Part 2
Pensai (pulivo nel frattempo la faccia di Alessio) che quando egli nacque suo padre era a Parigi, secondo il solito; che alle mie ardenti preghiere di ritorno aveva risposto che gli affari lo trattenevano--quali affari, mio Dio?--che poi aveva visto una sola volta suo figlio e che da due mesi mancavo di sue notizie.
--Mi sembrate triste.
--La solitudine è triste.
--Come mai, in compagnia di Pietro e di Orsola?
Oh che cattiveria! Sì, questa mi sembrò una cattiveria e una mancanza di cuore. Presi dal tavolino il mio ricamo e infilai l'ago senza rispondere. Io avevo forse desiderato la visita di mio cugino ed ecco che la speranza tanto rosea si mutava in un'aspra realtà. Ero decisa a non aprire più bocca; fu Lui che prendendo un gomitolo di seta celeste e palleggiandolo nelle mani, disse:
--Ho trovato alla Querciaia un disordine orribile. Mi piace esteticamente quella vecchia fabbrica che ha i muri di una fortezza e sui muri tante rose arrampicanti, e poi io sono sentimentale, sento delle voci arcane in tutti gli angoli della casa dove i miei vecchi sono nati e sono morti; ma, francamente, vi sono troppe ragnatele, troppi topi e troppi usci che non chiudono. Ho impiegato sei giorni, tanti quanti ce ne vollero per la creazione del mondo, a ordinare i libri negli scaffali. I quadri sul solaio mi daranno un da fare grandissimo; io non sapevo di avere tanti antenati alloggiati così male. Mi sento sopratutto mortificato in riguardo di una leggiadra bisavola bella come un amore, con certe maniche corte sopra un braccio idealmente bianco e certe mani... così, come le vostre. Un topo le ha portato via il fazzoletto ch'ella reggeva con due dita; oh come metterei volontieri a quel posto il mio cuore,
Al posto di una trina Un cuore sanguinante....
I versi non sarebbero cattivi, ma sono falsi, il che è peggio. Il mio cuore non sanguina affatto; è giovane, forte e gaio. Farò mettere la mia bisavola, dopo accurati restauri, nel salotto e questo mi pare tutto ciò che si può pretendere da un nipote.
--Un nipote poeta--dissi, avendo potuto durante la sua divagazione rimettermi un poco.--Anche il boschetto di acacie che sta in fondo al mio giardino sa che siete poeta.
--E voi come lo sapete?--chiese sorridendo.
--Non vi è noto che le piante parlano?
--Ah! sì è vero! La quercia disse una volta alla canna: perchè ti pieghi così facilmente al soffio del vento? La canna abbassò la testa mortificata; ma venne un forte uragano, la canna si piegò a tempo e la quercia investita dal fulmine fu gettata a terra.
--Perchè era stata superba!--esclamò Alessio trionfalmente.
--Vedo che la mia favola non è nuova.
--Racconto sempre delle favole al piccino.
--Fate bene. Questi grandi insegnamenti in forma umile si imprimono nella mente e appena che il terreno sia propizio dànno frutti insperati. Quando io avrò dei figli li alleverò con un sistema affatto semplice e patriarcale, tuttochè ispirato ad una moderna libertà di concetti. Molti complicano l'educazione con una infinità di pratiche inutili, spesso nocive, mentre sarebbe così facile educare nel sentimento del bello e del vero.
--Io prenderò presto un buon precettore per Alessio.
--Ma dove lo prenderete? Una buona madre è rara, un buon padre più raro ancora, un buon precettore quasi introvabile. Vi consiglierei di stare al minor danno.
--Che in questo caso sono io?...
--Appunto; oh! ma un danno così minimo....
Egli pronunciò queste parole con una dolcezza che mi commosse.
--Sono troppo ignorante, è vero.
--Non occorre neanche una grande cultura per allevare un fanciullo e farne un uomo. Quando si ha un'anima come la vostra si arriva a tutto per sola forza d'amore.
Aveva detto: _un'anima come la vostra_. Conosceva Egli la mia anima? Questo dubbio mi turbò, ma per un solo istante: la confidenza rinacque subito al suono della sua voce leale, al contatto delle sue idee elevate sempre, anche quando non erano gentili.
