L'amore che torna: romanzo

Part 29

Chapter 293,860 wordsPublic domain

-- Eh... perchè... lo so io il perchè! Inutile per ora dedurre troppe conseguenze. Ma in fondo mi stupivo già che non capitasse qualcosa per mettere la fortuna dalla tua.

-- Su, via, sei pazzo! Prendiamo piuttosto una vettura e andiamo al Circolo.

-- Volentieri, ma fatti animo, perchè, ti ripeto, se vi entri a quel modo farai ridere.

Salimmo in vettura; mi prese un senso di vertigine, sentii che nel petto il cuore mi batteva con veemenza e più non potei disuggellare la bocca.

Dietro le palpebre, in una visione rossa, vedevo il corpo del barone giacere a terra, esanime, sotto il suo cavallo; mi pareva che i suoi occhi spenti si fissassero ancora ne' miei.

Al Circolo v'era un tumulto insolito; si parlava concitatamente; stavano tutti in piedi. Quando entrai, ammutolirono. Poi nacque un bisbiglio, e tutti mi guardarono.

-- Dunque che è stato? -- domandai a' primi che vidi.

-- Il povero De Luca... -- disse uno.

-- Ma è vero?

-- Eh, purtroppo! La notizia è confermata. Siamo stati al telefono sinora.

-- È proprio morto? -- E mi lasciai cadere sopra una seggiola, non riuscendo a vincere il mio turbamento.

-- Morto immediatamente, senza dire una parola.

-- E come fu?

Si fece innanzi Camillo Ainardi:

-- Mah?... il destino! Montava _Califourchon_, quel magnifico saltatore, ma caparbio. All'ultima altezza del muro gli si rifiutò tre volte. Sai che bel cavaliere, intrepido, era il De Luca! Piuttosto che cedere avrebbe stroncato il cavallo. _Califourchon_, quando si rifiuta, si mette su le difese e ci vuol fegato per tenergli testa. Aveva saltato splendidamente fino allora, ed erano rimasti nella gara in tre. A forza di sproni, di braccia, lo buttò sotto l'ostacolo: il cavallo prese male il salto, inciampò contro un sasso e rotolarono giù tutti e due: lui sotto. Pare che abbia battuta la testa proprio su lo spigolo d'una pietra, ed è rimasto lì, povero Piero!... a trent'anni... è una cosa orrenda.

-- Una vera fatalità! Me lo ha gridato il Capuano per istrada... Sono rimasto come un ebete; poi ho sperato che non fosse così grave, e sono corso qui.

Tacqui, perchè tutti mi osservavano con quello sguardo che pare un sorriso, con quell'attenzione fredda e scrutatrice che vi si figge addosso e vi penetra come una lama, quando c'è, fra molti amici, un secreto ambiguo che non possa dirsi per rispetto a voi solo.

-- Chissà la moglie!... -- fece uno, vicino a me, malignamente.

Cosa fu risposto non so: vedevo sempre, dietro le palpebre, in una visione rossa, il corpo del barone giacere a terra, esanime, sotto il suo cavallo, e mi pareva che i suoi occhi spenti si fissassero ancora ne' miei.

Intorno seguitavano i commenti, le discussioni, le parole d'orrore dei sopraggiunti, lo squillo d'altre telefonate; poi uno, credo il marchese della Pergola, si fece avanti e parlò della corona da ordinarsi e di quelli che sarebbero andati a Torino per portarla.

A me pareva che tutti nascostamente pensassero: «Proponiamo Guelfo!... Sarebbe il più adatto!» -- e sconciamente ne ridessero.

Mi premeva intanto saper qualcosa di Edoarda, sicchè, scelto il momento opportuno, feci un segno ad Elia perchè mi seguisse, ed uscimmo.

-- Debbo trovare un modo per sapere qualcosa di lei, -- gli dissi quando fummo in istrada. -- Andiamo verso il palazzo; non è lontano.

-- Frequentavi la sua casa? -- egli domandò.

-- No, ma vorrei almeno vedere il Capuano, sapere se parte stasera.

-- Certamente sì.

-- Ma vi sono ancora treni?... Ah sì!... c'è quello che dovevi prendere tu.

-- Fa dunque una cosa: trovati alla stazione.

