Part 4
E intanto, come spesso avviene, mentre si elabora un'idea, dietro, nei recessi della mente, un'altra nasce, luminosa, imprevista, per risolvere la difficoltà contro la quale ci dibattiamo. Parlando, il mio pensiero andò, non so come, verso le mie campagne di Terracina, su cui scadeva di lì a poco una certa ipoteca dei Rossengo di laggiù; rimedio gravoso e miserevole frapposto all'imminenza della mia rovina. Avrei dovuto recarmi colà, in cerca di un ripiego qualsiasi, poichè non avevo il denaro per estinguerla. Orbene, perchè non valermi di un tal pretesto per abbandonar Roma con Elena, e di laggiù forse avere il coraggio supremo che non avrei mai trovato davanti al suo dolore? Ecco: l'idea mi parve semplice, piana, gioconda. Stupii di non averla immaginata prima, e con tutte le mie forze m'apparecchiai a dimostrarle man mano questa necessità.
-- Non mi credi? -- ripresi. -- Non mi credi ancora? Ebbene, domandalo a Fabio Capuano. Egli era presente. Credi a lui?
-- Vorrei credere a te solo, se potessi.
-- Ecco il male. Non c'è quasi amicizia fra noi. Purtroppo sei sempre così piena di sospetti!
-- Oh, non lo dire! Tu sai...
-- Certo, certo, so che tu sei buona, infinitamente buona con me. Solo, mi vuoi forse troppo bene per poter essere la mia amica. Quante volte ne ho parlato con Fabio! Egli stesso, vedi, mi trova mutato; dice di non più riconoscermi.
-- Questo è vero, sai!
-- Sì, è vero, pur troppo. Mi s'infiltra nelle vene talvolta una immensa ed oscura tristezza... sento il bisogno di essere solo, di non amare più nessuno, di allontanarmi da tutti... Che so? mi sembra una malattia.
Ci eravamo seduti, m'accarezzava le tempie, la faccia, con indulgenza, con pietà.
-- Povero amore, -- sospirò, -- vorrei tanto poterti guarire! Ma io... cosa sono io per te?
-- Sei anche tu, Edoarda, un piccolo cuore malato. Vedi: la nostra vita è troppo dolorosa; tu mi comunichi la tua disperazione. Senti: cosa faresti, per esempio, se non dovessi vedermi più?
Con uno scatto si volse tutta verso di me, spalancando gli occhi atterriti.
-- Perchè mi domandi questo? -- mormorò, con un filo di voce tremula.
-- Te lo domando astrattamente, -- risposi, con uno sforzo per sembrarle naturale. -- Poi anche per la ragione che ora dovremo lasciarci momentaneamente... Oh, non ti spaventare! un'assenza di pochi giorni.
-- Ah, sì?... parti?... -- ella domandò soffocatamente, serrando le mani in croce sul petto per contenerne l'affanno.
-- Non è una partenza, via! Dovrò solo andare per qualche giorno a Torre Guelfa. Mi scade fra poco l'ipoteca triennale fatta con i Rossengo su le terre di San Biagio. Non potendola pagare, debbo rinnovarla. Sto già trattando per lettera, ma richiedono la mia presenza per appianare certe questioni di forma.
-- Dunque te ne vai... -- disse con desolazione. -- E quando?
-- Non so ancora; uno di questi giorni. Sono talmente seccato!
-- Ma io ti potrei forse...
-- No, ti prego, non parlarne! Sai bene che non voglio. Del resto non mancherò di trovare un ripiego.
Piangeva ora di nuovo, accasciata, curva, ritraendosi a poco a poco più lontana da me, come se avesse paura.
-- E quando ritornerai? -- disse con la voce spenta.
-- Al più presto possibile; non appena compiuto il rinnovo.
-- Mi sembra che tu non debba ritornare mai più...
Si rovesciò su la spalliera del divano, un po' rigida, con le braccia inerti, gli occhi sperduti, e fece un lungo sogno...
