L'amore di Loredana

Part 8

Chapter 83,819 wordsPublic domain

Era contenta che si mormorasse; ciò le risparmiava la commedia che sua madre aveva ingenuamente pensato, quella commedia di verginità, che le ripugnava. Era stata l'amante di Filippo, non aveva amato che lui ed era ancora sua.... Doveva fingere per la signora Incudi e per le sue amiche, doveva far loro intendere la nobiltà del suo sentimento, se quelle femmine per poco non l'accusavano di avere ucciso un figlio?

Ormai, al confronto di tutto ciò che si narrava, esser l'amante di Filippo sembrava quasi una virtù; e lieta di quella strana liberazione dalle paure del mondo, che la malignità del mondo le offriva, Loredana sentì crescere il coraggio per sostener meglio lo sguardo di sua madre, per attendere ciò ch'ella sperava in segreto ostinatamente, per vivere della sua vita, senza curarsi del giudizio altrui. La collana d'oro a maglie piccoline con la medaglia era diventata un talismano, e la fanciulla aspettava, credeva, perchè la medaglietta diceva: «Sempre» e recava una data, che Filippo non doveva dimenticare.

Si rimise a vivere; andò a trovar qualche amica, la quale non pareva saper nulla, ma non domandava nulla intorno a quanto aveva fatto Loredana in quell'ultimo tempo; uscì a passeggio, e perfino un giorno, un giorno dal sole furioso, le salì alle labbra un motivo che non le piaceva e che pur l'inteneriva, e si provò a cantare, e tacque subito, perchè quell'aria le rammentava la cameretta cara di Sirmione e la povera signora Teobaldi, tanto maltrattata in principio, che si girava sullo sgabello di reps rosso, e diceva, aspettando un elogio:

--Eh?

XVIII.

Poi, d'un tratto, Loredana si rintanò in casa di nuovo, come impaurita, e non volle più uscirne.

Aveva incontrato Adolfo Gianella per istrada e s'era rifugiata in un negozio a comprar bottoni e nastri; ma non così presto che Adolfo non avesse potuto vederla, sentire il sangue avvampargli la faccia e il cuore martellargli in petto.

Gli avevano tanto e tanto parlato di Loredana, delle sue colpe, dei suoi amori, della sua perfidia, che mentre egli lavorava a tutt'uomo per dimenticarla, essa gli tornava alla mente con acre persistenza; e la fantasia s'infervorava a seguirla nel turbine della nuova vita, tra i divertimenti che il seduttore prodigava certo intorno a lei, per ubbriacarla di gioia e avvincerla a sè tenacemente.

Poi Adolfo apprese la notizia del suo ritorno, e ne fu percosso come da un gran colpo; il ritorno scombuiava tutte le visioni fantastiche. Era un pentimento? Era una sconfitta? Era una sosta? E i pettegolezzi incalzavano; il conte l'aveva abbandonata, l'aveva gettata da banda, come un cencio. Tornava povera come prima, e non era più come prima....

Adolfo imaginò la disperazione di colei ch'egli chiamava un giorno sua fidanzata; e s'alternava nel suo animo il piacere della vendetta insperata con la vergogna per quel piacere; e, quando meno se l'aspettava, s'imbattè in lei, e sentì il cuore martellargli in petto e il sangue avvampargli la faccia.

Allungò il passo, non sapendo egli medesimo che volesse fare, spinto dal bisogno di leggere la verità su quel viso, di rintracciare dentro gli occhi della ragazza la parola suprema dell'enigma; ma Loredana, al vederlo, si gettava nel primo negozio che le si parava innanzi, e Adolfo non osava aspettarla all'uscita.

Di quell'incontro egli non soffiò verbo ad alcuno; in casa Gianella, del resto, dopo un uragano di romanzesche calunnie e di drammatiche imprecazioni, il nome di Loredana non si pronunziava più; la madre di Adolfo per poco non spingeva l'ostentato disdegno per la perduta fino a vestir di gramaglia, come si usa nelle case principesche.

Ma la visione della ragazza bruciava dentro, nel cuore di Adolfo; ed egli cominciò a gironzare intorno alla casetta bianca, a guardar le finestre, ad aspettare. E tremava e sperava di rivederla, perchè tutte quelle avventure, vere o false, gliel'avevano ingigantita nel pensiero, ed egli temeva di subirne il fascino, come se Loredana avesse compiuto qualche grande impresa della quale nessuno l'avrebbe detta capace.

