L'Amuleto

Part 4

Chapter 4 3,852 words Public domain Markdown

L'Orsola sembrava assai meravigliata che una casa senza donne potesse reggersi in piedi e furtivamente andava scrutando tutti gli angoli coi suoi occhietti esperti di massaia. La sorpresi anche a toccare con un dito la superficie dei mobili per assicurarsi che non c'era polvere.

Del resto l'aspetto generale dell'interno era in perfetta armonia colla facciata. Per andare da una camera all'altra c'erano quasi dappertutto gradini da salire o da scendere, ciò che formava la delizia di Alessio.

Mio cugino faceva gli onori con molto garbo; ad ogni tratto mi dava la mano e mi guidava nei passaggi difficili.

--Convengo--disse Egli con una modestia tra finta e vera--che non c'è qui gran che da vedere e devo chiedervi scusa se mi sono valso di una menzogna per procurarmi il piacere di una vostra visita.

Mio cugino non mi aveva abituata a troppi complimenti e compresi che se allora me ne faceva qualcuno era nella qualità di padrone di casa educato; pure gliene fui molto grata e lo ricambiai assicurandolo che la sua casa era interessante; nè mi parve di aggiunger nulla alla verità.

Una soddisfazione tutta intima l'avevo poi nel percorrere passo a passo le stanze che Egli abitava, che lo avevano visto nascere, che Egli doveva certamente amare. La vecchia sala mi parve assolutamente bella, colle sue dorature rimaste intatte accanto al broccatello stinto e col gran numero di ritratti che coprivano le pareti. Mi ricordai a questo proposito che l'ordinamento dei ritratti era stata una delle sue grandi occupazioni appena giunto alla Querciaia e volli che mi mostrasse la leggiadra bisavola alla quale i topi avevano portato via il fazzoletto.

--Oh! eccola, eccola--Egli disse tutto lieto--l'ho collocata al posto d'onore perchè veramente è la bellezza della famiglia. Procurate di trovarle qualche somiglianza con me... Ma non guardatela così da vicino, vi prego, non avete la luce giusta.

Mi prese dolcemente per un braccio e mi collocò nella visuale che gli sembrava più opportuna perchè il quadro potesse ottenere tutto il suo risalto e, tuttochè allentando la mano, Egli la tenne ancora sul mio braccio finchè mi ebbe spiegate le finezze del dipinto che mi parve veramente delizioso. Era, sopra un fondo giallo, una signora vestita di nero, col bel collo e colle braccia nude circondate da una trina vaporosa di una esecuzione e di un effetto sorprendenti. La testa acconciata a _toupet_, colla cipria, nascondeva il colore dei capelli, ma l'arco fino delle sopraciglia era nero e di un nero più pallido un po' dorato, gli occhi, pieni di una grazia altera. Un sorrisetto impercettibile errava tra le labbra serrate e nella posa di tutto il busto trapelava una leggera aria di sfida che le conferiva una seduzione acuta e rara. Le mani della bella creatura, attaccate al braccio con un polso di una delicatezza aristocratica si prolungavano sottili, quasi diafane, a sostenere una rosa carnicina.

--Vedete, lì c'era il famoso fazzoletto di trine che i topi si sono portato via ed io accomodai la rottura quasi in ginocchio, come un celebre frate del quattrocento dipingeva le sue Madonne. Ma accanto a quelle trine lì non mi arrischiai di metterne nessun'altra, capite, nevvero? E allora ricorsi ad una rosa.

--L'avete dipinta voi questa?

--Certo. Le rose sono tradizionali nella nostra famiglia, non lo sapete? Il nostro stemma porta una rosa al di sopra di due spade incrociate e mio nonno fece piantare i famosi rosai che coprono queste vecchie muraglie; li vedrete meglio quando scenderemo in giardino. Io amo molto le rose. Ma prima di staccarci da questo ritratto, osservate, vi prego, l'espressione interna che il pittore ha saputo rendere. Un bel profilo, una bella bocca, due begli occhi, due candide, sottili e rotonde braccia non sarebbero alla fine gran cosa se dietro e dentro a tutto ciò non si vedesse la molla segreta che agisce, l'anima. Ciò che forma il fascino di questo ritratto è la sua personalità. In quella vitina nera, noi vediamo rizzarsi una volontà imperiosa ed energica, vediamo la malizia intelligente di quel sorriso; quelle pupille brune che hanno del falco e della colomba insieme ci rivelano un temperamento di squisita e superiore femminilità. La donna che ha ispirato una simile tela doveva essere forte e soave. è per questo che io l'amo. Oh! ma dite se non è un dolore a pensare che quelle mani nate per guidare alla luce si sono disfatte sotterra in preda ai vermi!