-- Mi scriverai da Torre Guelfa?
Le sue parole furon piane come un alito.
-- Sì, ti scriverò tutte le sere prima di coricarmi, come una volta, quand'eravamo lontani.
-- Oh sì, come una volta... Che lettere dolci mi scrivevi una volta...
Un sorriso d'evocazione trasfigurò il suo pallore; le sue ciglia si abbassarono; la sua faccia si compose in una specie di bellezza immateriale.
Soltanto allora compresi che nella piccola stanza tutelare una grande anima compiva la sua rinunzia suprema, e per un senso inesprimibile di paura ebbi quasi bisogno d'inginocchiarmi, come davanti a tutte le cose che si vedono morire.
Un sole giocondo invadeva ora la stanza, traeva uno scintillìo di colori dalle coppe di cristallo, dalle cornici, dalle borchie dei mobili, suscitando qualche onda lucida per le stoffe delle tappezzerie, che avevano il colore indefinibile della rosa di gruogo. Allora finalmente una lacrima inumidì le mie ciglia, e mi chinai su quella povera bocca, su quella dolce anima ferita, per chiederle perdono con un bacio: -- la confessione più triste che vi sia.
VII
Quel brav'uomo pareva una botte in equilibrio sopra un cavalletto, e faceva uno sforzo penoso nel sollevare il braccio fino all'altezza del mento per carezzarsi un lungo neo ricciuto. Vestiva con panni di ruvida stoffa, non senza una certa pretesa d'eleganza; gli correva sul panciotto una catena d'oro, grossa d'un pòllice, con un pendaglio enorme, ch'era di corniola incisa. Molti anelli ornavano le sue mani villose, dalle unghie quadre, con i polpastrelli piatti. La sua faccia era quella d'un campagnolo, mediatore di grosso bestiame; aveva la bocca ignobile, sempre sorridente, con i baffi color tabacco, tagliati a spazzola; due piccoli occhi assai vivaci, un'epidermide lucente, rasa ogni giorno e screziata di reticole sanguigne. Per un'ironia della sorte portava il nome d'un uomo celebre: si chiamava Pietro Capponi, e godeva in Roma di una ben meritata notorietà, facendo l'usuraio.
Avevo l'onore di essere suo cliente già da molti anni, ed anzi mi accordava qualche predilezione.
Gli avevo scritto ed era venuto; sedeva davanti alla mia tavola, centellinando un bicchierino di vin Malaga, a sorsi brevi, da buon intenditore. La sua risata grassa faceva risonare la stanza.
-- Dunque, signor conte, -- egli diceva, stropicciandosi le mani, -- la dama di picche ci ha traditi ancora una volta, a quanto pare!
-- No, caro Capponi, questa volta non si tratta di dame, nè di picche nè d'altro colore. Si tratta d'un mutuo che mi scade fra pochi giorni e che vorrei liquidare sùbito.
-- Uhm!... -- fece l'uomo con una specie di grugnito; -- in questi mesi è un affare serio; tutti ingoiano quattrini con una furia che fa spavento, e nessuno paga, quel ch'è peggio! Tengo un mucchio di cambiali.
-- Via, Capponi, lasciamo le solite fiabe! Io vi propongo l'affare, voi ci studiate sopra: se vi conviene lo fate, se non vi conviene... lo fate lo stesso!
-- Eh! eh! signor conte!... -- esclamava egli, battendosi un pugno chiuso nel palmo dell'altra mano. -- Lei sa cosa m'è capitato col figlio dell'Eccellenza?... Tamquam tabula rasa!
-- Ma, insomma, tanto va la gatta... Ve l'avevo pur detto che suonava di fesso. Intanto ci tengo a farvi notare che, per quanto mi riguarda, ho sempre pagato regolarmente.
-- Verissimo: quanto a lei, finora...
-- Come «finora»?
-- Eh, per modo di dire!