In quell'andirivieni intorno alla casa di Loredana avvenne ad Adolfo d'imbattersi e una e due e dieci volte in una signora, che si poteva credere lo canzonasse, perchè anch'essa gironzava di frequente nei dintorni, anch'essa guardava le finestre; anzi, fu più spiccia del giovane, perchè entrò in dimestichezza con Rosa, la serva della De Carolis, la quale pareva zelantissima nel recarle notizie. Si trovavano, la signora e Rosa, in una calle vicina, all'ombra d'un sottoportico, e generalmente la signora consegnava a Rosa una lettera, alla quale Rosa portava la risposta l'indomani.

Adolfo non riusciva a capir nulla in tutto quell'armeggiare; la sconosciuta era assai ridicola, con un certo cappello alla cacciatora, che le stava appena sul cocuzzolo e ch'era ornato d'una penna di fagiano, ardita come una sfida al cielo; ma c'era di peggio: la signora guardava Adolfo con occhiatacce mezzo beffarde e mezzo compassionevoli, le quali avrebbero fatto perder la pazienza a chiunque non avesse avuto un demonio più sarcastico e più fiero nel cervello.

E fu appunto per le stratte di quel demonio, che non voleva star queto e che aveva tutta l'andatura d'una passione irragionevole, fu appunto in un impeto di dubbio, di gelosia, di paura e d'amore, che Adolfo Gianella varcò la soglia della casetta, e su a corsa per le scale, dietro Rosa che, rientrando, non gli aveva badato.

In anticamera, Adolfo si fermò. Gli giunse, netta e squillante, la voce di Loredana, la quale doveva essere nel salottino; e la fanciulla cantava a distesa, con pieno abbandono, come se tutta la bella gaiezza veneziana, come se tutta l'audacia della giovinezza avessero ripreso il loro dominio. E tra l'una e l'altra strofe del canto s'udiva il rumor delle forbici posate sul tavolino da lavoro o il passo svelto della ragazza, che si muoveva per la camera.

Senza discutere con se stesso, Adolfo spinse la porta, e si trovò alla presenza di Loredana, la quale stava adattando un pezzo di seta gialla a una certa forma di ferro ch'era un paralume da candela; innanzi a sè la fanciulla aveva altri pezzi di stoffa a colori e diversi gomitoli di seta; ed era così assorta nel lavoro e nella canzone, che il giovane dovette chiamarla:

--Loredana!

Ella alzò il capo, e trattenne a stento un grido; ma Adolfo aveva già detto ogni cosa, e non sapeva come continuare, come esprimersi, come riprendere d'un subito le abitudini di padronanza.

Sprofondò le mani nelle tasche della giacca, e disse:

--Sei stata l'amante del conte, non è vero? Così, ti preparavi a sposarmi? E non hai vergogna?

Loredana mandò un lampo dagli occhi. Aggredita di fronte, non esitò un attimo a rispondere:

--Io mi preparava a sposar lei? Non mi è mai venuta per la mente un'idea così malinconica, sa? Era la sua famiglia, che mi seccava tutti i giorni per ottenere questo sacrificio. Io non pensava a sposare nessuno....

--Già, volevi conservarti per il conte,--osservò Adolfo con ironia.--Ti sei conservata benissimo, non c'è che dire!

La ragazza arrotondò con le forbici una certa lingua, di seta violetta, che doveva ricadere sul paralume a uno dei quattro angoli; misurò l'altezza, adattò, provò, cambiò, tranquillamente, senza occuparsi del giovane, fremente nell'attesa di una discolpa.

--Non so,--disse poi,--come ha potuto venire fino in casa; ma se per la stessa strada se ne andasse, non mi dispiacerebbe.

--Mi metti alla porta?--esclamò Adolfo.--Invece di scolparti, invece di giurarmi che col conte non c'è stato nulla di nulla, tu mi metti alla porta?

--Scusi, perchè dovrei scolparmi? Che cosa rappresenta, lei? Chi è, lei? Che diritto ha lei di giudicarmi?

A queste parole di Loredana, Adolfo si lasciò calare in una poltrona, come annichilito. Chi era, che cosa rappresentava, che diritto aveva?

--Io,--mormorò,--sono pronto a sposarti.

Loredana si mise a ridere.

