Part 15
Un brivido passò nell'anima di Loredana; chinato il capo di nuovo sul libro, mormorò con indifferenza studiata:
--Nulla. È venuto il Candriani a trovarmi....
--Berto?--esclamò Filippo stupito.--A che ora?
--Alle cinque e un quarto, o alle cinque e mezza, non ricordo.
--E che cosa voleva?
--Era passato a prenderti per andare dalla contessa Lombardi.
--Ma è impossibile, Lori; pensa bene a ciò che dici!--esclamò Filippo.
Loredana s'impaurì; impossibile? perchè era impossibile?
--Ha detto così,--ella insistette.
--Ma dalla contessa Lombardi dovevamo trovarci più tardi,--osservò Filippo.--E infatti è venuto, mi ha visto, e non mi ha detto ch'era stato qui. Tutto questo è stranissimo....
Tacque; s'avvicinò all'amante, ancora seduta sul divano, e la scrutò attentamente.
--Tu sei molto agitata,--soggiunse.--Mi nascondi qualche cosa....
Loredana si sentì morire. Che cosa poteva credere Filippo? Bisognava raccontar tutto?... Alzò il capo, e disse, disperatamente:
--Io, il Candriani, non voglio più vederlo!
Filippo sussultò, l'attirò al petto, e baciandola rispose con calma:
--Ho capito. Non lo vedrai più!
XI.
Il conte Filippo Vagli e il conte Berto Candriani, col pretesto d'un diverbio politico, si batterono alla sciabola tre giorni dopo la visita di Berto a Loredana. Al Candriani toccò un colpo di figura interna, che partendo dall'orecchia destra, gli tagliava il naso, le labbra, il mento; Filippo, a causa dell'incontro avvenuto in quell'attimo, ebbe una sciabolata all'avambraccio destro, lunga ma non profonda.
Loredana quando vide in quel pomeriggio freddo e nebbioso tornar Filippo col braccio al collo, diventò come pazza; correva da una camera all'altra, gridando e piangendo; era stata lei la causa del duello; Flopi s'era dovuto battere per lei; ella era la sua maledizione; già tanti danni aveva avuto dal suo amore, già tanti dispiaceri, e oggi anche un duello, una ferita, oggi anche il sangue aveva dovuto dare!
Il chirurgo che accompagnava Filippo le assicurò che la ferita del conte non era grave; Filippo e Clarice furono attorno alla giovane per confortarla; ma essa era così sbigottita, coi capelli sciolti e gli occhi dilatati dallo spavento, che il medico dovette occuparsi prima di lei che del suo ferito.
A poco a poco, quasi svegliandosi da un terribile sogno, Loredana si rimise e cominciò a credere che Filippo non fosse minacciato da morte imminente. Ma non appena il chirurgo si congedò, essa volle udire il racconto della scena, e Filippo dovette raccontare, mentre Clarice Teobaldi pensava alle più belle pagine del teatro melodrammatico.
--La conclusione si è,--terminò Filippo,--che io intendo partire non appena mi sarà possibile. Questo duello farà troppo chiasso. Andremo a Roma a passar l'inverno: lasceremo qui Clarice a vigilare la casa, e torneremo a primavera....
La signora Teobaldi sentì il dispiacere del futuro distacco, temperato dalla soddisfazione di quell'incarico di fiducia, e pensò che Filippo era veramente un eroe.
--Mi dispiace per Berto,--soggiunse il conte.--Gli è toccato un colpo crudele, ma non potevo misurarlo. Del resto, la lezione gli insegnerà a tener la lingua tra i denti.... e a rispettar l'amicizia.
Filippo non s'era ingannato, prevedendo che il duello avrebbe fatto chiasso. Per tutto il giorno dovette ricevere amici nel suo studio, i quali venivano ad assicurarsi che non era gravemente ferito. In città il fracasso era enorme, e quelli che ne sapevano meno erano i più esatti e più sicuri nel raccontar particolari.
Non si trattava del solito pettegolezzo, qualche volta campato interamente in aria, sempre mormorato con grazia; era un'onda di ciarle e di commenti fragorosi che dilagava per tutto, nei caffè, nei teatri, nei salotti.