--Non si saranno rinnovate esse?

Così mormorai timidamente--e poiche vidi lo sguardo di Lui fisso sulle mie mani mi sentii presa da un grande turbamento. Per qualche minuto non osservai più nulla di quello che seguì.

Attraversammo due o tre altre stanze, finchè, davanti a un uscio semichiuso, mio cugino disse:

--È la mia camera.

Intravidi confusamente il biancheggiare di un letto in mezzo a due alte librerie di stile severo. Lì accanto si apriva una specie di terrazzo coperto dove stavano riunite le memorie dei suoi viaggi: curiosità levantine, oggetti artistici dell'Italia, manifatture inglesi, gingilli francesi, armi spagnuole.

--Non vi riposerete un momento?--disse Lui.

Sedemmo in ampie e comode poltrone coperte di cuoio davanti a una tavola tutta ingombra di carte geografiche, di disegni, di atlanti. Egli prese un Album e aprendolo:

--Volete vedere i miei schizzi a matita?

Un centinaio di disegni sfilarono sotto i miei occhi colle linee vive dell'impressione côlta dal vero. Qualcuno sembrava appena abbozzato, qualche altro più attentamente condotto aveva finezze di artista.

--Siete stato in tutti questi luoghi?--domandai meravigliata e quasi invidiosa di tante memorie.--Quante cose sapete!

Mio cugino, poi che Alessio e Orsola si estasiavano innanzi a un gruppo di ouistiti impagliati, prese a voltarmi i fogli dell'Album attirando la mia attenzione sui punti che lo avevano maggiormente interessato, facendomi passare dal Bosforo al Tamigi, da Pompei a Trianon, da Saragozza a Norimberga. A un tratto disse:

--Questa è una vecchia strada di Parigi.

--Parigi!--esclamò Alessio correndo verso di noi--dove sta il babbo.

Anche l'Orsola colpita da quel nome, volle venire a guardare dietro la spalliera della mia poltrona e la udii che mormorava tornando al gruppo degli ouistiti: "Non vale proprio la pena di lasciare il proprio paese." Io arrossii lievemente ponendo la mano distesa sotto la fronte a schermo degli occhi. Egli vide e con grande delicatezza cambiò la corrente delle idee, sorvolando sul mio imbarazzo sì che l'antica tristezza, per un momento risorta, tornava a quietarsi nell'onda di letizia che mio cugino sapeva diffondere intorno a sè; una letizia profonda e serena di spirito superiore, di chi sa elevarsi al disopra di ogni miseria umana e dominarla. Era precisamente questa impressione di sentirmi sorretta e portata che mi faceva stare tanto bene accanto a Lui, che mi metteva nel cuore una fiducia più dolce di qualsiasi sentimento, che mi faceva trovare qualche cosa della indulgenza di un maestro buono anche nelle sue violenze. E là nella sua casa, nella casa piena di Lui, sentivo l'orgoglio e la soavità insieme d'essergli parente.

Una scaletta esterna mascherata sotto le rose ci condusse nel giardino ampio e riccamente ombreggiato.

--Dovete dimenticare--disse mio cugino--il viale così ben tenuto della vostra villa per trovare qualche vaghezza in questa boscaglia.

Non ero di tale opinione. Qualsiasi altro giardino non avrebbe vestito meglio la casa bizzarra alle cui muraglie nere salivano i tralci dei rosai con una violenza di fioritura che nessun artificio frenava. Era un irrompere di rose di tutti i toni, di tutti i colori, bianche, scarlatte, gialle, che si aggrovigliavano in libera scelta, ottenendo effetti impreveduti di contrasto e sinfonie armoniche che l'arte più sottile non avrebbe neppure immaginato e dietro a queste rose le alte querce si profilavano sulla trasparenza del ciclo, solenni e austere.