--Ma non sono pronta io, vede?--rispose, arrotondando un'altra lingua di seta violetta.--E, del resto, la sua dichiarazione mi stupisce: mi crede o non mi crede l'amante di Filippo.... del conte?

Adolfo si strinse nelle spalle.

--Me l'hanno detto,--mormorò.--Me l'han detto a casa, che tu sei stata col conte fuori di Venezia.

--E tuttavia mi sposerebbe?--incalzò Loredana.

--Ma perchè non ti difendi?--gridò Adolfo balzando in piedi.--Perchè non mi dici se sei stata o non sei stata l'amante di colui?...

Egli era avanti al tavolino da lavoro, con le mani aperte e stese dirette al volto di Loredana, la quale lo guardava, piuttosto attonita che intimorita.

--Vede,--ella rispose pacatamente,--innanzi tutto non basta dire a una donna: «Son pronto a sposarti» per acquistare il diritto di indagarne la vita; poi, io m'ingannerò, ma lei mi sembra disposto a sposarmi in tutti e due i casi, che io sia stata, o che io non sia stata l'amante di Filippo.... del conte. E allora, a che pro una discolpa o una confessione?...

Adolfo, il quale era rimasto, ancora con le mani aperte e stese, ad ascoltar la risposta della colpevole, si sentì vinto, e si lasciò calar di nuovo nella poltrona. Egli ritrovava, immutati, l'anima sdegnosa, la sensibilità intellettuale, l'intelligenza acuta, la rapida intuizione, l'orgoglio, il coraggio, che facevano la ragazza tanto superiore a lui. Egli era andato arrovellandosi per sapere che cosa volesse, che cosa intendesse fare, e se lo sentiva dir dalla bocca di Loredana, e doveva riconoscere che quella bocca diceva giusto....

--Non so,--egli riprese, tanto per riattaccare il discorso.--Non so nulla. Ti hanno accusata anche d'aver avuto un figlio e di essertene sbarazzata.

Lo forbici, che stavan nella mano della fanciulla, descrissero uno stretto arco nell'aria, e andarono a cadere ai piedi di Adolfo. Il viso di Loredana avvampò di collera, e le labbra le tremarono.

--Mi hanno detto, ti hanno accusata!--ella ripetè, imitando il tono piagnucoloso del giovane; poi esclamò con forza:--E lei, che cosa faceva, che cosa diceva, che cosa raccontava? Stava ad udire, soltanto? Non son tre mesi, lei veniva per casa tutti i giorni e sapeva della mia vita ogni cura, minuto per minuto; e non ha trovato un argomento per difendermi, come amico, come fidanzato? Bel rispetto avevan di lei quanti venivano a dirle quei complimenti!... E vuole ch'io mi difenda innanzi a un pupazzo del suo genere, e che tremi davanti a un giudice della sua levatura? Non capisce d'essere stupido? Se in casa sua si sparlava della ragazza che doveva un giorno portare il suo nome, lei aveva l'obbligo di farla rispettare, mi sembra! Invece, porta qua tutto il rifiuto dei pettegolezzi, pretende ch'io lo ascolti e vuole sapere anche se, caso mai, avessi avuto un figlio! Non s'avvede, non sente di essere ridicolo?...

--No, ascolta,--interruppe Adolfo, alzando la destra quasi a frenare quel torrente.--Io non voglio sapere nulla....

Ed era, per seguitare, quando la porta s'aperse e comparve la signora Emma, seguita da Clarice Teobaldi, col cappellino alla cacciatora.

--Ah, è lei!--disse Emma, vedendo Adolfo, che s'era levato in piedi.--Mi era parso di riconoscere la voce....

Non aggiunse parola per lui; poi si rivolse a Loredana:

--Lori, questa signora dice che tu l'aspettavi....

La fanciulla andò incontro a Clarice e le strinse la mano sorridendo, mentre Adolfo, combattuto tra il desiderio di capire, la convenienza d'andarsene, l'impressione per la gelida accoglienza fattagli dalla signora De Carolis, restava in piedi a guardare or l'una or l'altra delle tre donne.

--Se m'aspettava!--esclamò Clarice, gettando le braccia al collo di Loredana.--Doveva aspettarmi, questo tesoro, perchè da tanto tempo desideravo rivederla! Ho sempre nel cuore quella partenza, di sera, con la carrozzella.... Lei era così bianca, così debole....