-- Insomma, volete ascoltarmi?
-- Ascoltiamo pure.
-- Ecco qua. Voi conoscete la mia tenuta di Monte San Biagio, presso Torre Guelfa?
-- Di vista, signor conte.
-- Sapete che c'è sopra un'ipoteca per garanzia di mutuo?
-- Appunto, -- egli disse, consultando un sudicio taccuino. -- Ipoteca dei Rossengo di Terracina, 28 gennaio 19...
-- Ah, ne siete al corrente! -- feci, un po' meravigliato.
-- Che vuole? sono i ferri del mestiere... -- mi rispose con soavità.
-- Io direi che sono le tenaglie del mestiere, mio bravo Capponi! Insomma, ecco il punto: quel debito lo vorrei pagare alla scadenza, e se voi mi provvederete il denaro, eviterò moltissime seccature.
-- Impossibile, signor conte, -- egli affermò sùbito. -- Le ho già detto...
-- Non facciamo chiacchiere inutili. Entro la settimana io partirò da Roma per Torre Guelfa. Voi, prima di sabato, mi farete avere una risposta. Va bene?
-- Ma...
-- Non parliamone più fino a sabato. Voi conoscete i miei affari meglio di me: studiate quindi se ancora vi è possibile rendermi un servigio. Non appena vi sarete deciso per il sì o per il no, mi darete una risposta.
-- Peuh! peuh! Se non si tratta che di una risposta... quantunque posso anche darla sùbito.
-- Grazie, non la voglio. Pensàteci. Ed ora vi mando via perchè debbo uscire. Fumate questo sigaro e pensàteci bene. A rivederci, Capponi.
E lo condussi all'uscio, mentr'egli si grattava il cranio lucido e masticava il sigaro fra i denti.
Stavo già indossando il soprabito, quando il campanello squillò, ed aprendo io stesso la porta vidi entrare Fabio Capuano.
-- Oh, buon giorno! Stavi uscendo?
-- Non importa, vieni, vieni. Posso ritardare. Come va?
-- Non c'è male, grazie.
-- Mi pare che tu abbia la faccia scura.
-- Io? Manco per sogno!
Entrammo nella biblioteca; egli cominciò a camminare in lungo ed in largo, a passi nervosi, carezzandosi la barbetta brizzolata.
-- Bene, -- feci, stendendomi con pigrizia in una poltrona, -- avevi probabilmente qualcosa a dirmi?
Egli si fermò contro gli scaffali e prese a batterne i vetri con le nocche irrequiete.
-- Già, certo... avevo qualcosa a dirti.
-- Coraggio! issa fuori! -- esclamai, ridendo.
-- Sai, mio caro, -- prese a dire con risolutezza -- che ho inteso parlare di te in modo assai poco lusinghiero.
-- Per bacco! -- esclamai, rovesciandomi contro la spalliera; -- non sarà la prima volta.
Egli venne a sedermi di fronte, su la poltrona che Pietro Capponi aveva sgombrata pochi minuti prima. Rimaneva tra noi la scrivania. Prese una sigaretta, si tolse l'occhialetto, e facendolo ballare fra due dita cominciò con dirmi:
-- Devi sapere che a Roma non si parla d'altro: l'avventura di Guelfo, il duello di Guelfo, e tutto il resto che puoi facilmente immaginare.
-- Non me ne curo, -- dissi con indifferenza.
-- Hai torto. C'è di che farti riflettere. Alcuni commenti mi sono spiaciuti per te.
-- Allora è semplice: dimmi il nome di costoro e li inviterò a darmi ragione dei loro commenti.
-- Via, non fare lo spavaldo! Qui non si tratta di questo. Se te ne vengo a parlare, vuol dire che ti convien pensare ai casi tuoi, ma seriamente.
-- Cosa dicono, infine?