L'aristocrazia veneziana, la quale conta forse i nomi più classici del mondo, s'angustiò per quell'incidente di cui si sapevano anche le cause, perchè il pretesto del diverbio non aveva ingannato nessuno. Da anni a Venezia non avvenivano duelli se non tra giornalisti; una cordialità simpatica legava i signori l'uno all'altro, e la più squisita cortesia presiedeva ai loro convegni, tanto che al momento di trovare i padrini, Filippo e Berto avevano incontrato non poche difficoltà, perchè gli amici di quello erano amici di questo; Filippo aveva scelto due ufficiali di marina giunti da poco a Venezia, e Berto due ufficiali di cavalleria che stavano a Padova.
Il conte Roberto e la contessa Bianca furono costernati all'annunzio; nè l'uno nè l'altra avrebbero imaginato che Filippo giungesse a tanto per la «monella»; e l'uno e l'altra, d'intesa, fecero comprendere la loro riprovazione ostentando di non voler parlare dell'accaduto e trascurando di chiedere notizie del nipote e del figlio.
Era lo scandalo; lo scandalo aperto, irrimediabile, gigantesco; perchè sapendo che Filippo si era battuto per una donna, e non già per la politica come voleva dare a intendere, nessuno pensava che questa donna non l'avesse tradito, ch'egli non l'avesse sorpresa fra le braccia del Candriani, ch'egli insomma non avesse fatto una brutta figura. Il nome di Loredana correva per le strade, e la curiosità interribiliva.
Loredana! Chi era? Dove l'aveva trovata? Che cosa faceva prima di darsi al conte? Era quella del bagno di latte e delle fragole? Ah era quella! Allora la medesima che una sera al teatro Goldoni civettava col Candriani; che sfrontata! Mantenuta dell'uno, andava a teatro con l'altro! Filippo spendeva un patrimonio per coprirla di seta e di gioielli ed essa lo ricompensava a questa maniera; la colpa era di Filippo, che doveva aver perduto la testa. Chi l'avrebbe detto, lui così pronto una volta a cambiar d'amanti, così garbato e accorto, così scettico ed egoista! È proprio vero che il gatto, all'ultimo, vi lascia lo zampino; Filippo doveva essere invecchiato; questo amore aveva tutta la goffaggine d'una passione senile.
Non parliamo del Candriani, tanto ben ricompensato della sua amicizia; per poco Filippo non gli aveva portato via naso, orecchia e labbra in un colpo solo; ad ogni modo il povero Berto rimaneva sfigurato per sempre; la cicatrice era spaventosa; venti punti di sutura; ma che venti? trenta, o quaranta; un macello.... E intanto Filippo s'era giuocato per quella donna l'eredità dello zio, una diecina di milioni; lo zio l'aveva avvertito più volte, l'aveva pregato e scongiurato, e finalmente aveva perduto la pazienza. Chi poteva dargli torto? Era un vecchio onesto e semplice, che non voleva pasticci in famiglia.... E quell'altra, la madre, la contessa Bianca, quale conforto aveva dal figliuolo, ch'ella voleva accasare! S'era trattato di matrimonio con la contessina Cafiero; no, con la Fioresi, una ragazza che gli avrebbe portato, anche lei, una diecina di milioni; ma Filippo aveva mandato all'aria ogni cosa; e in tal modo, dieci della fidanzata e dieci dello zio, erano ormai venti milioni sfumati.
Qualcuno osava una parola in difesa di Filippo, ma era peggio.... Come difenderlo? Figurarsi: permetteva che la sua mantenuta si facesse chiamare contessa Vagli; in tutti i negozii di Venezia, per contessa Vagli s'intendeva non già la veneranda contessa Bianca, ma quella ragazza; e una volta la contessa Bianca s'era vista portare a palazzo una scatola di trine e piume, ch'eran destinate all'altra; anzi più volte i fornitori sbagliavano, e mandavano da pagare alla contessa Bianca le note della ragazza. Una commedia, una farsaccia, permessa, voluta da Filippo, che neanche rispettava più il nome della famiglia.... Come si poteva difenderlo?... Tutti a questo mondo han fatto le loro; a tutti piacciono le donne; ma c'è maniera e maniera. Un avvocato diceva: «Nisi caste saltem caute»; il buon gusto, la decenza, non si devono mai offendere; e da gente, poi, che ha obblighi sociali e dovrebbe dar l'esempio.... Se così faceva un patrizio veneto, si poteva imaginare che cosa avrebbe fatto qualche povero diavolo, un facchino della Marittima, un plebeo....
