Part 9
-- Ecco, -- ella riprese; -- io mi ricordo ancora tutto, fin le più piccole cose. Le parole che mi dicesti alla stazione di Roma, il viaggio, le persone ch'erano con noi nel treno, dove scesero, e quando rimanemmo soli. Poi quello strano spettacolo delle paludi, la sera; l'arrivo, il chiasso dei vetturini per offrirci le loro vetture, e Lazzaro alla stazione, che mi guardò attonito. Indi la salita un po' lenta, per la strada oscura: il vetturino, che faceva schioccare la frusta emettendo un suo bizzarro grido per eccitare il cavallo, io che ridevo, tu anche. Poi quelle foreste paurose, quel magnifico lago, immobile sotto la luna, e più oltre i villaggi addormentati, senza una luce, senza un rumore, come in un paese di morti, con davanti la Montagna delle Fate, bianca, limpida, sola. E intorno, quel passare invisibile del vento nelle siepi, che dava una impressione singolare, come se alcuno ci venisse dietro, continuamente; io che mi stringevo contro di te, avevo quasi paura, e tu che mi baciavi, piano, perchè l'uomo non udisse.... Poi, d'improvviso, in alto, la torre di Torre Guelfa nel cielo, e finalmente l'ultima salita, il cancello, il giardino, la grande casa con le finestre illuminate, quella ragazza con un grembiule bianco, ferma su la scalinata, e poco dopo Lazzaro che sopraggiungeva coi nostri bauli.... Vedi come rammento bene?
Io l'avvolsi d'uno sguardo innamorato e riconoscente.
-- Pare già così lontano, -- dissi, -- ed invece....
-- Ma il tempo vola, e non si può nulla contro il tempo.
-- Sì, una cosa... -- osservai.
-- Quale?
-- Amarsi, amarsi. Elena!
Eravamo giunti. Tre o quattro vagabondi che oziavano accorsero insieme, ingiuriandosi, per tenere la briglia.
Siccome a Terracina era giorno di mercato, molte persone, quasi tutti mercanti e sensali, ingombravano l'atrio della stazione. Alcuni d'essi mi salutarono, guardandoci maravigliati. Una comitiva d'Inglesi accampava tra i suoi molteplici bagagli, di ritorno forse da una gita a Monte Circello.
-- Quanti giorni rimarrà quel tuo amico? -- Elena mi domandò, appoggiandosi al mio braccio.
-- Due giorni al massimo, -- risposi. -- Almeno lo spero; è un uomo discreto.
Un campanello squillò, senza interrompersi, tra i viluppi dei fili elettrici, sotto la tettoia; l'arrivo del treno era imminente.
In quel mentre un giovine alto, bruno, vestito con una giubba di frustagno, passò davanti a noi, salutandomi con un sorriso dal quale traspariva una specie di sottile derisione.
-- Buon giorno, signor conte, -- egli disse fermandosi e buttando via il sigaro che masticava tra i denti. -- Le annunzio la visita di mio padre per dopodomani.
-- Che vuole vostro padre? -- gli domandai, un po' tediato.
-- Non so. Credo sia per la solita faccenda... l'ipoteca.
-- Ah!... bene. Ditegli che non venga prima di giovedì, perchè aspetto un amico e non sarò libero fino allora.
-- Glielo dirò, signor conte, -- rispose il giovine con una ironia garbata.
Fece un altro saluto, e se ne andò a discorrere fra i mercanti.
-- È uno dei Rossengo, -- spiegai ad Elena sottovoce.
-- In quell'abito? -- ella esclamò, incredula.
-- Ti pare strano, è vero? Ma son usurai di campagna; il vecchio è milionario.
Mentre camminavano avanti e indietro, il gruppo dei campagnoli, con il Rossengo fra essi, ci osservava e ciarlava di noi curiosamente. Immaginavo le parole ch'essi dicevano fra quello strepito di risa grossolane, mi pareva di udirli ragionare de' miei dissesti e della donna ch'era meco. Mi prese una collera sorda, pensando che forse, fra qualche tempo, quei Rossengo, sensali e mercanti di bestiame, i quali avevano un nonno ciabattino ed una madre guattera, sarebbero divenuti padroni delle terre che da tanti secoli appartenevano alla mia famiglia. E per la prima volta, io, che avevo portato con tanta fierezza il mio nome, sentii quasi l'imperioso bisogno di nascondermi davanti a quei servi.