-- Alla stazione? Certo ve l'accompagneranno, e forse non potrò nemmeno avvicinarmi a lei. Poi bisogna che sappia se parte proprio a quell'ora.

-- Non v'è dubbio.

-- Andiamo dunque fin là; forse qualcuno, uscendo, mi potrà informare.

-- Credo che tu faccia male mostrandoti là intorno. Vi sarà certo un grandissimo andirivieni di gente.

-- Hai ragione, -- dissi fermandomi. -- Allora, senti, fa una cosa: vuoi andar tu?

-- Io?... Se non conosco nessuno?

-- Che importa? Lascia il tuo nome, un biglietto da visita, o nulla, se preferisci. Ma fingi di non saper bene la cosa e domanda notizie in portineria, od in anticamera; informati se la signora è stata avvertita interamente o solo in parte; se poi vedessi il Capuano, cerca di parlare con lui.

Egli pensò un momento, poi disse:

-- Va bene, ora vado. E tu?

-- Io passeggio qui e t'aspetto. Prendi una vettura per far più presto. -- Gli diedi l'indirizzo ed egli andò.

Il turbine della mia mente a poco a poco si calmava; la mia vita, in quel momento, per quel caso fortuito, si volgeva necessariamente verso un altro destino. Quale? Non me lo chiedevo, non osavo chiederlo a me stesso. E di quando in quando mi appariva la faccia pallida, supina su le zolle arrossate, per fissarmi con i suoi occhi pieni di morte.

Era già quell'ora di requie nella vita febbrile delle grandi città, quando i bottegai chiudono i negozi, e per le vie spopolate passano carrozze vuote, giornalai ciarlieri, sartine che si lasciano inseguire da corteggiatori insolenti, pedine che scodinzolano via, rosse di fresco belletto, in cerca d'una cena. Fluttuava in alto una chiarità serena, che orlava le lustre grondaie, riverberava su le finestre delle case, traeva dai selciati balenanti una specie di aurora crepuscolare. In quella luce ambigua, in quell'aria tepida, ventilata da qualche alito intermittente, come soffi di primavera nell'estate, sotto il cielo ancor rosso e tra la pallidezza dei lampioni, tutte le forme, tutti gli avvenimenti mi si vestirono d'irrealità.

Poi, man mano, si fece buio; la vita serale ricominciò, gaia e rumorosa; ricominciò la baraonda che mesce, travolge, disperde, confonde in un solo turbine il frastuono della eterna spensieratezza umana, dell'eterno passare, benchè ognuno singolarmente si affatichi a credersi qualcosa e dia soverchio peso alle sue piccole tragedie da burattini.

Si vive, si muore; si va in basso, in alto; si vince, si perde; si ama, non si ama più... Ebbene, tutto ciò che importa? Grotteschi ed effimeri passiamo: con noi mille altri passano; dopo noi vengon altri mille, a perpetuare la nostra mediocrità... E la folla irridente, insolente, ci ascolta un momento curiosa, poi si volge altrove, piena di rumore, trascinando con lievità e con fatica il peso delle sue mille catene.

Mi pareva d'esser caduto in mezzo ad un mondo d'automi, ove tutto fosse imprecisione, fugacità, fantasma, sogno. Camminavo in su, in giù per il popoloso marciapiede, sostando di tratto in tratto.

Ricordo che un vecchio lacero s'era fermato contro il muro ad accendere la pipa, e le sue mani si movevano lente, quasichè sollevassero invisibili pesi. Accese tre zolfanelli e tre volte l'aria li spense. Alla luce della fiammella il suo volto rugoso e barbuto s'illuminava d'un giallor di cartapecora, la pipa carica gli tremava tra i denti. Passò un monello e prese a schernirlo; il vecchio borbottava, minacciandolo con la mazza.

Più in là due bimbe mangiavano una mela, mordendone a volta a volta un boccone ciascuna, e quand'ebbero solo il tòrsolo, se lo presero fra i denti, ambedue, con le bocche vicine, mettendosi così a girare come trottole intorno ad un perno.

Tutto questo io rammento con singolar precisione, quasi fosser memorie intimamente confuse nell'angoscia di quella sera.

Finalmente il d'Hermòs arrivò. Tutto scomparve, la realtà riprese il sopravvento.

-- Ebbene, -- domandai ansioso, mentr'egli pagava il vetturino, -- hai saputo nulla?

