Part 3
Due mesi eran passati da quel giorno indimenticabile, quando, sui primi di luglio, Loredana si decise, e abbandonò la casetta bianca sul campiello solitario per seguire Filippo Vagli.
V
La mattina dopo l'arrivo a Desenzano, Loredana corse al balcone dell'albergo e vide sotto il sole fastoso scintillare il lago di cobalto. Lontano, a levante, un piccolo paese si spingeva per una lingua di terra molto innanzi nell'acqua.
--Andremo laggiù,--disse tra di sè, contenta di vedere paesaggi nuovi, ella che non si era mai allontanata da Venezia se non per pochi chilometri.
Il colore del lago, così azzurro da dare quasi all'acqua una densità materiale, era mirabile. La fanciulla, abituata alle trasparenze leggere della laguna, ne restò meravigliata e sentì come un piacere intenso per quella vita liquida che si stendeva ampiamente sotto i suoi occhi.
Filippo bussò discretamente all'uscio ed entrò.
--Amore mio, come sei elegante!--disse.
Loredana vestiva tutta di bianco, con una cintura bianca e lo scarpe bianche, e sorrideva all'amico, il quale era superbo della sua candida bellezza.
--Ogni cosa fatta a pennello!--dichiarò Loredana, indicando l'abito; e soggiunse, dopo una lieve esitazione:--Tu mi portavi con te, nella tua mente, quando ordinavi i miei abiti!
Ma il pensiero non le si era presentato così; era stato piuttosto un senso di molestia per quella strana perizia dell'amico suo, la quale svelava una lunga e costante dimestichezza con le donne, una singolare esperienza d'anime e di corpi femminili. Nulla a lei importava di ciò che era finito ieri: ma domani?
Ella disse, attirando Filippo sul balcone:
--Vedi, laggiù? Quel paese che si spinge nel lago? Là, vuoi andare?
--No,--rispose Filippo.--Quello è Sirmione; noi andremo a Maderno o a Gargnano o più oltre, nel Trentino, a Riva....
--Che peccato! Dev'essere molto bello, laggiù.
--Vuoi? Se ti piace, io non ho nulla in contrario. Farà molto caldo, ecco tutto. Sirmione è grazioso. Manderemo a vedere se vi sono alloggi....
Mandarono a vedere; partì un uomo dell'albergo con la vettura; tornò dopo colazione. V'erano alloggi, modesti ma puliti, nell'unica trattoria del paese; si poteva tentare....
La cosa piacque molto a Loredana. In quel tempo, Sirmione non vantava ancora alcun grande albergo nè uno stabilimento di bagni. Vi arrivavano di tanto in tanto gli escursionisti, quasi tutti tedeschi, a visitar le grotte leggendarie di Catullo; mangiavano, ammiravano, ripartivano. Il piroscafo v'approdava una volta al giorno, se il tempo non era cattivo. Tutto questo, raccontato dal direttore dell'Albergo Reale, accese la fantasia della ragazza, che già pensava di vivere più anni in quella penisoletta con Filippo, lontani dal mondo e pur vicini, obliati e felici....
Nel pomeriggio, sotto un sole rovente, per la strada piana e bianca di polvere, gli amanti partirono in una carrozzella alla volta di Sirmione, seguiti da un baroccio coi bauli che avevano spaventato il conte Roberto. Quando giunsero al punto nel quale si lascia la strada provinciale per volgere a sinistra e inoltrarsi nella penisoletta, la fanciulla fu molto contenta. Dal balcone dell'albergo di Desenzano non avrebbe mai imaginato un paesaggio così bello. A destra e a manca, tra i rami degli ulivi e il fogliame degli alti pioppi, scintillavano le acque del lago riccamente turchine, immote nella accidia delle ore calde. È a un gomito di quella strada che s'incontra una casetta modesta, con uno svelto cipresso innanzi, e sotto si stende il lago irto per buon tratto di canne fragili; angolo pittoresco, riprodotto migliaia di volte da sapienti e da timidi pennelli.
--Andremo un giorno a vedere quei paesi laggiù!--disse Loredana, indicando i gruppi di case sulla sponda veronese.--Voglio veder tutto il lago.
--Ti piace?--domandò Filippo.
--Ah, immensamente! Sarò felice!--esclamò la fanciulla in un impeto di gioia, battendo le mani.