Sopraggiunse il treno, troncando i miei pensieri; Fabio, tra i primi, saltò giù da una vettura, bestemmiando contro i ritardi dei treni e la canzonatura degli orari. Portava una borsa foderata d'una tela greggia, di colore identico a quella della sua spolverina da viaggio. Lo presentai ad Elena.
-- Veramente, signora, -- egli disse con un leggero inchino, -- io vi conosco e voi conoscete me da lungo tempo. Siamo due stranieri, amici d'un comune amico intimo.
E sorrise di quel sorriso arguto, che illuminava simpaticamente la sua faccia un po' rude.
Usciti su la piazza, ci serrammo tutti e tre nel barroccio angusto; quando la borsa fu legata dietro, diedi un colpo di frusta e la cavalla partì di buon trotto.
-- Che delizia poter fumare! -- esclamò Fabio, accendendo una sigaretta. E spiegò:
-- A Cisterna è salita una signora la quale non poteva sopportare il fumo. Poverina! Ed era uno scompartimento per fumatori.
-- Fumate molto anche voi? Come Germano? -- Elena gli domandò.
-- Più di Germano, signora. Io possiedo tutti i vizi al massimo grado. Fumo enormemente, bevo molto vino, molti liquori, amo le rarità gastronomiche tanto quanto le rarità femminili, giuoco a tutti i giuochi, bestemmio per abitudine come ogni buon napoletano, son pigro, maligno, dispettoso, impaziente... una vera persona insopportabile, signora mia!
-- E null'altro? -- esclamò Elena, ridendo.
-- Sì, ancora una cosa, -- io dissi. -- E un cuore da monachella sotto le spoglie d'un tiranno da commedia.
-- Ahimè!... -- egli fece traendo un gran sospiro, -- come sono triste qui! Terracina mi evoca tante belle memorie! Non vi accorgete, signora, della mia tristezza?
-- Me ne accorgo adesso che voi me lo dite, -- ella rispose con allegria.
-- Lassù, in alto, sopra il Taglio di Prisco Montano, c'è un eremo che io ben conosco, il quale mi ricorda un mio grande amore... -- disse Fabio pateticamente, accennando con una mano al valico della via Appia.
-- Ma quando sei stato qui? -- gli domandai.
-- Sette anni or sono, ai tempi di Emilia Gonzales; ti ricordi?
-- Oh, mi ricordo! È stata forse la più seria delle sue molte avventure, -- spiegai ad Elena. -- Era un'attrice, bellissima.
-- Povera Emilia, com'è finita male! -- esclamò il Capuano.
-- L'hanno uccisa, è vero?
-- Sì, al Messico, un primo attore, per gelosia.
-- E come mai siete capitati a Terracina?
-- Dopo la sua malattia girammo un po' dappertutto, alla ventura. Diceva di avere la nostalgia dell'antico, del rovinoso, la nostalgia delle cose cadenti....
-- Era una buona compagna, -- io rammentai, -- quantunque avesse il difetto di essere troppo sentimentale e troppo intellettuale.
-- Oh, ne aveva molti altri... però moltissimi pregi anche. Non posso mai dimenticare la sua voce: pareva un suono d'arpa, delizioso. Parlava un dolcissimo fiorentino, per quanto fosse padovana; quando non discuteva di belle arti era una donna incantevole.
-- E quell'altra sua manìa... te ne ricordi?
-- Già, la manìa dell'isterismo. Si era fatta uno sguardo isterico, dava la mano, camminava, baciava, con una languidezza di moribonda... e mi faceva spendere il denaro con un furore veramente isterico!
Elena dette una risata per questa imprevedibile sua conclusione.
-- Voi siete un giudice molto imparziale dei vostri amori, -- disse al Capuano.
-- Che volete mai? Sto diventando bianco.
Ora si andava tra le gole di montagne, alte e scoscese, per mezzo inselvate, per mezzo scabre. Nell'aria color di cenere passavano i primi brividi della sera.
-- Pensa! -- io dissi a Fabio; -- più di duemil'anni or sono, fra queste gole di monte, un uomo che portava il tuo nome sbarrò il passo al grande Annibale. Tu non sei Fabio Massimo, sei però Fabio il Temporeggiatore.
Egli sorrise dell'allusione velata, ma cercò di eludere il discorso.
-- Duemil'anni di storia!... -- esclamò. -- E noi qualche volta troviamo lunga un'ora!
