Part 6
Allora, fra le città straniere, qua chiamata e là respinta, fra gli usi e le persone più varie, con il coraggio dei vent'anni, con l'intelligenza versatile che nasce dalle difficoltà, imparando a fingere, a destreggiarsi fra gli uomini, cominciò per lei quella corsa randagia, infaticabile, ch'era la sua battaglia per la vita.
A poco a poco amò quella sfrenata indipendenza, quel vagabondaggio alla ricerca dell'ignoto, quel rinnovarsi dell'anima in un perpetuo fuggire.
Un giorno ella imparò a conoscere i libri di Massimo Gorki: glieli aveva dati un professore paralitico, il quale abitava una soffitta al di sopra della sua, in una città danubiana.
Questi libri l'accesero, le parvero il poema eroico della miseria, il vangelo dei diseredati. S'innamorò di quei naufraghi alteri che non volevano arrendersi alla nemica vita, e discutevano fra i loro cenci una filosofia nuova della società umana, come dottori all'Accademia, essi, fra le caraffe d'acquavite.
Allora pensò ch'ella pure, come quei caduti, come quegli ex-uomini, aveva un passato di luce, un avvenire d'ombra. Com'essi era caduta sotto l'invincibile furore della fortuna e più non le rimaneva che una forza: quella di considerare la vita come una catena di avvenimenti provvisori, cioè dall'oggi al domani, con instabilità seguendo l'alea dei nomadi, e senza perdere mai la coscienza di rimanere un «essere umano».
Pochi centesimi bastarono alla sua vita, qualche libro, qualche fiore.
E visse di sè, chiudendo nell'anima sua di fanciulla un infinito mondo; vide ciò che ha nome il bene e il male, ciò che gli uomini hanno pensato di giusto e d'ingiusto, ciò che una creatura deve compiere per insignorirsi del proprio destino.
Libera e sola, continuò quel suo pellegrinaggio, fin quando, in una città sul Reno, essendosi gravemente ammalata, fu accolta in un Asilo Evangelico. Dopo la guarigione, le suore che avevan preso ad amarla vollero rimanesse con loro e le affidarono alcuni bimbi da educare, quand'ella ebbe loro promesso di convertirsi al protestantesimo.
Quella pace ora la riposava; le pareva di amare il convento, le preghiere lunghe, le fervide meditazioni; un fondo di misticismo innato le si ridestava nei recessi dell'anima.
Il pastore che l'istruiva per la conversione s'innamorò di lei. Non glielo disse dapprima, forse non osò; ma ogni giorno le portava un libro di fede o di evangelica meditazione, avendone prima sottolineate alcune frasi di amore castissimo. E talvolta, partendo, serrava lungamente una mano della fanciulla tra le sue.
Finalmente un giorno si fece coraggio; le confessò di volerle bene, le domandò se avrebbe mai consentito a sposarlo. Elena, dopo averlo guardato un momento, si mise a ridere come una pazza, e rise così forte che il povero giovine, tutto vergognoso, fuggì.
Ma poi, quando lo rivide, così pallido e serio, così turbato davanti a lei, quasi le spiacque di avergli fatto male e gli usò molte piccole cortesie. Ora il giovine le impartiva la sua lezione rigidamente, senza guardarla, e solo di quando in quando le portava un libro, ancora con le parole segnate.
Un giorno, -- eran nel giardino dell'Asilo, d'autunno, quando i fiori appassivano tra l'ingiallire delle foglie, -- il pastore venne di nuovo, più turbato, e le camminò lungamente a fianco, senza parlare.
Per la prima volta Elena lo guardò come si guarda un uomo. Il pastore si chiamava Miller; forse non aveva più di venticinque anni. I suoi capelli spiovevano biondi e ben pettinati fino alla piegatura della nuca, facendo come uno scalino sopra le spalle, un po' esili nella solennità dell'abito nero. Due chiari occhi morbidi gli splendevano sotto la fronte vasta, mitigando l'ardore della sua bocca troppo sensuale, che in alcuni sorrisi tradiva i segni di una forte volontà repressa.
D'un tratto il pastore, fermandosi davanti a lei, rigido, con il capo scoperto, mentre il sole gli dorava la fronte, ripetè la sua domanda:
-- Non vorreste voi, Elena, dividere con me, nella mia casa e nella mia vita, quella missione di carità umana che mi è concessa da Dio?
