Part 7
Certo nelle parole della ineffabile signora Gräfe c'era qualcosa di estremamente logico, di estremamente vero... Perchè sprecare la vita così? Era giovine, bella, desiderosa di vivere, l'avvenire poteva serbare per lei molte fortune imprevedibili. Tutta una sera ella rimase nella sua camera a sognare. Si guardò le mani: erano piccole, delicate, bianche... Certo si sarebbero sciupate, fra qualche anno, a forza di scribacchiar manoscritti e dover talvolta prepararsi la cucina da sè. Peccato! Si guardò anche nello specchio, attentamente, come non si era guardata mai. Sorrise a quel sorriso che dallo specchio la guardava. Si sciolse i capelli, e vide scendere una pioggia d'oro, di quell'oro delle medaglie antiche, trovate negli scavi, simile quasi al bronzo. Vi passò dentro le mani, a lungo, indugiandovi con voluttà. Si scoverse la gola, e rovesciando la testa all'indietro, le parve di sognare la bocca d'un amante che l'avesse baciata, lì, su la sua turgida gola... Di fatti era bella, bella come il quadro di Mathias! Le venne un pensiero fatuo, per la prima volta: «Perchè nessun uomo l'avrebbe mai veduta così, nessuno, tranne Mathias, ch'era per lei un fratello?» Ecco: la giovinezza passerà vanamente nell'insegnare le parole straniere ai bimbi cocciuti, le sue mani non saranno più così bianche, la sua bocca non più così fresca, nemmeno la gola così limpida... e tutto finirà senz'avere avuta un'ora di trionfo, come una rosa inutile che sfiorisse nell'eremo, dietro una rupe.
E di contro, la scena, il teatro, l'applauso, l'ora in cui tutti si leverebbero verso lei per gridarle ancora: «Parla!» Invece di pensare ogni giorno faticosamente al pane, d'improvviso, ecco l'ammirazione, il fasto, quasi la potenza; invece di andar nomade per tutte le strade, come in fuga davanti a sè stessa, ecco la possibilità di ascendere per una via trionfale...
Da ultimo non seppe che risolvere; scrisse al Duvally poche parole, dicendogli che lo avrebbe riveduto con piacere.
Ma quando fu la vigilia della partenza, poichè il Duvally sarebbe arrivato il domani o il doman l'altro, ella non potè più mantenere il secreto verso Mathias, e risolse di narrargli finalmente ogni cosa. Andavano, camminando a lato, verso le consuete solitudini. Era la prima sera di Settembre. Per l'aria quasi bionda navigavano larghe strisce di vapori turchini, d'una tenuità luminosa, che lentamente mutavano colore, salendo nel bianco firmamento, lassù, dove la festa del novilunio autunnale stava per essere celebrata con una magnificenza di stelle.
-- Questa è l'ultima sera, Mathias... -- ella disse lentamente, appoggiandosi al braccio dell'amico. -- Domani vado via.
Erano per un grande viale deserto e nelle oscure lontananze del parco si udiva cantare una voce solitaria. Mathias non rispose nulla, non potè rispondere; solo accelerò il passo con un'andatura insaccata. Poi d'un tratto, senza ragione, dette in una grande risata convulsa, che risonò sinistramente nell'ombra delle volte arboree. Ella n'ebbe un senso di fastidio e di paura.
-- Mathias, -- domandò con una voce umile, -- mi volete ancora bene?
Egli si fermò a fissarla, con uno sguardo fra il disprezzo e la commiserazione, poi rise di nuovo, con maggiore asprezza, scotendo le spalle.
Ora, nel verde, si udivano correre alcuni brividi prolungati, come un respiro di foglie nel refrigerio della notte imminente. Passando sotto un lampione Elena guardò il viso dell'amico e n'ebbe un'impressione indicibile, ma non potè commuoversi; fu piuttosto un moto di collera contro la debolezza di quell'uomo, che aveva per lei un sentimento così umile, così tacito, così folle. Per lei Mathias era un delicato inseguitore, anzi un tiranno mansueto, che invece di usarle violenza si vestiva d'un'apparenza miserrima per commuovere la sua pietà. Allora non ebbe compassione; provò quasi un piacere crudele nel raccontare a quel triste innamorato i pensieri che da qualche tempo l'assediavano, le decisioni estreme cui s'era man mano risolta, per giungere alla fine de' suoi tormenti.
