Part 1
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MILANO, MDCCCXCVII
L'AMULETO
ROMANZO DI NEERA
MILANO L. F. COGLIATI, Editore 1897.
Tip. Editr, L. F. Cogliati Sezione nel Pio Istituto pei Figli della Provvidenza Piazza Filangieri, 3.
Diritti di traduzione riservati all'autore
L'AMULETO
Quando morì carico d'anni e d'onori il generale Maurizio di Rocca Tournion, un piemontese di vecchia razza che aveva fatte le sue prime armi in Crimea e diventò poi tanto celebre nelle guerre fortunose della nostra indipendenza, i suoi eredi che erano parenti lontani, si divisero le suppellettili del suo piccolo appartamento da scapolo. Ad uno di essi toccò fra le altre cose un astuccio di una forma bizzarra in cuoio lavorato, evidente provenienza di qualche bazar di Oriente. L'astuccio era largo poco più di un palmo, chiuso con un cordoncino di seta stinta ed emanava un profumo misto di essenza di rosa e di tabacco fino. In un angolo dove gli arabeschi del cuoio avevano lasciato un breve spazio, erano state impresse a secco due spade incrociate sormontate da una rosa. Fra il raso della fodera c'era un manoscritto, un centinaio di foglietti di carta sottile, resistente, coperti con una di quelle calligrafie nervose non larghe nè alte come porta oggi la moda, ma spezzate, minute, eppure non prive di una intima eleganza che noi dobbiamo cercare, per farcene una idea, nelle lettere delle nostre bisavole. Il testo era in francese. Poche note a matita traversavano i margini--scritte queste dalla mano pesante del generale. Del generale era pure un foglio congiunto al manoscritto a guisa di prefazione e di schiarimento; prova che il defunto ci teneva e che se avesse pensato a fare testamento, il misterioso manoscritto avrebbe avuto probabilmente una destinazione diversa che non quella di cadere sotto gli occhi del pubblico.
Ma ecco senz'altro le parole del generale. "Avevo vent'anni. Sotto le mura di Sebastopoli la vita andava con un treno d'inferno: guerra, gioco e vino. Ci si coricava senza sapere se al domani si avrebbe potuto fare lo stesso, incerti d'ogni ora, d'ogni minuto, avendo la morte sulla soglia e bivaccando nelle nostre tende con una spensieratezza fatalistica per cui qualcuno di noi perdeva in una notte metà della sua sostanza. Nessuno pensava all'avvenire. La punta delle nostre baionette, la bocca dei nostri cannoni, tutto era lì. Il mio capitano salutava sempre l'alba con queste parole: Buon giorno, madama Morte, è oggi che mi prendi?
"Io non ricordo nella mia vita un tempo più pazzo e più eroico di quello.
"Un giorno, in un periodo di tregua, il pranzo che ci accolse tutti insieme per festeggiare l'onomastico del nostro colonnello prese, dalla solennità della circostanza e dal momentaneo riposo, un carattere di ricevimento mondano che fece penetrare sotto la tenda un soffio della patria lontana, delle nostre famiglie, delle abitudini care e signorili della nostra infanzia. C'era un mazzo di fiori sulla tavola, se non mi sbaglio; ma quello di cui sono sicuro, è che un sottotenente lesse dei versi. Avendo perduto la sera prima fino al mio ultimo soldo mi trovavo nella migliore disposizione per fare dei brindisi e non a parole soltanto.
"Col crescere dell'allegria i discorsi si portarono sulle donne. Io, avendo già molto brindato alla salute del colonnello, mi trovavo sprovvisto di argomenti sentimentali e inforcai lì per lì un tema sulla inferiorità della donna sostenendo che non sa amare se non in un modo meschino, gretto e privo di poesia. Lanciai anche con molta energia e discreta fortuna alcuni aforismi di questo genere: L'amore della donna è come la spuma dello sciampagna, se non si beve subito ricade sul piede del calice. La donna non ama che per vanità, per trovare una conferma della sua bellezza. La donna ecc. ecc.
