Part 5
Me lo disse vicino alla faccia, con le labbra che appena mi toccavano.
Poi si mise davanti alla specchiera e con un pettine d'avorio cominciò a ravviarsi i capelli che le sfuggivano dietro la nuca. Io le sedetti accanto, e presi a giocherellare con i vari oggetti che ingombravano il vetro della pettiniera.
-- Dove sei stata? -- le domandai con naturalezza.
-- Avevo alcune piccole commissioni, -- rispose, continuando a pettinarsi. -- Vedi: quel mazzo di nastri, una veletta, un paio di guanti... poi dovevo anche andare alla Posta.
-- Ma non ricevi le tue lettere all'albergo? -- le domandai, fingendo di esaminare attentamente la sua scatola per la cipria, ch'era d'avorio con le iniziali ed una corona di smalto.
-- Non tutte, perchè non sapevo a quale albergo sarei scesa.
La sua voce non tradì la minima incertezza; solo, prima di rispondere, ella fece un atto come se il pettine le si fosse impigliato fra i capelli.
-- E tu non mi racconti nulla? -- continuò Elena, posando i gomiti sul cristallo per unire le mani e raccogliervi la faccia. -- Mi sembri di cattivo umore.
-- No, affatto, Elena.
-- Ah... mi era sembrato.
-- E tu?
-- Io non lo sono più adesso. Ma ho pianto tutto il giorno: ero triste.
E piegandosi verso di me.
-- Ora non mi dài neppure un bacio?
L'attrassi nelle mie braccia, perchè non potevo a mio malgrado resisterle, e perchè nell'amaro sospetto mi pareva che le sue labbra avessero un sapore più forte.
Nel baciarla su gli occhi m'accorsi che s'inumidivano.
-- Perchè piangi ora?
-- Te l'ho detto: sono triste. Poi, quando mi baci tu, sento il cuore che mi fa male.
-- Perchè quando ti bacio «io?» Forse ti baciano anche altri?
-- Sciocco! -- ella rispose battendomi leggermente una guancia. -- Non ti dirò più nulla!
Per un momento scordai tutto: ella mi teneva nella sua bellezza come in una prigionìa; m'avesse detto: -- Inginòcchiati! -- e mi sarei inginocchiato.
-- Senti, -- le mormorai presso la bocca, -- fra qualche giorno potremo partire insieme; andremo in un mio castello non lontano dal mare.
Quasi con violenza le sue braccia m'avvinsero, e nascose il volto contro di me.
-- Lo sai che debbo andar via... lo sai che non posso!...
Feci come se non avessi udito e continuai:
-- È una grande casa antica, silenziosa, fatta per l'amore. Laggiù, fra poco, verrà la primavera.
Sollevò la faccia illuminata, mi passò le mani fra i capelli:
-- Ah sì? una casa nostra? una casa per noi?...
Ma bruscamente si ribellò: -- Non posso! Non posso!
Andò rapida verso una grande specchiera che occupava tutto il portello dell'armadio e con le dita si ravviò i capelli di nuovo scomposti; poi lasciò cadere le braccia, si volse, appoggiando la schiena contro il cristallo, e vi rimase, con la faccia sollevata, gli occhi volti all'alta ombra, un po' rigida, muta.
Per un momento la rividi com'era il primo giorno, quando entrò nella mia casa, fiera e triste, avendo alla cintura un gran mazzo di viole. Mi parve, da quel giorno già lontano, di non conoscerla affatto meglio, di non aver penetrato ancora nessuno dei suoi molti segreti. Le vedevo serpeggiare appresso i desiderii degli uomini che l'avevano inseguita, e quei desiderii obliqui si avventavano contro di me come tanti colpi di staffile vibrati al mio geloso amore.
-- Insomma, -- le dissi quasi ruvidamente, -- una volta o l'altra ti risolverai a spiegarmi questi continui misteri!
-- Che significa, Germano? Perchè mi parli così? Hai veramente una fisionomia stranissima oggi!
-- Ti pare? -- feci con ironia. -- Devi pur ammettere che le tue misteriose contraddizioni possano irritarmi un poco. Davvero non ti comprendo. Mi hai affermato in tutti i modi possibili di non avere alcun legame, dici anzi di volermi bene, mentre non fai che ripetere: Dobbiamo lasciarci! debbo andar via!... Dunque una ragione ci dev'essere. La vorrei sapere.