-- Oh, Dio, te lo puoi figurare! Nessuno ignora il tuo fidanzamento con Edoarda; molti ne sanno, o ne suppongono, anche di più... E per quanto si bisbigliasse già che andavi cercando mille pretesti per procrastinare le nozze, ora si dice apertamente che la tua condotta in questi ultimi tempi non è quella... insomma, perdonami, non è quella di un gentiluomo!
-- Eppure tu sai... -- feci, smettendo la baldanza.
-- So tutto, -- egli rispose con un gesto di acquiescienza. -- Ed è appunto per questo che mi faccio un dovere di parlarti a cuore aperto. Hai molti nemici, e nessuno ti risparmia. Colgono anzi l'occasione per commentare la tua vita passata, presente, le tue condizioni finanziarie, le tue abitudini, che non furono mai quelle di un francescano. C'è chi ti trova sciocco, vedendoti compromettere un matrimonio invidiabile per un capriccio, ed i più miti sono del parere che tu abbia perduta la testa.
-- Questa loro benevolenza mi lusinga infinitamente! -- esclamai, collerico e beffardo.
-- Capisco che i miei discorsi ti debbano urtare i nervi; ma pur troppo io sento le voci che corrono, indovino i sottintesi, e me ne rodo per te.
-- Grazie. Tu mi sei amico, e te ne ringrazio. Ma in fondo so benissimo che anche tu pensi come loro.
-- Lasciamo stare quello che penso io, per adesso. Ma ieri sera, ad esempio, in casa Del Rovere, donna Carla usava parole molto severe sul tuo conto. Diceva che ormai non saresti più nel caso di retrocedere, checchè tu senta per l'una o per l'altra, e che d'altronde i tuoi propositi veri non possono essere quelli che ostenti, perchè «in fin dei conti, un uomo come Guelfo certo non ignora cosa valgano i milioni di casa Laurenzano. Dunque, operando in tal modo, conta senza generosità su l'amore di quella povera Edoarda». Invano io m'affaticavo a spiegare come in tutto ci sia dell'esagerazione, come il tuo carattere sia sempre stato così, e come infine questa tua recente avventura non debba esser altro che un diversivo, una specie di commiato un po' focoso dalla tua vita di scapolo.
-- Ebbene hai fatto male, -- risposi tranquillamente.
-- Ho fatto male? -- egli esclamò stupìto.
-- Sì, certo; perchè l'avventura che tu chiami un diversivo è invece una cosa molto grave, molto seria.
-- Non credo, -- rispose Fabio, dopo avermi fissato a lungo. -- Non ti posso credere. Sarebbe una grande sciagura!
-- Può darsi; anzi ho troppo criterio per non comprenderlo. Definiscimi per quello che vuoi, ma la verità è molto semplice: me ne sono innamorato. E ti faccio grazia del perdutamente, pazzamente, eccetera, cose che si aggiungono di solito.
Fabio diede una scrollata di spalle e si levò in piedi, senza nascondere il suo malumore. Poi fece un soliloquio a mezza voce.
-- Innamorato? Che ubbìe! Hai scelto male il momento per concederti questo lusso! Per Bacco! Innamorato!... E lo dici così, come si dice: Buona notte. Macchè! Non può essere! Io trovo che ci s'innamora d'una donna quando non è possibile far altrimenti per averla.
A poco a poco il suo monologo mi divenne incomprensibile, finchè, piantatosi davanti a me con le braccia incrociate:
-- Ammettiamo pure, -- concluse. -- Ora, cosa intendi fare?
-- Non so.
-- Questa non è una risposta. Occorre sapere.
-- Insomma, Fabio, volevo appunto venirtene a parlare. Non è da oggi nè da ieri che vedo l'impossibilità di questo matrimonio, e tu lo sai.
-- Calma! calma! Non diciamo sciocchezze. Hai riflettuto a quello che abbandoni?