La mia ammirazione restava muta, mentre l'Orsola si diffondeva in esclamazioni e Alessio faceva dieci domande ad ogni minuto. Mi scendeva sopratutto intimo e inebbriante al cuore il piacere che trapelava dagli occhi e dalla voce di mio cugino; quantunque Egli non abbandonasse il contegno riserbato che era in lui duplice effetto di educazione e di natura, sentivo nella mia dolcezza la dolcezza sua. Non so fino a quando sarebbe durata l'estasi di quella visita se l'orologio suonando non ci avesse ammoniti che il tempo passava.

--Signore Iddio--fece Orsola--come è tardi!

Ci accomiatammo sorridendo, un po' trasognati, come presi da un incanto. Prima di uscire dal giardino Egli si accostò a un cespo di rose carnicine e staccandone un fiore me lo porse.

--È la rosa della mia bisavola--disse.

Non vidi la strada del ritorno. Pietro ci aspettava dieci passi fuori della porta, guardando ora a destra ed ora a sinistra con una mano sul fianco, perchè non era mai capitato un ritardo simile. Quando ci vide tutti e tre, mise fuori un gran sospiro di sollievo.

--Di che cosa temevi, buon Pietro? l'orco non c'è più.

--Temere bisogna sempre.

Così rispose Pietro che rappresentava in casa mia il senno e la prudenza e forse per non lasciar svanire l'effetto del consiglio, durante gli ozî del pomeriggio festivo, raccontò ad Alessio la favola del lupo che si era messo una pelle di pecora per poter penetrare nell'ovile.

--Pietro--gli dissi ridendo--tu sei pessimista. A udirti bisognerebbe diffidare del mondo intero.

--Gli uomini sono cattivi, signora.

--Tutti?

--Tutti un poco e a certe ore.

Mi affrettai a togliere dalla testina di Alessio questa affermazione recisa dicendogli che gli uomini sono sempre buoni purchè il vogliano. Io ne ero tanto persuasa! Parlai, giuocai e risi con Alessio durante il resto del giorno. Verso sera caddero quattro goccioline di pioggia che ci impedirono di scendere in giardino. Alessio allora andò in cucina dove l'Orsola stava preparando certe conserve di suo gusto ed io mi posi al cembalo. Da quanto tempo non me ne occupavo più! Le cartelle di musica si trovavano in un grande disordine. Non sono mai stata una esecutrice di molto valore, avendo piuttosto disposizione per il canto che per la musica, ma conoscevo abbastanza bene gli spartiti di Porpora e di Scarlatti. Cercando così in mezzo alla vecchia musica, trovai una canzone che avevo dimenticata e mi venne voglia di provarla. Mi posi a leggerla con tanto ardore che non udii il passo di mio cugino; quando me ne accorsi smisi subito.

--Perchè?--Egli disse--ve ne prego, continuate.

--Oh! non merito un pubblico.

--Vi ho consigliato altre volte di non abusare della modestia, è una virtù deprimente. Scommetto che avete fra le mani un gioiello; lasciatemi almeno vedere.

--È una canzone antica.

--Che fa? Sono spesso così graziose queste canzoni. Incominciamo a leggerla.

"Un grido sconsolato "cade del mondo ai piè; "l'Amore s'è involato, "l'Amor, l'Amor dov'è?"

--Ebbene, dove volete trovare una spontaneità più fresca e più giovanile?

"Spente son le tede, "Solo nascosto egli è... "cercatelo con fede, "l'Amor, l'Amore c'è!

"Chiuso nel breve volo "è forse d'un pensier "o in uno sguardo solo "o in un lungo tacer.

"o nella stretta altera "d'una mano di gel, "o dentro una chimera "o in un sogno di ciel.

"o nell'odio o nell'ira "o nella cieca fè... "Se ride o se sospira "s'anche è nascosto c'è!"

--Non è bella? non è bella? Ah! possibile!

Trasse una sedia accanto e si pose a cercare le note. Io allora lo aiutai, meravigliata dell'accento che Egli dava alla sua interpretazione.

--Anche musicista siete?

--Sicuro, sicuro. Tutto. Ma sapete che è carina la canzone? Via, fatemela sentire colla vostra bella voce. È appunto per soprano.

Non c'era garbo a rifiutare e cantai. Egli mi ascoltò con quella passione interna colla quale faceva ogni cosa, tenendo gli occhi non su di me e non abbassati a terra ma fissi innanzi nel vuoto dove certo vi era un mondo visibile per Lui solo: ma egli doveva pure vedermi in quel mondo e tale pensiero mi metteva un calore nelle vene di cui la mia voce doveva risentirsi.