-- Ma perchè vuoi sempre sapere tutto? conoscere tutto? Che bisogno c'è? L'anima di una donna, la vita di una donna come me, sono cose a cui val meglio lasciare il loro velo. Io, per esempio, quando posseggo un oggetto che mi sia prezioso, lo tratto con estrema delicatezza, per non sciuparlo, per non lasciarlo cadere. E frugare troppo addentro nella intimità di un'anima è sempre farle correre il rischio grave di cadere a terra, di andare in frantumi. Non ti pare?
-- Belle parole... nient'altro! E se t'illudi ancora di potermi convincere con due frasi abili, t'inganni! Tanto più che ho forse qualche ottima ragione per non credere a nulla di quanto mi dici.
-- Oh, questo poi!... -- esclamò raddrizzandosi in tutta la sua fierezza.
-- Dico la verità e non devi esserne offesa. Tu ti diverti ad ingannarmi ed io cerco di non lasciarmi ingannare, almeno fin dove posso.
-- Cioè?
-- Cioè... nulla! Io so molte cose che tu non sospetti nemmeno.
-- Invece, se tu le conoscessi davvero, forse non parleresti così, -- rispose con tristezza, camminando a passi lenti per la camera. Poi mi venne vicino e prese a carezzarmi i capelli con una soavità materna ed infantile insieme.
-- Dimmi: cos'hai contro di me?
-- Null'altro che un poco di rancore perchè mi esasperi e mi addolori continuamente.
-- Mi credi cattiva? -- E si era seduta su le mie ginocchia cingendomi il collo con un braccio.
-- Sì, un poco, -- risposi.
-- E credi che non ti voglia bene?
-- Me ne vorrai, forse, a tuo modo...
Mi passava una mano, lentamente, su e giù per il braccio, guardando il suo proprio gesto. Era singolarmente dolce, singolarmente triste.
-- E quale sarebbe questo «modo mio?»
-- Concederti un momento e poi sùbito aver paura d'essere afferrata; pensare con la stessa calma all'oggi, che sei qui, e al domani, che sarai chissà dove; non abbandonarmi che una piccola parte di te stessa, ed ancora con moltissime restrizioni; mescere insieme i baci e le bugie, il sentimento e l'indifferenza, come un bel mazzo di rose e d'ortiche... Ecco, press'a poco la tua maniera di amarmi.
Piegò il mento sul petto e sogguardandomi sorrise.
-- E tu, -- fece -- quando parli a questo modo, sei meno franco di me, perchè sai benissimo che tutto questo non è vero.
-- Oh, Dio!... ne vuoi la prova?
-- Sì... -- rispose un po' timidamente.
-- Ebbene, t'ho veduta oggi. So che non sei stata per nulla dove m'hai detto.
-- Davvero?
Il suo volto rimase impassibile, tranne un rapido solco verticale che si delineò tra i suoi fini sopraccigli. E soggiunse:
-- M'hai seguita?
-- No.
-- E perchè no?
-- Perchè... non ero solo.
Dopo una breve pausa, disse:
-- Non credo che tu m'abbia veduta.
-- Come non credi?
-- No: mi avresti certamente seguita.
-- Mi ritieni proprio così geloso?
-- Immensamente curioso almeno.
-- Dunque non ti curare del come io lo sappia. Ma so in ogni modo che non sei stata ove m'hai detto.
-- E' vero. Vuol dire dunque che sei entrato nella mia camera ed hai letto un telegramma ch'era lì... Me lo sono dimenticato infatti. -- Però, -- soggiunse con una voce dura, levandosi, -- io non avrei fatto questo nella tua casa.
E metteva in ogni sillaba un così altero disprezzo, che di confusione arrossii.
-- Ho fatto male. Te ne domando scusa. Ma lo feci quasi per inavvertenza, non pensando mai che si trattasse d'un mistero.
-- Oh, non importa... -- rispose con indulgente ironia. -- Tanto, a me non devi alcun rispetto!
E camminava con lentezza, tenendo sotto il mento le due mani congiunte, che avevano la pallidezza di un avorio antico.
-- Via, -- le dissi, -- non essere ingenerosa ora... Ti ho chiesto perdono.
-- Senti, -- esclamò repentinamente, -- cos'hai pensato di me?
-- Niente! -- risposi con nervosità. -- Il telegramma è chiaro. Ho pensato che andavi da quell'uomo. E del resto sei liberissima di fare quello che vuoi.