--Dovreste leggere un po'.
--Oh! sì, volontieri!--esclamai con impeto.
Egli stette in silenzio, meditando, con un baffo chiuso fra l'indice e il pollice. Sembrava aver dimenticato dove si trovasse ed io mi guardavo bene dal disturbarlo perchè sentivo che anche senza parole la sua compagnia era preziosa.
Finalmente disse:
--Vi porterò io qualche libro.
Si alzò per partire.
--Non state più tanto tempo senza lasciarvi vedere, ve ne prego.
--Dipenderà dal caos in cui mi sono cacciato. Vi immaginate voi ch'io possa fare le cose a mezzo? La Querciaia è da rifare e bisogna rifarla. In questi paesi non si hanno gli operai che si vogliono e in molte faccende conviene ingegnarsi da sè. Conoscete un buon falegname, per esempio?
Discorrendo lo avevo accompagnato fino all'uscio. Una ondata di sole entrò dalla porta aperta e Alessio si pose a battere le mani.
--La primavera è venuta--disse Lui--non fiorisce ancora il vostro giardino?
--Oh! appena qualche giacinto. Andiamo a vedere.
Discendemmo lo scalone tutti e tre e quando fummo nel viale mio cugino si fermò a guardare il giardino ancora brullo ma colle aiuole già smosse, preparate per la seminagione.
--Sapete che è una posizione magnifica questa?
--Non c'è male, abbiamo fin troppo sole.
--Fra quindici giorni tutto sarà sbocciato qui; la Querciaia invece è in ritardo. Ah! ecco il boschetto chiaccherino che divulga i segreti....
Eravamo presso alle acacie e ci mettemmo a ridere discretamente, con un intimo accordo che era tutto una dolcezza.
--Quando i rami saranno verdi tornerete qui ad ispirarvi.
--Non ho più tempo ora di fare versi.
--Ma di essere poeta sì? Ho sempre pensato che si può essere poeti senza scrivere versi.
Egli mi guardò in un modo intenso e scrutatore, contento e quasi un po' sorpreso di quello che avevo detto, come se superassi in quel momento una sua segreta speranza. E l'aria intorno era divina, rotta da lievi ondate di profumo che venivano dai giacinti.
Alessio correva innanzi e indietro per il viale.
--Alessio! non correre tanto, ti farà male.
--Credete davvero che gli possa far male--disse mio cugino--o non subìte voi pure l'impressione di tutte le donne, le quali sentono istintivamente il dovere di occuparsi dei loro figli ma non avendo lena di cercare ciò che potrebbe essere il loro vero vantaggio, si appigliano alla lezione più comoda e più vicina?
--O vicino o lontano ciò che interessa i nostri figli non è sempre il nostro dovere?
--Soave Mentore, mi inchino alla vostra saggezza, ma non abbiate paura della corsa. Essa è una preparazione alla vita.
Si levò il cappello per salutarmi e siccome io andava cercando qualche altra parola prima di decidermi a quella di congedo, vedevo la sua testa scoperta nel nimbo della luce e i suoi capelli che la brezza sollevava con una morbidezza di mano amante. Non so perchè, ma trovavo una soavità rara nel vedermelo davanti in quella attitudine di rispetto, sì che la prolungai, dando forse anche a lui una sensazione indefinita di piacere che mi parve di scorgere riflessa ne' suoi occhi.
E ancora, come la prima volta, la sua visita mi lasciò uno strascico di gioia, una pienezza di idee, di orizzonti nuovi. Qualche cosa di simile lo avevo provato nella mia primissima gioventù, risanando da una grave malattia. Era, come allora, un risveglio di tutta la mia sensibilità, un accorrere di forze e di desiderî verso una vita nuova, o precisamente un incominciare a vivere.
Per quanto volessi indagare nelle mie più lontane memorie non avevo mai conosciuto nessuna persona che somigliasse a mio cugino; nessuno mi aveva mai parlato nel modo che parlava lui.
Veramente chi avevo io mai conosciuto oltre il mio povero padre quasi infermo, i nostri contadini, qualche amico visto ben di rado, il dottore, il curato e mio marito?