Prima ch'egli potesse interromperla, e volendo piuttosto convincere sè stessa che l'ascoltatore, gli svolse le teorie speciose della signora Gräfe, opponendosi tutte le contraddizioni e discutendole a priori, come se facesse dinanzi al giudice una impeccabile arringa.
-- Oh, Elena! -- egli balbettò, contorcendosi le dita fino al dolore, -- Elena, io non credevo ancora che un simile momento potesse giungere per noi!...
E si chiuse nel silenzio del suo dolore, ch'era il più rassegnato, il più soave, tra i martirii delle anime innamorate.
Ma ne divenne ancor più malato; la tosse convulsa lo soffocò giorno e notte; il suo petto parve interiormente schiantarsi per la furia del male.
-- Elena, -- diceva sommessamente a lei che lo andava curando, -- se partirete con quell'uomo, sento che non mi alzerò più.
Ella non ebbe l'animo di abbandonarlo, ed ancora una volta il Duvally dovette ripartir solo.
Ma quando egli fu lontano, ed ella pensò che avrebbe dovuta ricominciare la sua lotta inutile, dall'alba fino alla sera, un senso inenarrabile d'angoscia le strinse il cuore, come se avesse compiuta la rinunzia maggiore al più bel sogno della sua vita.
E v'era in quella tristezza un piccolo rancore contro Mathias, che l'aveva costretta, pur senza chiederlo, a ricadere sotto il giogo della perpetua mediocrità.
Verso l'autunno le si offerse l'occasione di accompagnare la vedova baronessa von Ritzner, che soffriva di un latente mal di cuore, in lunghi viaggi di svago attraverso l'Europa. Era una signora di quarant'anni, ricca e senza figli, già presso allo sfiorire di un'avventurosissima vita, condotta nei circoli della Corte Imperiale. In tutto gran dama, ed ancor ricercata per il suo brio, per la sua raffinata eleganza, la baronessa von Ritzner non poteva trovare in Elena miglior compagna, nè Elena in lei.
Il commiato da Berlino fu triste.
Mathias aveva il presentimento di non rivederla più, e quell'ultimo giorno la sua povera faccia devastata dal male ispirò anche ad Elena questo vago timore.
Mathias era venuto a salutarla nella sua camera, si era seduto curvo e tacito in un angolo, sopra un baule chiuso, appoggiandosi col dosso al muro. E pareva che di lì stesse immobilmente a guardare la visione della propria morte. I suoi occhi non abbandonavano mai Elena, ma parevano inseguire con una specie d'ansia ogni suo piccolo gesto, mentr'ella si affaccendava intorno, raccogliendo i vari oggetti e riponendoli ad uno ad uno, anch'ella tacendo, anch'ella impallidita, compiendo ciascun atto con una lentezza grave, senza volgere gli occhi verso di lui. Mathias guardava le singole cose ch'ella deponeva entro le valige, come si guarda una persona estremamente cara che sparisce per sempre, e andava curvandosi ancor più sul petto esausto, non potendo alle volte frenare un lievissimo tremito, che gli appariva negli angoli delle labbra o nel segno profondo che aveva in mezzo ai sopraccigli.
Egli le aveva portato un mazzo di fiori; Elena prese i fiori, li avvolse con infinita cura e li posò vicino al suo mantello. Quando la camera fu sguarnita, Mathias si levò, chiuse le borse, la cesta di vimini, camminando dall'una all'altra con un passo affranto; poi le dette le chiavi.
Un guanto di Elena, ch'era sul letto, cadde a terra; Mathias lo raccolse, lo tenne a lungo fra le sue mani, lo guardò, vi fece scorrere sopra le dita. Poi lo ripose sul letto e volse per la camera uno sguardo quasi attonito, come volesse accogliere negli occhi e nell'anima tutto quello che vi rimaneva di lei, per sempre.
Andò verso la finestra; esausto, inerte, si accasciò contro il davanzale, guardando fuori, mentre la signora Bergmann, la padrona della casa, faceva trasportare i bauli. Egli l'intese domandare ad Elena:
-- Tornerà, signorina?