Ella mi venne vicino, quasi con furia, e mi afferrò le mani ruvidamente.
-- Hai creduto allora che v'andassi per lui? -- esclamò con ira. -- Guardami bene in faccia e rispondimi: hai creduto questo?
-- Ma io non so niente! Non ho fatto che leggere. Quando non si ha nulla da nascondere non si fanno misteri.
E incollerito mi levai, sciogliendomi dalle sue mani con un moto ruvido. Soggiunsi:
-- Devi anche pensare ch'io non sono avvezzo a queste ambiguità. Volevo non dirti nulla, per non sembrarti ridicolo, poi non ho potuto. Volevo lasciarti continuare in silenzio la tua commedia, ma siccome ho la stoltezza di amarti, così non l'ho saputo fare. Del resto, ti ripeto, sei libera. Sei nel tuo pieno diritto. Solo bisognerà che tu scelga fra una cosa e l'altra, perchè io non so dividermi e non accetto comunioni.
Mi ascoltava un po' curva, subendo le mie parole come continue percosse. La sua bocca rideva, esprimendo uno scherno dolorosissimo e contenuto. Poi, con la voce che sibilava:
-- Non puoi credere questo! -- affermò. -- E bada che sopporto le tue parole solo perchè non credo che tu le pensi.
-- Ma dunque spiégati! -- esclamai con ira. -- Cosa può immaginare un uomo in questo caso?
-- Naturalmente...
-- Spiégati, Elena. Finisci di farmi soffrire!
-- Rispàrmiami questo! -- ella pregò sordamente; -- poichè ti giuro che vi sono andata per una causa del tutto diversa da quelle che puoi supporre tu. E non l'ho nemmeno trovato. Lasciami tacere.
-- Impossibile, Elena. Vorrei poterti accontentare, visto che me lo chiedi, ma, dopo, non me ne darei pace.
-- Te ne supplico, Germano, lasciami questo piccolo segreto. E' una cosa che mi offende, che mi ripugna...
I suoi occhi brillavano stranamente, le sue mani congiunte tremavano.
-- Come vuoi tu! Sei anche libera di non dirlo, -- risposi duramente.
-- Ebbene, lo vuoi sapere? -- esclamò con veemenza, quasi gridando. -- Bada che, dopo, forse ti odierò!... ti odierò perchè mi umilii troppo... Lo vuoi sapere?
Io tacqui, gelido.
-- Come sei perfido! perfido! Ecco, te lo dico. Sono andata per chiedergli denaro, perchè a lui... non importa! Ma non mi voglio vendere a te!... a te no! Volevo amarti senza vergogna, come un'amante vera... Ecco: adesso lo sai!
Gettava le parole come altrettante lame, con le labbra che fremevano, livida.
-- Tu hai fatto questo, Elena?... -- esclamai con un tremante rammarico, afferrandole una mano. -- Perdonami dunque, mio povero amore!
-- Làsciami! làsciami! -- ella comandò, svincolandosi con forza. -- Sì, ho fatto questo per te!... ho fatto questo, io!
E v'era in quel suo monosillabo un'alterezza di regina.
IX
Più tardi nella silenziosa notte, Elena mi aveva raccontato la storia della sua vita. Ed era una storia ben triste per una così bella creatura.
Mi narrava con malinconia le memorie dell'infanzia felice, nella tranquillità un po' severa d'un castello ungherese, dov'erano accolte le ricchezze di una lunga discendenza.
Per quanto lontano ella tornasse con la memoria, non poteva rivedere la madre se non sotto le sembianze di una giovine signora dagli occhi soavemente pensierosi, che, muta, con libro su le ginocchia, passava lunghe ore solitarie in una sala troppo vasta per lei, o succinta in abito d'amazzone scendeva presso i cancelli d'un grande parco secolare, mentre gli staffieri le imbrigliavano un cavallo grigio, dalle narici vive come lo scarlatto, con la criniera e la coda simili a due copiosi rami carichi di neve.
Il padre dimorava raramente nel castello, ed aveva per la moglie una devozione che pareva nascere da un profondo rimorso, anzi aveva per lei una specie di religioso amore. Ma ogni volta ch'egli tornava dalle frequenti assenze, avveniva molto spesso ad Elena di trovar sua madre tutta in lacrime nell'angolo di una sala, più spesso, poichè dormivano accanto, di udirla piangere nel silenzio della notte.