Tacque. La fronte le si rannuvolò subitamente; ripensava alla mamma, cui non aveva ancor dato notizie, e che era sola ormai nella casa deserta. Per celare a Filippo la tristezza improvvisa, si volse indietro a guardare il baroccio che correva tra un nugolo di polvere.
Ma già si vedeva la torre del castello Scaligero, cinta a metà da mura grigiastre, e la strada si ampliava; la carrozza oltrepassò il ponte di legno che dalla porta del castello mette in paese, e la rocca apparve lacerata da lunghe feritoie, circondata tutta intorno dall'acqua; lo stemma degli Scaligeri, ancor visibile, il leone di San Marco, in rilievo, la croce bianca in campo rosso del Comune, posti simmetricamente sull'alto della porta che guarda a occaso, dicono i tre dominii che si susseguirono.
Le donne e i pescatori raccolti in gruppo sulla piazza osservarono l'equipaggio insolito e il carro coi bauli, ma nessuno si mosse. Non avevano alcun bisogno dei forestieri. L'acqua li faceva liberi, e quell'anno la pesca delle sardelle era stata insolitamente fortunata.
Si fece incontro alla vettura il proprietario dell'albergo, e aiutò Loredana a discenderne. Era un uomo tozzo dal viso rubicondo; non abituato a cerimonie, salutò con una certa dimestichezza e annunziò che gli «sposi» si sarebbero trovati benissimo in casa sua. Aveva tutto approntato, rinfrescato, ripulito con cura; le due camere e il salotto guardavano il lago; di giorno faceva caldo, ma si tenevan le persiane chiuse e si scendeva in giardino; di sera, poi, era una bellezza ovunque. A pochi passi di là, comparve anche la moglie dell'albergatore, più timorosa per l'aspetto signorile di Loredana, della quale notò in un batter d'occhio l'abito, la figura slanciata, il viso freschissimo, la bella bocca. Essa dichiarò che era felice di non alloggiare i soliti tedeschi con la piuma di gallo sul cappellino verde.
Mentre i due vetturali scaricavano i bauli, gli amanti salirono a veder le camere, e sulla scala s'imbatterono in una signora ampia di forme, col viso pitturato e le sopracciglia duramente segnate a nerofumo. Ella salutò chinando la testa, e si fece da un lato.
--È la signora Teobaldi, di Verona,--disse l'albergatrice, che seguiva.--Una buona e bella signora.
Filippo la guardò appena, rispondendo distratto al suo saluto, Loredana sorrise per quelle spaurevoli sopracciglia; e per la maschera di biacca e di belletto che le deturpava la faccia.
Le due camere da letto erano grandi e pulite, ciascuna con un armadio a specchio, un cassettone di legno chiaro, una tavola rettangolare coperta da un tappeto modesto ma nuovo. Il salotto era addobbato con carta a fiori d'oro sul fondo rosso; i mobili mal disposti, in ordine scrupolosamente simmetrico, facevan pensare a lunghi mesi d'abbandono, quantunque non vi fosse un grano di polvere. Il pianoforte, del quale Filippo toccò alcuni tasti, emise un miagolìo prolungato che fece ridere Loredana.
--Bisognerà comprare molti oggetti inutili per nascondere la bruttezza degli oggetti utili,--osservò Filippo, senza badare alla faccia scorata dell'albergatrice.--Va bene,--seguitò con quest'ultima.--Faccia portare subito i bauli....
--Sì, signor conte,--disse la donna.
--A proposito: sa il mio nome?
--Me lo ha detto l'uomo che è venuto stamane a vedere le camere,--rispose l'albergatrice.--Il signor conte Filippo Vagli e la signora contessa, di Venezia. Anzi, volevo chiedere alla signora contessa se suona il piano....
--Perchè?--domandò la giovane.
--Perchè in tal caso lo farei accomodare: è un po' scordato.
--Lo faccia accomodare,--disse Filippo.
E quando la donna se ne fu andata, seguitò con l'amica sua, che si toglieva il cappello:
--Non vorrei esser caduto in un covo di pettegole....
--Dove sarebbero?--domandò la fanciulla stupita.
--Quella signora di Verona, per esempio: Teobaldi o Tibaldi o Ribaldi....
--L'albergatrice ha detto che è buona....
--Sì,--osservò Filippo,--ma ha detto pure che è bella! E allora, stiamo freschi!