Senz'ascoltare la risposta, egli fece col capo un movimento brusco, e si cacciò le mani entro i capelli.
Di fronte, nella casa di fronte, una ragazza cuciva i panni alla finestra, e cantava. Un gran sole giocondo invadeva le contrade, le verande, i tetti delle case, le chiese lontane, le foreste più lontane, l'aria, il cielo, infinitamente... Allora si volse. Davanti allo specchio, Elena ritta si appuntava il cappello: teneva uno spillone fra i denti, un velo sul braccio e le due mani alzate dietro la nuca. Egli fece qualche passo, barcollando, fin contro uno stipite, poi, con un movimento macchinale, guardò l'ora. Forse non vide le sfere; ma intese negli orecchi solamente un ronzìo, lungo, inscindibile, come un rombar d'ali nel buio, un crescere d'acque nascoste, qualcosa che venga, poi vada, poi torni, e sia come il nulla: un dolore. Gli occhi gli si oscurarono per quella chiarità che avevano guardata, là fuori, a lungo; rivide il sole, i tetti, le chiese, le foreste, il cielo, confusamente, come in un barbaglio d'ombra e di luce; poi, quando potè discernere, vide Elena, in piedi, che si annodava il velo. Osservò nello specchio il dorso della sua mano bianchissima, ch'ella si passava su gli occhi ripetutamente, come per tergersi una lacrima, e rimase lì, trasognato, a guardarla, quasi non vedesse più lei, ma il fantasma di lei, partita.
Allora ella si volse, gli tese ambe le mani, e pronunziò il suo nome, pianissimo, quasi con paura:
-- Mathias...
Egli si battè la fronte, volle sorridere ma non potè, volle parlare ma non ebbe voce: prese quelle due mani e se le portò congiunte sul cuore. Le due mani fecero una croce, come sopra una cosa morta. E restò a lungo in tal guisa, mentre un nodo gli saliva entro la gola, irresistibile.
-- Addio, Elena... addio... -- balbettò, premendosi quelle due mani sul cuore, che martellava impetuosamente, producendo la strana impressione di un organo troppo vitale in quel petto così fragile.
-- Addio! addio!... Ricòrdati di me, Elena... Forse non ci rivedremo mai più...
E rise e pianse, ed ella chinò la fronte, con la faccia solcata di lacrime, sotto il lungo velo. Dopo un attimo di perplessità s'abbracciarono, confondendo le anime fraterne, quella rosa che se n'andava, tutta in fiore, e quel povero sterpo che rimaneva per intisichire.
Veniva un gran sole da quel pomeriggio d'autunno, e lì, nella camera sgombrata, i mobili di noce mandavano luccicori fermi; la coltre disfatta era traversata in lungo da una striscia di sole, che sopra vi poltriva come una pigra e scintillante nudità. Tutte le cose lucenti, la specchiera, le maniglie delle porte, l'acqua in una brocca piena, e, sovra tutto, come una fiamma oscura, la foltezza de' suoi capelli biondi, si accendevano di bagliori continui, quasi avessero dentro di sè una viva gioia e volessero comunicarla, per offendere lui, quel buio, doloroso innamorato.
Tacitamente allora egli si tolse un anello, adorno d'una pietra pallida, che portava sempre in un dito della mano femminea, e lo passò in dito ad Elena, prendendola per il polso, dove il colore delle sue vene minute somigliava un poco alla trasparenza turchina di quella pietra.
Ella fece una mossa di rifiuto, e Mathias le chiuse la mano perchè non si potesse togliere l'anello.
-- Conservalo, ti prego; l'ho portato io per tanti anni, anche tu pórtalo per tanti anni, sempre, se puoi....
E rise. Gli venne su dal petto una gran risata, simile ad un urlo convulso. Le disse:
-- Va... sii felice. Io non ti rivedrò più. Che la vita per te sia buona, quanto è stata perfida con me....
Poi guardò in alto: gli occhi del giovine s'illuminarono; sorrise.
-- Mi rimane ancora il mio quadro... -- mormorò. E tremava.
Ella cercò di baciargli una mano, volle promettergli sommessamente:
-- Ma tornerò presto, Mathias....
Egli ebbe un gesto come d'incredulità, poi rimase a fissarla, toccando le piume del suo cappello, i pizzi che aveva intorno ai polsi, e disse, con un'altra voce:
-- Per me sarà sempre troppo tardi, anima mia....