E a proposito di plebei, che cosa era quella sua amante? La chiamava Loredana, lui, per rialzarla; ma veniva dal basso, era uno _scialletto_, nè più nè meno che un'infilatrice di perle a Castello; pensate che educazione poteva avere e che linguaggio; ma faceva ogni giorno un bagno nel latte. È per questo che la dicevano tanto caritatevole; distribuiva ai poveri il latte che le era servito pel bagno. Quanto alla bellezza, poi, a Venezia se ne potevan trovare mille, diecimila più belle; bastava guardarsi intorno, e giusto a Castello e a Cannaregio v'eran certi musetti, si vedevan certi occhi e certe capigliature; la Resi, per esempio, e la Nana, e quell'altra, quella bionda, la Màlgari; e nessuno si pensava di portarsele a casa, di rinunziare a venti milioni, di chiamarle contesse, e di metterle in conserva nel latte. Ci voleva proprio un patrizio, e un patrizio come Filippo, per queste minchionerie!
Filippo rimase schiacciato sotto quella valanga. Caldo per ira e per gelosia, aveva provocato Berto, senza prevedere che la responsabilità dell'avvenimento sarebbe andata a battere contro Loredana, la quale ne usciva compromessa irrimediabilmente; e compromettere una donna era per Filippo azione così vigliacca e stupida, ch'egli spasimava d'esserci involontariamente incappato. Tutto il fango della strada, l'ira degli uomini, l'invidia delle femmine, si sollevava e ricadeva sull'amante sua.
Era una cosa spaurevole. Fra gli amici venuti in quei giorni a trovar Filippo fu il conte Alvise Priùli, un vecchio d'oltre sessant'anni, dalla vita cristallina, maestro di cortesie, oracolo in materie cavalleresche, franco nel parlare.
--Ti sei cacciato in un ginepraio,--egli disse a Filippo.--Perchè non consigliarti con qualcuno, prima di agire?... A provocare e a battersi v'è sempre tempo. E tu sai che quando c'è di mezzo una donna, chiunque ella sia, un gentiluomo deve evitare duelli e scenate fin che gli è possibile....
Filippo, col braccio al collo, passeggiava nervosamente per lo studio, angusto alla sua furia. Si arrestò innanzi al vecchio che aveva candidi capelli e faccia rosea:
--Che cosa dicono?--chiese avidamente.
Il conte Alvise fece un gesto desolato.
--Un disastro,--rispose.--Tutto quello che puoi imaginare di più antipatico, di più losco, di più sciocco; è una vera orgia di contumelie....
--Contro di me?
--Contro di te, e contro la signora, voglio dire la signorina, insomma la tua amica.
--Per esempio?--incalzò Filippo.
--Che esempio!--esclamò Alvise sorridendo.--Non è il caso di darti esempii; anche tu sai che cosa è la folla quando si sbizzarrisce a inventare e a deridere.
Filippo battè i piedi a terra, riprese a camminare, e camminando disse:
--Che cosa mi consigli? Che cosa devo fare, Alvise? Bisogna ch'io ne esca....
--Io ti consiglio di cambiar aria,--disse Alvise.--Fa un viaggio, un bel viaggio lungo. Se tu rimani, finisci per batterti altre venti volte, e lo scandalo cresce. Del resto, come puoi pigliartela con gli anonimi? Tutti parlano ora che ti sanno chiuso in casa; pròvati ad uscire e non avrai che strette di mano e sorrisi....
--Ipocriti! Vigliacchi!--esclamò Filippo.
--Ma no, caro, hai torto,--osservò prontamente Alvise.--Il mondo è fatto così; non intende aggredirti di fronte, perchè gliela faresti pagare; aspetta che tu volti le spalle. E in questo, Venezia, Parigi, Londra, Pechino, sono una città sola....
--Dunque un viaggio, tu dici?--riprese Filippo, fermandosi un'altra volta davanti al vecchio amico.--Io aveva pensato di passar l'inverno a Roma....
--No, no, un viaggio. A Roma si sa tutto, come a Venezia; figùrati se la Montegalda, la Fioresi, e venti altre, se di Spinea e lo stesso Candriani non hanno scritto agli amici di laggiù! E ciascuno a modo suo.
--Come sta Berto?--domando Filippo.