Lontanamente nella mia infanzia si delineava il ricordo di un vecchio signore che veniva qualche volta in casa nostra e che mio padre chiamava un uomo superiore. Mi restò in mente questa parola per aver udito mio padre che diceva alla mamma, in seguito ad una contesa di parenti: "Ascoltiamo i consigli di*** che è un uomo superiore." Da allora in poi mi misi a considerarlo attentamente tutte le volte che veniva e mi restò impresso, più che il suo volto, l'espressione di esso: certi movimenti di sdegno, certi altri di pietà, sopratutto una attitudine costante di slancio e di distacco dalla terra.
Non potrei dire che mio cugino somigliasse al signor***, molto più che mio cugino era giovane e bello e il signor*** aveva i capelli bianchi e le guancie infossate, ma pure se c'era un paragone possibile io dovevo risalire fino a lui e ricordarmi la profondità di quegli occhi, la luce di quel sorriso. Tutti gli altri uomini e donne, entrando in una casa chiedono: Come va la salute? Poi discorrono del tempo, del caro dei viveri, della epidemia dominante, dei fatti dei vicini e dell'ultimo morto.
In collegio mi avevano parlato, è vero, degli eroi greci e romani e in chiesa dei nostri santi martiri; avevo anche letto in una Antologia classica gli squarci dei migliori poeti, ma tutta questa gente era così lontana da me che io non la potei mai rivestire di carne e di ossa, nè pensare mai che fossero miei simili.
Quando mi presentarono l'uomo che dovevo sposare mi parve, nella limitazione de' miei confronti, quasi perfetto. A me, povera fanciulla ignara, la sua disinvoltura di giovinotto elegante fece molta impressione e poichè mi faceva regolarmente la sua corte credetti che mi amasse. Forse, chi lo sa! mi avrà amata allora--quantunque io abbia compreso di poi che quello non poteva essere il vero amore. Nemmeno un anno egli stette con me; si annoiava della mia compagnia e della solitudine campestre e appena ebbe la certezza del bambino che doveva nascere tornò alle sue abitudini di società mondana e di viaggi. Mi aveva promesso di darmi un appartamento in città per passare assieme almeno l'inverno, ma se ne schermì sempre o con una scusa o coll'altra; così senza scissure e senza ragioni il nostro matrimonio si era quasi sciolto. Sulle prime avevo pianto assai e assai pregato; mi ero umiliata a confessargli che non potevo vivere a quel modo, ma poi non so come, la calma era venuta.
La mia salute molto delicata (uno dei pretesti che egli accampava per non condurmi in città) mi fece quasi trovare una felicità in quello stato di rinuncia e mi ero fossilizzata così senza rimpianti e senza desiderî. Mio figlio e i due vecchi domestici formavano tutta la mia famiglia. Quante sere d'inverno ho passate con Alessio addormentato in grembo e l'Orsola che mi raccontava per la centesima volta le nozze de' miei genitori! Anche Pietro mi ridiceva gli aneddoti del tempo passato; uno de' suoi favoriti era quello dei miei cinque anni, quando egli mi aveva persuasa che si prendono i passeri ponendo loro un granello di sale sulla coda ed io uscivo in giardino colle tasche piene di sale. E rideva, rideva ancora il buon uomo!
Dicendo a mio cugino che vicino a noi non c'era nessuno avevo dimenticato le due figlie del defunto dottore, zitelle di quarant'anni che non essendosi mai allontanate l'una dall'altra venivano insieme qualche volta a trovarmi. Mi tendevano la mano, senza staccare il gomito dall'anca, così tutte chiuse e raccolte nella loro persona che mi davano l'aspetto di cartocci vuotati per un misterioso processo senza essere stati aperti. Parlavano pure sempre insieme, a mezza frase ciascuna, quasi sorreggendosi scambievolmente. Erano brutte, povere, non avevano mai avuto una gioia nella vita, ma essendo stata la loro madre bella ed elegante vivevano all'ombra della sua memoria non senza un certo orgoglio. Si parlava di cintura sottile: _come la mamma:_ diceva l'una; e l'altra: _ne abbiamo ancora la misura in un corpetto di raso._ E la prima: _bianco._ A cui la seconda soggiungeva: _fu quando la dichiararono regina della festa._ E sorridevano tutte e due beatamente, stringendo le braccia esili contro la vita grossa.
