L'amore di Loredana

Part 9

Chapter 93,867 wordsPublic domain

La Teobaldi guardò avidamente, nel tempo dell'attesa, le carte sparse sulla scrivania, semplici fogli da lettera, senza cifra e senza stemma; e guardò le pareti, dalle quali pendevano quadri antichi in vecchie cornici. Si vedeva, in uno, una donna--Venere doveva essere, tutta nuda, o Danae--sdraiata sopra un largo divano, e una ancella, con rapido atto sembrava voler coprire d'un manto porpureo che aveva tra le mani, la superba nudità della sua signora, perchè di tra le pieghe d'un pesante cortinaggio, sullo sfondo, apparivan la testa e il busto d'un importuno, che poteva essere Marte, desideroso ma accigliato per la prudenza dell'ancella.

La Teobaldi si stupì che quella fosse Venere, perchè non aveva, ai suoi occhi, nulla di particolare; era una femmina nuda, nè meglio nè peggio di tante altre. E anche non le piaceva quella tinta scura, quasi nera, che il quadro aveva preso qua e là, a danno dei colori.... La fotografia d'una bella dama moderna in abito scollato le sarebbe andata a genio, assai più di quel preteso tesoro d'arte.

Ma non ebbe tempo di seguitar nelle sue critiche, perchè Filippo sopraggiunse, e si dimostrò lietissimo della visita. Fece sedere la Teobaldi, la interrogò cortesemente per sapere quanto intendesse fermarsi a Venezia, esprimendo la speranza che si fermasse a lungo; e di chiacchiera in chiacchiera, mentre Piero recava un tè squisito in un servizio d'argento massiccio e molti biscottini deliziosi, vennero a parlar di Loredana.

--Ah, bisogna ch'io riveda quella mia fantolina!--esclamò Clarice, quantunque avesse la bocca piena.--Andrò a trovarla, andrò ad abbracciarla. Non l'ho mai dimenticata un'ora, in tutto questo tempo. Così bella, così buona, quella creatura di Dio.... Grazie!

Filippo le versava una seconda tazza dì tè, qualche goccia di latte, e le porgeva il canestro argenteo coi biscottini.

--Grazie. Bisogna ch'io la riveda, e che le parli.

Bevve alcuni sorsi, e, incoraggiata dalla simpatia che risvegliava nell'animo di Filippo rievocandogli l'amante perduta, Clarice riprese:

--Ma le pare, conte, che le cose possano andare avanti a questo modo? Lei non osa avvicinarla, per colpa della madre; Loredana non osa chiamarlo; e intanto vivono infelici l'uno e l'altra, mentre son fatti per intendersi, e si adorano.... Sono certa che io ho una missione, in questo dramma; sento che potrò riavvicinare due anime, due destini, due cuori. Ho certamente una missione; io non m'inganno! È stata Loredana stessa che mi ha chiamata a parte, quella sera, quella sera del telegramma, e mi ha additato ciò che dovevo fare. Sera fatidica!...

Filippo non avrebbe mai pensato che due tazze di tè potessero ubbriacare la buona donna, meglio che due coppe di sciampagna; ed esitando rispose:

--Vuole? Vuole parlare a Loredana? Le dica, allora....

Ma si tacque, non parendogli di poterla trattare, di punto in bianco, da ambasciatrice in un'impresa così delicatamente intima.

La Teobaldi diede fondo alla tazza, mangiò ancora un paio di biscottini.

--Sono _baicoli_, specialità di Venezia, non è vero?

E seguitò, aprendo un ventaglio spettacoloso di carta, e facendosi aria:

--Non ho bisogno che lei mi consigli. So quel che devo dire; ho, qui dentro, un consigliere infallibile che si chiama cuore.... Prima cercherò di studiare le abitudini della casa e di sapere come sta, quel tesoro di Dio, come la pensa: e poi, se tutto va a seconda, mi presenterò alla madre. È più prudente e più.... corretto. Le pare?... Scusi, è una Venere, quella che si vede lassù?

--Venere,--rispose Filippo.

--L'avevo capito subito; vecchi capolavori. Ah conte, lei non può imaginare quanto io sia fiera del compito che mi assumo.... Quando vedrò sorridere quelle labbra di fanciulla, io che l'ho vista partire disfatta da Sirmione, sarò felice più di tutti!

Filippo sorrise, prese una mano della Teobaldi, la tenne un istante fra le sue, e rispose:

--Lei è molto buona, cara signora, e vuole impedirmi di ringraziarla. Ma creda che, comunque le cose finiscano, io non dimenticherò mai, mai, ciò che lei ha fatto per me, per tutti e due!