Egli amava con passione la musica, e suonava divinamente il violino, la sera, in una stanza chiusa, per lunghe ore continue.
Ella e sua madre lo ascoltavano dalla sala vicina, in silenzio.
Un giorno, dopo una sua più lunga assenza, lo portarono morto al castello due grandi uomini sconosciuti, che tristemente accarezzarono la sua testolina di fanciulla.
Sua madre la condusse a baciare il cadavere, poi mise un abito nero, e da quel giorno, per lunghi mesi, non parlò quasi mai, divenendo malata. Le disse ch'era morto in viaggio; ma più tardi ella seppe, nell'ascoltare i discorsi dei domestici, ch'era stato ucciso in duello.
Poco tempo dopo il castello era venduto. Vennero genti nuove, che portaron via i mobili, i quadri, gli arazzi, le armerie, i cavalli: tutto. Una mattina sua madre, pallida e pur sorridente, la condusse per tutte le stanze, per i piantereni e per le scuderie, le mostrò l'intero dominio, quasi per bene imprimere nel suo cuore la memoria d'ogni cosa, poi, quando furono in fondo al giardino, presso una fontana, ch'ella rivedeva sempre, le disse con voce tranquilla:
-- Tutto questo non ci appartiene più, Elena. Siamo povere adesso e dovremo partire.
Un signore le accompagnò, che veniva sovente al castello.
Si chiamava Franz von Hohenfels ed era prussiano. Andarono a Parigi; con l'ultimo denaro arredarono tre piccole stanze in un quartiere eccentrico; vissero nei primi tempi di quello che la madre guadagnava traducendo novelle, romanzi e poesie dall'ungherese, o copiando, se il bisogno urgeva, le tesi dei medici ed i memoriali degli avvocati.
Allora quella donna malata, che pareva solamente reggersi per un miracolo di energia, si rivelò agli occhi della figlia sotto una luce quasi eroica. In lei viveva un'anima nascosta, capace delle più grandi rassegnazioni.
Elena, a quel tempo, non aveva che sedici anni, e curava le cose domestiche, aiutando la madre, leggendo a voce alta i suoi libri e ricopiando i suoi manoscritti quando i poveri occhi stanchi non vedevano più. Talvolta la madre dettava, e dettando le spiegava ogni cosa, la iniziava lentamente alla sua vasta cultura, dandole un piacere caldissimo per le cose dell'arte. Quando i guadagni divennero più lauti, ella fece seguire ad Elena qualche lezione alle cattedre pubbliche, preparandola man mano ella stessa per un esame d'istitutrice che il suo pronto ingegno superò senza fatica.
Alcuni amici venivano a visitarla talvolta e spesso quel Franz von Hohenfels che alla morte del padre assunse la tutela di Elena.
Innamoratissimo della madre, aveva tentato per lungo tempo d'indurla suo malgrado a seconde nozze; ma Elena preferiva la miseria, purchè sua madre rimanesse a lei, a lei sola, in quella piccola casa di Montmartre, di fronte alla chiesa del Sacro Cuore, dove i tramonti su l'apoteosi della città incendiata erano così divinamente belli.
Dopo qualche tempo l'Hohenfels finì con rinunziare a questo progetto e le sue visite a Parigi furon meno frequenti, finchè cessarono del tutto. S'era più tardi ammogliato in Germania, e solo scriveva di quando in quando per domandare notizie con freddissima urbanità.
Ma vennero i tempi tristi; la madre ammalò, fors'anche di stanchezza; il lavoro le divenne impossibile, il denaro mancò. Era d'inverno e tutto scarseggiava, la luce, il fuoco, il pane, in quelle tre camere taciturne dove una donna di trentasette anni ed una fanciulla di diciotto erano sole a difendersi contro la vita.
Allora fu per Elena una corsa pazza lungo le vie di Parigi, ad ogni porta, ad ogni scala, in cerca di lavoro, di un qualsiasi lavoro che desse una tazza di brodo per la madre malata, che desse la legna per accendere un po' di fuoco la notte, quand'ella tremava, scarna, sotto la coltre, vaneggiando.
Per molte settimane, perchè non le portassero la madre all'ospedale, Elena fece ogni umile mestiere: praticò le scuole delle sarte, ricamò le iniziali delle biancherie, vendette nei negozi, assistette malati, rispose agli annunzi dei giornali, si trascinò per ogni agenzia, fu da ultimo la modella di un pittore.