Ma poi non c'era proprio altro per dieci miglia intorno.
Aspettavo dunque con impazienza la terza visita di mio cugino.
Egli non venne così subito e mi fece avere invece un pacco di libri con un biglietto "Vi mando i pensieri che io amo." Non diceva altro quel biglietto eppure mi pareva che contenesse tante cose.
Usciva da esso la sua voce sonora, imperiosa, il suo sguardo scrutatore, la sua anima così fuori dal comune. Non c'era in quella breve riga una sola parola gentile, non un accenno affettuoso, ma era tutta una gentilezza di concetto o tale mi parve, pensando che le idee elevate erano ciò che Egli amava più che tutto al mondo e facendone parte a me così umile ed oscura, mi dava la maggior prova di simpatia ch'io avessi mai ricevuta. Compresi allora più che mai la vacuità delle solite frasi, dei complimenti superficiali e sentii l'umiliazione di essermene qualche volta compiaciuta.
Una grande gioia calma e serena mi innondava il cuore. Quale oscuro destino o quale Dio veggente mi inviava la consolazione? Perchè veramente ciò che provavo era questo: una consolazione. Sorgeva in me lentamente un'altra me stessa, una parte di me che avevo dimenticata e che veniva a completarmi, quasi una persona creduta morta che ci gridasse un giorno aalle spalle: sono qui.
Come avevo potuto fino allora vivere di nulla al pari di una farfalla? Mi sembrava ora che il mondo fosse pieno di tante idee, di tante bellezze ignorate, di tante gioie austere e forti ed anche di sorrisi più intensi, più alati, più profondamente dolci di quelli a cui ero avvezza. Che cosa mi avevano annunciato tutti gli aprili della mia vita se non il ritorno dei fiori? Ed ecco che questo aprile novo mi recava un tributo di ricchezze spirituali non mai sognate.
Mi posi subito a leggere i libri di mio cugino, dapprima con qualche difficoltà, poi meravigliata di comprendere e di gustare anche problemi che una volta mi sarebbero parsi ardui e privi di interesse. Erano pagine di poeti, di pensatori, di anime calde ed elevate. Erano, strano a dirsi, rivelazioni di idee che avevano tratto tratto gettato un baleno nel mio spirito, come raggi che passano davanti e dileguano, come astri intraveduti in un lontano cielo ai quali non si crederebbe possibile di arrivare. Ed erano amici, amici nuovi e sicuri che mi si mettevano a lato, ora facendomi sorridere, ora facendomi riflettere, pungendomi, spronandomi, sempre con quella deliziosa sensazione di completamento, di linfa saliente su per i rami, che colma e che matura.
Prima assai del tempo--come aveva detto Lui--i rosai del mio giardino spuntarono tutti. La festa dei colori e dei profumi era intensa. Io e Alessio non potevamo più stare rinchiusi. L'Orsola, sofferente di reumi, mi ammoniva talvolta ma io non avevo più una fede cieca nella sua sapienza e correvo alla voce della primavera che mi chiamava all'aperto.
Alessio era felice al pari di me. Ruzzolandosi nella sabbia formava una cosa sola col palpito della terra, colle piccole vite dei bruchi e dei moscerini, coll'erba che cresceva, col gattino suo compagno di corse e di capitomboli, e sostando finalmente nella breve ombra dei rosai intuonava la sua canzone "M'alzo col sole" alla quale mi univo io pure con una voce trillante che faceva dire all'Orsola: Badi, si piglierà una raucedine.
Mio cugino mi sorprese un mattino della seconda metà di aprile inginocchiata nel mezzo di una aiuola, con un grembiale bianco, le mani coperte di vecchi guanti, intenta a spogliare i rosai dai bruchi che minacciavano di devastarli. Diventai molto rossa quando lo vidi e sorgendo lesta in piedi volli scusarmi per la volgarità di quella occupazione.
--Non trovo che sia una occupazione così volgare; lo è molto meno del chiacchierare senza scopo.
Mi venne allora la persuasione che egli avesse un po' di quello spirito ribelle che si piace a contraddire; volevo vedere tuttavia come avrebbe sostenuto il suo asserto.
--È ideale forse questo mucchio di bestioline che si contorcono l'una sopra l'altra?