--Le dico: io servo il mio cuore, e nessuno mi deve nulla. Se permette, quando avrò notizie, verrò a portargliele.

--Ma venga anche tutti i giorni, la prego. Faccia conto che questa casa sia sua,--esclamò Filippo, incalorito dalla speranza di aver finalmente nuove dell'amica.

La Teobaldi si alzò e s'incamminò con passo svelto, a testa alta, il ventaglio nella destra, pensando a un figurino di gran dama che aveva visto in un giornale di moda. E camminando, seguita a un passo da Filippo, domandò:

--Questo è il suo appartamento particolare, conte?

--Sì, sono le mie camere,--rispose Filippo, mentre, all'uscire dallo studio, premeva il bottone d'un campanello elettrico.--Ho la mamma in campagna.

--Messe con gusto principesco,--osservò Clarice, traversando un corridoio e poi una sala.--Magnifiche tappezzerie!... Non si disturbi, non si disturbi!

Filippo volle accompagnarla alla scala, ai cui piedi stava Piero in attesa di ricondurre la visitatrice attraverso il primo piano fino alla porta d'uscita. Al momento di stringerle la mano, Filippo non potè vincersi, e disse:

--La vedrà subito, non è vero?

--Domani!--promise Clarice, e ridendo d'un bel riso grasso, aggiunse:--Ma non sono a Venezia per questo?

--Grazie, grazie, grazie!--esclamò il conte inchinandosi.--Arrivederci!

Clarice scese la scala, e preceduta da Piero, ripercorse tutte le sale che aveva già intravedute; nell'anticamera, scorgendo sopra una tavola un Sileno coronato di pampini, circondato da baccanti ebbre, disse a mezza voce, con tono di persona esperta:

--Bello quel _biscuit_!

--Legno policromo del seicento!--enunziò Piero, senza guardar la signora, come avesse parlato all'aria.

Ella passò, a testa alta, imperturbabile, il ventaglio nella destra, mentre il valletto, premuto il bottone elettrico per dar avviso al portiere, si piegava fino a terra.

XX.

Così fu che Loredana potè aver notizie di Filippo e dargliene.

Il giorno in cui la Teobaldi si decise a varcar la soglia di casa De Carolis--quel giorno avverso ad Adolfo Gianella--Loredana fu contenta da non trovar parole per esprimersi.

Partita appena Clarice, la fanciulla corse nella cameretta dove sua madre stava ricamando la quattordicesima fogliolina in seta verde, e infantilmente si mise a ballare.

--Ebbene, Lori, che hai?--domandò Emma stupita.

Ma Loredana seguitava a girare in tondo, gli occhi scintillanti e le labbra aperte a un sorriso di pace.

Si arrestò d'un tratto, con un ultimo giro, in modo che le gonnelle le si gonfiassero d'aria, e si mise in ginocchio presso la mamma, la quale andava seguendola con l'occhio.

--Ho,--disse Loredana,--che Filippo mi ama sempre, anzi meglio di prima, e che non mi sono ingannata fidando in lui, e che mi pento d'aver pensato male, e che è qui, e che è mio, e che io sono sua....

--Questa bella ambasciata è venuta a farti la signora Teobaldi?--interrogò Emma, mentre una ruga profonda le solcava la fronte.

--Sì, mamma, la Teobaldi è buona. Anche su di lei m'ero ingannata. È buona, è prudente, e non bisogna rimproverarla. Non ha che il difetto di dipingersi male, e di vestirsi peggio. Hai visto, mamma, quel suo cappellino alla cacciatora, e subito sotto, quelle terribili sopracciglia al carbone? Oh che paura e che risate a Sirmione, quando la vidi la prima volta!...

Si mise a ridere, a gola spiegata, e balzò in piedi, a riprendere il ballo, cantarellando l'aria di un valzer.

--Lori,--esclamò Emma severamente, arrestandola con lo sguardo.--Che pensieri hai? Che cosa conti di fare?

--Io?

La fanciulla, ritta in mezzo alla camera, stette pensierosa un momento; poi disse:

--Io? Non temere nulla, mamma! Ah come ho imparato a vivere in questi pochi mesi, come son diversa da una volta! Flopi non saprà più riconoscermi, e mi dirà con meraviglia: «Sei una donnina, sei veramente una donnina!» E tu non temere, mamma; io sarò felice....

