Avevo avuta io pure la mia ghirlanda, basta. Può un fiore durare più di un fiore?
Ma mentre mi rendevo così ragione di tutto non ritrovavo la calma. L'amo! l'amo! l'amo! Questo grido disperato echeggiava per tutti gli angoli della mia casa, nel salotto austero che prendeva sotto il sole un ardore di fiamma, nel giardino tante volte percorso insieme, nel bosco delle acacie dove una sera mi ero sentita invasa dai suoi ideali, alla finestra che sembrava aver ritenuto l'eco della sua voce prorompente nel silenzio della notte, sul guanciale in cui avevo soffocati i primi singulti del mio amore. Strana e dolorosa ironia, finchè Egli mi era vicino e fedele non mi ero accorta di amarlo; ora, ora divampava l'incendio, ora che lo perdevo!
Un acuto martirio diventarono da allora in poi i nostri colloqui, dove al simpatico abbandono subentrava la diffidenza e l'osservazione continua. Il non venir più alla sera, in quell'ora che sembra stringere più dolcemente gli affetti, mi dava una vera e profonda malinconia. Sembrava una tacita conferma della sua minaccia: _Non mi avrete mai più così, mai più!_
Soffrivo e non volevo mostrarglielo; piangevo in segreto e mi presentavo a Lui sorridente e gaia; ma a tutto il mio lavorio di indifferenza Egli ne opponeva un altro egualmente tenace di durezza, quasi di sprezzo. Il maggior punto della sua difesa in questo senso era di non intrattenermi più de' suoi pensieri, de' suoi progetti, de' suoi sogni. Se tentavo di ricondurlo su questa via, se gli chiedevo di Lui, rispondeva: "Oh! che volete mai che vi dica!" e vi era tutto un sottinteso di allontanamento e di freddezza che mi feriva nel più profondo del cuore.
A volte la sua crudeltà mi suggeriva una fiera ribellione. Avrei voluto dirgli che se uno di noi era l'offeso, uno di noi l'ingannato, uno solo era anche in diritto di freddezza e di sprezzo e quell'uno era io. Ma appena queste parole sorgevano dall'intimo mio sdegno al varco delle labbra un gran rossore mi invadeva tutta; mi pareva che avrei sopportato qualunque cosa piuttosto che ritornare io stessa alla memoria di quella terribile sera. E ancora dicevami la voce intima della coscienza: Sei tu sicura che Egli sia il solo colpevole? Questo amore così tardi rivelato al tuo debole spirito non s'era già tradito agli sguardi veggenti di Lui? Puoi giurare che un gesto, un motto, un improvviso colorirsi e scolorirsi del volto, una stretta di mano più intensa, un solo lungo attendere della pupilla non gli abbiano fatto palese ciò che tu ignoravi? Non ha tremato la tua mano in quella sera stessa prendendo da Lui il piccolo velo che doveva avvolgerti il collo? E allora, e allora, perchè accusarlo solo? È Egli il solo colpevole?
Alla fine di queste lotte violenti con me stessa chiedevo: Che cosa farò? Cessare di amarlo mi pareva impossibile. Il resto era mistero.
Pensavo qualche volta alle persone saggie che in ogni circostanza della vita si tracciano una linea di condotta; per parte mia non riuscivo nemmeno a capire che cosa possa essere una linea di condotta. Volevo fare ciò che è bene e compiere il mio dovere sempre, ma quale era in quel momento il bene e quale il mio dovere? La mia coscienza era troppo vicina al mio cuore forse, e non mi trovavo altri consiglieri accanto. Nel caos di queste idee una sola emergeva chiara e sicura: la necessità di nascondere a Lui lo stato dell'anima mia e non saprei nemmeno se tale sicurezza mi veniva direttamente dal mio dovere o se molta parte vi avessero l'orgoglio, la dignità e il desiderio di vincerlo in questa battaglia.
Passò in tal modo tutto settembre; venne l'ottobre co' suoi cieli di madreperla. Il viale del mio giardino si coperse di foglie rosse e gialle: le acacie si facevano esili di giorno in giorno rarificando il bosco, quasi tutte le rose erano morte. Compresi per la prima volta e penetrai a fondo la grande tristezza dell'autunno.--E tuttavia--pensavo--rifioriranno le rose, il bosco rinverdirà--io sola non avrò più nè fronde nè fiori!
Il tempo piovoso mi tenne chiusa in seguito nel mio appartamento dove lessi molto. Chiesi a mio cugino se non avesse altri libri da darmi ed Egli rispose che non credeva averne di _addatti per me_. Un sorriso ironico accompagnò queste parole. Andavo abituandomi a quella ostentazione di disprezzo; non era, non poteva essere sincera e avendo coscienza di non meritarla restavo impassibile sotto i colpi, gemendo nel mio interno e struggendomi in una malinconia senza nome. Egli avrebbe forse desiderato di vedermela questa malinconia, sul volto, ma la nascondevo invece come il mio più geloso segreto.
Una volta restammo soli. Cadeva il giorno abbreviato da una nebbia umida e densa. Non reggendo più a ricamare nella luce incerta della finestra mi alzai per mettere a posto il lavoro e trovandomi accanto al cembalo mi posi a riordinare la musica, così, automaticamente, forse per sfuggire un'intima sensazione di imbarazzo. Egli aveva certo un progetto nella sua mente perchè mi si avvicinò col volto torbido e chiuso.