Scossi intanto per terra la lama del vecchio coltello che mi aveva servito a raccogliere i bruchi, non senza nascondere un intimo ribrezzo.
--Qualunque azione è ideale se ha per scopo l'ideale. Chi ha maggior diritto di vivere secondo voi, il bruco o la rosa?
Esitai un istante, levandomi i guanti brutti di terra, poi dissi:
--L'uno e l'altra.
Egli ebbe un movimento di impazienza e soggiunse precipitando le parole:
--Allora perchè distruggete i bruchi?
--Perchè mi distruggono le rose.
--Dunque? Sì, il silenzio vi sta bene colla testa leggermente piegata e lo sguardo pensoso che indovino di sotto le palpebre, ma vi prego di rispondere a questo quesito importantissimo: Chi ha maggior diritto di vivere?
--Io vorrei che i bruchi non distruggessero le rose per poterli salvare anch'essi. Ecco.
--Io vorrei! Io vorrei! Bel modo di rispondere a un interrogativo così preciso con un condizionale così vago. E pretendete di ragionare!
Il suo accento era canzonatorio, ma non troppo. Risposi in tono conciliante:
--Capisco, voi volete dire che dal momento che bisogna scegliere conviene scegliere il meglio. Ma chi mi assicura che in tal caso il meglio sia la rosa? Non è forse il mio egoismo che me lo suggerisce?
--Vedete un po' che razza di filosofo mi sbuca fuori da queste gonnelle!--esclamò Lui con una specie di allegrezza della quale mi sfuggiva il significato ma che trovavo assai dolce.--Tenete bene a mente che la rosa ha per sè la sua ragione di trionfo perchè la rosa è la bellezza.
Avendo in quel medesimo istante spiccato un bocciolo me lo battè scherzosamente sulla spalla. Io mi rizzai e fingendo un tono di offesa dissi, scandendo le sillabe:
--_Nemmeno con un fiore!_
Egli afferrò subito l'allusione, rise, e poichè la frase citata trovavasi in uno dei volumi che mi aveva mandato, questo ci servì di passaggio a un altro ordine di idee.
Improvvisamente dissi (mi ero giurata di tacerlo, e non so come mi sfuggì):
--Perchè siete stato tanto tempo senza lasciarvi vedere? La Querciaia è ancora in disordine? Avete trovato il falegname?
--Il falegname!--fece Lui come uno che cade dalle nuvole.
--Sì--risposi umilmente, già pentita--me ne avevate chiesto uno.
--Ah! E voi credete che io doni il mio tempo a simili cose?
--Mi diceste pure che il riordinamento della Querciaia vi occupava assai.
--E mi occupò. Ma posso occuparmi più di dieci o dodici giorni di mobili, di muri e di travi maestre?
Seguì un lungo silenzio.
--In questi giorni--Egli disse, dopo una leggera esitazione--io pensai dei poemi!
Una grande soggezione mi prese ancora, come la prima volta che lo avevo veduto, e temendo sopratutto di dire una sciocchezza tacqui. Egli parve per un po' di tempo non accorgersi neppure della mia presenza. Sfogliava distratto la rosa che aveva côlta dianzi disseminandone i petali sulla sabbia, così lontano da me che me ne sentii quasi ferita. Alla fine, per quella delicata abitudine di uomo a modo che stringeva dappresso la sua natura indipendente e selvaggia fece con uno sforzo ritorno alla conversazione.
--Cavalcate voi qualche volta?
--No, mai.
--Io ripresi questo esercizio da che sono tornato; mi piace immensamente, mi riposa.
--?
--Ve ne meravigliate? Capisco anche questo, ma vi assicuro che per me è un riposo. Sono stato ieri al campo delle croci.
--Fin là!
--Prendendo la via più malagevole.
--Ma perchè?
--Per amore delle difficoltà. Figuratevi che giunto al Passo del cervo trovai il ponte rotto e piuttosto che retrocedere, saltai....
--....il Passo del cervo??
--Sì.
Un gran grido di orrore fu la mia risposta alla confessione di una simile temerità. Il Passo del cervo è il punto più difficile delle nostre montagne, un burrone spaventevole, un abisso senza fondo.