Immobile, fra la corona delle sue folte boscaglie, apparve il lago di Fondi, cupo e taciturno come una palude stregata, che alitava in quell'ora d'innumerevoli sciami. E finalmente la Torre del Canneto, la Torre dell'Epitaffio, la Torre dei Confini, il villaggio di Monte San Biagio, e di fronte, con la vetta in gloria per un'apoteosi di sole, unica, possente, splendida, la Montagna delle Fate.
-- Guardate ora! -- esclamò Elena, tendendo il braccio verso il declivio della montagna. -- Guardate: Torre Guelfa è là!
III
Elena, semivestita, versava gocce d'essenza di rosa nei catini pieni; poi si passava il pettine nei capelli sciolti, e andava, trascinando le pianelle, a comporre in leggiadrissime gale i nastri delle biancherie che aveva preparate sul letto. Portava una vestaglia di color roseo, quasi trasparente, ornata di trine; le finestre erano aperte, ella era fresca come la primavera.
Camminava per la camera, qua e là, facendo mille cose minute; ogni volta, nel passarmi accanto, mi dava un bacio su la bocca.
-- Senti, -- mi disse piano, abbracciandomi, -- vorrei che di nuovo rimanessimo qui soli, noi due.
-- Forse domani Fabio partirà, -- le risposi.
-- Te lo ha detto?
No, ma lo immàgino: ha portato solamente una borsa.
-- Eh!... non hai veduto com'è grande?
Io risi; ella si raccolse in ciascuna mano una grossa treccia dei capelli che le cadevano partitamente sul petto, e me ne ricinse il collo, in tal guisa, che le sue braccia ed i suoi capelli profumati formavano insieme una sola catena. Rideva, con le labbra rosse, la gola turgida, gli occhi pieni di chiarità; la sua persona tutta non era che morbidezza e profumo.
Dai poggioli aperti entrava un sole giocondo; i glicini assalivano le ringhiere, il letto pareva riscintillasse d'aurora, i suoi capelli splendevano, la sua pelle sapeva d'essenza di rose.
Ed ecco, dal giardino, la voce di Fabio mi chiamò:
-- Eh, lassù!... buongiorno! Ancora non sei pronto?
-- Buon dì, -- gli risposi affacciandomi. -- Ora scendo sùbito. Come hai dormito?
-- Magnificamente. Oh, questi letti antichi!... -- egli fece, stirandosi con voluttà.
Appena fui pronto scesi, e lo trovai occupato a discorrere con Lazzaro, che lì presso, con un paio di forbici, coglieva tutti i fiori delle aiuole gettandoli dentro un paniere.
-- Che fai, Lazzaro? Mi devasti il giardino?
-- Oggi è la Festa. Bisogna coglierli, signore.
-- Che santo è oggi?
-- Tutti i santi, signore. A Fondi è la Festa dei Fiori. Si fa un apparato grande per la benedizione dei raccolti. La costumanza è nuova di qualche anno. Quando è in pieno la stagione dei fiori, si fanno mazzi a centinaia e si portano in voto alla Chiesa per la intercessione dei frutti. Le donne vengono da tutti i dintorni, e molte scendono anche dalla montagna, recando i canestri pieni, che poi rovesciano davanti all'altare. Danno alla Vergine la primavera per chiedere l'estate. Voi dovreste condurvi la signora vostra, perchè la chiesa è come un giardino quando le donne hanno rovesciati i canestri.
-- Dura parecchi giorni? -- domandai.
-- Un solo giorno, signore. Questa sera la Festa finisce con musiche e luminarie. Di qui se ne vedranno i fuochi. Domani poi rimarranno su la piazza solo i giardinieri ed i mercanti per vendere i fiori fini, le pianticelle di serra e le semenze nuove. Andátevi, signore; vedrete quante maraviglie produce la terra nostra.
-- Bene, -- risposi; -- tieni pronta la cavalla.
E prendendo Fabio sottobraccio, m'inoltrai per i viali profondi.
-- Dunque, -- gli domandai, -- cosa pensi di Elena?
-- È una stupenda creatura e penso che ti voglia bene.
-- Sì; è l'amante più perfetta che possa desiderare un uomo.
-- E tu l'ami?
-- È il primo, il solo sentimento della mia vita.
Egli mi sogguardò con una espressione particolare, avvolgendomi d'uno sguardo che pareva insieme incredulo indulgente e beffardo. Poi si chiuse in un freddo silenzio, aspettando ch'io parlassi.
Ora costeggiavamo il fiumicello, camminando sotto volte arboree che stormivano sommessamente. Un'erma biancheggiava tra un viluppo di folta edera; Fabio, con un ramoscello divelto, fustigava l'alta erba selvatica su l'orlo del sentiero.
