Part 10
--Io ti domando se questo si chiama far l'interesse di Venezia....
--Che bella mente!--esclamò Berto Candriani, quando fu sicuro che i due se n'erano andati.--Non vuole i treni diretti; bisognerà offrirgli un servizio di muli. Dopo la battaglia di San Martino, non ha capito più nulla. E Flopi deve lottare con questi suoi parenti, i quali, nonchè l'amore, non sanno intendere nemmeno la ferrovia!...
--Ma io non comprendo perchè Flopi debba lottare coi parenti,--osservò Giselda.--Lotta per che, per chi?
--Bah,--esclamò Berto Candriani, arricciandosi i mustacchi con studiata espressione di mistero.--Affari riservati! Non dimentichiamo che lei è una signorina.
Giselda si sentì avvampar la faccia: aveva ventitre anni, molta voglia di vivere, fors'anco molta violenza contenuta dall'abitudine e dalla educazione; e nulla più l'irritava che l'ignoranza e l'espressione di candore che dovevan formare la sua maschera sociale.
Ella crollò il capo e rispose con voce dura:
--Quali sciocchezze! Ma se so tutto!...
--Tutto?--ripetè Berto, sicurissimo che non sapeva nulla, ma contento d'essere esonerato dalla discrezione.--Lei sa che Flopi ha un'amante?
--Ma certo!
--La quale è bellissima?
Giselda esitò un attimo.
--Ciò non importa. Chi la dice bellissima,--rispose,--chi mediocre, chi brutta!
Berto sorrise fugacemente, e incalzò:
--Bellissima; e lei sa che Flopi l'ha rapita, l'ha sedotta, la tiene con sè, e che ora ha sulle braccia tutti i parenti?
--Di lei; è naturale,--osservò Giselda.
--No, di lui; i parenti di lui sono spaventati, perchè non capiscono che cosa voglia farne, e temono che la sposi....
--Ma i parenti di lei perchè non intervengono?--domandò Giselda quasi con impazienza.
--Per una ragione ottima, contessina mia,--rispose Berto ridendo.--Perchè sono nel regno dei cieli, ad eccezione d'una madre, la quale se l'è ripresa una prima volta, ma se l'è vista ripartire con Flopi; onde la povera donna ha rinunziato a lottare e a discutere.
--E dove sono ora?--chiese Giselda con aria distratta.
--Chi? I parenti? Lo zio era qui poco fa, a parlar di treni....
Giselda interruppe, battendo un piede a terra, spazientita.
--Ma no, mio Dio! Flopi e quell'altra!...
--Ah!... Sono a Venezia; anzi ho pranzato oggi da loro. Bisogna dire che se qualche cosa d'irregolare è in quella casa, non lo si vede certo nella disposizione dei mobili, nella scelta delle vivande, nella qualità degli oggetti che adornano l'appartamento. Tutta roba squisita.... Credo che Flopi verrà stasera a salutar la contessa, sul tardi....
--Lei è molto addentro nella confidenza di Flopi!--osservò ironicamente Giselda, alzandosi.
--Sì, sono dei pochi che frequentano la casa,--disse Berto drizzandosi in piedi e offrendo il braccio a Giselda.
--No, grazie,--rispose questa, freddissima.--Devo dire una parola alla Torrecusa, che vedo seduta laggiù, nella sala da ballo.
E s'avviò sola, ma si fermò di repente:
--Quale casa?--domandò sottovoce.
--Sì, la casa di Flopi. Egli vive solo, ora; voglio dire non vive a palazzo. Ha un bellissimo appartamento sulle Zattere....
--Con la bellissima compagna!--concluse Giselda, che si lasciò sfuggire una risatina troppo stridula per essere sincera.
Berto s'inchinò, girò sui tacchi, e perfettamente sicuro d'aver fatto il bene di Giselda, di Flopi, e fors'anco di Loredana, passò nella sala rossa, e si mischiò a un gruppo di dame che ridevano in piedi con alcuni ufficiali di marina.
L'orchestra attaccò un valzer; i cavalieri traversarono la sala, s'incrociarono, ricomparvero con le dame al braccio, s'avviarono alla sala da ballo; fu una sfilata rapida di coppie, un'ondata di profumi.
Il valzer diceva: «Queste gioie fallaci, tutte simili all'invisibile onda delle mie note, si dissolvono nel tempo, e nulla più rimane quando l'alba livida vi richiama alle case. Abbandonatevi a queste gioie malinconiche, a quest'onda invisibile, e sognate tutti i vostri sogni, prima che l'alba vi risvegli....»