Soggiunse, guardando Emma:

--Già, erano bianche e deboli tutt'e due, madre e figlia....

Loredana disse presto:

--Le presento il signor Adolfo Gianella.

Clarice fece un cenno con la testa, verso Adolfo che s'era avanzato di qualche passo; poi tutti tacquero; Clarice e Loredana sedettero l'una a fianco dell'altra sul divano, come intime amiche, sorridendosi.

--Fa molto caldo a Venezia,--riprese Clarice.--A Verona non abbiamo questo scirocco....

--Sì, fa molto caldo,--confermò Emma, la quale stava sempre a un passo dalla porta, e si augurava che l'uno o l'altra, Adolfo o Clarice, comprendesse la necessità di ritirarsi.

Ma erano ostinati ambedue. Adolfo, ormai, aveva ripreso posto nella poltrona, e sembrava deciso a voler seguire la conversazione.

--A Venezia abbiamo poi le zanzare,--egli disse.

--Le zanzare, sì, ma ci sono le zanzariere,--osservò Loredana.

E tacquero di nuovo.

Emma si sentiva morire per quella commedia, maravigliandosi che la sua Lori vi prendesse parte. La buona donna, al ritorno da Sirmione, aveva perduto l'energia e la volontà, soffrendo per la sofferenza della figlia, chiedendosi se il suo intervento non fosse stato inutile di fronte al traboccar della maldicenza, tormentandosi ogni giorno per mille timori, studiando ansiosamente negli occhi di Loredana il pensiero segreto, la segreta ambascia, e rideva quando rideva la sua Lori, e piangeva quando la sua Lori piangeva, e ormai non avrebbe più discusso, non avrebbe più riflettuto, pur di vederla felice, a qualunque costo.

Per ciò, la visita della Teobaldi le era gradita, perchè sembrava gradita a Loredana; ma non le piaceva che si dovesse fingere innanzi al Gianella, come se la Teobaldi fosse venuta per tramar qualche intrigo.

--Lei non è di Venezia?--domandò Adolfo a Clarice.

--No; ma conosco bene la città,--rispose l'altra.

Un silenzio pesante ricadde; e allora, comprendendo ch'era impossibile uscirne, Adolfo prese congedo.

--Tornerò, se permette,--disse a Loredana.

Questa non rispose. Egli s'avviò, seguito da Emma, la quale ardeva di sbarazzarsi dell'impaccio per lavorar nella sua camera ad una coperta da letto, nella quale doveva ancora ricamare trenta foglioline in seta verde e sessanta viole del pensiero.

XIX.

Dal giorno in cui era tornato a Venezia, Filippo aveva passato molte brutte ore.

L'onda del pettegolezzo aveva varcato anche la soglia della sua casa, e le chiacchiere s'eran fatte più strambe e più inverosimili. All'orecchio della contessa Bianca giunse la voce che Filippo aveva avuto un figlio dalla sua amante, e perchè la contessa non sapeva a qual tempo risalissero quegli amori, e perchè si parlava di tre anni addietro, ella credeva a quel legame, ormai indissolubile, a quella paternità inconfessata.

La contessa Bianca andava da tempo accarezzando l'idea d'un matrimonio tra suo figlio e Giselda Fioresi, buona e bella ragazza, di eccellente casata; e la notizia le rompeva il sogno e la sbalestrava in un mare d'incertezze e di dubbii.

Fu necessario spiegarsi, riparlar di Loredana, discutere un amore che la vecchia dama avrebbe voluto obliare. Avvenne una scena brusca tra lei e Filippo, il quale negò l'esistenza di un figliuolo, ma s'impennò all'idea di sposar quella «canna da zucchero» di Giselda Fioresi. Egli voleva esser libero; per dare scandalo, diceva la contessa Bianca; perchè era ancor troppo giovane, diceva lui.

Un'altra scena, più breve ma più cruda nella forma, avvenne poco di poi tra Filippo e il cognato, conte Leopoldo de Idris, il quale viveva senza passioni e senza turbamenti una vita di piaceri semplici, in campagna, amministrando i suoi poderi, interessandosi all'agricoltura e alla politica modesta della provincia. Leopoldo si stupì che Filippo si perdesse ancora dietro una _cocotte_, ma fu addirittura spaventato quando seppe dalla bocca di Filippo medesimo che non si trattava d'una _cocotte_, bensì d'una ragazza, la quale doveva aver dunque delle pretensioni, una specie d'onore, molto da perdere e più ancora da guadagnare. Fu spaventato per Filippo, che certo non avrebbe saputo cavarsela con garbo, senza troppo danno da ambo le parti.