E questo giovine che la vide così bella e così triste, invece di offenderla, ebbe del suo dolore una fraterna pietà. Povero, volle offrirle qualche soccorso, la confortò, venne a visitare la madre. Ungherese di nascita egli pure, -- (e per questo Elena v'era andata) -- si chiamava Mathias Bunko ed era minato da una inguaribile malattia.
Tacitamente il giovine si accese di un disperato amore per lei; quell'amore sublime delle anime che sentono la morte vicina.
Mathias andava in cerca di lavoro per lei come per una sorella; poi, la sera, non potendo recare di meglio, portava un cordiale per la malata, un succo di carne per sostentarla, un giornale che la divertisse, un fiore. Aveva una bella fronte pallida, la bocca femminea, la voce soave. Parlava dell'Ungheria lontana, de' suoi giorni d'infanzia, de' suoi sogni d'arte; voleva, quando la madre fosse guarita, fare un grande quadro di Elena, esporlo, giungere rapidamente alla fama, -- rapidamente poich'egli aveva dinnanzi a sè una vita breve.
Invece la malattia peggiorò ed il medico fece trasportare l'inferma all'ospedale. Furono giorni di disperazione, che nessuna gioia della vita potrebbe mai compensare.
Oh, l'ultima sera in quella nuda stanza d'ospedale presso il letto già solenne come un feretro! Una monaca piangeva in silenzio presso il capezzale, ferma, rigida. Ed Elena rivedeva sempre quella mano di morente levarsi ancora stanca e fredda fino alla sua fronte, per darle una benedizione suprema; udiva quella voce ormai lontana dirle ancora, diminuendo, fuggendo:
-- Elena... sii buona, sii forte... Vivi con fede, con fierezza... Elena, mio amore, addio...
Poi, tosto, nella luce livida, un Crocifisso scenderle sul petto, gli occhi della moribonda volgere verso di lei l'ultimo sguardo umano, e lentamente svanire, finire, in una specie di stupefazione, serbando il loro inestinguibile sorriso...
-- Mamma, mamma mia!... -- aveva ella gridato, cadendo sul cuore della morta. E Mathias la raccolse nelle sue braccia, Mathias, il pallido fratello, il suo povero amico.
Per molti mesi ella fu ricoverata in un monastero, finchè un giorno le venne da Berlino una lettera di Franz von Hohenfels, che le mandava denaro, invitandola a partire per la Germania, dov'egli le avrebbe ottenuto un posto d'istitutrice.
L'ultimo giorno andarono insieme al camposanto, Mathias e lei, per salutare la morta. Elena vide ch'egli barcollava, quel giorno.
-- Andate proprio via? -- le disse il giovine con una voce che non era più la sua, una voce spenta.
-- Sì, -- ella rispose -- domani.
-- Mi scriverete qualche volta?
-- Sempre, sempre, Mathias! E poi ci rivedremo un giorno...
Egli ebbe un sorriso incredulo:
-- No, Elena, forse mai...
Ed erano caduti entrambi a ginocchi, nel camposanto dei poveri, dinanzi a quella croce nuda.
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Il tutore l'accolse nella casa dov'egli abitava con la moglie e con due bambini.
Il terzo giorno dopo il suo arrivo l'Hohenfels la condusse nel suo studio e vi fece portare dai domestici un grande baule polveroso. Cercò nella cassaforte un libretto di risparmi, alcuni astucci di gioielli, aperse il baule, poi disse:
-- Tutte queste cose vi appartengono, Elena; mi furono consegnate per voi.
Ella se ne meravigliava, ma il tutore prese a dire:
-- Quando vostra madre lasciò l'Ungheria mi diede in custodia questi ultimi residui del suo patrimonio, ch'ella aveva ridotto al nulla per pagare i molti debiti della famiglia o piuttosto -- poichè forse già lo saprete -- i debiti di suo marito. Mi lasciò queste cose con l'obbligo giurato di non consegnarle che a voi, dopo la sua morte, o, qualora me lo domandasse, alla vostra maggiore età. Vostra madre fu una santa ed una vera martire: non dimenticatelo mai, Elena. Oggi obbedisco alla sua volontà.
V'era il corredo da sposa della madre, pochi oggetti preziosi ch'ella si rammentava di aver veduti al castello ed alcuni gioielli antichissimi della famiglia.