--In nome di Dio,--interruppe Emma, respingendo il lavoro, e alzandosi,--che cosa intendi con queste parola? Vuoi tornare con lui?

Loredana le corse incontro, l'abbracciò stretta, le diede molti baci, dicendo:

--O mamma bella, o mamma cara, non sgridarmi, ma sì, ecco, voglio tornare con lui! Ed egli vuole tornare con me, o mamma bella, perchè niente gli piace senza di me, e il lusso non è il lusso, e il suo palazzo è una casupola, e le donne sono pupattole, e le abitudini sono catene.... Me l'ha scritto, e l'ho imparato a memoria, e gli credo....

--Povera, povera bambina!--esclamò Emma.--Tu credi tutto; ma non gli hai domandato perchè non ti sposa?

Loredana allentò le braccia e lasciò sua madre.

--Non glielo domando,--rispose, oscurandosi in volto,--perchè se anche egli volesse, io non vorrei. Ah no, non vorrei morire per tutta la guerra che la sua famiglia mi muoverebbe contro prima di cedere, e per tutte le umiliazioni che dovrei subire da quella sua gente e dai suoi amici, il giorno ch'io fossi moglie di Flopi. Vedi: io so, perchè egli non mi sposa; perchè non mi tormentino e prima e dopo fino alla morte. Sarò la sua amante; dunque meglio che la sua sposa.

--E calpesterai anche il ritegno, e lascerai che tutti sparlino di te e di tua madre?--osservò Emma con voce dolente.

--O mamma cara, non parlan male di te e di me, ora, tutti?--rispose Loredana.--E che premio ho io dunque di ciò che credono il mio ravvedimento? Hanno saputo, hanno inventato, mi hanno già uccisa nell'anima; nulla può accrescere il male che già mi fu fatto, e se io non sono morta per gli altri, gli altri sono ben morti per me. O mamma bella, tu, tu sei la bambina che crede; io non potrò mai essere tanto cattiva quanto si è detto....

--E vuoi andartene ancora, e lasciarmi sola?--domandò Emma, guardandola con gli occhi annebbiati.

--Non so, mamma; non interrogarmi, non turbarmi, oggi. Oggi io sono così contenta, perchè egli mi ama ancora; e non bisogna turbare chi è contento dopo un lungo dolore.

--Ma come, dunque,--insistette Emma,--se ti ama tanto non è venuto più qui?

--O mamma, cara, tu lo sai. Tu gli hai detto che ogni cosa doveva essere finita e che non varcasse più la soglia della nostra casa. Egli ha obbedito; non lo rimproverare; è stato lontano da me, pensando che io pure non lo volessi, temendo che io gli facessi colpa--e gli facevo colpa!--di avere svelato il luogo ov'ero rifugiata.... Non lo rimproverare; egli ti ha obbedita.

--Poi ti ha mandato quella donna a dirti che ti vuole ancora!--esclamò Emma.--Così mi ha obbedita, il briccone!

--Volevi ch'egli morisse?--domandò Loredana.--Volevi ch'egli mi lasciasse morire?

--Non si muore per queste cose, bambina!

--Io sarei morta, o mamma bella! Io ero già sfinita e non avevo più forza per resistere all'avvilimento! Si può essere vivi e morti, non sai? Io era viva e morta, fin che di lui nulla sapevo; ed oggi soltanto sono tutta, tutta viva!...

--Oh che pazza!--esclamò Emma, andando a sedersi in un angolo della cameretta.--Che pazza è dunque diventata mia figlia?

Ma non ardì continuare il lamento.

Guardò Loredana e la vide, com'essa diceva, tutta, tutta viva; la fragranza di quella giovinezza s'effondeva per la camera; la fanciulla dritta, svelta, bella, sembrava una prigioniera in quel piccolo spazio; qualche voce che nessuno poteva udire, echeggiava intorno a Loredana, chiamandola per la sua strada ampia o aspra; e nulla avrebbe potuto arrestare la forza misteriosa, che gli uomini chiamano destino, e che parlava inconsciamente per gli occhi ardenti di Loredana.

Emma sentì questo in confuso; e capì che ogni ostacolo sarebbe stato travolto; si domandò se avesse diritto d'imprigionare ancora sua figlia, e del suo diritto dubitò.

Riprese in silenzio il ricamo, abbassò la testa sul lavoro, non disse più nulla.

Loredana, in punta di piedi, non potendo trattenersi, ricominciò a ballare il valzer chetamente.

XXI.

Essa non potè mai dimenticare quella notte, quell'angoscia, quelle emozioni.