E qui Filippo sentì scappar la pazienza.

--Ma che cavarsela! Ma che garbo!--egli esclamò.--Le voglio bene sul serio, e non penso affatto a cavarmela. Ho fatto male a cominciare, siamo d'accordo, benchè in queste cose ci si accorga sempre troppo tardi dell'errore commesso; ma farei peggio a finirla con qualche gherminella!

Il conte Leopoldo, ancora più inquieto per quelle dichiarazioni, domandò a Filippo se pensasse mai di tirarsela in casa....

--In casa, di chi?--rispose Filippo.--In casa tua, no di certo; tocca a me provvedere, e non so perchè, dunque, voi tutti vi disturbiate.

Leopoldo, allora, tornò alle idee generali, osservando che all'età di Filippo si doveva vivere quieti, pensare a far figliuoli legittimi, che continuassero la casa e allietassero la bella vecchiaia della contessa Bianca, la quale non meritava d'essere travagliata nei suoi ultimi anni.

L'argomento era di quelli che trovano la strada del cuore; e Filippo, sentendosi toccato, s'infastidì, rispose a Leopoldo ch'era stufo di dover rendere conto a tutti delle più minute cose della sua vita come un collegiale, che desiderava ormai vivere libero, senza tutela e senza giudici.

E su quel «vivere libero» si scatenò una gragnuola di osservazioni da parte di Leopoldo, il quale temeva che libero per Filippo fosse sinonimo di libertino; e, presa ormai la corsa, rammentò altre avventure del cognato, che avevan fatto chiasso, col risultato finale di voltargli contro l'opinione pubblica.

Ma peggio fu, quando Filippo si vide comparire lo zio conte Roberto, del quale non aveva più avuto novella dopo l'incontro a Desenzano. Roberto gli snocciolò un discorso assai lungo e reciso, che Filippo ascoltò sbalordito, perchè aveva creduto di trovare nello zio il compatimento ch'era la caratteristica più nota della sua buona indole, quel compatimento che Roberto non lesinava a nessuno per nessuna colpa, la quale non fosse ignobile e vile.

Roberto, invece, dichiarò al nipote che la condotta di lui era assurda, per non dir peggio; Filippo aveva messo lo scompiglio nel parentado, in causa d'una ragazzetta, d'una monella, e tutti erano addosso allo zio, come al più vecchio, perchè si valesse della sua autorità a far cessare quella tresca.

Filippo capì; lo zio era sdegnato, perchè seccavano lui e mettevano in giuoco il suo prestigio; lo avevan toccato nel suo egoismo senile, ed egli era pronto a mandare al diavolo il nipote e la «monella», pur di non avere più noie.

--Del resto,--osservò il conte Roberto,--mi maraviglio di dover dirtele io, certe cose. Non ha una madre, un padre, quella tua bambola? E come si spiega che stiano zitti, e che tocchi a noi, a tua madre, a tuo zio, a Leopoldo, a tua sorella, di richiamarti al dovere?

--Ha una madre,--rispose Filippo.--Ha una madre, e la madre è venuta a Sirmione e me l'ha ripresa....

--Bene!--esclamò Roberto.

--Sì, benone; ma, ora io la riprendo alla madre!--dichiarò Filippo, che, torturato ed esasperato da tante chiacchiere, si sentiva capace di strappar Loredana anche agli artigli di quel diavolo, al quale Roberto l'avrebbe consegnata.

Il vecchio, stupefatto per tale sfacciataggine, gridò che rinunciava a discutere con un matto di quella forza. L'ostinazione di Filippo oltrepassava il credibile; tutto gli andava a seconda, grazie a una madre dabbene, che si riprendeva la figliuola dopo quel po' po' di scappuccio; ed egli invece era per ricominciar la festa e per condurla a termine, a un termine che non doveva e non poteva aver nulla d'invidiabile.

--Come devo dirtela?--seguitò il conte Roberto.--È uno scandalo; te lo hanno già cantato in musica; io non ho nulla da aggiungere. Tutti ne parlano; anche l'altro giorno, a Tai di Cadore, da Fausta Montegalda ho udito i particolari di questa farsa, e puoi imaginarti che gusto provavo io! La contessa dice che ti rovini, e non si può darle torto.