Era un pomeriggio di sole; tutte le finestre del convento splendevano come raggiere; dal vivaio, le rose inclaustrate mandavano per l'aria dorata un profumo inebbriante.
Ed ella, forse perchè il turbamento di quella voce la invase, forse perchè il giovine era bello così, con la fronte nel sole, forse perchè il luogo, l'autunno, le foglie cadute, le infondevano un senso di commozione mistica, ella, senza riflettere un momento, promise di sì....
Ma tre giorni dopo lasciava l'asilo e la città ed il fidanzato, per correre lontano, in cerca d'altri destini. Ella compiva queste crudeltà involontariamente, senza più ripensarvi, perchè nella sua vita si era fatta un'anima di avventuriera e non sapeva bene intendere nè definire cosa mai fosse quel comune desiderio degli uomini, che li spingeva tutti a volerla, fosser anche d'animo puro e dolce come il pastore Miller o come l'amico Mathias, del quale aveva ora migliori notizie. Non era più così povero; un quadro esposto l'anno prima lo aveva reso noto, ed anzi, nei giornali parigini, aveva letti grandi elogi su di lui. Nell'ultima sua lettera egli le scriveva che si sarebbe recato presto a Berlino, perchè gli avevano data la commissione di un ritratto, e sperava di rivederla, dopo così lungo tempo. Rivedere Mathias!... Oh, certo, anch'ella vi sarebbe andata!
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Quando arrivò il suo treno, egli l'attendeva sotto l'atrio della stazione. Dopo tre anni, com'erano entrambi mutati! Ma parve ad entrambi che non fosse trascorso nemmeno un giorno. Si abbracciarono e non osarono baciarsi.
Mathias non vestiva più quegli abiti così dimessi; era più elegante assai, ma conservava sempre la medesima fronte pensierosa e quegli occhi un po' esaltati, quel suo triste pallore. Anzi era più pallido, e, camminando, una invincibile stanchezza gli traspariva da tutte le membra. Elena ebbe quasi vergogna di ritrovarsi così piena di forze, accanto a quel giovine che pareva estremamente sfiorito. Abitarono vicino; egli prese in affitto uno studio vasto, luminoso; ella, due piccolissime stanze ad un terzo piano. Elena in quei giorni non aveva denaro e non voleva certo vendere i pochi gioielli della madre. Allora Mathias gliene prestò; ma ella poi lo costrinse a riprenderlo quando appena potè ottenere alcune lezioni di lingue straniere. Mathias le disse tristemente: -- Voi non mi considerate più come il vostro amico.... Gli altri uomini vi hanno insegnato a diffidare anche di me.
Qualche volta egli si atterriva nell'udirla parlare; allora la guardava con un lungo rimprovero silenzioso ed una specie di affanno contraeva la sua faccia dimagrata. Passò l'inverno. Egli andava ogni giorno a prenderla, quando moriva la luce su le tele de' suoi quadri, ed uscivano insieme per la città rumorosa, per i viali dei grandi parchi, simili a foreste addormentate, ove la primavera destava tra il verde il canto nuovo delle fontane.
Mathias non le parlava quasi mai; solamente l'ascoltava, camminandole a fianco un po' curvo, e qualche volta scuotendo il capo, quando Elena faceva ad alta voce un sogno d'avvenire.
-- Se io facessi un quadro di voi? -- le disse un giorno.
-- Si? Volete? -- Elena rispose.
Ed una felicità subitanea splendette nella faccia del pittore.
Tosto vi si accinse. Tutta l'anima del giovine si trasfuse nel quadro, l'anima che voleva tutta esprimere quella pura bellezza in una luminosa magnificenza di colori. Elena non poteva concedergli molte ore della sua giornata e l'opera si compiva lentamente.
Dopo alcuni mesi dall'arrivo, un giorno ella si recò a visitare l'Hohenfels, al quale aveva scritto di quando in quando lungo le sue peregrinazioni. Un sentimento strano la guidava ora verso di lui, verso quell'uomo del quale aveva sempre avuta una irragionevole paura. Ed era il desiderio di apparirgli davanti, nel fiore della sua bellezza, un po' altera, un po' beffarda, ora che si sentiva sicura della propria forza e sapeva di non tremare davanti a quegli occhi. Voleva quasi dirgli con uno sguardo:
-- Ecco, vedete: sono qui. Non ho avuto bisogno di voi, non vi debbo nulla!