Sol per aprire la porta della camera e per discendere le scale, dovette radunar tutta la sua volontà; e ad ogni scalino le sembrava che il fruscìo della gonna fosse strepitoso, che il suo respiro fosse veemente così da destar chi dormiva; e i ginocchi le scricchiolavano.

S'era avvoltolata intorno alla testa una sciarpa nera, che le cadeva fino in grembo; ed era tutta vestita di nero; il viso bianco e i grandi occhi scuri attraevan meglio lo sguardo, per quella sciarpa che incorniciava l'ovale delicato del volto; ma Loredana credeva d'essersi mascherata, sentendosi avvampar dal caldo.

Finalmente, aperto, con un ultimo brivido, l'uscio a pianterreno, si trovò in istrada, e vide Clarice.

Le due donne si misero a camminare senza far parola, spaurite dalla propria audacia e pensierose. Era di poco valicata la mezzanotte; da una taverna uscirono alcuni uomini e squadrarono quella coppia frettolosa, non comprendendo di quali femmine si trattasse; e poichè l'uno diceva con parole villane la sua ammirazione per la ragazza, un altro lo ammonì sarcasticamente:

--Lascia andare, figliuolo. Lì, occorrono biglietti da mille!

Loredana vibrò da capo a piedi; mormorò a Clarice:

--Ho paura. Torniamo indietro.

--Su, su, coraggio!--disse la Teobaldi, che tuttavia non era meno inquieta della sua giovane amica.--Non siamo lontane.

Ella stentava ad agguagliare il passo di Loredana; ma correva aiutandosi con qualche piccolo salto, facendo sobbalzar tutta la sua povera carne.

--Presto!--diceva Loredana quasi ad ogni passo.--Non ci segue nessuno?

--Nessuno!--rispondeva Clarice, cogliendo il destro per rallentare un poco, e voltarsi.

Un ubbriaco, in una calle stretta, parlava e gesticolava da solo. Non gli tornava il conto della serata e nominava alcuni uomini illustri della città, dichiarando che all'indomani li avrebbe chiamati a testimoni contro l'oste e i compagni di giuoco. Vide le due donne, le lasciò avvicinare, e si rivolse a Loredana:

--Dica: se io spendo sessanta per un litro e mezzo....

E pencolò maledettamente; Loredana mandò un grido soffocato e si mise a correre.

--Lei, la vecchia, è più ragionevole,--osservò il beone, guardando Clarice che s'allontanava a passo celere.--Non corre, la vecchia, perchè ha i piedi in malora. Ma se io spendo sessanta per un litro e mezzo....

--Lori, Lori, mi aspetti!--disse a mezza voce Clarice.

La fanciulla si fermò, la Teobaldi le si mise al fianco, e ripresero a camminare.

--Che paura, tesoro mio!--esclamò Clarice, tentando di sorridere.

--Ah sì, muoio di paura! Quell'ubbriaco per poco non mi cadeva addosso!... Ma quanto dobbiamo camminare ancora?

--Adesso ci siamo. Volti a destra....

--Non ne capisco più nulla,--mormorò Loredana.

Essa stentava a riconoscere le calli, in quell'ora notturna; tutte le porte eran chiuse, le finestre chiuse, e di tratto in tratto una larga chiazza d'ombra toglieva la vista delle case, dei confini, degli angoli; poi appariva un lampione dalla luce rossastra, e, a quando a quando, un rio dall'acqua immota e nera. Nel silenzio solenne, dentro le calli più anguste, i passi delle due donne davano un rimbombo prolungato; lontanamente, per due volte in due punti diversi, risonò la voce gutturale d'un gondoliere, che s'internava con la sua gondola in un rio; e qua e là una zaffata di odore salso giunse alle nari di Loredana, che storse la bocca.

--Ci siamo!--disse improvvisamente Clarice.

Loredana alzò gli occhi, e riconobbe il palazzo Vagli, balzato fuori dall'ombra come per magìa; largo e tozzo, ammantellato nell'oscurità, lasciava a pena intravedere le finestre bifore e le colonne patinate dal tempo; era tutto muto.

Ma la fanciulla non ebbe agio a contemplare; un uomo si staccava dalla porta fiocamente illuminata, le veniva incontro, l'abbracciava con tale veemenza da sollevarla da terra e trasportarla dentro in un sol gesto.

Richiuse d'un colpo lo sportello, e stringendosi la fanciulla al fianco, cingendole col braccio destro il collo quasi a difenderla da un nemico invisibile, inoltrò.