"Ero all'apice de' miei trionfi oratori, quando mi accorsi di un personaggio che non avevo visto prima; me ne accorsi per la profonda tenacia dello sguardo che teneva fisso su di me, con una espressione inquietante, dove si poteva leggere tanto la disapprovazione quanto una non celata simpatia. E veniva quello sguardo dagli strani occhi bizantini, pieni di mistero, nerissimi, di un vecchio aitante nella persona, altero nel portamento, con una occulta sovranità di pensiero che si tradiva nel gesto regale, nella maestà tranquilla degli atti, nel corruscare delle pupille.
"Domandai al mio vicino chi fosse quell'ignoto commensale, ma non me lo seppe dire o lo dimenticai. In realtà dimenticai molte altre cose di quel pranzo memorabile. Dopo il cognac noi giovani formammo un gruppo a parte e quando mi mossi non vidi più al suo posto il vecchio dagli occhi nerissimi; tuttavia, forse per una allucinazione della mia mente esaltata, mi pareva che qualche cosa di luminoso fosse rimasto al di sopra del suo posto vuoto.
"Il giorno dopo stavo fuori della tenda, non ancora perfettamente snebbiato dai fumi della sera prima ed ero malinconico. Pensavo a mia madre; mi pareva di vederla nella sua poltrona di velluto verde, così bella ancora e così interessante nel suo pallore di donna delicata, volti il cuore e la mente all'unico figlio che adorava e che si trovava tanto lontano. Per la prima volta la morte mi si presentò sotto il suo terribile aspetto di divisione eterna. Potevo morire senz'aver riveduto mia madre, e lasciarla sola nel mondo, sola a piangermi! Tenevo il gomito appoggiato sul ginocchio e la fronte sulla mano, per cui non Lo vidi avvicinarsi, ma Egli mi raggiunse, e mi toccò sulla spalla--Egli, il vecchio.
"La stessa espressione di rimprovero triste e dolce stava sul suo volto. Mi alzai di botto, quasi obbligato a mettermi in una attitudine di rispetto davanti a quell'uomo singolare.
"--Fanciullo--Egli disse con voce tenera e grave--ieri voi avete bestemmiato.
"--È vero,--risposi, chinando la testa perchè nel ricordare i discorsi del giorno prima sentivo salirmi una vampa di rossore.
"Il vecchio sempre tenero e grave, senza mostrare di accorgersi del mio turbamento, soggiunse:
"--Siete così giovane!
"Queste erano le parole di mia madre. Sì; ella pronunciava spesso le identiche parole passandomi nei capelli la sua mano sottile. In quel momento, già disposto dai pensieri precedenti, ebbi un brivido. Non ho vergogna a confessarlo; ero commosso, come preso nella rete di un fascino sopranaturale.
"--Pensate a vostra madre?--soggiunse Egli con una penetrazione che già non mi meravigliava più.--È in suo nome che vi prego di accettare questo ricordo. Nei nostri paesi si crede ancora alla virtù degli amuleti.
"Mi porse il piccolo astuccio di cuoio contenente il piccolo manoscritto; e siccome io guardavo dubbioso ora il dono ed ora il donatore, disse:
"--La storia che leggerete in questo manoscritto è assolutamente vera. Non mi chiedete il nome dei personaggi, nè il luogo, nè il tempo; questo non vi occorre. Occorre a voi sapere che in tal modo amò una donna.
"Pronunciate queste ultime parole si allontanò così rapidamente che non potei soggiungere nulla e rimasi col curioso amuleto tra le mani, ricordo materiale di una avventura che altrimenti mi sarebbe parsa un sogno. Aspettai invano di rivedere il misterioso vecchio. Il giorno seguente si riprese l'attacco della fortezza e non pensai più a lui, cacciando l'astuccio di cuoio in fondo al bagaglio.
"La prima persona che lesse l'anonima storia raccolta in questi fogli fu mia madre. Io la posi sul suo grembo il giorno del mio ritorno ed ella mi disse poi che ne era rimasta molto colpita e commossa. Si fecero insieme delle induzioni, ma senza poter stabilire precisamente nulla, nè sulle persone, nè sui luoghi, nè sul tempo. Dopo tutto il vecchio aveva ragione. Che cosa importa?"
Il Manoscritto
So il mese--era febbraio--e la giornata:--una giornata splendida--e l'ora. Era l'ora in cui il mio salotto divampa così stranamente colle sue cortine di seta rossa di contro al sole e i mobili cupi, quasi austeri, sembrano animarsi di un occulto ardore in quella atmosfera di fiamma.