Quando ebbi finito non disse brava, ma vidi che stringeva le labbra in quel modo che io conoscevo e me ne venne al cuore una improvvisa onda di dolcezza. Allora anche, non so come nè perchè, una ignota voce d'istinto mi suggerì: Fuggi! Ma in qual maniera avrei potuto fuggire? E dove? Senza mostrare di accorgersi del mio turbamento, Egli riprese la canzone alla terza strofa:

"Chiuso nel breve volo "è forse d'un pensier, "o in uno sguardo solo "o in un lungo tacer."

Quelle parole dette da Lui, mi producevano un turbamento nuovo che io credetti di poter dissimulare andandomi a sedere lontano e prendendo fra le mani un lavoro.

Il giorno dopo, quando Egli mi disse: Non vorreste cantare oggi?--risposi di no ed Egli non insistette; tuttavia il motivo di quella canzone risuonava intorno a noi così morbido ed insistente e tacitamente inteso che pareva una carezza sospesa nell'aria. E ancora nelle sere seguenti, nè io cantai nè Egli me ne richiese, ma la canzone stava in mezzo a noi calda e palpitante come persona viva.

Intanto si era giunti all'agosto; la temperatura continuava a crescere, benchè le giornate fossero più brevi e il malessere prodotto dall'afa sembrava giustificare una sensazione di languore che mi prendeva spesso in mezzo alla gioia rinascente della mia vita.

Passavano i giorni e le settimane in una grevezza di piombo fuso; io perdevo ogni energia. L'Orsola scrutando il cielo sentenziava: Questo tempo non cambia fino alla luna nuova.

L'alba del 26 agosto mi schiuse le palpebre dopo una notte agitata e piena di sogni. Mi alzai rapidamente e assicuratami che Alessio dormiva tranquillo scesi in giardino e mi posi a passeggiare; ma ben presto il giardino mi parve angusto, escii nella campagna, presi i viottoli, costeggiai i ruscelli, entrai nei boschi, respirando con delizia l'aria del mattino ed esponendo il volto alla carezza dei rami che mi sprizzavano sulle gote accese una pioggerella di rugiada. Pei meandri intricati della selva i miei capelli si sciolsero e piovvero su di essi fogliuzze di robinie e profumati fiori di calicanto. Nell'erba umida le mie scarpe leggere perdettero ogni consistenza ed io sentivo il terreno molle sotto le piante dei piedi. Mi avanzavo nella luce del sole nascente, nell'umidore dei prati e i calici bianchi dei convolvoli e gli occhi azzurri delle pervinche si aprivano intorno a me come mani tese di amici, come sguardi di sorelle. Tutti i rumori del bosco erano canzoni, i pigolii dei nidi erano tutte preghiere ed io pure cadendo in ginocchio pregai in mezzo alla natura in festa come dinanzi all'altare di Dio.

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Quando feci ritorno nella mia camera Alessio si svegliava allora chiamando mamma.

Il resto della mattina dovetti impiegarlo nel regolare con Pietro i conti di casa; poi venne il dottore a visitare l'Orsola che aveva la tosse e più tardi due suore della carità a cercare l'elemosina per i fanciulli abbandonati. Le ore terribilmente lunghe del pomeriggio le passai coricata sul divano del salotto dove dormii e sognai di essere sospesa sopra un'onda in mezzo a un mare burrascoso e quanto più cresceva la burrasca l'onda si alzava portandomi in alto. Prima di pranzo scrissi una lettera d'affari e lessi per una mezz'ora Pascal, ma mi parve freddo. Il suo ritratto sul frontispizio del libro allontanava la mia simpatia; non è così che m'immagino un pensatore, un uomo fatto per trascinare le anime. Non dovrebbe egli avere una gran luce negli occhi?

Verso il tramonto l'afa crebbe a dismisura, il cielo andava coprendosi di nubi; io ero spossata fino all'esaurimento. Quando venne mio cugino mi trovò seduta sotto i rosai accanto alla casa, non avendo nemmeno avuto lena di percorrere il sentiero.