-- Ho riflettuto più del necessario; non solo, ma sono giunto a questa conclusione: che la mia vita con lei sarebbe per entrambi un'agonia di tutte le ore. Vi sono due morali e due logiche; una, inflessibile, che dice: «Hai data la tua parola, devi mantenerla; sei presso alla rovina, carpisci una dote.» L'altra, meno rigida ma più umana, la quale, fra due disonestà, fra due disgrazie, consiglia di scegliere la minore. Io, purtroppo, non sono mai stato padrone de' miei nervi.
-- Ebbene senti, -- rispose con un tono persuadente, -- credi a me, non cedere ai nervi. Ragiona freddamente. Siccome ti voglio bene, avrei voluto vederti sposar Edoarda. Sarebbe stata la tua salvezza; ma tu la rifiuti, e sia. Da uomo pratico non so approvarti, ma, come idealista, devo ammettere che il gesto può avere anche una certa bellezza. Però tutto questo sarebbe ancora lecito se si trattasse unicamente di te. Ma Edoarda? questa fanciulla di cui distruggi la vita con una tranquillità così gelida?
-- Ah? e tu credi ch'io non abbia pensato a lei? che non mi sia torturato fino allo spasimo, prima d'arrendermi all'evidenza di questa impossibilità?
Feci una pausa; presi una mano di Fabio con effusione, con preghiera:
-- Senti... se tu mi volessi aiutare!
-- A che?
-- Ad uscire da questo inferno! a trovare una soluzione, insomma; perchè, da solo, io non vi riuscirò mai.
Egli si fece grave; qualcosa di estremamente triste, quasi di solenne, pareva emanasse dalla sua persona.
-- Io? proprio io ti debbo aiutare? -- domandò con lentezza.
-- Sì, tu solo. Sei amico d'entrambi ed hai un'anima così dolce, quando vuoi. Dille ciò ch'io non posso dire; abbi questo coraggio per me. Ti sarà più facile.
-- Mi sarà più facile... E tu lo credi proprio? -- egli domandò ambiguamente.
-- Non ne dubito, Fabio. Tanto più che ormai ti ho quasi preparata la via. Le ho detto che da qualche tempo mi credo malato, che un mutamento indefinibile avviene in me, che tu stesso l'hai notato di sovente... Col pretesto dell'ipoteca su Torre Guelfa ho trovato il mezzo di lasciar Roma per alcuni giorni; di là ti scriverò, tu mostrerai la mia lettera, saprai tu come dire... Promettimi. Fabio!
-- Mi chiedi una cosa molto grave; mi chiedi anzi una complicità che mi sembra iniqua.
-- Fallo per me! Fallo anche per lei, te ne supplico!
Seguì un silenzio. Fabio riprese a camminare per la stanza, carezzandosi il mento con il suo gesto abituale. Anche la sua persona elegante, un po' fatua di sè, quasi cavalleresca, pareva incurvarsi con pena sotto la triste fatica di un simile pensiero.
Poi d'un tratto mi domandò:
-- Partirai con l'altra, naturalmente?
Io risposi di sì col capo, senza guardarlo.
-- E chiami questo avere pietà?
-- Le voglio bene.
-- Oh... tu!... -- fece, con una scrollata di spalle.
-- A lei sì, Fabio. Per la prima volta, sì! Tu ridi... è naturale. Ma viene un giorno, anche dopo i trent'anni... E poi, tu non la conosci ancora.
-- Ne ho conosciute tante altre! Su per giù sarà la stessa cosa. Vedi: ho molti capelli bianchi.
-- Insomma, Fabio, acconsenti?
Egli si passò la mano su la fronte, mi venne presso, mi guardò.
-- Ecco: io non decido mai a lungo. Ti faccio una domanda sincera, da uomo ad uomo... Cerca d'intendere bene quello che voglio dire. Credi tu che un'altro, volendola più tardi sposare, possa ingannarsi ancora?
-- Che domanda mi fai... -- risposi abbassando gli occhi. -- Del resto non si sposerà.
-- Questa è la tua opinione. Ma v'è un medico per tutte le giovinezze: il tempo. Rispondimi dunque.