Mi trovavo in piedi accomodando dei fiori in un vaso; il mio piccolo Alessio, seduto sul tappeto cantarellava colla sua vocetta tanto commovente:
M'alzo col sole della mattina, mando una prece dal core a Dio.
--Alessio--gli dissi--sta zitto un momento; mi sembra di aver udito dei passi.
--Sarà Pietro.
--No, non credo che sia Pietro. Aspetto nostro cugino, sai, il signore della Querciaia. Sarai gentile con lui, nevvero?
--Mi piace la Querciaia--riprese il mio bambino--perchè vi sono tanti uccelletti sulle piante.
In quel momento Pietro sollevò la portiera e Lo introdusse.
Questo mio parente non lo avevo mai veduto. Egli era stato prima in collegio, poi all'estero; ricordavo sua madre morta l'anno prima e che era una angelica creatura, ma di lui non avevo mai visto neppure un ritratto. Solo mi era giunta la fama del suo ingegno ed era questo che mi preoccupava un poco. Abituata ad una esistenza meschina, sempre sola col mio bimbo, con Pietro e colla vecchia Orsola, lontana da qualsiasi centro intellettuale, da qualsiasi parvenza di società, che cosa avrei detto a questo giovane culto e distinto?
Per fortuna, siccome mi trovavo già in piedi a mezzo del salotto, non fui molto impacciata nello stendergli la mano e Alessio che si alzò subito e venne a nascondersi fra le mie gonne mi fornì l'argomento del discorso.
Così di primo acchito non posso dire che mi fosse riuscito nè simpatico nè antipatico, ma certo mi parve non comune e guardandolo bene lo trovai bello di una bellezza fiera e delicata insieme.
Egli pure mi guardò senza spavalderia con un'attenzione minuziosa e seria.
Di mio marito non disse una sola parola. Sapeva senza dubbio che egli viveva quasi sempre lontano da me, ma avrebbe potuto chiedermi sue notizie; almeno mi parve che dovesse farlo. Mi domandò invece come passavo il mio tempo e se leggevo. Leggere? Ciò mi sorprese un poco. In realtà guardandomi attorno, non vedevo alcun libro nel mio salotto. Mio marito aveva dei libri nella sua camera, ma non mi ero mai interessata di sapere che cosa fossero. Gli dissi che Alessio mi occupava molto, che cucivo tutti i suoi abiti e coltivavo anche discretamente i fiori del mio giardino; poi facevo i conti di casa con Pietro e ripassavo la guardaroba insieme all'Orsola.
--Tutta la vostra vita è qui?--chiese Egli con un accento che mi parve racchiudesse un recondito disprezzo.
--Ho anche i miei poveri.
--Ah!
Dopo questa esclamazione fatta in tono reciso e freddo comprese forse di aver sbagliato, perchè si affrettò a dirmi qualche cosa di gentile, chinandosi ad accarezzare il mio bambino.
--Vicini non ne abbiamo, nevvero?
--No. I soli vicini siamo noi due.
Sorrisi dicendo così ed Egli pure sorrise rivelandomi una espressione nuova del suo volto e della sua anima. In quel momento non sentii più soggezione e mi sembrò allora che egli fosse proprio mio parente.
--Siamo i soli vicini di campagna, e siamo anche i soli nella famiglia. Ci deve ben essere qualcun'altro, uno zio, credo?...
--Sì, che ha fatto un cattivo matrimonio. Sua moglie si è comportata molto male con noi. È una donna ambiziosa e invidiosa; fa apposta a venire nella nostra chiesa alla domenica per umiliarci e per costringerci a cederle il banco che....
--Di grazia, lasciamo queste volgarità. Cara cugina, nè a me nè a voi non devono interessare affatto. Vi pare?
Arrossii a queste parole, rammentando quante volte avevo tenuto quel discorso con Orsola. Egli ebbe il buon gusto di non accorgersene e gliene fui immensamente grata.
Poi incominciò a parlare de' suoi viaggi. Siccome io ne presi occasione per deplorare la mia vita solitaria dicendo che nei viaggi si imparano molte cose, Egli soggiunse:
--Le sole cose necessarie a sapersi si possono imparare in qualunque solitudine. I viaggi aggiungono certamente qualche dote allo spirito ma non è l'importante. L'importante è sempre dentro di noi.