Era forse un po' prima dell'ora solita. Insensibilmente Egli allungava il tempo di stare con me; eravamo entrambi sempre più desiderosi di vicinanza, di comunione, ed era in entrambi una gran voglia di dirci tutto, tutto, fino i pensieri fuggevoli di un istante. Da me a Lui le più semplici parole si vestivano di un fascino misterioso che subivamo insieme, sì che eravamo giunti a intenderci con uno sguardo, con un piccolo movimento del capo. Qualche volta si diceva nello stesso tempo la medesima cosa.

--Soffrite?--domandò prendendomi il polso.

--Siete anche medico?--domandai alla mia volta sorridendo e senza aspettare la sua risposta soggiunsi--No, sto bene.

Stavo in quel momento veramente bene, con una dolcezza che mi allacciava tutta, per cui anche lo spossamento prodotto dal caldo si mutava in un simpatico languore.

--Che cosa avete fatto oggi? tornò a chiedere Egli, riconducendo delicatamente il mio polso sovra i miei ginocchi.

Dovetti rispondere anche questa volta, come tante altre, _nulla_, quantunque fosse così vivo in me il desiderio di potergli raccontare cose grandi e belle. E cademmo nel silenzio, strano silenzio che sembrava crescere in proporzione del desiderio di parlare ma che era tanto dolce, dolce come non saprei dire.

In quello stesso posto, accanto ai rosai, vedevo sorgere lentamente la mia immagine piccoletta in un giorno in cui me ne stavo fra il babbo e la mamma, tutta festosa per un abitino che portavo per la prima volta, chiaro, a piccoli mazzi di ciliegie. Cogliele! cogliele! mi diceva Pietro che passava innanzi e indietro annacquando i fiori. Se mio cugino mi avesse vista allora! E se mi avesse vista quando caddi nel serbatoio dell'acqua per pigliare una farfalla che vi si era posata sopra! E quando trovandomi accanto al cancello col grembialino pieno di nocciuole le diedi tutte a un vecchio mendicante che aveva fame e che intascò le nocciole gettandovi sopra uno sguardo desolato! Il giardino conosceva la mia vita, anno per anno, giorno per giorno, mi aveva vista a ridere, mi aveva vista a piangere, mi vedeva ora immersa in quei pensieri; poveri pensieri senza dubbio, pensieri di donna.... Voltai la faccia per vedere che cosa faceva intanto mio cugino. Egli aveva preso un velo bianco che mi ero levata dal collo nei momenti della maggior caldura e lo teneva fra le mani brancicandolo, mi parve, con una nervosità insolita.

Temetti di averlo annoiato col mio silenzio e gli rivolsi la parola. Egli non mi rispose che con un monosillabo inconcludente. Allora, poichè una corrente fresca aveva rotto improvvisamente l'aria, volli riprendere il mio velo ed Egli me lo cedette a stento, sempre senza parlare, con uno sguardo smarrito che non gli avevo mai visto. L'aria doveva essere molto mutata se, annodandomi intorno al collo il piccolo velo avvertii una sensazione assolutamente piacevole, tanto che lo strinsi e strinsi vieppiù per sentirmelo meglio contro la pelle.

--Il tempo muta, dissi poi, incominciando a provare l'inquietudine di un silenzio troppo prolungato.

Mio cugino sollevò gli occhi, guardò il cielo qua e là, rispose: Può darsi. E per quanto io cercassi alcuna cosa da aggiungere non trovai altro.

Sorgevano intanto i lievi rumori della sera, gli insetti che si ritiravano nelle loro tane, qualche cane che abbaiava in lontananza, qualche foglia che cadeva nella grevezza dell'ora quasi gemendo di avere resistito tutto il giorno invano. Nella casa, il lume portato a mano dall'Orsola vagolava di camera in camera presiedendo i preparativi per la notte.

--Mamma--gridò Alessio dalla soglia dove era stato fino allora a trastullarsi con Pietro--ho sonno.

--Vengo, amor mio.

--Non allontanatevi--disse Lui; e la sua voce era di chi abituato a comandare, prega a fatica.

--Ma è l'ora.

--No, non è l'ora.

--Guardate come è buio.

--È il temporale che si prepara.

--è vero. Che cielo minaccioso!

Restammo cosi qualche istante, incerti, quasi cercando una parola suprema per spiegare una sensazione ignota. Alessio tornò a gridare: Mamma, ho sonno!

--Addio--pronunciai rapidamente levandomi in piedi.

Egli ripetè con una dolcezza penetrante:

--Non allontanatevi.