-- Come sembri diffidare di me! -- gli dissi. -- . Non ne capisco la ragione. Speravo invece che ti rallegreresti nel vedermi così felice.
-- Non devi badare alle idee che mi frullano per il capo, senza, in fondo, una causa ben definita. Io penso al dopo, amico mio... e questo mi fa paura.
-- Chi mai comincerebbe un amore se dovesse pensare al dopo? Del resto, non vorrei farti ridere, ma Elena mi è divenuta necessaria, e sento che l'amerò per sempre.
Fabio si allontanò di qualche passo, fischiettando il motivo d'una gaia canzone di Piedigrotta.
-- Poi, -- ripresi, -- non la devi giudicare come si giudicano tutte le altre: è una donna fuori dal comune. Anche a me pare talvolta una donna incomprensibile.
Il fiumicello con allegre spume precipitava per quattro gradini, simili ad un frammento di scalinata sepolta sott'acqua, e scivolando fra le due rive tortuose piegava nel suo decorrere la lunga erba selvatica, pettinandola come una criniera. Qua e là, per i meandri degli alberi, si vedeva il sole tessere un gioco molteplice sui tappeti muscosi, quando il vento s'inoltrava nei rami con folate improvvise.
-- Vedi, -- riprese Fabio, -- non la giudico affatto; anzi l'ammiro, e t'inganni se credi ch'io non sappia essere imparziale verso di lei. Però la considero, forse ingiustamente, per la donna che impedisce a te, mio amico, di riparare a' tuoi disordini e rimanere in quella società ove sei nato, vissuto finora, ed alla quale devi appartenere. Dinne quello che vuoi, ma tu avresti finito con sposar Edoarda. Invece ti ficchi a fronte bassa nella rovina. Poichè, se finora trovavi da ogni parte il denaro che ti bastava per vivere di ripieghi, ciò accadeva in grazia del tuo fidanzamento. La prova è questa: che ora, corsa intorno la voce il dubbio che il matrimonio non si faccia più, tutto il tuo credito è cessato e non ti rimane che attendere gli uscieri al primo protesto.
-- Bah! -- risposi con millanteria, -- la vita è una avventura di tutti i giorni: qualche santo provvederà!
-- Bene, spera nei santi, se hai fede. Quello che intanto non so capire, è come mai Elena abbia potuto accettare di unirsi a te, conoscendo i legami che ti stringevano.
-- Ma non li conosceva, o per lo meno ha saputa la cosa quando già era troppo tardi per rimediare.
-- Non è mai troppo tardi: basta volere.
-- Ebbene, se preferisci, non avrà voluto. I sacrifizi di questo genere si compiono piuttosto nei romanzi che nella vita.
Fabio fece un atto singolarissimo con le labbra, poi subitamente mi prese per un braccio.
-- Lo credi? -- esclamò, con voce ambigua.
-- Certo, lo credo.
-- Ebbene, senti... -- egli proseguì, ridendo di un riso ambiguo. -- Voglio farti una confessione, proprio ora, per dimostrarti come t'inganni. Anzi, una confessione grave.
Fece una pausa e d'un tratto si fermò. Le sue pupille splendevano, la sua faccia era di sùbito impallidita.
-- Io, -- disse, battendosi le due mani sul petto, -- io stesso, vedi, ho amata un giorno Edoarda....
-- Tu? -- esclamai, pieno di stupore. -- Via!... non è possibile!
-- Si, l'ho amata, -- egli rispose, ridendo di un riso beffardo. -- Certo non lo avrai nemmeno sospettato, e questa è la mia fierezza.
-- Oh, Fabio, che strana cosa mi dici...
E chinai la faccia, sentendomi quasi umiliato. Egli si avvicinò di nuovo, sorridente:
-- Vedi che questi sacrifizi, alle volte, si fanno anche nella vita. -- E, dopo una pausa, con voce tranquilla:
-- Ma ormai è cosa passata. Non fu che una sciocca mia debolezza... Ora ne sono guarito interamente. Via non prendere quell'aria tragica! Ridi! Ne rido io stesso!
-- Perchè non me ne hai parlato prima? -- gli domandai dopo un silenzio.
-- Mi parve inutile, com'era inutile in fondo che te lo dicessi ora.
-- Ma quando avvenne?
-- Oh, fu nei primi tempi... -- egli accennò quasi con vergogna. -- Ti ricordi il mio viaggio al Cairo, quel mio viaggio misterioso?
-- Me ne ricordo. E fu per questo?