Anche questo mi sorprese. Io non mi sarei mai immaginata che un uomo della buona società osasse contraddire così apertamente una signora alla sua prima visita.
--Resterete per un po' di tempo alla Querciaia?
--Per molto tempo. Potrò anche stabilirmivi se per esempio trovassi una donna ideale, una moglie degna di me.
Spalancai gli occhi senza dir nulla, ed Egli soggiunse con quel suo sorriso che rendeva dolce qualsiasi parola, come se vi gettasse sopra una luce:
--Vi sembro orgoglioso? ma bisogna essere orgogliosi, è il principio di tutte le virtù.
--Ho sempre inteso dire il contrario. È l'umiltà che è virtù.
--Errore, errore.
Si accorse di avermi scandalizzata e disse subito:
--Noi dobbiamo almeno conoscere le nostre forze, di questo converrete; sopratutto quando si tratta di scegliere il compagno o la compagna della intera vita. Vi sembra bella l'umiltà che ci fa accettare un essere indegno di noi, nostro inferiore, che ci darà dei figli dei quali forse dovremo arrossire?
Guardai con angoscia il mio Alessio, tanto bello e tanto buono. Il piccolo amore, essendosi accorto del mio sguardo pieno di tenerezza e di terrore, mi tese i suoi braccini ed io me lo strinsi al seno con un impeto straordinario.
--È carino questo fanciullo--disse Egli posandogli una mano sulla testa--ma ecco che i vostri occhi scintillano di orgoglio materno; cara cugina, non avete paura di far peccato?
Avevo voglia di ridere e di piangere insieme. Mi sentivo un gruppo alla gola e un formicolio nelle vene, come se vi si fosse infiltrato un licore nuovo.
--Del resto--mormorò crollando il capo, quasi rispondendo a un invisibile interlocutore--è naturale che sia così.
--Voi dovete giudicarmi molto sciocca e molto semplice.
--Semplice sì, sciocca no.
Come mai questa asserzione che non conteneva il più lontano complimento, che era appena educata e niente più, mi riempì di uno strano giubilo? Avevo forse bisogno che venisse lui ad assicurarmi che non ero sciocca? A buon conto ripresi:
--Ma le persone semplici non vi devono piacere molto.
--Avete ragione, non molto.
--Grazie.
--Non c'è di che. Vi ho voluto dimostrare i pericoli della semplicità. Potete immaginarvi che io mi lasci sfuggire nessuna occasione per insegnare quel poco che so alle persone che mi interessano?
--Ma io--risposi prontamente--mi rifiuto a ispirarvi il benchè minimo interesse.
--Ciò non sta in voi.
--E perchè?
--Perchè la simpatia è affatto libera. Vi è permesso di chiudermi la vostra porta (mi darete anzi a questo proposito i vostri ordini formali) ma non potete impedirmi di pensare a voi e di adoperarmi per il vostro bene.
--Mi sembrate un originale.
--E sia. Vedete che non mi offendo. È già un buon principio per restare amici.
--Io, se dovessi avere un amico vorrei che fosse principalmente buono e poi affezionato, devoto e compiacente anche, disposto a sopportare i miei difetti--perchè non è questo il maggior pregio dell'amicizia: compatirci reciprocamente?
--Ho il dispiacere di dovervi contraddire ancora. Direte che la colpa è mia, ma ciò non mi impedirà di pensare che è vostra. Cara cugina, avete delle idee orribilmente tarlate. Pare impossibile che una così graziosa testolina racchiuda un simile museo di ferravecchi.
--Come? La bontà, la devozione, la fedeltà, la tolleranza, la compiacenza...
--...la gentilezza, la pazienza e aggiungiamone pure ancora una mezza dozzina, delle vostre virtù, vedete che le conosco; ebbene non sono queste le qualità della vostra cameriera (come si chiama? Brigida, mettiamo) e di quell'ottimo Pietro che venne ad aprirmi l'uscio e che si ricorda di avermi visto piccino?
--Orsola e Pietro--esclamai quasi ferita da quella punta di ironia che sembrava colpire queste mie vecchie affezioni--sono certamente le migliori persone che io conosca.
--Ve l'ho forse negato? Piacciavi rammentare che sono stato precisamente io a caricarli di tutta quella corona di virtù, è vero o no?