Il maggiordomo comparve a un tratto nella sala rossa, si presentò alla contessa Lombardi, le disse qualche parola inchinandosi.
La contessa ebbe un sorriso e mosse lentamente verso la porta d'entrata, mentre un susurrìo di curiosità si propagava nella sala tra i gruppi degli invitati che avevan preferito la conversazione alla danza.
Quasi contemporaneamente un signore non alto di statura, largo di spalle, con lunghi favoriti biondi, varcava il limitare e dirigendosi rapidamente incontro alla contessa, le prendeva la mano, così da impedirle l'inchino che la dama aveva abbozzato.
S'udì la voce dell'uomo, una bella voce molle:
--«Je vous suis bien reconnaissant, comtesse»,--egli diceva, baciando la sottile mano guantata.
--Chi è?--domandò Berto Candriani.
--Non lo conosci?--disse il tenente di vascello Paolo Orseolo.--È Milan, l'ex-re di Serbia.
--Oh guarda!--esclamò Berto.--Si muove bene in un salotto, meglio che sul trono, l'animale....
Il conte Orseolo diede una gomitata a Berto.
Milan s'inoltrava, tenendo al braccio la contessa Lombardi, che gli presentò gli invitati.
Berto aveva ragione: Milan aveva piuttosto l'aria d'un gran signore annoiato che non l'aspetto d'un Sovrano. I favoriti e i baffi biondi contrastavano con l'espressione di lassezza diffusa sul volto; e dentro gli occhi grigi e freddi passavan talora lampi improvvisi, come per effetto d'un pensiero che sopraggiungesse e illuminasse o facesse tremare quell'anima.
Egli disse qualche complimento alle dame intorno, con misura e con gusto, sorridendo e socchiudendo gli occhi.
A Berto Candriani domandò:
--«Est-ce que vous êtes du Rowing-Club, comte?»
--«Mais sans doute, Altesse!»--rispose Berto Candriani prontamente.
Milan gli sorrise soddisfatto; e mentre egli si allontanava con la contessa per dirigersi alla sala da ballo, Berto soggiunse a bassa voce con Paolo Orseolo:
--Mai visto il Rowing-Club! E tu?
Il conte Orseolo si mise a ridere.
Milan era giunto a Venezia in quei giorni, proveniente da Abbazia, dove aveva passato qualche settimana col giovane re Alessandro, suo figlio. I giornali avevano anzi parlato d'un tentativo d'avvelenamento commesso dai nemici degli Obrenovich contro Alessandro; e Milan, che in quell'epoca dimostrava pel figliuolo una vera tenerezza, ne era rimasto foscamente impressionato.
Era sceso all'«Hôtel d'Europa»; la contessa Lombardi, che l'aveva conosciuto alcuni anni prima a Biarritz, l'aveva invitato alla sua _sauterie_.
Berto Candriani stava per seguirlo a distanza e per gustar le altre presentazioni, ma vide entrare in quel punto Filippo Vagli, e gli corse incontro.
Filippo lo guardò interrogativamente.
--C'è Milan,--annunziò Berto.
--C'è già?--disse Filippo.--È simpatico?
--Un tozzo di pane. Ti domanderà se sei del Rowing-Club. Ti prego di dirgli di sì, perchè ciò gli fa piacere.
--Va bene. E la contessa è con lui?
--Naturalmente. Adesso che ha una specie di re per le mani, tu puoi risparmiar di salutarla, perchè conti anche meno del solito.
I due amici s'avviarono ridendo verso la sala rossa.
--A proposito,--soggiunse Berto.--Ti ho reso un piccolo servizio, questa sera.
--Mi fai tremare!--esclamò Filippo.
--Coraggio! C'era la Fioresi che schiattava dalla voglia di saper che cosa fai, come vivi, dove ti nascondi. Io le ho raccontato tutto.
--Le hai parlato di Loredana?--esclamò Filippo, arrestandosi.
--No. Le ho parlato di te, della tua passione, delle baruffe con la tua famiglia; quadro completo, insomma!
--E lo chiami un piccolo servizio, questo?--disse Filippo, stringendo la mano di Berto.--Ma è un servizio impareggiabile, prezioso, magnifico....
--Un servizio per dodici persone,--mormorò Berto.