Filippo sorrise.

--Eh, ridi, ridi fin che vuoi, ma la Montegalda dice giusto!--esclamò Roberto.--Dice che, alla fin fine, nessuno sa chi sia quella tua pupattola, e che potrebbe aver fatto con altri quel che ha fatto con te.... Chi ne sa niente, chi la conosce!

--Povero zio Roberto!--mormorò Filippo.--Va da una donna a chiedere informazioni di questo genere! Perchè non domandi il suo parere anche alla Fioresi, che mi vogliono appioppar come moglie?

Roberto alzò le spalle.

--Insomma,--concluse,--io sono indignato per i tuoi vizii, e la cosa non va.

--Non ti ho indignato io,--osservò Filippo.

--Ma non dimenticherò che hai sorriso dei miei consigli!--rimbeccò il conte.

--Ho sorriso per le critiche della Montegalda.

--E per le mie; e non si deve ridere d'un vecchio.

--Per la Montegalda, per la Montegalda!--gridò Filippo.

--Già, e intanto ti ripigli la sbarazzina!

--Ciò non ti riguarda, zio.

--Ne riparleremo!

--Spero di no; vedo che più che se ne parla e meno ci si capisce.

--Ne riparleremo, ne riparleremo!--si ostinò il conte Roberto.--Perchè io sono sempre dell'opinione che l'uomo non è monogamo. Tu non vuoi prendere moglie per essere libero; ma allora, nè mogli nè amanti! Questa è logica. E hai deciso che cosa te ne farai?

Alla domanda inaspettata, Filippo non diede risposta; onde Roberto seguitò:

--Te lo dirò io: ne farai una mantenuta, da coprir di gioielli e da condurre a teatro e in carrozza; ti costerà ventimila lire l'anno, ti peserà come una moglie e ti sarà infedele.

--Perbacco, zio,--esclamò Filippo con aria beffarda.--Vedo che te ne intendi!

Roberto s'indispettì.

--Spero che non ce la metterai sotto il naso, come a Desenzano, la tua conquista!--osservò con rude cipiglio.

E credendo d'aver rimbeccato fieramente l'insolenza del nipote, troncò il colloquio e andò a riferirne alla cognata contessa Bianca.

Tali e simili furono i discorsi che Filippo dovette ascoltare in quel tempo nel quale, tornato da Sirmione, non osando più ripresentarsi in casa De Carolis, andava torturandosi il cervello per trovare un espediente che lo riavvicinasse all'amante. E tra il desiderio che, insaziato, si faceva di giorno in giorno più molesto, tra la logomachia di casa e gli sdegni di tutta la parentela, Filippo conduceva una vita piena di tristezza, che non aveva riscontro negli anni precedenti.

Rimaneva a Venezia, schivando gli inviti, passando mezza giornata al Circolo dell'Unione, dove mancavan gli assidui, e l'altra mezza in casa, dove s'occupava lunghe ore a leggere libri e riviste su tutti gli argomenti; la sera usciva in gondola pel Canalazzo o pel canale della Giudecca, lontano dai rumori e dalla luce.

Ma il pensiero di Loredana lo seguiva passo per passo, ora per ora, senza tregua, fatto più vivo dagli episodii di quella battaglia che la fanciulla gli aveva inconsciamente scatenato contro; Filippo non ricordava nulla di simile in tutta la sua vita, quantunque più volte si fosse parlato delle sue avventure. Ma perchè si era trattato sempre di donne conosciute tra i gaudenti o saldamente legate ad altri, i suoi di casa s'eran guardati dall'occuparsene e dal fargliene parola.

Un giorno gli fu annunziata la signora Clarice Teobaldi.

Da Sirmione, poco dopo la partenza del conte, ella era tornata a Verona, e qui era rimasta, aspettando che passasse tempo sufficiente per poter ricordare l'invito di Filippo e recarsi a Venezia.

Piero, il valletto di Filippo, precedeva la signora, la quale, come aveva sognato, saliva veramente lo scalone marmoreo del palazzo Vagli, giungeva al primo piano, traversava una fuga di sale immerse nella penombra, dentro la quale si vedevano i mobili dorati, le pallide tappezzerie antiche, gli oggetti d'arte; e di nuovo saliva una scala meno larga e più breve, ed era finalmente introdotta nello studio di Filippo.