--Bene, puoi imaginare. Gli hai cambiato faccia, ma non sono avvenute complicazioni, e se la caverà in un mese o poco più....
Filippo tacque, guardando a terra.
--Me l'aveva fatta grossa,--mormorò poi.
--Sai che è un caposcarico; potevi parlargli e persuaderlo a non molestare la tua amica. E anche la tua amica, via, confessiamolo, doveva essere più prudente, metterlo alla porta alla chetichella e non dirtene nulla.
Filippo scosse la testa.
--Loredana non ha alcuna colpa,--ribattè.--È abituata a dirmi tutto; e se l'avesse messo alla porta, io non me ne sarei avveduto e non avrei chiesto spiegazioni? Era il solo che veniva a trovarci, e ci voleva poco ad accorgermi che non c'era più!... E la mamma e lo zio, che cosa dicono?
Il conte Alvise fece un altro gesto in aria, più desolato del primo.
--Non ne parliamo, caro Flopi!... Credo che Roberto pensi a fondar col suo denaro un istituto di beneficenza....
Filippo sorrise.
--Gliel'ho consigliato io!--disse.
--Bravo!--esclamò Alvise.--Non ti conoscevo come benefattore dell'umanità. Quanto a tua madre, povera donna, questo è un colpo, è un colpo grosso.... Sai le sue idee, anche in materia di duello; e qui poi si tratta d'un duello inutile, d'uno scandalo gigantesco.
--Povera mamma!--disse Filippo, meditabondo.
--Dovresti scriverle chiedendole perdono,--suggerì Alvise.--Non ti risponderà, ma la lettera la calmerà un poco, e servirà a prepararti un colloquio.
--Le scriverò; è una buona idea,--dichiarò Filippo.--Quanto a colloquii, non ne avremo: essa mi chiede ciò che io non voglio concederle, l'allontanamento di Loredana. Non voglio e non posso: tu capisci che se oggi, quando è aggredita da tutta una folla, da tutta una città, mettessi Loredana sul lastrico, sarei un farabutto....
--È giusto,--convenne Alvise.
Altri amici sopravvennero, e Filippo li interrogò, e da ciascuno ebbe la conferma che lo scandalo dilagava, che in alto e in basso, nel salotto e nell'osteria, ancora non si parlava se non del duello; qualche amico più addentro nella confidenza di Filippo ripetè, attenuando, i discorsi che correvano, e anche attenuati, specialmente per Loredana, erano oltraggiosi e provocanti....
Le visite si susseguirono fin quasi all'ora del pranzo; e Filippo ne uscì in uno stato di fredda disperazione. Piegò il capo sul braccio sinistro appoggiato alla tavola, e restò immoto a pensare.
XII.
A pensare; ma non seppe mai quanto rimanesse in quella positura.
Lievemente, con un passo che il tappeto smorzava del tutto, Loredana entrò nello studio verso le otto, per chiamar Filippo a pranzo. Ella sorrideva, perchè da qualche giorno era certa della guarigione dell'amante, e quel viaggio a Roma, di cui s'era parlato, le piaceva molto. Intorno a Roma avevan ricamato mille fantasie l'estate innanzi, a Sirmione, poi non se n'era fatto più nulla per le vicende susseguite.
Loredana si fermò di botto sul limitare, e fu per mandare un grido.
Filippo era seduto, con la testa reclinata sul braccio, immobile.
La giovane accorse, gli toccò una spalla, ed egli alzò il capo sussultando.
--Che c'è?--disse.
Loredana vide ch'egli aveva gli occhi lucidi di lagrime, e ne rimase sbigottita.
--Hai pianto?--chiese.--Flopi, hai pianto? Che cosa è avvenuto?
L'amante scosse la testa, infastidito e confuso.
--No, no,--disse,--non ho pianto....
--Sì, hai gli occhi rossi e umidi.... Che cosa è avvenuto, in nome di Dio?
Filippo si alzò, fece un giro per la camera, silenzioso, mentre Loredana lo guardava attonita, quasi non lo riconoscesse; ella avrebbe potuto imaginare nei suoi sogni qualunque cosa strana, ma non avrebbe imaginato mai di dover vedere un giorno il viso di Filippo bagnato dalle lagrime; questo spettacolo superava tutto che di più orribile e di più straordinario ella poteva sognare....
--Dimmi che cosa hai!--insistette.--Per carità, Flopi, non farmi morire di spavento; rassicurami, dimmi una parola, non esser crudele a questa maniera....