-- Ebbene, sì, lo credo, -- risposi affrettatamente.
-- E sei deciso in modo irrevocabile?
-- Sì, Fabio, con tutta la mia forza.
-- Su la tua parola d'onore? -- E mi tese la mano.
-- Su la mia parola d'onore, Fabio.
Allora divenne estremamente pallido, mi strinse forte la mano, mi parve che ne' suoi occhi fermi passasse un tremito impercettibile; poi disse con asprezza:
-- Ebbene, sia!
VIII
Erano circa le sei della sera quando giunsi all'albergo di Elena con la notizia gioconda nel cuore. Avevo tardato alcuni giorni ad annunziarle i miei propositi, perchè temevo ancora ch'ella rifiutasse. Ma quel giorno volevo dirle ch'ero vicino a sciogliermi da tutte le catene, che potevamo appartenerci, liberi e soli, andando per alcun tempo a chiudere il nostro amore nell'antica solitudine di Torre Guelfa.
Salii frettolosamente le scale, battei due colpi rapidi alla sua porta: nessuno rispose.
Allora sospinsi l'uscio ed entrai. La stanza era vuota; rimaneva nell'aria il profumo di lei come una presenza invisibile.
-- Uscita? -- pensai. -- E dove, a quest'ora?
M'avanzai nella camera, lentamente, quasi per indovinare. Sopra un baule c'era un abito smesso; una camicetta di pizzo ed un manicotto in una scatola aperta. Su le coltri, nel guanciale, rimaneva il solco della sua persona, come se vi avesse giaciuto; a piè del letto era un cappello con due grandi ali bianche, ed un velo ancor appuntato all'intorno.
Sopra la pettiniera, fra molti oggetti femminili, un telegramma lacerato a metà, l'altra metà a terra. Ebbi la tentazione di leggerlo, poi la cosa mi parve indiscreta. Ascoltai presso l'uscio: nessun rumore. Un poco arrossendo, quantunque non veduto, raccolsi le due carte lacere, le raccostai. Ma nella penombra del crepuscolo, dovetti avvicinarmi alla finestra e sollevare una tendina. Il telegramma era in tedesco e diceva:
«Impossibile, cara. Duvally a Roma può provvedere, Franz.»
Veniva da Berlino, con la data del giorno medesimo. Rimasi perplesso dapprima; lessi un'altra volta, più volte ancora. Mi sentii tutto rimescolare; poi macchinalmente riposi una metà del telegramma su la pettiniera, l'altra per terra, com'erano prima, esattamente.
Scesi. Nell'atrio domandai al portiere:
-- E' molto che la signora è uscita?
-- Non saprei, signor conte, -- mi rispose. -- Non l'ho veduta passare.
Uscii per istrada. La mia mente mi pareva chiusa in un cerchio doloroso, entro cui passavano torme di pensieri veloci, lontani fantasmi, fisionomie di persone straniere, inafferrabili.
Era una serata chiara in quella mitezza dell'inverno romano. L'aria, tra bionda e rosea, pareva percorsa da un oscillar continuo di bagliori, che facevano splendere i lastricati, le vetrine, le chiostre dei lampioni, e lontano tutte le cupole, tutte le cose aeree.
Mi trovai sul marciapiede, sperduto fra l'andirivieni continuo della gente; un senso di novità m'invase, come s'io fossi per la prima volta nella moltitudine di una città straniera, fra persone che avessero costumi, facoltà, istinti, piaceri e tristezze assolutamente diverse dalle mie.
Le parole oscure, i nomi del telegramma, tornavano ad assediarmi la mente con una persistenza dolorosa. Infine m'accorsi ch'ero sempre lì, fermo, dinanzi all'albergo, su l'orlo del marciapiede, che molte persone mi urtavano passando, che un giornalaio ed un venditore di focacce andavano e tornavano sopra un intervallo di pochi passi, dinanzi a me. Una carrozza signorile passò: vidi la contessa di Casciano affacciarsi allo sportello; pur avendola guardata in viso, dimenticai di salutare.