Egli era forse un po' invecchiato, ma conservava sempre una grande vivacità nella fisionomia, nei gesti, ed un sorriso leggermente sardonico su l'orlo della bocca fine. Al vederla, ne rimase attonito; s'informò dove abitasse, che facesse, quali fossero i suoi disegni. Una settimana dopo l'andò a visitare nelle sue piccole stanze, e giudicando il luogo inadatto, disse che per il medesimo prezzo avrebbe potuto trovare assai meglio a Berlino, se gli concedeva di far ricerche per lei. Ella se ne schermì più volte, ma le sue preghiere la vinsero, perch'egli sapeva essere persuasivo, cortese, discreto.
Tornò, dicendole di aver trovato per lo stesso prezzo una grande camera, quasi elegante, presso una famiglia borghese che teneva pigione; insieme andarono a visitarla. Una donna piacevole d'aspetto, con una sola figlia quattordicenne, governava la casa, ed il luogo era davvero lindo, messo con leggiadria. Elena quasi non poteva credere di avere una così bella camera per un prezzo così mite; allo scader del mese vi si trasferì. Solo, per una specie di delicatezza, non disse a Mathias ch'era stato il suo tutore a trovarle questa camera.
Egli si rammaricò perchè andava più lontana, e le disse:
-- Le vostre lezioni vi prendono quasi tutta la giornata; avete così poche ore per me!
Ella, per fargli piacere, si levava la mattina di buon'ora e vi andava quando la luce era più limpida.
Ma egli sfioriva ogni giorno, intento sopra quella tela che assorbiva la sua vita. La tosse lo martoriava con maggior insistenza e gli occhi suoi parevano sempre più accendersi di una fiamma latente.
-- Dove andrete mai, Elena, quando sarete stanca di vivere qui? -- Mathias le domandò una volta.
-- Ora ho fatto un sogno, -- ella rispose. -- Voglio diventare attrice. Quando avrò denaro, tornerò a Parigi per studiare.
Gli occhi di Mathias ebbero uno sguardo di smarrimento, il suo pallore divenne più cereo, ma non disse parola.
Questo infatti era il suo grande sogno. Divenire attrice, interpretare le anime, apparire su la scena, ella sola, davanti a mille, dire una frase, inebbriare una platea! Quante volte, nei giorni più neri della sua vita, si era cullata in questo sogno, si era sentita la virtù di esprimere, di raffigurare, di commuovere!... Perchè Mathias non ammirava questa idea? Non l'ammirava, eppure le aveva detto:
-- Tutto quello che possiedo ve l'offro, se vi può servire.
Ma ella naturalmente aveva rifiutato, commossa dalla sua bontà. Per un momento ebbe l'idea di parlarne all'Hohenfels, ma sùbito l'abbandonò. Sebbene paresse mutato, pure a lei non garbava di avere un debito con quell'uomo. Seguitò invece a lavorare, con la speranza secreta.
La signora Gräfe, la sua padrona di casa, era una donna estremamente cortese. Non più giovane, un po' manierata, con due grosse trecce di capelli finti, doveva essere stata molto bella in gioventù. A lei mostrava una tenerezza quasi materna e si accapparrava la sua fiducia dandole molti ottimi consigli. La sera, quando pranzavano insieme, le teneva certi discorsi allegri ed un po' salaci.... Veniva spesso a visitarla un uomo di mezza età, un sottufficiale in congedo, ch'era il suo amante. Ella parlava di ciò con naturalezza; un giorno anzi, nel mezzo d'un discorso, le aveva domandato:
-- E tu, non hai ancora avuto un amante?
-- Io no, signora Gräfe, -- le aveva risposto Elena, chinando gli occhi. Dopo tre giorni appena la sua padrona di casa le aveva dato sùbito del tu.
-- Ebbene sei una scioccherella! -- rispose costei. -- Quando sarai vecchia e brutta non ti servirà davvero a nulla d'essere stata più o meno onesta, mentre ti pentirai amaramente d'aver sciupata la tua giovinezza. Perchè siamo al mondo noi? Par gli uomini. E gli uomini? Per noi.
-- Ma io non l'ho mai desiderato, -- Elena disse, confusa.