--Proprio! Così avrò costei sulle braccia, come non bastassero tutte le altre!--concluse Filippo.--Ma dove hai la testa? Quando imparerai, tu, a essere discreto?...
Berto era un po' confuso; aveva creduto, dapprincipio, che Filippo lo ringraziasse e gli stringesse la mano per davvero; ed ecco che tanta gratitudine si risolveva in un rimbrotto.
--Non ti arrabbiare, Flopi,--egli disse.--Alla fin fine, che cosa avverrà? Che la Fioresi non ti annoierà più coi sospiri e gli sguardi languidi....
--Ma ti prego di credere che la Fioresi non ha mai fatto nulla di simile, caro mio, e che queste son fantasie del tuo cervello ozioso....
Berto non potè replicare.
Giunti nella sala rossa, videro nel bel mezzo Milan Obrenovich che parlava con la duchessa di Torrecusa.
--«Nous avons fait un pari, la comtesse et moi,»--diceva.--«La comtesse disait que vous avez les yeux gris clairs, moi je disais que vous les avez verts, ce qui vous sied excessivement bien. Et voilà, j'ai gagné!»
La duchessa sorrideva, un po' impacciata, sotto la fiamma che sfolgorarono a un tratto gli sguardi di Milan. Si sarebbe detto ch'egli avesse voluto bere la luce che sorgeva dal corpo sottile, dalla carnagione rosata, dai capelli aurei della giovane dama.
Gli altri tutt'intorno sentirono quella vampa di desiderio, che il re del tappeto verde e delle alcove aveva recato con sè, e tolsero gli occhi dalla coppia e seguitarono per discrezione i loro discorsi.
--Oh perchè non si ricoverano dietro il paravento?--mormorò Berto, con un'occhiata al principe.--Se vuole io gli insegno i buchi, a Milan....
--Quali buchi?--domandò Filippo stupito.
--I buchi del paravento. Li ha trovati comodissimi anche la Fioresi. Vieni, che ti faccio vedere; è un segreto, il segreto che si rivela a un gentiluomo....
In quel punto, la Fioresi, giungendo dalla sala da ballo con passo svelto, alta la testa, un tranquillo sorriso sulle labbra, fermò Filippo, stendendogli la mano.
--Buona sera!--ella disse.--Si disperava di vederla tra di noi....
Berto Candriani rattenne un ghigno di malizia, ma Giselda lo indovinò più che non lo vedesse.
--Mi dia il braccio!--ella soggiunse a Filippo.--Facciamo un giro, lontano da questo re che non mi piace!
Filippo le diede il braccio e s'avviò presto con lei fuori della sala.
--Ha ragione se non le piace quel re,--disse.--Perchè pensava che io non sarei venuto stasera?
Berto, sprofondate le mani nelle tasche dei calzoni, rimase a guardar Filippo e Giselda che si allontanavano; poi squadrò di nuovo Milan Obrenovich, e gli venne in mente un verso, un verso del quale non avrebbe potuto dir l'autore, ma che gli sembrava adatto alla sua situazione:
"Messo là nella vigna a far da palo".
--Senta che bel galopp!--gli disse la contessina Cafiero, passandogli al fianco.
Berto l'afferrò per il braccio, quasi a volo, con tal furia che la fanciulla fece un gesto di spavento; e conducendola seco di corsa:
--Andiamo!--disse.--Qui tutti galoppano! Galoppiamo anche noi!...
La Cafiero, vestita di rosa, alta e bruna, un neo in mezzo alla fronte, cominciò a ballar con Berto, ridendo e socchiudendo gli occhi voluttuosamente.
II.
Dopo la notte trascorsa da Loredana al palazzo Vagli, Filippo aveva trovato e arredato l'appartamento sulle Zattere, di fronte al largo e torpido Canale della Giudecca; aveva persuaso con molta facilità del resto, la signora Clarice Teobaldi a lasciar Verona e ad allogarsi nell'appartamento; di poi era toccato alla Teobaldi, nelle frequentissime sue visite, a persuader Loredana, che combatteva tra il desiderio di raggiungere finalmente Filippo e la crudele necessità di dar nuovo dolore alla mamma.