Restarono per sempre impressi nella mente di Loredana il cortile buio, l'atrio buio, illuminati a sprazzi dal fanale, che l'uomo teneva nella sinistra; e la scalinata e quelle sale dove lampeggiavan fugacemente uno specchio, la doratura dei mobili, la superficie levigata d'una tavola o d'una statua.

I passi risonavano sordamente sul tappeto, e tanto silenzio era intorno, che benchè nessuno vegliasse a quell'ora, i due amanti non parlavano.

Loredana si volse a cercar Clarice, ma non vedendola più, alzò gli occhi a guardar Filippo, e gli sorrise.

Obliata la madre, la notte, la casa, essa era felice e superba della propria audacia; il palazzo le sembrava immenso, ma sicuro, e quel braccio attorno al collo era il segno d'una protezione quasi onnipotente. Le tornava l'imagine di Filippo più forte, più audace, più fidato di chiunque al mondo, e ne fremeva di piacere.

--Qui?--ella domandò sottovoce.

--Qui,--rispose Filippo, liberandola dalla stretta.

Erano nella camera di lui. Loredana vide larghi e pesanti cortinaggi alle finestre, un letto ampio, una pelle di tigre, con la testa enorme e gli occhi fissi, stesa a terra; sopra un tavolino moresco incrostato di madreperla ardevan cinque candele in un candelabro di vecchio argento; a una parete scintillavano le guaìne metalliche di armi stravaganti.

Non vide altro, nel tumulto della gioia; pensò che il suo amore seguitava, riallacciando quella notte col giorno malinconico in cui era tornata tutta sola da Peschiera; oh, anche il suo amore gagliardo vinceva gli ostacoli, e i baci che sentiva eran più saporosi dopo tante lagrime...!

SECONDA PARTE.

I.

Giselda Fioresi, al braccio di Berto Candriani, s'era fermata innanzi alla tavola del buffet, in casa della contessa Lombardi.

La lunga tavola era tutta occupata da piatti colmi di pasticcini e di dolci; due grandi samovar d'argento fumavano, e da un'enorme zuppiera un servo scodellava nelle tazze il punch freddo, mentre altri versavano lo sciampagna gelido dalle caraffe di cristallo e distribuivano i sorbetti rosei e bianchi.

--Se lei non fosse venuto a salvarmi,--continuò Giselda, accennando con la testa a un signore tozzo e rubicondo, che sorbiva adagio una granita di caffè,--gli sarei caduta fra le braccia....

--Oh Dio!--singhiozzò comicamente Berto Candriani.

--Per la noia, per la noia!--disse Giselda ridendo.--Non sa parlare che del suo automobile, e s'atteggia a disdegnare i cavalli....

--Così le ha fatto sapere che ne ha....

--Ne ha dieci, nelle scuderie della sua tenuta di San Polo; ma vuol venderli....

Nuove coppie, gli uomini in marsina, le donne in abito scollato e grande cappello, erano sopraggiunte e facevan coda, incalzando, alle spalle di Berto e di Giselda.

--Vuole sciampagna?--domandò Berto, prendendo una coppa dalle mani d'un servo e passandola a Giselda, che vi bagnò appena le labbra.

--Datemi due gelati,--ordinò qualcuno che stava dietro il Candriani.

--Aspetta,--disse questi al marchese di Spinea, che aveva al braccio la contessina Cafiero,--ti lasciamo il posto.

E avviandosi con Giselda, seguitò ad alta voce:

--Bada, che c'è molto punch bollente, che non si beve, e poco sciampagna freddo che si berrebbe volontieri.

--Zitto, maldicente!--gli disse il marchese di Spinea.--Vedremo che cosa ci offrirai quando verremo da te.

--Bravo, stai fresco!--esclamò Berto.--Resto scapolo apposta per non avere seccatori in casa!

Sul limitare, Berto e Giselda dovettero fermarsi. La duchessa di Torrecusa e la contessa Osvaldi, tenendo ciascuna una coppa di sciampagna, s'esercitavano a portarla alle labbra, dopo aver fatto col braccio destro alcuni giri a spirale. La duchessa vi riuscì, versando dall'orlo metà del contenuto, e la contessa Osvaldi, che rideva a gola spiegata, vuotò la coppa intera sul tappeto, e rinunziò alla prova, perchè i cavalieri intorno la facevan ridere troppo.