-- Non c'è bisogno di desiderarlo, anzi, non si deve. Tu aspetti l'amore, piccina mia?... Bada a te! Questo è il grande pericolo. Invece si prende un amante perch'è necessario, è utile, qualche volta è anche piacevole. Ma, dimmi: tu che sei bella come un fiore, quale vantaggio ricavi dall'aver fatta la vita che fai e dal lavorare tutto il giorno per pochi centesimi, quando, con un bacio che tu volessi dare, potresti esser vestita di seta e coperta di gioielli da capo a piedi, potresti pagarti ogni capriccio e menar la vita che più ti conviene? Perchè ti sacrifichi? per rimanere onesta? Bel merito! Se ci ragioni sopra un momento, vedrai che questa è una parola, null'altro che una parola. Poi, chi ti crede? Pensi forse che una sola persona, vedendoti così bella, s'immagini che tu sia una ragazza tuttora illibata? Macchè! nemmeno per sogno! E la persona che lo potesse credere, se fosse una donna ti direbbe quello che ti dico io, se poi fosse un uomo penserebbe sùbito: «Via, non è possibile che lo faccia per onestà.... Si vede che aspetta il suo tipo, che aspetta me: proviamo!» Questa è la vita, bambina mia. Ti parlo così, come parlerei ad una figlia.
E tali discorsi ogni giorno si ripetevano con maggiore frequenza. Elena da prima se n'era offesa, poi vi si era assuefatta, finchè, da ultimo, quelle cose madornali che diceva la signora Gräfe riuscirono a divertirla.
Di tutto questo ella non fe' cenno a Mathias, perchè ne avrebbe sentita troppa vergogna davanti a quell'anima così lontana dalla vita. E nemmeno gli raccontò come un giorno la signora Gräfe le avesse fatta un'allusione anche più precisa.
«Perchè mai, -- diceva, -- Elena eviterebbe di accordare qualche favore a quel ricchissimo von Hohenfels che le usava tante cortesie? Non aveva ella compreso che l'uomo avrebbe commessa per lei qualsiasi follìa? Non avrebbe certo esitato a prenderle una villetta verso il Thiergarten, o forse intorno al Wannsee, donandole abiti, gioie, carrozze, cavalli. Certo ella non aveva che una parola a dire... Credesse a lei: l'esperienza sua di donna pratica non la poteva ingannare!...»
Fu invece Mathias che osò per primo fare un accenno a questo argomento.
-- Cosa pensate voi di quell'Hohenfels? -- le domandò un giorno. Elena, subitamente, si fece rossa.
-- È stato il mio tutore, -- rispose. -- Ora cerca d'aiutarmi perchè si pente forse d'avermi sempre abbandonata.
-- Lo credete sincero?
-- Chissà? E d'altronde che me ne importa?
Egli non insistette oltre; la dolcezza di quell'anima era il silenzio.
Intanto le sue mani scarne suscitavano un miracolo di colori. Egli poteva ora veder Elena meno sovente, perchè aveva un'altra Elena, più sua, e l'adorava creandola. In lui si compiva una rinunzia suprema; il tacito sogno della sua vita moriva.
L'Hohenfels aveva presa l'abitudine di venire ogni giorno in casa della signora Gräfe e talvolta vi rimaneva per il pranzo, dicendo ch'era solo e s'annoiava. I discorsi più frequenti cadevano su l'avvenire di Elena, poichè non gli sembrava possibile ch'ella volesse continuare una vita simile.
Dopo aver molto meditato, Elena gli confessò che la sua speranza era quella di essere un giorno attrice.
L'Hohenfels accolse l'idea con calore, la felicitò, si offerse di rendere la cosa possibile. Occorrevano studi molto ben guidati, ed egli poteva, nella sua qualità di vecchio amico, farle un prestito, che poi la ricca e fortunatissima attrice gli avrebbe rimborsato. Ma non bisognava tardare oltre. La via dell'arte è faticosa e lunga. Egli era da molti anni amico d'un impresario parigino, il quale avrebbe semplificate le cose con la grande autorità di cui godeva fra persone di teatro. Quest'uomo sarebbe anzi venuto a Berlino qualche settimana più tardi: l'occasione era dunque propizia.
Elena ormai non si dissimulava più le intenzioni palesi dell'Hohenfels, ma questo le riusciva indifferente, fin quando almeno la sua cortesia non eccedesse i limiti onesti.