-- Già: per guarirne. Il proverbio dice: Lontan dagli occhi...
E scoppiò in una risata piena d'amarezza.
Afferrai una sua mano e la strinsi con vera commozione.
-- Ora, -- egli soggiunse, -- non parliamone più.
Colse un fiore, lo sfogliò sbadatamente.
-- È stato un episodio ridicolo! -- ripetè, alzando le spalle.
-- No. Conosco la delicatezza del tuo sentimento e indovino quel che non dici. Forse hai sofferto, e chissà... forse ne soffri ancora.
-- Ho dovuto lottare un poco... è tutto! Adesso non ci penso più.
Fra le sue sopracciglia virili s'incideva un solco profondo. Per qualche minuto camminammo in silenzio, turbati, assorti ambedue.
-- Certo -- egli riprese, -- ho fatto male a parlartene. Ma tu promettimi, Germano, che fingerai di non saperlo nemmeno. Te lo chiedo come un favore. Me lo prometti?
-- Se vuoi, -- risposi tristemente.
-- Sì, te ne prego: altrimenti mi farei quasi uno scrupolo di pronunziare con te il nome d'Edoarda. Oh, se tu vedessi com'è ora! Sono stato a trovarla pochi giorni or sono... Distrutta, povera figliuola! Che pietà mi fece!
Una lenta e fredda paura corse per le mie vene. Chiusi gli occhi e rividi come in sogno la piccola sala di Edoarda, quale mi apparve nell'ultimo giorno, con quella striscia di sole che pertugiava dalle cortine, movendo la sua palpitazione luminosa intorno alle pareti, ai mobili ed ai cuscini, ch'erano foderati d'una stoffa delicatissima dal colore un po' languido della rosa di gruogo. Rividi quel caminetto, con gli alari di bronzo, così minuscolo da parere costrutto per i piedi minuscoli d'una bambola di Norimberga, ed i bagliori delle coppe fiorentine che traboccavano di lilla profumato, e quel divano dov'ella era stesa, inerte, come per un supremo desiderio di pace. Mi parve ancora che dalle sue labbra uscisse il tremore di quell'ultima domanda: «Mi scriverai da Torre Guelfa?...»
E scossi il capo con violenza per allontanare quel pensiero molesto.
-- Ti ha parlato di me? -- domandai a Fabio.
-- Sì, vagamente.
-- Cosa ti ha detto?
-- Mi ha detto: Germano è malato. Lo sapete anche voi?
-- Sì, -- risposi per consolarla. -- Da qualche tempo si è fatto scontroso, pare alla ricerca di sè medesimo, soffre.
-- E che diceva Edoarda?
-- Edoarda scoteva il capo, forse indovinando la mia compassione. Si torceva le dita e pareva che avesse pianto ormai tutte le sue lagrime. Poi mi raccontò che le scrivevi quasi ogni giorno, che le parlavi molto a lungo della campagna... e non saresti ritornato per qualche tempo.
-- Infatti, non potrò tornare... -- profferii a bassa voce, quasi arrendendomi ad una certezza intima.
Lì presso era un sedile di corrosa pietra che i licheni macchiavano di segni bizzarri, simili a fiori verdastri. Fabio vi sedette con indolenza e volse lo sguardo in alto, per entro le foglie. Poi, dopo una lunga meditazione, prese a dirmi:
-- Tu m'hai chiesto un aiuto, che io non ti seppi rifiutare. Tuttavia, quando mi giunse a Roma la tua prima lettera, il coraggio mi venne meno. Pensai di frapporre ancora un indugio, nella speranza che dopo qualche tempo di convivenza con Elena, la tua passione fosse un poco scemata e forse tu potessi ragionare più freddamente. Sono partito da Roma, te lo confesso, cullandomi ancora in una vaga speranza. Invece ti ritrovo immutato, più pazzo che mai di questa donna, e vedo come finora tu non abbia rimediato a nulla, ma invece ti sii perduto nell'irriflessione di un amore che ti rovinerà.
-- Che vuoi? -- gli risposi; -- la mia volontà non può mutare; il resto non mi spaventa affatto.
-- Insomma cosa decidi? -- egli domandò, guardandomi con una specie di affettuosa paura.
-- Quello che ti ho detto, Fabio. Se vuoi salvarmi non c'è che una strada.
-- Ma Edoarda potrebbe anche morirne! -- egli mi suggerì, con la voce piena d'angoscia.
Mi coversi la faccia istintivamente, e tacqui, parendomi che ogni risposta in quel momento fosse troppo crudele.