Loredana diede in una risata, pensando alle terribili sopracciglia immobili. Ella s'era affacciata alla finestra e sembrava compenetrarsi della luce folgorante che saliva dal lago, dardeggiava la linea onduleggiata delle montagne, incendiava le case di Desenzano, faceva frinir le cicale sugli alberi.
Ad un tratto si volse e disse:
--Oggi scrivo alla mamma.
--Appunto,--rispose Filippo.--Anch'io....
E stava per continuare, quando fu bussato alla porta ed entrarono gli uomini con un baule.
--Che cosa dicevi?--domandò Loredana, allorchè gli uomini uscirono per prender gli altri bagagli.
--Volevo dirti che ho intenzione di andare a Venezia, fra qualche giorno. Bisogna ch'io sappia ciò che si dice,--dichiarò Filippo, sedendo in una poltroncina.--La mia assenza non può essere stata notata: a Venezia son rimaste poche famiglie che io conosco, e in quest'epoca, tutti gli anni io vado in campagna. Ma voglio udire se si fanno chiacchiere e voglio, se mi riuscirà, aver notizie di tua madre.
--Come farai?...
Di nuovo gli uomini entrarono con un baule, che Filippo ordinò di deporre nella sua camera.
--Non dev'esser difficile,--egli continuò poscia,--mandare qualcuno da lei con un pretesto. Anzi, servendomi d'una persona fidata, potrei farle consegnare la tua lettera.
La fanciulla tacque un istante. Quel disegno di Filippo le pareva logico e pure la turbava; appena arrivata in un paese nuovo, tra gente sconosciuta, doveva rimaner sola, di giorno e di notte. E all'idea che Filippo volesse abbandonarla, un tale spavento la prese, che si sentì sbiancare il volto, come tutto il sangue le si fosse gelato nelle vene.
Ritornò alla finestra, per nascondere il suo turbamento; ma non vedeva nè il lago, nè il sole, nè la città dirimpetto, che un minuto prima le era parsa sfavillante....
--Che pazza!--disse a sè medesima.--Come potrebbe abbandonarmi, se mi ama, se lo amo, se gli ho dato tutta me stessa? Non lo conosco da tre anni, non sono stata per tre anni la piccola amica, e non sono oggi la piccola amante?
Udì che gli uomini, recato l'ultimo baule, salutavano e uscivano ringraziando. Si tolse dalla finestra, e disse a Filippo, con voce un po' debole:
--Sì, è giusto. Devi andare.
Quella stessa mattina, il conte Roberto, arrivato a Fasano in carrozza, spedì subito un telegramma a sua cognata. Il telegramma, alla forma del quale aveva pensato durante tutto il viaggio, diceva: «Non ho visto nessuno. Lascia fare».
E la contessa Bianca ricevendolo si chiese se quel «Lascia fare» significasse «Fida in me» o non piuttosto: «Lascia che ciascuno viva a modo suo».
Ma le parve che la seconda interpretazione fosse la buona.
VI.
A Venezia, la scomparsa di Loredana De Carolis non aveva sollevato rumore. La fanciulla e sua madre Emma vivevano una vita modesta, fra poche conoscenze e pochi parenti, senza attinenze con la grande società. I vicini di casa, che dopo qualche giorno non videro Loredana al balcone come di solito, credettero fosse partita per la campagna. La madre, atterrita dalle conseguenze dei pettegolezzi, dovette farsi sua complice, e a quelle amiche le quali chiedevano di lei, rispondeva ch'era andata a San Donà, ove ella stessa l'avrebbe fra poco raggiunta.
In fondo, la povera donna non sapeva che fare: solo innanzi all'avvenimento inaspettato aveva compreso ch'ella era stata colpevole, che l'amicizia di Filippo alla quale aveva creduto così stupidamente non poteva non mutar forma, e ch'ella avrebbe dovuto, per la salvezza di sua figlia, mettere alla porta Filippo con una mano e Adolfo con l'altra.
Per acquetare Adolfo, la signora Emma inventò dapprima delle bugie: Loredana era uscita, poi stava poco bene, poi era a letto con un male a un piede. Ma la faccia pallida della signora, e qualche cosa strana in tutta la casa e il contegno misterioso della donna di servizio, che voleva bene alla signorina, odiava Adolfo il quale non le aveva mai dato un soldo, amava il conte Vagli ch'era stato sempre con lei generoso, e infine approvava pienamente la fuga e la trovava proprio stupenda,--qualche cosa strana, inusata, avvertì Adolfo Gianella che lo si voleva ingannare.