Loredana s'era decisa un giorno in cui Adolfo Gianella l'aveva affrontata in istrada, dichiarandole di volerla accompagnare per vedere se mai andasse dal conte. L'insolenza del giovane l'aveva così esaltata che quel pomeriggio medesimo, invece di tornare a casa, aveva raggiunto Clarice Teobaldi, e alla mamma aveva scritto ch'era a Venezia, ch'ella non temesse, ma che ormai «il suo destino la chiamava».
Così Clarice era diventata la dama di compagnia di Loredana; e Loredana l'amante, alla faccia del sole, di Filippo. Egli volle festeggiar l'avvenimento con un piccolo viaggio, e partirono i due innamorati per i laghi lombardi, lasciando Clarice a Venezia.
La dama di compagnia, altera del suo nuovo e delicato ufficio, aveva rinunziato agli abbigliamenti vistosi; vestiva sempre di nero, ma con quel suo vezzo di indossare abiti troppo corti, che le lasciavano scoperto tutto il piede, sembrava da lontano un vecchio merlo.
Quando Loredana e Filippo tornarono, ella potè annunziare che la signora Emma era stata due volte a cercar della sua Lori, e che non si lagnava più, e che aveva piegato il capo, anche lei, sotto quella raffica di passione. La signora Emma, travolta dal furore altrui e dalla debolezza propria, la quale pareva esser cresciuta dopo l'unico atto energico da lei compiuto a Sirmione, aveva veramente abbandonato le redini, non sperando ormai che nella onestà di Filippo, nella saggezza di Loredana, in qualche lontano avvenimento tuttavia incomprensibile.
La sua Lori andava a trovarla spesso, in quella casetta bianca sul campiello muto, dalla quale i pettegolezzi ostinati e i fatti veri avevano allontanato amici e conoscenze, cosicchè la signora Emma viveva ora quieta e sola, abbandonata e placida. Qualche volta Lori si fermava a colazione o a pranzo; e mai le due donne non parlavano del conte; bensì, era in tutto l'atteggiamento della fanciulla verso la madre una premura nuova, un'affettuosità timorosa, che parevan chiedere continuamente il perdono nel silenzio; e quel perdono era già nel riserbo della signora Emma, che non aveva più detto parola dei suoi presentimenti.
Loredana traversava allora un periodo di selvaggia e franca voluttà. Filippo era l'amore, e l'amore l'inebbriava, come se il calore di quel principio d'autunno avesse bruciato le vene di lei, moltiplicandone il desiderio e i capricci notturni e diurni. Il suo corpo bianco finemente venato, i seni duri dai capezzoli che ricordavan le fragole odorose, il ventre piccolo chiaro come ambra, le gambe dai bei ginocchi e dalle cosce muscolose,--splendevan la notte sotto i baci di Filippo, tra i veli della zanzariera, che chiudevan gli amanti come nell'onda azzurra e dolce d'un acquario.
Al ritorno dall'escursione dai laghi lombardi, Filippo chiamava Loredana «la viperetta» ed ella sorrideva misteriosamente. Quel che di più gaio, di più sano e di più forte era nella sua anima veneziana, sfolgorava nella passione libera, così che nessun dono era per la giovane premio più ambito che un'ora di baci e di carezze.
Baci e carezze di Filippo; mai non aveva pensato potessero essere d'altri; mai non aveva guardato i facili ammiratori che, protetti dall'angustia e dalla cattiva luce delle calli, la seguivano, fosse sola per correre dalla mamma, o fosse accompagnata da Clarice, e le susurravano, passando, brevi frasi, e osavano qualche sorriso e le ronzavano intorno.
Ella aveva per Filippo una gratitudine cieca, una specie di religione; ma lungi dall'essere timorosa, era lieta ed uguale; risuonava il suo canto la mattina, nel torrente di luce che invadeva le camere; e tutto il giorno Loredana viveva con piacere, occupandosi con Clarice delle compere, dando ordini alla cuoca ed alla cameriera, riempiendo la casa delle sue corse, delle sue risatine, facendo ammattire la povera dama di compagnia, della quale imitava i gesti al piano e le stonature e il modo di camminare e il dialetto veronese, con tanto impeto, che Clarice finiva per riderne.
Filippo si recava tutti i giorni dall'amante, vi si tratteneva a colazione spesso, a pranzo quasi sempre, e per lunghe ore nella serata. Ancora non s'era fatto veder per la strada con la ragazza; gli spiaceva l'ostentazione dei suoi amori, quantunque nessuno potesse ormai ignorarli.