--Il bimbo ha sonno, siate ragionevole, amico mio.

Dissi _amico mio_, come non dicevo mai, perchè mi parve che in quel momento Egli avesse bisogno di una parola gentile.

Rispose rassegnato: Addio. Io raggiunsi la scala senza voltarmi indietro, seguendo Pietro che portava il piccino già mezzo addormentato.

Quando Alessio fu disteso nel suo lettuccio, quando l'ebbi baciato e ribaciato, tornai in anticamera a domandare a Pietro se aveva accompagnato mio cugino per fargli lume in quella sera tanto buia. Il mio domestico rispose che il signore era già partito e che egli era arrivato appena in tempo a chiudere il cancello.

--Bene--gli risposi--andate pure a coricarvi.

Era veramente ancora presto, non avevo sonno. Pensai di finire la serata leggendo quietamente, ma non trovai subito il libro che cercavo e mi indugiai un poco intorno alla musica, decisa tuttavia a non suonare per non svegliare Alessio. Volli continuare il mio ricamo ma sul gomitolo non c'era quasi più seta. Allora rimasi a lungo ritta nel mezzo della stanza, colle dita intrecciate dietro il dorso, immobile. Non so se mi parve solamente o se davvero qualche cosa di lieve battè intanto contro i vetri. Mi avvicinai alla finestra e l'apersi. Il tempo era sempre minaccioso; mi sporsi fuori sul davanzale guardando giù nel giardino. Dovessi vivere mille anni non dimenticherò mai più la voce che intesi:

--Myriam, sono io, ho bisogno di parlarvi.

--Quale follia--dissi procurando di conservare un tono basso e calmo--che cosa fate ancora lì? Chiamo Pietro; egli non s'è accorto che eravate in casa.

--Non chiamate alcuno; ho bisogno di parlarvi, ve l'ho detto.

Accorgendosi che esitavo, imbarazzata, Egli soggiunse:

--Apritemi, ve ne prego.

Accesi un lume e discesi. Nello schiudere la porta un soffio di vento mi spense la candela così che non potei frenare un piccolo grido. Egli tirò il catenaccio perchè l'imposta non sbattesse e prendendomi la mano mi trasse sulla scala semibuia senza pronunciare una sola parola, guidandosi al raggio della lucerna che usciva dal salotto. Non avevo paura, non potevo aver paura di Lui e tuttavia tremavo. Appena giunti nel salotto mi lasciai cadere sopra una sedia e gli chiesi angosciosamente:

--Che cosa volete?

Oh! ma come avrebbe potuto rispondere? Era pallido, di un pallore azzurrognolo, e i suoi occhi avevano una tale espressione di smarrimento che indietreggiai sbigottita. Egli si pose in ginocchio e nascondendo il volto nel mio abito vi soffocò una parola che non intesi.

Mi sentivo diventar di gelo, colla sensazione di una sofferenza diffusa in tutto il mio essere e poichè la sua testa stava sempre sui miei ginocchi e le sue braccia si alzavano verso di me implorando, mi gettai indietro col busto, irrigidita dal terrore, cercando di sfuggire il suo contatto.

--Vi ispiro tanta ripulsione?--mormorò ancora la sua voce stranamente alterata.

--No, no, ma lasciatemi!--gridai in un impeto di paura, di dolore, di avvilimento.

--Myriam, vi amo.

--Non è vero.

Pronunciai queste parole con una amarezza che lo colpì. Si rizzò in piedi, col volto disfatto, cogli occhi torvi.

--Badate, quest'ora era vostra. Non mi avrete mai più così, mai più!

Chinai il capo sotto la misteriosa minaccia, stringendomi le braccia contro la vita con dei brividi di freddo; nè so quanto tempo passasse. Un lampo venne d'improvviso a rischiarare il buio vano della finestra; allora lo pregai dolcemente di andare a casa.

Ritto e fiero nel mezzo della stanza, sembrava che Egli combattesse internamente una dura battaglia e già piegava ancora verso di me, già aveva una supplica negli occhi.

--Andate, andate, andate.

Io ridissi questa preghiera, cercando l'accento più persuasivo, più fermo e più dolce insieme.

Uscì senza far motto. Lo seguii fino ai piedi della scala, disfatta, reggendomi a stento, udendo con terrore la pioggia che incominciava a cadere.