Una sera, ch'egli aveva pranzato in casa della signora Gräfe, curiosità lo prese di accompagnar Elena fino alla soglia della sua camera «per vedere -- disse -- con qual gusto ell'avesse ordinato il suo mobilio e dove si potessero meglio collocare certe stampe inglesi ch'egli voleva donarle». Dalla soglia, come per inavvertenza, entrò; e poi ch'Elena gli diceva un po' turbata: -- Ma, non vedete? c'è un gran disordine... lasciatemi, signor Franz!... -- egli, con somma naturalezza, si diede ad osservar minutamente ogni cosa, a toccar gli oggetti ch'erano sui tavolini, a carezzar le gonne che pendevano dagli attaccapanni, e passò vicino al letto, facendo scorrere una mano sul cuscino, su la coltre; poi disse:
-- Mi ricordo ancora quand'eravate piccina e dormivate in un lettuccio da bambola. I vostri piedini allora non sarebbero arrivati fin qui... -- Soggiunse: -- Ora che grande letto avete!
Infatti nella casa della provvida signora Gräfe i letti erano vasti assai.
L'Hohenfels, con la fronte accesa, le venne vicino e cominciò a parlare ambiguamente, carezzandole un braccio. Intimidita, ella fece un movimento brusco, si ritrasse fino alla soglia ed uscì.
-- Che avete? Vi faccio paura? -- egli domandò ridendo.
-- No... ma, sapete, sono gelosissima della mia camera; non mi piace che nessuno vi entri.
E fu tutto per quella sera.
Dopo alcune settimane l'Hohenfels le annunziò che l'amico parigino, un certo Ernest Duvally, era giunto, ch'era informato già d'ogni cosa e desiderava solamente conoscerla. Per questo era opportuno ch'ell'andasse a pranzo da lui, dove lo avrebbe incontrato quella sera stessa.
Il Duvally approvò con fervore l'idea di farne un'attrice; spiegò ad Elena qual fosse la più rapida via per iniziarsi a quell'arte, anzi promise di guidarla egli stesso nei difficili esordi parigini, mentre si riprometteva di farle ottenere un'ammissione immediata su le scene, tosto che avesse compiuti gli studi necessari.
La repentina felicità tratteneva Elena da ulteriori considerazioni. D'altronde non temeva l'uomo, e l'ebbrezza di poter riuscire valeva ogni rischio. Con Mathias tenne secreta la sua decisione per non affliggerlo sino all'ora della partenza. Egli non era venuto una sola volta nella sua casa, e quand'Elena gli domandò la ragione di questo suo riserbo egli rispose in modo evasivo, cercando pretesti, poi confessandole che tutta quella casa, ed in particolar modo la signora Gräfe, non gli piacevano affatto. Ma Elena ormai non viveva più che per la sua nuova speranza.
Quel Duvally era un uomo giocondo, garbato, salace, ricco di aneddoti; la corteggiava in modo amabile, con quella galanteria francese che piace alla donna, poichè la lusinga nella sua femminilità. Era inoltre un bell'uomo, con la bocca fresca, il labbro raso, i denti minuti e bianchissimi.
-- Sapete, -- le aveva detto un giorno, parlandole dell'Hohenfels, -- questo Gambrinus è buono per cominciare. Ma poi ci vuole di meglio! D'altronde che bisogno avete di lui? Quando vi sarete risolta, basterà scrivermi una parola.
E con lui non era possibile offendersi, perchè aveva sempre una trovata spiritosa, una celia bizzarra, e pareva non ammettere alcun valore a coteste sue frasi. Egli diceva inoltre:
-- Avete anche un pittore che vi fa il ritratto? Nulla di più opportuno. Bisognerà farvelo dare, perchè un bel quadro non è l'ultimo argomento di buon successo per un'attrice bella. Solo, mi raccomando, non troppo vestito, per Parigi... I pittori, qui, amano la stoffa; noi amiamo il nudo. Contraddizioni di razza, diversità di scuola: ecco tutto!
E partì su questa mezza intesa, mentre l'Hohenfels per proprio conto credeva prossimo il trionfo della sua laboriosa pazienza.
Fu la signora Gräfe ad annunziarle una sera, di punto in bianco, che l'Hohenfels le aveva dato incarico di condurla da una buona sarta, perch'ella si comandasse in tempo tutti gli abiti che occorrevano prima della imminente loro partenza.
Elena fece le sue maggiori maraviglie.
-- Capirai, -- le spiegò la Gräfe, -- dovendo vivere a Parigi con un signore come l'Hohenfels, i tuoi abiti non sono abbastanza eleganti.