E soggiunse:
-- Promettimi solo una cosa....
-- Parla Mathias.
-- Se ti facessi chiamare... dovunque tu sia, promettimi che verrai.
Ella comprese; chinò la faccia sul petto, gli rispose con un alito:
-- Sì....
Allora egli ebbe negli occhi un sorriso di morte, poi vide trascolorare ogni cosa all'intorno, tutto si confuse: la stanza, la luce, quel viso di donna ch'egli aveva dipinto, ch'egli aveva amato, per tanti anni, senza nulla sperare, in silenzio... Ancora una volta la cercò supremamente, con le labbra, con le mani, con l'anima... ebbe nella faccia il suo respiro, le sue lacrime, udì la sua voce ancora, come in un sogno, gridargli: -- Addio! addio!... -- poi non comprese più nulla, non vide più nulla, non sentì che l'enorme rombo del vuoto, e in sè, fuori di sè, la tenebra, la distruzione.
Quando si ridestò, la stanza era deserta, e di fronte, nella casa di fronte, una ragazza cuciva i panni alla finestra e cantava.
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La baronessa von Ritzner si era tosto presa di una caldissima simpatia per Elena e la considerava come un'amica. Viaggiarono insieme da Franzenbad a Ginevra, da Ginevra ad Aix les Bains, a Luchon, a Biarritz, a Pau, finchè, al sopraggiungere dell'inverno, andarono ad abitare una leggiadrissima villa su la Riviera di Cannes.
La baronessa le parlava spesso d'uomini e d'amanti, e non si dava nessuna pena per nascondere ad Elena le proprie avventure. Solo era gelosissima di lei; ne allontanava i corteggiatori con maggior severità che una madre ed era molto curiosa di conoscere le sue trascorse vicende.
Una volta le disse anzi, per celia:
-- Bisognerà trovarvi un marito, Elena, perchè, la mia vigilanza non basta più a difendervi dall'assalto!
Ed Elena rise. Un marito? Ecco una cosa cui non aveva pensato ancora nella sua vita di zingara. E, meditandovi sopra, le tornava nella mente il buon pastore Miller, co' suoi capelli biondi e ben lisciati, con la sua bocca un po' femminea, che parlava così gravemente. Allora si figurava la propria vita, s'ella fosse divenuta la moglie di quel pastore luterano, e si vedeva in una linda casa tedesca, con indosso un bel grembiule bianco, non sapendo come nascondere l'abbondanza eccessiva de' suoi capelli per parere più semplice; e si vedeva intenta nel rammendare il bucato, nel badare alle cose della cucina, mentre, davanti al fuoco, il pastore leggerebbe ad alta voce la Bibbia e due o tre marmocchi evangelici ascolterebbero attoniti, senza comprendervi nulla. Povero pastore Miller!... Egli era così dolce, ma questo pensiero la faceva nondimeno ridere!
La baronessa aveva ora presa l'abitudine di tenerla sempre sotto braccio, la trovava bella e glielo diceva, con una voce strana, carezzandola.
S'era innamorata de' suoi capelli; entrava la mattina nella sua camera per guardarla quando si pettinava, e, standole presso, le faceva scorrere le dita gioiosamente nella capigliatura, come un fino pettine; poi ne formava un grosso nodo involuto, pieno di luccicori, e vi tuffava dentro la gola ignuda, poi la bocca, poi l'intera faccia, con voluttà.
Elena tuttavia non sapeva rendersi conto di queste ambiguità e vi si prestava a malincuore, fra stupita e lusingata, con un senso insieme di curiosa paura.
Avevano le camere uscio ad uscio e la baronessa entrava la sera in quella di Elena mentr'ella stava spogliandosi; con bizzarri pretesti voleva ella stessa fare la sua treccia, legarle i nastri della camicia; toccava con un specie di insidia i lini ch'ella andava smettendo, le parlava di cose d'amore come il più delicato amante...
E allora, simulando capricci repentini, le baciava la gola scoperta, la fronte, i capelli, narrandole con parole accese la sua tristezza di rimaner sola, in quelle notti così lunghe...