«Duvally a Roma può provvedere... -- Duvally? Franz?
Chi erano mai costoro? Ed Elena dov'era in quel mentre? Involontariamente il mio sguardo penetrò dentro quel formicolìo di persone, quasi per cercarla, per riconoscere di lontano l'alta e snella figura di lei, od il colore della sua gonna, od il mantello che usava portare. E mai come allora conobbi l'oppressione della folla, misurai l'implacabile indifferenza con cui si muove, si agita, si moltiplica, si muta, nascondendovi ciò che vi appartiene, mescendo le sue mille voci in un solo clamore, vasto e pressochè immobile.
Chi erano mai questi uomini che le scrivevano familiarmente, che potevano «provvedere per lei?» Mi aveva dunque ingannato nell'affermarmi di non conoscere alcuno a Roma e ingannato ancor più nel raccontarmi la storia della sua vita.
Ora mi dilettavo in pensieri di vendetta e di delicata ironia. Ero fermo sull'angolo di una strada, e l'avrei veduta giungere, così da un lato come dall'altro, senza tuttavia lasciarmi scorgere da lei. Volevo simulare una perfetta ignoranza, per mettere alla prova la sua doppiezza; d'altronde, con il possesso di questo nome, il giorno dopo avrei potuto scoprire facilmente chi fosse questo Duvally. Ma per la prima volta, pensando ad Elena, soffersi nel vedermi dominato da lei, provai sordamente la vergogna d'essere costretto a spiarla come un volgare amante od un burlesco marito che abbiano sentore d'infedeltà. Quel maestro fine di eleganze amatorie che stava in me per abitudine antica si divertì nel molestarmi con le più aspre ironie.
Or pioveva per l'aria dorata un crepuscolo vaporoso, pieno di corruscamenti, quasi un fiorire vicino di stelle, con i presagi, nell'inverno, della imminente primavera.
Quand'ecco, di lontano, intravvidi la figura di Elena. Veniva rasente il muro, con un passo rapido sebbene affaticato, non volgendo mai gli occhi alla strada nè alle vetrine. Camminava tenendo con una mano accostato ai fianchi un lembo del suo mantello, che le scendeva lungo la persona con poche pieghe simmetriche, delineando la forma del braccio ed oscillando all'incedere d'ogni passo. Nell'altra mano teneva una piccola borsa, ch'era una maglia d'oro tenuissima, con la cerniera lucente; ad ogni chiarità di vetrina la sua faccia e l'oro splendevano insieme. Molti si fermavano a guardarla; io stesso la contemplai con un senso di stupefazione. Due sfaccendati la seguivano, tenendosi per braccio, scambiando fra loro sorrisi e parole che parevan grossolane. Quand'ella entrò nell'albergo, i due si fermarono irresoluti.
Allora, traversando la strada, entrai nell'atrio, dove molti forestieri qua e là seduti leggevano il Baedeker come si legge la Bibbia o nascondevano i nasi inforcati d'occhiali dietro l'edizioni ampie del _New York Herald_ e del _Times_.
Salii. Quand'ella intese picchiare, venne senza indugio ad aprirmi.
-- Sei già stato a cercarmi, non è vero? -- disse tosto, posandomi le due mani su le spalle e baciandomi.
-- Sì, una mezz'ora fa, -- risposi. Guardai distrattamente verso la pettiniera: il telegramma non v'era più.
-- Verso le cinque son uscita per prendere una boccata d'aria, -- ella spiegò. -- Mi doleva il capo: sono così stanca oggi!
Di fatti era molto pallida; ne' suoi gesti medesimi v'era un certo abbandono; anche nel sorridere una specie di stanchezza.
-- Che hai? -- feci amorevolmente.
-- Non so... -- E pianissimo, sorridendo: -- Sono stanca, molto stanca...