Filippo s'arrestò nel bel mezzo della camera.
--Che cosa ho?--disse.--Non ne posso più, ecco! Ho tutta la città contro di me, tutti i parenti, tutti gli amici, tutti gli sconosciuti, tutti gli sfaccendati, tutti, i ricchi e i poveri, i buoni e i cattivi, tutti sono contro di me. Questo duello ha sollevato uno scandalo senza esempio, e ha coperto di fango me e te. Io sono un vanesio che compromette le donne, un «trombone» come dicono a Venezia, e tu una sgualdrinella, e i nostri nomi sono popolari.... Ah sì, popolari ormai!... Nelle taverne ci conoscono come nei palazzi, e non abbiamo uno, un solo che ci difenda! Hai capito, Lori, che cosa ho? Un uomo non può combattere contro la folla; sono stritolato da una tempesta che ho sollevato io; non mi posso muovere, perchè la folla son tutti e non è nessuno.... Chi prendere? A chi chiedere ragione? Che cosa devo fare? Io non lo so; Priùli mi ha detto di fare un lungo viaggio, e sta bene, ma poi? Dovremo tornare, non potremo viaggiar tutta la vita, e rimettendo il piede a Venezia, io sarò il «trombone» e tu la sgualdrina.... È odioso, Lori! Non mi sono mai perduto d'animo, non ho mai piegato, fin che si trattava di discutere coi parenti; ma oggi non so dove dar la testa, perchè ho di fronte una città, l'intera città, ti dico, nella quale il pettegolezzo è un'arte, la sola rimasta a questi cialtroni. Capisci, Lori, che cosa ho? Non ne posso più, non ne posso più, non ne posso più!...
Loredana aveva capito; aveva chiaramente e interamente capito.
Dopo il primo senso di terrore e di smarrimento, la giovane stava come agghiacciata, rigida e muta. Aveva compreso; Filippo era vinto; non si poteva chiedergli di più; perduta la famiglia, aveva resistito; perduta una fortuna, aveva resistito. Ora, davanti al ridicolo, davanti ai ghigni della moltitudine, davanti alla gazzarra, allo scandalo osceno, davanti al disonore--non lo accusavano di compromettere le donne?--Filippo era vinto, e piangeva. Lei, con la sua leggerezza incredibile, lo aveva lei con le sue mani spinto in quell'abisso.
Ella rimaneva a testa china, le braccia pendenti lungo il corpo.
Filippo la vide e le si avvicinò.
--Scusami,--disse.--Scusami, Lori. È stata una debolezza imperdonabile, la mia; non dovevo affliggere anche te. Ora è passata.... Faremo un lungo viaggio, ti piace? Prima a Costantinopoli, e là poi decideremo dove andare: io posso rimanere assente anche due, tre anni. Odio Venezia, ormai, non mi ci posso più vedere! Non mi rispondi, Lori?
Ella non rispondeva: aveva capito e stava pensando che cosa dovesse fare, che cosa il suo amore chiedesse da lei, e tutto le pareva orrendo. Cercava dentro il cuore l'energia per il domani, e sentiva il cuore gelido, come pervaso repentemente da un veleno mortale.
--Non mi rispondi?--chiese Filippo di nuovo.--Guardami, non sono più triste; ha ragione Priùli: un lungo viaggio ci farà dimenticare, e intanto saremo felici. Condurrò con noi anche la Teobaldi, il povero folletto, e la faremo cantare.... Che ne dici, Lori?
Ella non rispondeva. Il suo amore era finito. Bisognava far qualche cosa, non si poteva accettare il sacrificio ultimo dell'uomo che aveva sacrificato già tanto; l'amore, l'amore vero, voleva da lei qualche cosa di più.
--Va bene,--disse fievolmente, per dire.--Va bene, Flopi. Ora guarisci, perchè non puoi partire così; e dopo decideremo tutto.... Va bene.... Sì, anche Clarice; la faremo cantare....
Tacque subito per non dare in uno scoppio di pianto, in un urlo di dolore.
--È tardi,--soggiunse.--Andiamo a pranzo....