Trascorsero in tal modo il mite inverno, e Febbraio venne, che, tra quel sole, odorava di primavera.
Mathias le scriveva sovente, ma le sue lettere suscitavano in lei un senso di grande malinconia. Erano parole sfiduciate, pensieri pieni di una stanchezza estrema, riflessioni amare di un'anima che sente ogni giorno impallidire il fuoco della vita.
A poco a poco le sue notizie diradarono; ella rimase varie settimane senza ricevere alcun cenno, finchè, da una lettera della signora Bergmann, seppe che Mathias versava in condizioni gravissime, e che, non avendo alcuno per assisterlo, si era fatto ricoverare all'ospedale. Pochi giorni dopo un telegramma di firma ignota la pregava d'accorrere tosto a Berlino per salutare un'ultima volta il pittore morente.
Sentì nel cuore che lo avrebbe trovato spento, pure senza indugio si mise in viaggio.
Povero Mathias! Povero triste amico! Le parve a tutta prima impossibile di non rivederlo più, di non ascoltare più la sua voce un poco lenta e pure così dolce. Per la prima volta, dopo la morte della madre, conobbe un dolore profondo, e dietro il velo delle sue lacrime rivide come in un lontano sogno quell'ultima scena del loro commiato, nella camera disadorna, che il sole giocondamente incendiava. E rivide la pallida sembianza, in un angolo, accasciata sopra un baule, con gli occhi sperduti, che la inseguivano senza posa, come per esprimerle in un disperato silenzio tutta l'angoscia che passava nell'anima del morituro. Poi se lo figurò morto, immobile sopra una coltre, senza lacrime accanto nè ghirlande, solo nel trapasso come in vita fu solo, con le labbra suggellate nello sforzo di chiamarla per nome. Immaginò il dramma di quell'ultima ora, quando il rantolo affannò la sua gola e negli occhi evadenti fu adunata in perpetuo la visione finale del mondo, come un baleno inconoscibile di sole, mentre l'anima varcava nell'assoluto nulla, verso la pace inconsumabile di tutte le miserie umane. Allora le parve che in quel punto egli avesse dovuto maledirla, e ne tremò. Volle correre, correre, per salvarlo ancora...
Oh, quel viaggio lungo, per giornate senza sole e notti senza sonno, avvolta in una ridda spaventosa d'ombre, come nell'incubo di una vigilia funebre... Poi quell'arrivo, nella mattinata piovigginosa, con la visione man mano più certa, più prossima del cadavere; la corsa per le strade, la facciata impassibile dell'ospedale, il domandar concitato ai medici, e la risposta breve, recisa... il passaggio per lunghi anditi ove i malati gemevano confusi, e per ultimo, in una stanza paurosa, fra il vacillar de' cerei, un grande lenzuolo bianco sopra una forma irrigidita, e lo scoprirsi di un volto che più nulla conservava di umano, tranne l'orribile segno dell'agonìa.
Povero Mathias!... La sua tragedia era finita: in quel morto cuore ella non palpitava più. E lo baciò su la fronte raggelata, e camminò dietro il suo feretro quando lo portarono a riposare per sempre, a scomparire per sempre, a distruggersi per sempre nella tacita solennità della terra.
Le diedero una lettera, ch'egli aveva scritta per lei negli ultimi giorni, quando fu conscio della sua fine. Era quasi un poema d'amore dall'oltrevita, nelle ultime pagine diceva:
«Tu non puoi figurarti, Elena, la dolcezza che io proverò nel chiudere gli occhi per sempre; poichè nella morte finiscono i desiderii assurdi, finisce la necessità umana di credere, di pensare, di amare... Viene un riposo per il quale non si è fatta la parola, e sembra che si godrà in perpetuo quella gioia che nel mondo consiste in un solo attimo incosciente: la gioia del dimenticare. Ma vorrei, se mi fosse lecito, portare con me il quadro dove ti ho dipinta. Elena, per guardarti ancora e sempre, anche dopo la vita. È la sola felicità che mi venne concessa, e morendo mi rammento come in un sogno tutte le ore così dolci nelle quali ti ho potuta guardare. La mia memoria umana comincia e finisce con te...»
Elena chiuse gli occhi e non potè legger oltre. Ora il morto le stava presso, a ripeterle con una voce lenta il suo triste poema d'amore.