--E allora?
--Allora torniamo all'argomento. Voi desiderate nell'amico le stesse qualità dei vostri servitori?
--Le qualità appartengono indistintamente a tutti.
--Abbiate pazienza e rispondetemi categoricamente. Desiderate nell'amico le qualità di Orsola e di Pietro?
--Perchè no?
--Dunque sì?
--Ebbene sì.
--Ebbene no, no, no! Comprendo, badate, comprendo benissimo che la devozione, la bontà, la tolleranza possano essere il maggior risultato nei rapporti tra servitori e padroni; che ad ogni modo questi ultimi debbano apprezzarli assai, ma io chiedo ben altro al sentimento che riunisce due esseri eguali, senza scopo di lucro nè di interesse. Dove sarebbe l'idealità dell'amicizia se questa si limitasse a una dolce tolleranza e ad una amabilità benevola? Questo è ciò che si fa nel mondo, lo so bene e voi pure ve ne accontentereste. Quattro chiacchiere, una passeggiata, una colazione fatta insieme, la scelta dello stesso sarto e il gusto per la stessa musica, ecco secondo voi l'amicizia! Ci vuole altro vi dico, altro, altro. Che me ne farei di un amico che non dovesse contribuire al mio miglioramento, al mio innalzamento? All'amico, pensate, dobbiamo dare qualche parte dell'anima nostra, aprirgli questo sacrario immacolato e farlo riposare nel nostro cuore. L'amicizia è metà dell'amore, è qualche volta tutto l'amore: _una cosa grande!_
Pronunciò queste ultime parole con un accento profondo che mi diede un brivido. Seguì un lungo silenzio.
--Dunque devo tornare?--disse mio cugino alzandosi lentamente.
Mentre stavo per rispondergli, interruppe:
--Vi prevengo che sono poco tollerante, mediocremente buono, gentile a scatti e che non mi impegno per la fedeltà.
--Allora farete quello che vi aggrada--gli risposi, sforzandomi di sorridere.
--Grazie del permesso.
Si inchinò molto ossequiosamente ed era sul punto di allontanarsi quando Alessio inciampando nel tappeto cadde a terra battendosi la fronte. Gli strilli del mio bambino lo fecero tornare indietro e un poco forse le mie esclamazioni di dolore e i forti baci e le tenerezze che gli prodigavo per acchetarlo.
--Che cosa è successo?--chiese con voce calma, gettando una rapida occhiata al piccino.--Perchè piangi? Un uomo non deve piangere.
Il mio bambino tacque subito e si pose a guardarlo cogli occhioni larghi ancora bagnati. Egli sorrise e voltandosi verso di me, disse:
--Non commovetevi troppo cugina se volete restare forte.
Pochi momenti dopo io e Alessio, sollevando le cortine di seta rossa, lo vedemmo allontanarsi lungo il viale e Pietro che entrava allora per annunciarci che il desinare era pronto disse:
--Che uomo s'è fatto!
--Tu lo hai conosciuto, Pietro?
--Oh! sì molto. Quando era ancora un ragazzetto veniva da queste parti. Egli aveva una singolare predilezione per il boschetto di acacie, in fondo al giardino; stava là delle ore intiere a scrivere versi e il padrone diceva che quel ragazzo aveva molto ingegno.
--Come va che io non lo ricordo?
--La signora era troppo bimba allora; lo avrà visto ma non se ne rammenta. D'altronde egli entrava poco in casa; avendone avuto il permesso dal padrone passava il suo tempo nel boschetto delle acacie.
La visita di mio cugino mi lasciò un'impressione che nei successivi giorni di silenzio e di solitudine crebbe anzi che scemare. Egli avea suscitato nella mia mente un tumulto di idee affatto nuove e quasi risvegliato un senso nascosto, qualche cosa che dormiva in me, che sembrava morto, che sarebbe forse realmente morto senza quella potente evocazione.
Alla domenica, in chiesa, Orsola che veniva sempre con me, mi mostrò la mia cattiva parente sussurrando:
--Veda che aria di sfida ha quella goffa!
Ed io risposi, rischiarata da una luce superiore:
--Non occupiamocene, Orsola.