Egli aveva pensato di vivere con Loredana lungi da Venezia, in qualche città dove, per esser la vita larga e rapida, la curiosità è meno molesta. Ma in quei giorni appunto le diatribe coi parenti s'eran fatte acute.
La contessa Bianca aveva minacciato Filippo di farlo diseredare dallo zio Roberto; occorreva una punizione materiale, poichè i concetti d'onesto vivere e il senso del decoro non avevan presa su di lui; e in verità la perdita d'un patrimonio che, come quello dello zio Roberto, si aggirava intorno ai due milioni, non poteva non impensierire Filippo, il quale non possedeva nemmeno un terzo di quella ricchezza. Allontanarsi decisamente da Venezia e con Loredana in un frangente simile, sarebbe stata imprudenza grave, anche perchè la minaccia non era venuta sino allora che dalla contessa Bianca e nulla diceva nel contegno dello zio Roberto ch'egli pensasse a tanto estremo. Anzi, di Loredana non aveva più parlato.
La contessa Bianca, infatti, s'era avveduta presto che di Flopi, dello scandalo, della «monella», dei soliti discorsi, il cognato era arcistufo; poteva egli bensì dare un consiglio, ma considerava i consigli a guisa dei denari, dei quali se si regalano o se si prestano, non è lecito al donatore invigilar l'uso e rinfacciar la prestanza.
Prudentemente, la contessa Bianca smise d'intrattenere il cognato sulle follie di Filippo, ripromettendosi di tornar daccapo ad occasione propizia; e dopo un ultimo colloquio breve, secco, perentorio, col figlio che si mostrò rispettoso e cocciuto, ella si ridusse nella sua campagna di San Donà.
Ciò che la contessa aveva previsto, si avverava fatalmente: il vincolo tra Flopi e Lori si era fatto via via più saldo; non era Loredana l'amante, nè la mantenuta, ma qualche cosa tra la moglie e l'amica, qualche cosa che non si vende e non si compera, che si può abbandonare ma che non si dimentica più, che con rapidità propaga il suo dominio dai sensi al cervello e dal cervello al cuore. Si trattava d'un caso d'amor libero, che talune condizioni potevano spezzar da un giorno all'altro, e che talune, più probabili, potevano un giorno trasformare in un matrimonio.
Filippo, tutto preso dalla «viperetta», dimenticò finalmente la prudenza e andrò a vivere egli pure nell'appartamento sulle Zattere, che per Loredana era troppo grande; la camera attigua a quella in cui dormiva la giovane fu ridotta, da salottino, in camera da letto per Filippo; e tra l'una e l'altra si aprì una porta di comunicazione. Il conte fece trasportar mobili, libri, oggetti suoi nella nuova dimora; vi condusse anche Piero, il domestico silenzioso, e si ripromise di vivere da quel giorno, ora in casa di Loredana, ora nel suo palazzo, secondo che le convenienze e gli obblighi sociali avrebbero permesso.
Loredana non aveva chiesto mai nulla, e tutto le veniva profferto spontaneamente, con fresco entusiasmo, con incredibile audacia da quello stesso uomo, che andava sostenendo tanta guerra per il suo amore. Ad ogni piccola novità, ella rideva nervosamente, quasi smarrita, rilevando che la casa si trasformava, si faceva bella e intima, che Filippo le dava a poco a poco una sua impronta personale.
--«Folletto», che ne dite?--chiedeva Loredana qualche volta alla Teobaldi.
«Folletto» era il nomignolo che Loredana aveva scelto per Clarice in memoria del famoso galop di Sirmione.
--Dico che è magnifico!--rispondeva il grosso folletto, guardandosi intorno a gustar meglio l'intimità aristocratica del luogo, e a salutar con un sorriso certi oggetti, come quel legno policromo del 600, i quali significavan per lei qualche ricordo.--Dico,--seguitava,--che a Sirmione deve avermi spinta il mio angelo custode; e pensi, contessa, che vi sono andata a caso, senza voglia....
Ma Loredana interrompeva con un gesto la storia risaputa.
--Non tornerete daccapo?--domandava ridendo.
Dacchè viveva con la giovane signora, Clarice aveva sentito il dovere di renderle il titolo di contessa, che a Sirmione le aveva lesinato; i servi imitavano in questo la dama di compagnia, quantunque nessuno ignorasse da qual vincolo Loredana era legata al conte; e Filippo, non senza riconoscere la fastidiosa gravità del fatto, s'era guardato dal muovere osservazioni, che sarebbero state, del resto, assai difficili e spiacevoli.