In un'altra lettera Mathias le lasciava in eredità i suoi quadri ed il suo piccolo avere, pregandola di vender ogni cosa, tranne il suo ritratto, perchè potesse imprendere finalmente la via sognata e nulla dovesse ad alcuno, fuorchè all'amico scomparso.
Per molti giorni ella rimase in balìa d'una sconsolatezza profonda, e passò lunghe ore in lacrime su la tomba dov'egli dormiva. Solamente allora si accorse di averlo veramente amato, come un fratello, più che un fratello, ed il rimorso non le dette mai pace.
Da ultimo Elena fece donare i quadri ad un Museo, tornò ad abitare presso la signora Bergmann, ed appese il gran ritratto che le aveva dipinto Mathias alla parete della camera ove s'erano abbracciati per l'ultima volta, rifiutando le somme vistose che i mercanti offrivano per quella tela, mentre i giornali, encomiando la donatrice dell'altre opere, parlavano assai dell'artista ch'era morto su l'inizio della celebrità.
Verso quel tempo il Duvally venne a Berlino, e l'andò a trovare. Sempre gaio, frivolo, sicuro di sè, diceva di non averla mai dimenticata un momento, e gli pareva «di ritrovarla più bella ancora, più matura per i trionfi della scena».
Raccontò ch'era in discordia con l'Hohenfels appunto per causa di lei; tessè molti epigrammi, ne risero insieme.
Da Berlino egli doveva recarsi a Vienna, indi a Roma ed altrove, per essere di ritorno a Parigi sul principio della nuova stagione teatrale. Voleva, per quel tempo, che vi andasse ella pure.
-- Non tardate oltre, -- soggiunse, -- perchè un mese di gioventù perduto è più difficile a ricuperarsi che molti anni di vecchiaia.
E partì. Veniva l'estate. L'Hohenfels andò in campagna, dopo averla invitata seco più volte; la baronessa von Ritzner era su le montagne dell'Engadina, malata di cuore: le scriveva le sue sofferenze, pregandola di tornare con lei. Allora Elena si comandò molti abiti, rifece i bauli, coperse gelosamente il quadro di Mathias, lasciandolo in custodia della signora Bergmann, e partì per l'Alta Engadina.
La baronessa era deperita molto; le crisi al cuore in pochi mesi l'avevano sensibilmente invecchiata. Il riveder Elena le dette una grande gioia, e parve che traverso il dolore nascesse nel suo sentimento una purità quasi materna.
Fra gli amici della baronessa era un giovane ufficiale austriaco, Max von Schillenheim, ch'era il più temerario alpinista ed il più famoso guidatore di quadriglie che annoverasse in quella stagione la società cosmopolita di Saint-Moritz-Bad. Poco più che ventiquattrenne, alto, smilzo, con i capelli d'un biondo brunito, gli occhi limpidi, piaceva subitamente per la grazia del sorridere e per la spigliatezza de' suoi modi. Parlava con brio, corteggiava molto le signore, i suoi modi eran fini ed attraenti, aveva nella sua maschia bellezza quasi un'ingenuità di fanciullo.
Anche ad Elena faceva la corte, in modo piacevole. Da prima ella ne rise, poi se ne compiacque. Non era nè irriverente nè sciocco; le parlava d'amore fra un discorso e l'altro, facendola molte volte arrossire.
Poi avvennero varie cose.
Avvenne ch'egli entrava sempre nella sala di lettura quand'ella scriveva o leggeva; ch'ella prese amore al tennis, ed ogni mattina per lunghe ore giocarono insieme; che v'eran nel giardino molti viali profondi, e pinete di là dal giardino, dove ci si perdeva... che ogni giorno egli era più timido e più ardente insieme; che avevano le camere, quelle pericolose camere d'albergo, sul medesimo piano, ed eran quasi di fronte...
E molte cose avvennero inoltre, anche nel cuore di questa errante fanciulla, cui troppi desiderii altrui, torbidi e tenaci, avevano già irritato i sensi; ed avvenne che le due bocche giovini, più volte, con stordimento, s'incontrarono, ed una notte che il cielo terso dell'alta montagna brillava d'infinite stelle, nell'ombra, nell'oblìo d'un'ora, ella imparò paurosamente l'amore.
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