Tutto ciò le parve l'ultimo sorriso, l'ultimo bacio della sua mamma per sempre lontana, e questa lieve ricchezza la fece piangere di malinconia. Era la sua tragica e santa eredità; bisognava non dimenticare quell'esempio di fortezza. Ed Elena serenamente si dispose a vivere la sua vita nuova, poichè il tutore le aveva trovato un posto d'istitutrice in una scuola privata.
Passarono mesi di tristezza e di solitudine. Mathias le scriveva quasi ogni giorno; ella rispondeva sempre, e, come ad un fratello, tutto gli raccontava: la grande aridità della sua vita, i bui pensieri, lo sconforto, i libri che leggeva, le persone che frequentava, le memorie della povera morta, il gran desiderio che aveva ella stessa di morire. Una volta, ricordandosi ch'egli era così povero, andò alla Banca, prese una piccola somma e gliela spedì. Ma egli la rimandò con una lettera squisita, in cui vagamente, per la prima volta, le confessava la sua passione.
Questo pensiero le dette un grande smarrimento; non aveva mai creduto ch'egli potesse amarla, e considerava Mathias veramente come un fratello. Ebbe vergogna, ebbe paura, ebbe pietà; gli rispose pregandolo di non volerle bene, di non pensare a lei, di lavorare a' suoi quadri.
L'Hohenfels la visitava qualche volta e più spesso l'invitava nella sua casa, mostrandosi ora diverso che non per il passato, e cioè troppo familiare, quasi ambiguo.
In quei giorni, per uno scandalo che fece assai rumore, l'Hohenfels si separò dalla moglie e tenne seco uno dei due figlioli. Circa un mese dopo questo fatto egli venne a proporle di dare lezioni al suo bimbo ed ella consentì.
L'Hohenfels assisteva regolarmente a queste lezioni, seduto presso la tavola, sorridendo e guardandola sempre. Voleva sovente che rimanesse a pranzo; un giorno le passò la mano sui capelli, dicendole:
-- Sapete, Elena, che vi siete fatta una magnifica ragazza?
Ella divenne di porpora, ma non osò rispondere, perchè di lui aveva una incomprensibile paura.
Era un uomo sui quarantacinque anni, ancor giovanile d'aspetto, che nel discorrere usava gesti compassati ed autorevoli; aveva i baffi castanei, rudi, la bocca un po' sardonica, il naso diritto, gli occhi d'un color glauco-verde, pieni di volontà.
Frattanto era trascorso più di un anno, e la sua tristezza non guariva; ogni cosa le dava un senso di profonda mediocrità, e sognava di andare per il mondo alla ventura, fin quando, in una terra lontana, improvvisamente, come schiuse da un prodigio, davanti a lei si aprissero le porte meravigliose della vita.
Trovò, sul finire di quel Settembre, una vecchia signora senza parenti, ch'era solita viaggiare quasi tutto l'anno, la quale accettò di prenderla seco e farne la sua dama di compagnia. Sùbito, e nonostante le preghiere dell'Hohenfels, lasciò la Germania e vide un gran numero di paesi.
Fu durante uno di questi viaggi ch'io la conobbi.
Ma la vecchia signora finì con accorgersi ch'era molto incomodo avere per dama di compagnia una ragazza così bella, poichè dappertutto gli uomini la corteggiavano e l'inseguivano con soverchia insistenza. Di nuovo Elena si trovò sperduta, senza desideri, senza meta. Fece venire una parte del suo denaro e viaggiò sola per qualche tempo, inebbriandosi di sogni che non si sarebbero avverati mai.
Passava, senza conoscere ancora la sua bellezza, con tutta l'anima negli occhi, per le città straniere, perdendosi fra le folle rumorose, aggirandosi per i musei, per le biblioteche, nei giardini, fermandosi la sera, verso il crepuscolo, su le arcate dei ponti a guardare i fiumi trascorrere, i laghi oscillare, splendere il sole sui vetri delle case, che balenavano come lamine d'oro. Guardava le folle dissimili mutarsi di frontiera in frontiera, parlando linguaggi diversi e con diversi destini; guardava ed era negli occhi attonita, come chi dalla spiaggia di un mare veda correre sulle opposte onde infiniti velieri e non sappia qual destino li guidi nè a quali porti vadano, per l'interminato azzurro, in cerca d'approdo.
Per lei tutto nel mondo era un pericolo, tranne le parole di Mathias, che la vegliava di lontano scrivendole alcune lettere sublimi.