-- Dovendo vivere?... con chi? -- Elena interruppe, dando in uno scoppio di riso. -- No, no! Ringraziatelo pure, ma ditegli che alla sarta provvedo io stessa! Credo, in verità, che ci siamo intesi male...
Questa volta la signora Gräfe perdette la pazienza.
-- Ma senti, bambina mia, -- le disse, -- che intenzioni hai finalmente? Perchè qui si tratta di venirne in chiaro!
E nel suo gergo fiorito prese a magnificarle tutte le delicate cortesie dell'Hohenfels, i sacrifizi, anche di denaro, ch'egli faceva per lei, non volendo che «la si andasse a rovinar la salute nelle stamberghe umide, tra i filosofi ed i cenciaiuoli dei quarti piani».
-- Te ne faccio la confidenza, ma non lo dire a lui, per l'amore di Dio!... per l'amore di Dio! -- le andava ripetendo ad ogni tratto.
Allora Elena ebbe uno scatto di vergogna e d'ira, dolendosi per quel denaro che non poteva sùbito rendere all'obliquo insidiatore.
La mattina seguente lasciava quella casa, prima che l'Hohenfels avesse il tempo di rivederla. Qualche giorno dopo, recandosi a visitare Mathias, egli, che ormai le parlava con un triste riserbo, le porse una lettera dicendo: -- È venuto ieri da me un domestico e mi ha lasciata questa lettera per voi. Diceva di non conoscere il vostro nuovo indirizzo, ed anzi me lo domandò. Io credetti bene di rispondere che non lo sapevo.
E si rivolse alla sua tela, in silenzio.
Povero Mathias!... Com'egli la guardò, quand'ella gli ebbe raccontata quella storia! Perchè non avergliene parlato prima? Egli vedeva il male, ma non osava darle consigli, poichè gli sembrava ch'ella non volesse più considerarsi come una vera sorella per lui. E sùbito le offerse il denaro da rendere a quell'uomo.
-- Grazie, Mathias, ma non voglio. Egli è ricco, voi no.
-- Che importa, visto che ve lo posso dare?
-- Ve ne ringrazio di tutto cuore, ma non voglio. Lo renderò io stessa quando potrò. D'altronde il piacere che egli ebbe nel desiderarmi vale assai più di quanto ha speso.
Mathias non potè trattenersi dall'osservarle che questa frase non era degna di lei.
-- Che volete mai? Fra queste indegnità s'impara finalmente cosa la nostra bellezza vale!
Il quadro intanto appariva ogni giorno più maraviglioso, ed il pittore si dimenticava davanti alla sua tela. Una volta Elena gli domandò:
-- Quando sarà finito il mio quadro?
-- Mai, -- rispose Mathias, con tristezza. -- Questi quadri non si finiscono mai. Ogni giorno viene un pensiero nuovo, perchè ad essi manca sempre qualcosa.
-- E cosa?
-- Non so, -- egli disse, turbandosi; -- la vita, forse, per essere come voi.
Elena chinò la faccia.
-- Non lo esporrete, Mathias?
-- No. Il quadro mi appartiene. Vi ho dipinta per avervi con me quando andrete via.
-- Credete ch'io partirò di nuovo?
-- Lo credo; sì, lo credo. Anzi m'immagino che vi pensiate ogni giorno. Voi avete il destino degli erranti e non potete far altro che passare.
-- È così, Mathias. Forse andrò via di fatti...
Aveva pochissime lezioni a quel tempo. Era il finir dell'estate; molte allieve indugiavano ancora nei luoghi di cura e di campagna. Faceva un calore insopportabile nelle vie di Berlino ed Elena si annoiava mortalmente.
Un giorno, con una risoluzione subitanea, scrisse al Duvally. Scrisse una lettera evasiva, raccontandogli ad un dipresso com'erano andate le cose con l'Hohenfels. Questi non tardò a rispondere, dicendo fra l'altro che, tempo addietro, egli pure le aveva scritto, ma senza ottener risposta. Ed Elena comprese che la lettera doveva essere caduta nelle mani dell'Hohenfels per mezzo della signora Gräfe. Il Duvally la incitava inoltre a perseverare ne' suoi propositi, e soggiungeva che presto avrebbe avuta occasione di recarsi a Francoforte. Perchè dunque non si vedrebbero? S'ella consentisse, avrebbe allungato il viaggio fino a Berlino per venirla a prendere, poi sarebbero tornati a Parigi insieme. -- Ora, come rispondergli?