--Sapete che nessuno lo ha mai fatto, nessuno?
--E questa la bellezza.
Egli disse ciò con una gioia tranquilla e profonda, collo stesso accento semplice col quale pochi istanti prima aveva proclamato che "la rosa ha in se stessa la sua ragione di trionfo perchè la rosa è la bellezza."
Che cosa intendeva Egli dunque per bellezza? Quale significato misterioso racchiudeva per Lui questa parola comune? Io vedevo bene che non c'era ombra di vanteria ne' suoi discorsi, che tutto ciò che Egli faceva e diceva, se pure aveva rispondenza con una intima nota di orgoglio, non era affatto da confondersi colla volgare superbia e colla vanità impotente. Gli dissi:
--Voi disprezzate la vita?
--Tutt'altro! pensate, è il nostro maggior bene; o per lo meno è il mezzo indispensabile per raggiungerlo. Ma si devono fare tutte le cose che si _sentono_.
--Anche un pazzo può sentire il desiderio di precipitare da una finestra--esclamai.
Ed Egli molto pacatamente:
--Si capisce. Seguirebbe con ciò la sua vocazione pazzesca e si ucciderebbe, la qual cosa, non potete negarlo, sarebbe un bene per lui e per la società. Ma io non mi sono ucciso ed è questa la mia ragione.
Siccome tenevo la testa bassa, poco convinta, Egli mi prese la punta delle dita con somma dolcezza e continuò evidentemente felice di dovermi combattere su quell'argomento:
--Cugina, cugina, sempre le vostre idee tarlate. Anzitutto voi pensate che io possa morire. È possibile?--(sorrise tanto leggiadramente intanto che non lo credei possibile neppure io).--E poi, ammettiamo l'assurdo, se io fossi caduto in fondo al Passo del cervo con quale diritto mi si sarebbe compianto? Io sono solo, libero, non amo, non sono amato, la mia vita mi appartiene e chi sa, chi può indovinare, chi si arrischierebbe a dire che l'istante di ebbrezza da me provato nel varcare l'abisso non valesse più di venti o trent'anni spesi a rialzare le spalliere del mio giardino? Credete che il valore di una esistenza sia raccolto nella sua lunghezza? E se io non potessi dare più nulla al mondo, se l'anima mia avesse esaurita la sua forza, se l'ideale a me concesso fosse già stato raggiunto, non è ancor meglio precipitare dalla cima di un monte piuttostochè morire per un cancro o per una risipola?
--Basta, basta--implorai--mi fate male.
E mentre Egli mormorava a fior di labbro:--Ecco come sono le donne!--io, più che al pericolo corso, pensavo adesso alle parole: _non amo, non sono amato:_ che mi avevano dato un tuffo nel sangue e non so quale ignoto ardore, come un misterioso bisogno di colmare quella solitudine superba, di obbligarlo a scendere da quei regni inaccessibili del suo pensiero e mescersi cogli altri uomini ed essere uomo.
Come più vivo sentii quel giorno il vuoto della sua partenza! Lo sentii con una acuta nostalgia di tutto il mio essere, con un sentimento crescente del nulla in cui vivevo, in cui ero sempre vissuta. Senza padre, senza marito, senza fratelli, il mio cuore riposava nell'amore per il mio piccino; ma accanto a questo amore fatto di protezione e di rinuncia, quali nuovi diritti si ergevano imperiosi a domandare la loro parte? Una aspirazione di vita superiore mi dominava come sola meta degna, quasi il perchè di una esistenza che avevo fino allora sciupata meschinamente senz'alcun frutto. Il desiderio di essere come Lui, di somigliargli almeno, divenne in breve il bisogno più ardente della mia anima.
Nello stesso tempo un dubbio mi rodeva, sottile. Quale opinione aveva Egli di me? Come mi trovava in confronto delle tante donne che aveva dovuto conoscere? Ripensavo ad una ad una le sue frasi, le sue parole, e per una parte mi confortavo, per l'altra mi pareva che egli mi tenesse a distanza, che diffidasse; d'onde un affannoso desiderio in me di rivelarmi, di fargli sapere quali tesori di ammirazione e di affetto conteneva il mio cuore e come Egli avrebbe potuto disporne per crescere una seguace al suo ideale.