-- Tu non hai pensato a questo! -- egli esclamò nervosamente.
-- L'amore, -- balbettai dopo una pausa, -- l'amore ha qualche volta fatto vivere, non credo abbia ucciso mai. Sono cose che si dicono!
Egli mi fissò con uno sguardo lungo, senza rispondere.
-- Poi non c'è rimedio, ti ho detto. Non c'è rimedio! -- ribattei con eccitazione. -- Ecco: immagina di aver sete, una sete rabbiosa, e di vedere una bella fontana, limpida, là, dinanzi a te. E che tu voglia corrervi, ma ci sia frammezzo un campo di sterpi tenaci, i quali s'aggroviglino al tuo piede, t'inceppino e non ti lascino camminare, mentre la tua sete cresce, diventa un'angoscia, un furore... Ecco, mi trovo appunto così, non riesco a muovermi, vorrei con una falce farmi strada e passare.
-- Povero amico! -- egli esclamò tristemente. -- Anche tu mi fai pena.
-- Vedi, -- continuai, ansimando forte, -- io non sono un eroe: sono anzi un uomo comune, volgare, se preferisci. Queste rinunzie, questi grandi sacrifizi sono maggiori di me. Poi, si può commettere un errore nella vita, e portarne anche la pena; ma che si debba scontarlo con un supplizio di tutte le ore, senza rimedio e senza fine, questo non è ammissibile, non è neanche umano!...
Un riso amaro gli contrasse la bocca sardonica, la sua fronte si rabbuiò, ma non rispose.
-- Ascoltami, -- gli dissi andandogli più presso e parlandogli con voce affettuosa; -- tu sei troppo sensibile, hai l'anima d'una suora di carità. Eppure, dimmi: se l'amore vero è quello che sa compiere un vero sacrifizio, perchè mai Edoarda non avrebbe questo coraggio per me? Quale gioia potrebbe ormai darle un amore ottenuto come un'elemosina?
-- Io credo infatti che avrà il coraggio di perderti, -- rispose Fabio; -- ma forse non troverà poi la forza per sopportare questo abbandono.
-- Ma no, Fabio: non credere! Io la conosco bene. L'amore di Edoarda è semplicemente una specie di manìa sentimentale. Io non sono per lei un amante, nè un fidanzato, nè un amico: sono semplicemente l'essere che la sua fantasia, per una scelta incomprensibile, ha voluto collocare al di sopra di tutte le cose. Edoarda non mi desidera nè coi sensi nè forse col cuore: mi desidera con l'immaginazione. Tutto il suo grande amore non è che una specie di ostinata e gelosa immaginazione. Tu la ritieni capace di compiere per me un vero sacrifizio? No, Fabio! Mai, se non costretta. Edoarda sa benissimo che non l'amo più. Mi conosce troppo e non s'inganna; credimi, non si può ingannare. Vede con esattezza quello che soffro da molti mesi e legge qualche volta nell'animo mio con una penetrazione che mi spaventa. L'amore che avevo per lei, Edoarda lo ha veduto spegnersi ora per ora. Ebbene, che farebbe un'altra donna, più fiera ed anche, lasciamelo dire, più generosa di lei? Certo si vergognerebbe d'accettare questa mia fredda pietà e, forse per ribellione, mi saprebbe odiare. Ma Edoarda no. Il suo tormento e la sua gioia son quelli di potermi dire ogni giorno: «Tu non mi ami più!...» e costringermi a contare le sue lacrime, od opprimermi con una infinità di cose meschine, o sedersi ancora su le mie ginocchia, per parlarmi di una volta, di una volta, di una volta... come si recita una tediosa litania. No, Fabio! Che l'amore possa talvolta essere crudele, brutale, iniquo, lo ammetto; ma che l'amore debba mostrarsi vile, mai!
-- E più crudele, secondo me, quest'analisi che ora tu fai, -- rispose Fabio. -- Del resto è naturale: contro il rimorso non v'è che l'ironia. Nessuno ha il coraggio di dire a sè medesimo: «Io sto compiendo un'azione davvero disonesta.»
Su la faccia dell'erma lontana un occhio di sole rideva mutevolmente; un canto spiegato volava e trillava nel verde, mentre, vicini all'ora di mezzodì, gli sciami addensavano i loro turbinii su l'acqua iridata. Un lungo silenzio cadde fra noi, mentre tutto il mio mondo interiore pareva sopirsi e lentamente sperdersi nella grande pace meridiana.