Nel ritorno dalla chiesa--era la fine di febbraio--mi parve di non avere mai visto tanto limpido sole, nè così lieti gruppi di casolari lungo la via e--questo fu senza dubbio un effetto della mia immaginazione--prima assai del tempo inturgidivano i rami dei mandorli dentro gli orti.
--Orsola--dissi con uno slancio che mi veniva dal fondo del cuore--non ti pare che la vita sia bella?
--La vita, mia buona signora, non è nè bella nè brutta. È la vita.
Avrei voluto che Orsola continuasse il suo discorso sviluppando il suo pensiero, ma ella invece soggiunse scuotendo il fazzoletto sulle sue scarpe nuove:
--Quanta polvere!
Tornata a casa la giornata non mi sembrò più splendente come prima. Forse il sole si era nascosto; le cortine rosse del mio salotto non ardevano di quel dolce colore di fiamma che gli dànno l'aspetto di un tempio preparato per misteriosi riti. Anche qualche altra cosa mancava al mio salotto. Io solevo passare le domeniche d'inverno giuocando con Alessio, chiacchierando con Orsola e con Pietro finchè non fosse giunta la stagione di raddrizzare i rosai e di preparare le sementi nuove; ma quella domenica mi parve interminabile.
--Pietro--dicevo di tanto in tanto--credo che abbiano suonato il campanello.--Va a vedere.
Pietro andava a vedere e riferiva:
--Nessuno, signora.
Raccontai ad Alessio una lunga favola; la favola del principe che era stato trasformato in bestia e che doveva rimanere bestia finchè la più bella fanciulla non si fosse innamorata di lui.
--Questo è impossibile--diceva Alessio.
Ed io:--perchè impossibile?--Se per esempio la fanciulla avesse capito che sotto le forme bestiali c'era il principe?
Ma Alessio non si interessava a questo problema. Io invece lo trovavo di una bellezza che non m'era apparsa mai prima di allora. Quanto dolore in quell'essere nobile oppresso da un destino inumano e quanta gioia nell'istante della liberazione! Come egli doveva amare veramente chi lo aveva così veramente amato!
Prima di andare a tavola Orsola, tutta turbata, venne a dirmi che la conserva di pere aveva preso la muffa. Ora mi ricordo benissimo che in altre circostanze consimili io avevo diviso le pene di Orsola, ma quella volta non mi fu possibile; cercai anzi di persuaderla che era una disgrazia ben meschina.
--Che daremo al piccino quando mangia alla sera il suo pezzetto di pane?
Così brontolava l'Orsola girando fra le mani il barattolo della conserva.
--Potremo ben dargli un po' di miele, non ti pare, Orsola? E se mancasse il miele credi che non basterebbe un po' di burro sul pane?
--Dio benedica la signora--esclamò Orsola--oggi trova tutto bello e tutto buono!
Effettivamente mi pareva che fosse zampillata dentro di me una fontanella, una fontanella di gioventù e di vita; me la sentivo sorgere dal cuore, precipitare sui polsi, dilagare sotto la pelle. Mi venivano in mente cose alle quali non avevo mai pensato; mi sorprendevo ad ascoltare nell'aria voci arcane e giulive, quasi un coro di ore felici che mi venisse incontro; ed era tale la mia compenetrazione col mondo invisibile che avevo qualche volta la sensazione di sentirmi crescere dei fiori nelle mani, dei fiori sui capelli.
Un giorno stando alla finestra vidi passare mio cugino. Egli alzò il capo e mi salutò molto garbatamente; l'indomani venne a farmi visita.
--Come avete tardato!--gli dissi.
--Avevo bisogno di vedervi per essere sicuro di non riuscire molesto; per questo passai e ripassai ieri sotto le vostre finestre. La facciata della vostra casa misura quaranta passi e il fianco trentadue. Il palazzo della Bella nel bosco non era forse così vasto.
Egli aveva un modo di parlare naturale e diceva le cose più sublimi come le più umili semplicemente, collo stesso accento convinto e persuasivo. Si guardò attorno e chiese:
--Dov'è l'omino?
Alessio sbucò di sotto una poltrona con un pulcinella in mano e le guancie tinte di melassa.
--Che faccia curiosa ha questo bimbo!
--Orsola dice che assomiglia a suo padre e Pietro dice che assomiglia a me.
--Ecco una prova dell'acume dei vostri consiglieri.