A tavola li aspettava, come al solito, la signora Teobaldi, la quale aveva preparato un discorso intorno a certe opere che si davano alla Fenice, e voleva esprimere alcuni giudizii categorici sulla musica moderna, sulla morte del bel canto.... Ma rimase esterrefatta vedendo Lori e Flopi; il conte pallido come un cadavere; la ragazza pareva intormentita. Mangiarono in silenzio, senza guardarsi; Filippo e Loredana anzi, dimenticavano spesso di mangiare e restavano con gli sguardi perduti nel vuoto. Piero cambiava le posate, senza che il conte avesse toccato cibo; anche Piero era costernato per quello spettacolo di tristezza. Certo, era avvenuta qualche sciagura; ma dove, ma quando, se proprio quel giorno nessuno era uscito di casa, se proprio quel giorno non era arrivato nemmeno un telegramma? Il conte aveva di tanto in tanto un fremito subito contenuto; ripensava alla folla che correva le strade, trascinando il suo nome e il nome di Loredana; gli pareva d'udir le sghignazzate degli oziosi maligni.... La fanciulla, inerte, con un gran freddo dentro, si rivolgeva alcune domande angosciose, alle quali non trovava risposta.
Subito dopo il caffè, il conte le baciò la mano e si ritirò.
Clarice e Loredana rimasero sole, innanzi alla tavola, che Piero, interamente smarrito, aveva dimenticato di sparecchiare. Un grande silenzio, un silenzio d'angoscia invase la sala; non si udiva fuori se non la cantilena monotona della pioggia che cadeva fitta e instancabile da più ore.
--Contessa,--mormorò Clarice con voce supplichevole.--Contessa, mi dica....
Ma Loredana rabbrividì da capo a piedi, come un'aspide l'avesse morsa. Guardò la vecchia amica dalle terribili sopracciglia al nerofumo, la buona donna che le era sempre stata al fianco, i tristi giorni e i lieti. Una raffica di vento sfiorò la casa fra le tenebre e fece traballare i cristalli alle finestre.
La giovane stese le braccia nel vuoto. Perdutamente, con uno scoppio di pianto, disse:
--È finita!... È finita!... È finita!...
XIII.
Per le calli e le callette per le quali la plebe, il popolo, la borghesia si dan di gomito e i ragazzi sgusciano da ogni parte e la gente va, accodata qualche volta a una coppia lenta e pigra, che sbarra tutta la strada, Loredana si recò da sua madre.
L'alito di quella vita intima le soffiava in volto; finestre di case spianti le case di faccia; dalla soglia d'un negozio dov'erano appesi stoccafissi secchi, le parole e le bestemmie che al suo passaggio si tramutavano in madrigali grossolani; più là, in alto, un'esposizione di panni variopinti e teste di donne che si affacciavano a guardarla; per quest'altra calle, un facchino rotolante una botte vuota e il codazzo di monelli che correvano a dar mano per arrestare d'un tratto il viavai e obbligare i passanti a farsi contro il muro o a ripararsi dentro le porte. Una baruffa di femmine armate di ciabatte, lo scialle scivolato dagli omeri raccolto sotto il gomito sinistro, e una bordata d'ingiurie metaforiche furono, presso la sua casa, gli ultimi incidenti della corsa; e Loredana salì, l'anima chiusa da una malinconia infinita. Era stanca.
Lo spettacolo della miseria morale e materiale del popolo non l'aveva mai colpita come in quel giorno in cui il suo cuore era vinto da uno sconforto immenso. Tutta la vita non le pareva se non una trama di dolori, di cose turpi e infami, di giunterie e di volgarità, un torrente di fango al quale gli uomini devono abbeverarsi. L'illusione li sorregge un poco e li guida; poi d'un tratto l'orribile sapore avvelena la bocca e i bevitori si svegliano allo sconcio inganno.
Anche in casa di sua madre, non sapendo raccapezzarsi tra le mille storie che correvano le vie, le amiche avevan filato caligine; tanto che se non fosse stata la ritrosia e quasi il pudore di varcar quella soglia, la signora Emma sarebbe andata lei da Loredana a chieder notizie.
La giovane raccontò a sua madre tutto quello che era seguito: Emma impallidì, quando apprese che Filippo aveva pianto.
--Ahi, povera mia Lori!--esclamò.--Non hai avuto un'ora di bene, non un giorno di pace, dacchè hai abbandonato la tua casa!... Ah, Lori, Lori, quale rovina! E doveva finire così; il conte non può resistere più a lungo, non può disconoscere sua madre per te!...