Berto Candriani s'aprì un varco tra i gruppi, traversò con Giselda un lungo corridoio, poi la sala pei fumatori, dove sedevano alcuni uomini, timidi o noiati, che si scambiavan gli astucci delle sigarette o i gravi propositi d'una più energica politica internazionale; passò oltre la sala rossa, tutta rossa fiammante per le tappezzerie e pel colore dei mobili dorati, e si fermò nella sala rosea che precedeva la sala da ballo.

--Andiamo laggiù!--disse, accennando un alto e lungo paravento sul quale eran trapunte in oro parecchie grosse cicogne, brillanti sopra uno sfondo color chiaro di luna.

--Dietro il paravento?--chiese Giselda, lasciandosi trascinare senza troppa resistenza.

--Sieda,--ordinò Berto.--Io siedo qui di di fronte; lei metta fuori le punte dei suoi piedini, così quelli che passeranno per andare a saltar come pere secche, capiranno che qui c'è qualcuno.

--Ma no, ma no, è sconveniente!--osservò Giselda.--E poi, lei ha l'abitudine di parlar male di tutti, e potrebbe sparlare proprio di quelli che passano....

--Ingenua fanciulla!--esclamò Berto Candriani.--C'è l'occhio della cicogna!

--Che cosa vuol dire?--domandò la contessina Fioresi con un sorriso, che pregustava qualche strana storia.

--Vuol dire che son forati gli occhi d'una cicogna, e di qui vedo benissimo senza essere veduto. Guardi che bei buchi!

Giselda si alzò a guardare, appoggiandosi lievemente alla poltrona di Berto; attraverso due fori, che corrispondevan dall'altro lato agli occhi d'una gigantesca cicogna, si vedevan benissimo il resto della sala e la porta dalla quale dovevan passare le coppie. Giselda diede in una risata.

--Ma quando ha fatto questo lavoro?--domandò.

--Badiamo: è un segreto che si rivela a una gentildonna; i buchi li ha fatti Silvestrelli, il capitano di corvetta, due anni or sono, e prima di partire per il giro del mondo li ha confidati a me. Io sono l'unico erede di questi buchi, e nessuno se n'è mai accorto. Spero che lei apprezzerà tutto il valore della mia rivelazione.

--Sono utilissimi,--dichiarò la Fioresi solennemente.--Non dirò parola ad anima viva.

Berto fece un cenno con la mano; qualche coppia passava, dirigendosi al salone da ballo e chiacchierando; alcuni cavalieri sopraggiunsero, diedero un'occhiata, videro la sala vuota e se ne andarono di nuovo.

--Ha notato, contessina, che stasera non c'è Flopi?--riprese Berto con la sua voce più melliflua, piano piano.

--Non ho notato nulla!--rispose Giselda bruscamente.--Perchè dovrei notare queste inezie?

--Inezie? Non ci sono inezie per chi ama.... Si vorrebbe sapere dove è Flopi a quest'ora, che cosa fa, che cosa dice.... Non è vero?

--Non è vero; io non voglio sapere nulla. Il conte Vagli non m'interessa più di quanto sia lecito, e io non ho l'abitudine di amare chi non si occupa di me.

--Non dico sia un'abitudine,--osservò Berto.--Può essere una fatalità.... Zitta!--soggiunse, dopo aver dato uno sguardo ai buchi della cicogna.--C'è lo zio!

Il conte Roberto Vagli entrava in quel punto con un altro vecchio signore; il conte Roberto era dritto e magnifico, il largo petto inquadrato dal panciotto della marsina, all'occhiello della quale era fissato un superbo garofano bianco; tra le mani il conte teneva il gibus, alla maniera antica.

--Io ti assicuro,--egli seguitava,--che è una corbelleria, questa di voler tanti treni fra Venezia e Milano; treni diretti, treni direttissimi, o, come si dice ora, treni-lampo! Sai che cosa avverrà?

L'amico sedette in una poltrona, e il conte ripetè, standogli innanzi:

--Sai che cosa avverrà? Avverrà che Venezia fra pochi anni sarà un sobborgo di Milano, e le nostre civette andranno a far le compere a Milano, e i nostri giovanotti si vestiranno a Milano, e tutti i nostri quattrini ingrasseranno Milano, e il nostro commercio e la nostra industria rimarranno quel che sono ora, una povera cosa. Non mi diceva un momento fa il Cavenaghi, sai, quel mercante di carbone, che si pensa d'attuare un treno per tempissimo, cosicchè si possa andare a Milano, starvi sei o sette ore, e tornar la sera medesima? Io ti domando!...

L'amico si alzò, e tutt'e due s'avviarono.