E quando la signora De Carolis dovette finalmente dire che Loredana non era a Venezia, ma, rifugiatasi presso alcuni parenti, dichiarava di non voler più a nessun patto sposare Adolfo, quest'ultimo s'accasciò d'un colpo; la superbia, l'albagìa, la cieca sicurezza in se stesso, la esperienza del cuore femminile ond'egli andava tanto orgoglioso, tutto precipitò in un attimo. Pianse e poi diventò violento. Voleva vedere la fanciulla, persuaderla, prometterle di cambiar carattere.
Per più giorni la signora De Carolis ebbe la casa assediata dai parenti di Adolfo; chi la rimproverava, chi la chiamava pazza, chi gridava al tradimento, e tutti chiedevano l'indirizzo della fanciulla per farle mutar pensiero. La signora Emma dovette tener testa a quei furiosi e seguitare a ripetere che rispettava la volontà di sua figlia e non voleva influire sulla sua decisione. Adolfo minacciò di girare l'intera provincia alla ricerca della scomparsa; poi minacciò di uccidersi; ma non fece nè una cosa nè l'altra, e la signora De Carolis notò ch'egli non era men roseo o meno grasso del consueto.
--Vedremo,--egli diceva,--vedremo chi sarà il fortunato che sposerà sua figlia! Son proprio curioso di conoscerlo!
Egli era certissimo che un miglior marito di lui Loredana non avrebbe mai potuto trovare; e cercava intanto nell'amor proprio offeso un principio di consolazione.
--Non era degna di te!--dichiarava la signora Gianella ad Adolfo.--Forse è una fortuna che questo matrimonio vada in fumo!
--Non era degna!--pensò finalmente anche Adolfo, rinunziando al suicidio.--Dopo tutto, era senza un soldo e non aveva che superbia!
I parenti di lui lasciarono in pace la signora De Carolis, che per quelle emozioni s'era fatta palliduccia e magra in una settimana; ma non trascurarono le occasioni di parlar male di lei e di sua figlia, la quale aveva respinto un così bel «partito». I più allegri furono i colleghi di Adolfo, che non potevano soffrirlo; essi risero quando seppero che la sua fidanzata lo aveva messo alla porta; uno rammentò l'aria d'importanza ch'egli si dava quando spiegava loro la psicologia del cuore femminile; un altro ne imitò i gesti quando, nei giorni di molto lavoro, mangiava in ufficio e la sua testa spariva dietro il fumo di una «minestrina» che sarebbe bastata per quattro; un terzo ricordò ch'egli andava superbo della intelligenza della sua fidanzata.
--Perdio!--esclamò quest'ultimo.--Bisogna dire ch'egli avesse ragione, perchè il calcio che la ragazza gli ha dato, prova ch'era intelligente davvero!
Gli altri risero, e la fanciulla ignota diventò simpatica a tutti gli impiegati della Banca.
VII.
Loredana e Filippo vissero a Sirmione alcuni giorni di felicità senza pari; lungi dagli sguardi indiscreti, non conosciuti, sicuri l'un dell'altra, s'imaginavano d'essere in qualche isola perduta nell'Oceano. Tutto era bello.
Le grotte di Catullo, i ruderi maestosi e robusti, che l'erba circonda, che il vento accarezza, che il sole riscalda, parvero loro una cosa divina. Di là essi ammiravano la grandiosità del lago, ora illuminato con cruda forza, ora soffuso di nebbia, leggera come un pulviscolo; e seduti, verso il tramonto, ai piedi del promontorio, dove le rocce levigate sorgono dall'acqua limpidissima, i due amanti stavano spesso in silenzio a guardare, raccolti e commossi, ciascuno sentendo d'essere troppo felice e temendo che l'incanto si smagasse presto.
Qualche volta uscivano con la barca, una barca tozza a guisa di canotto, che danzava bene sulle onde; remava Filippo e l'amica sua stava a poppa, dapprincipio un po' timorosa e poi contenta come una bambina. Ella era ormai tranquilla; aveva ricevuto due lettere dalla mamma, respinte da Napoli a Roma, da Roma a Firenze, da Firenze a Brescia e a Sirmione per mezzo di amici fidati di Filippo; e in quelle lettere non un'imprecazione, non un rimprovero; solo una ineffabile tristezza, che la fanciulla sapeva di poter calmare con buone parole. La mamma dava le notizie della famiglia Gianella e di Adolfo, che seguitava a mangiare e a parlar di suicidio. La mamma non malediceva, non rimproverava, non faceva minacce; era sola, e tra le righe delle lunghe lettere si poteva leggere l'espressione dell'unico desiderio di lei, che la figlia tornasse, che la solitudine finisse.