Berto Candriani aveva raccontato alla contessina Fioresi ch'egli era fra i pochi i quali frequentavano la casa della bella amante, e aveva detto il vero; anzi era il solo che Filippo si conducesse qualche volta a pranzo.
Aveva cominciato quasi involontariamente, perchè Berto gli si era messo un giorno alle calcagna, essendosi fitto in capo di pranzare con Filippo, dovunque quel giorno e con chiunque Filippo avesse dovuto trovarsi; e quest'ultimo, o perchè di buon umore, o disperando di levarselo d'intorno, se l'era condotto seco e l'aveva presentato a Loredana e anche alla signora Clarice Teobaldi.
Loredana n'era rimasta sgomenta e sospettosa; ma passato il primo impaccio, Berto s'era mostrato così accorto, così savio, così elegante nelle maniere, pur essendo loquace e malizioso, che a poco a poco Loredana s'era rimessa dal sospetto e da quel sottile pudore che l'avevan dapprima turbata. Clarice dichiarò netto che dopo il conte Vagli, il conte Candriani era il gentiluomo più compito del mondo, forse perchè, invece di far complimenti usuali alla bella amante, egli aveva rivolto la sua galanteria scherzosa alla cantatrice, la quale n'era rimasta ammiratissima.
Berto non abusò del privilegio e non si recò mai da Loredana se non accompagnando Filippo. Egli pure aveva fiutato in aria che si trattava d'un legame serio, non indegno di qualche rispetto; parlava bene di Loredana a Filippo e di Filippo a Loredana, ma chiedeva a se stesso dove quei due sarebbero andati a parare.
Frattanto, perchè la contessa Lombardi e altre dame s'indugiavano in città, prolungando oltre il consueto la stagione dei bagni, Filippo aveva dovuto riprendere quella «vita per la platea» della quale era abituato a vivere. Si recava spesso a Lido, nelle capanne delle amiche.
Il Lido piaceva a lui, come a tutti i veneziani, per agonia di luce, di verde, di spazio, d'aria diffusa; anch'egli si contentava dei pochi viali fiancheggiati da villini brutti, e s'era avvezzo alle costruzioni terribilmente antipatiche di quegli alberghi nei quali si mangiava malissimo e dai quali si vedeva una sfilata di capanne tozze, una spiaggia arida, qualche disegno di giardino con gli alberetti ancor giovani, sarcasticamente dimentichi di protegger gli uomini dal sole. Anche a Filippo la terrazza dei bagni pareva una stupenda costruzione d'arte; la vita e i colori glieli prestavano le oziose belle e gli oziosi eleganti in abiti vivacissimi, cosicchè quella baracca era come un animale indecente coperto da parassiti variopinti che ne nascondevano la sgraziataggine.
Con le dame, con gli ufficiali di marina, coi gentiluomini che a quelle facevano codazzo e corona, Filippo si lasciò trascinare a gite frequenti; talora prendeva parte alle «sauteries», che nel linguaggio barbarico dell'aristocrazia dovevano significare balli modesti, fra amici.
Egli aveva il proprio pensiero rivolto a Loredana anche in quelle ore, ma la dimestichezza antica con le famiglie patrizie, la necessità di rispondere alle cortesie, la germinazione continua di visite da visite, di pranzi da pranzi, di gite da gite, la rete sottile e densa della vita mondana, che o si fugge interamente o interamente vi afferra, per lunghi giorni lo avevano costretto ad abbandonare l'appartamento segreto e caro delle Zattere, dove non si riduceva che a notte tarda, con la furia di ricomprarsi il tempo perduto e di compensarne l'amante.
Loredana, che di rimbrotti non era capace, sentì bruscamente d'odiare quelle donne, quegli uomini, quei ritrovi, quegli spassi; non solo perchè interrompevano la sua bella esistenza d'amore, ma più perchè la mettevano innanzi a una barriera.
C'eran dunque famiglie ch'ella «non poteva» conoscere, e donne che «non dovevano» salutarla? Si era data con ingenua lealtà, fidando, senza un calcolo, per impeto d'amore; e niente la salvava dalla riprovazione arcigna del mondo? Ella aveva contro di sè la piccola società borghese alla quale apparteneva, e la società aristocratica alla quale non poteva appartenere; l'una e l'altra s'accordavano in un sol punto, nel biasimarla.