Al principio della terza settimana, Filippo si decise finalmente a recarsi per poco a Venezia; Loredana volle accompagnarlo fino a Peschiera, in carrozza, e là, quando lo vide salire in treno e salutare mentre il treno si rimetteva in moto, la giovane ebbe una fitta in cuore. Tornò a Sirmione in carrozza, con gli sguardi perduti, colla mente presa dai pensieri più strambi, imaginando che Filippo non dovesse più rivederla, che sua madre lo facesse arrestare, che qualcuno potesse ucciderlo. Le era parso molto preoccupato al momento di abbracciarla, come egli pure temesse qualche cosa nuova e imprevedibile.
Ella non vide la strada; sentì che la carrozza si fermava, si guardò intorno, riconobbe il piccolo albergo, discese.
Al momento di pagare, non trovò moneta. Filippo le aveva lasciato cento lire in un biglietto; ma mentre ella si volgeva per incaricare la padrona di pagare il vetturale, la signora Clarice Teobaldi, dalle sopracciglia al nerofumo, comparve improvvisamente e si offerse.
--Lasci, lasci, signora contessa,--ella pregò con la voce forte e melata.--Mi permetta che le presti io....
Trasse dal borsellino alcune monete d'argento, le diede al vetturale, gli disse che bastavano per una corsa a Peschiera, che la signora contessa non era un'inglese da svaligiare, ebbe un breve alterco, e finì per vincerla.
--Con questa gente bisogna andar cauti,--osservò poi, mentre si metteva a fianco di Loredana ed entrava con lei nell'albergo.--Sono abituati coi forestieri; ma noi siamo italiani....
Lanciò alla fanciulla un'occhiata ammirativa, e aggiunse:
--E che bel sangue italiano!... Il signor conte è partito?
--Sì,--disse Loredana, fermandosi ai piedi della scala, mentre il volto esprimeva ingenuamente una noia senza pari.
--Tornerà presto, si capisce,--seguitò la signora Clarice per conto proprio.--Non vuol mica lasciare a lungo un fiore così bello, abbandonato in questo selvaggio paese.
--Oh il paese è magnifico!--rimbeccò la ragazza, offesa che si criticasse ciò che piaceva a Filippo.
--Sì, ma in due lo si ammira meglio!--disse argutamente la signora Clarice.
--Mi perdoni,--interruppe Loredana, salendo le scale.--Le manderò subito ciò che mi ha prestato. La ringrazio....
--Di che? Lei deve disporre di me, signora contessa, come d'una vecchia amica, come d'una mamma....
Dall'alto delle scale, Loredana lanciò alla donna un'occhiata furibonda. Voleva farle da mamma, quella vecchia stopposa? Non l'aveva lei, la madre sua, tanto buona?
Quando fu in camera si gettò sul letto a piangere.
Quella settimana doveva essere un inferno, a giudicar dalle prime ore. Senza Filippo, senza la mamma, col titolo di «signora contessa» che le facevan tuonare all'orecchio ogni istante e che aveva per lei un significato d'ironia, Loredana si sentiva perduta.
Fissò la tappezzeria della camerina da letto, una tappezzeria cilestre a fiori mavì, che parevan piccoli cavoli o piccole teste rincorrentisi in lunghe file verticali e orizzontali; si mise a contar quei segni, a guardar gli spazii cilestri tra fiore e fiore; e restò così, con gli occhi rossi e velati, fin che l'albergatrice non le recò la colazione, disponendola sulla tavola del salotto.
La fanciulla voleva restare sola tutto quel giorno, tutto il tempo che Filippo fosse rimasto assente; ma aveva appena bevuto l'ultimo sorso di caffè, che udì battere all'uscio.
--Avanti!--disse.
E invece dell'albergatrice, essa vide comparire la Teobaldi, sorridente e incerta.
--Mi perdoni, signora contessa,--cominciò questa, ferma sul limitare.--Ho pensato che lei era sola e che forse avrebbe gradito di scambiar qualche parola con una persona più intelligente che quella povera donna.... Io sono vecchia, ho visto molte cose a questo mondo, ho sofferto, e valgo di più, modestia a parte, dell'albergatrice.... Mi permette?
--Prego....--mormorò Loredana, stupefatta d'un'audacia della quale non aveva ancora idea.
La Teobaldi s'avanzò guardandosi intorno.
--Ah, molto ben messo, molto carino!--disse.--Come si sente la mano della donna, d'una signora! Ma s'io fossi una signora come lei, indiscrezione a parte, non verrei in un paese bizzarro come questo. Ci sono tanti bei siti, in Cadore, nella Svizzera, nella Scozia, nel Caucaso....
Ella sedette presso la tavola, di fronte a Loredana, la quale non sapeva che cosa dire e che cosa fare.
--Oh ecco il pianoforte!--esclamò la Teobaldi.--Lei suona il pianoforte?
--No,--rispose la fanciulla.
--Peccato! Io suono e canto. Ah sono stata una cantante, modestia a parte, coi fiocchi; e compongo anche; ho delle romanze scritte da me. Tamagno ne ha cantata una l'anno scorso.
Loredana s'accorse che la Teobaldi le cercava con gli occhi la mano sinistra, che la fanciulla teneva sul grembo, mentre aveva l'altra distesa sulla tavola. E capì; l'intrusa voleva vedere se portava l'anello nuziale.
La giovane se ne sentì così turbata, che la fronte le s'imperlò di sudore. Non aveva pensato a quel particolare; veramente non aveva pensato di dover trovarsi mai a conversare con una persona che non fosse Filippo; e ora, se la Teobaldi avesse scoperto ch'ella non aveva l'anello nuziale, avrebbe capito tutto.
--Ah, lei canta!--disse.
Si decise. Levò la sinistra dal grembo e si mise a giocherellare col laccio argenteo del tovagliolo; gli occhi della Teobaldi le si fissarono sulla mano e il suo volto carico di biacca non disse nulla.
--Canto per diletto, da povera vecchia,--seguitò malinconicamente.
S'alzò, traversò il salottino e andò a sedere innanzi al pianoforte, sullo sgabello di reps rosso; le mani corsero agilmente sulla tastiera, mentre la testa accompagnava il ritmo con voluttuoso abbandono.
--«Mon rêve»,--annunziò d'un tratto.--Il mio sogno!
Era una romanza, per soprano. La Teobaldi lanciò alcuni trilli preliminari, così acuti che parvero lacerar l'aria, poi iniziò una nenia lagrimosa con un ritornello singhiozzante; la cantatrice tremolava da capo a piedi, e le si agitavano i riccioli grigi sulla fronte; essa aveva gli occhi levati in alto, quasi a cercare il suo sogno tra gli arabeschi stampati del soffitto.
A Loredana parve che stonasse due o tre volte; del resto la fanciulla non sapeva se ridere o piangere, se gridar di rabbia per quella visita sfacciata o cercar di svagarsi al grottesco spettacolo. Pensava a Filippo, che le note tristi del piano e la cantilena funebre le facevan desiderare ancor meglio, con un impeto disperato e selvaggio. Dov'era? Che faceva? Egli pure la desiderava così, la cercava con la mente e col cuore? E aveva visto la mamma sua?
Un grido straziante interruppe il suo pensiero; la vecchia aveva finito e restava con la bocca spalancata, con gli occhi fissi al soffitto e i riccioli definitivamente sciolti sulla fronte, come fulminata dalla passione traboccante. Ma non udendo parola di elogio, si girò sullo sgabello, guardò la ragazza, e disse:
--Eh?...
--Canta molto bene,--rispose Loredana.
--No; non voglio complimenti. Ma che bella romanza, eh?
--Bellissima.
--C'è tutta un'anima qua dentro! Già, io mi commuovo troppo!
Loredana vide infatti che la vecchia aveva gli occhi lucidi per le lagrime, e si dolse di non poter piangere a sua volta per quel «Mon rêve» ch'era così diverso da quello che la fanciulla aveva in cuore.
La Teobaldi fece un mezzo giro sullo sgabello, si ritrovò innanzi al piano e cominciò un _galopp_.
--«Folletto!»--disse, enunziandone il titolo.--Le piace ballare?
La risposta di Loredana si perdette tra una tempesta di note senza tempo e senza misura, che la vecchia accumulava con frenesia, come se il ballabile le avesse fatto perdere ogni nozione musicale.