-- Sì, ma non è stato così facile. Nessuno poteva comprendere il mio italiano; poi c'era una tale confusione in quella casa!... La portineria e l'anticamera sono assediate; finalmente trovai un maggiordomo dal quale mi son potuto far intendere. Dunque: la signora sarebbe stata informata esattamente della cosa dal Capuano, e parte alle otto e quaranta, come si prevedeva.

-- Grazie. Non hai potuto sapere altro?

-- Null'altro. C'era troppa gente; le persone di casa parevano impazzite.

-- Ed il Capuano?

-- L'ho veduto passare in anticamera un momento; correva, tutto stravolto in viso. L'ho chiamato, ma non rispose; non rispondeva a nessuno. Ho inteso che andava a preparar la borsa perchè accompagna la signora.

-- Grazie ancora, -- risposi stringendogli la mano. E guardai l'orologio. -- Senti, Elia, sono quasi le otto; va tu a pranzare; io mi dirigo verso la stazione.

-- E perchè mai? Preferisco attendere il tuo ritorno.

-- Dove m'aspetterai?

-- Al Circolo, se poi vi pranzeremo.

-- Questa sera è meglio di no, ti pare? Aspéttami al Colonne. Sai dov'è?

-- Sì, press'a poco. Del resto ti accompagno qualche passo ancora, poi prenderò una vettura.

-- Dunque dicevi che v'era molta gente?

-- Moltissima: ne arrivava ogni momento.

-- E non ti fu possibile sapere come la moglie abbia ricevuta la notizia?

-- Questo non ti saprei dire. L'ho anzi domandato al maggiordomo: egli mi rispose due volte: -- «Eh, capirà!... capirà!...» In tal modo non ho capito niente.

Poi soggiunse, con un sorriso ambiguo:

-- Ho teso l'orecchio per ascoltare se arrivassero gridi, ma nulla mi giunse. Può darsi che fosse in una stanza lontana... Scendendo, vidi il cocchiere attaccare i cavalli; sul portone intesi un giovinetto, che usciva davanti a me, dire al compagno: -- Chissà l'altro!... -- L'altro dovevi esser tu; ma il séguito mi è sfuggito.

-- Questi chiacchieroni, per Dio! non rispettan nulla.

-- Che vuoi? È involontario. Un'associazione d'idee, null'altro. Anch'io penso a te.

-- Cosa pensi, se è lecito?

-- Oh, molte cose! Intanto che trovo splendido quell'antico palazzo...

-- Via, finiscila dunque! A rivederci: prendo una vettura perchè voglio giunger prima di lei. Ci rivedremo al Colonne.

-- C'è un proverbio che dice: -- «_Mors tua, vita mea_». Sai il latino? A rivederci.

Giunto alla stazione, mi fermai davanti all'entrata per attender Edoarda.

Lì, davanti a quella piazza folle di lumi, dove, nel fondo, biancheggiava la fontana come uno straordinario fiore, mentre per l'aria solcavano i fischi delle impazienti locomotive, e la gente frettolosa e le vetture pigre si confondevano in una specie di affaccendata ridda, mi rammentai tutte le partenze, tutti gli arrivi che per me si erano variamente compiuti, lì, su quella piazza medesima, durante la mia così diversa vita. Ricordai una mattina di sole, splendidissima, ed una sera quasi tragica, nel chiarore dell'autunno, quando la città neroniana esalava nell'aria pesante il lezzo della sua grave antichità, e la patria mi suonava esilio, poichè avevo sacrificato per sempre ad una donna straniera tutto ciò che nel mondo può essere poesia.

Mentre mi smarrivo in questi pensieri, d'un tratto vidi sbucar nella piazza la pariglia dei De Luca, ed appena la carrozza fu giunta, m'avvicinai, tenendomi rispettosamente a qualche passo dallo sportello. Sùbito ne saltò fuori il Capuano, e dietro lui una cameriera già vestita a lutto. Fabio dette qualche ordine alla donna, parlò rapidamente allo sportello e mi passò davanti frettoloso, borbottando:

-- Ah, sei qui?... Bravo! Ci rivedremo fra un paio di giorni... -- E si allontanò.

Mentre il domestico ed il facchino scaricavano le valige, la cameriera si pose accanto allo sportello, mentre appoggiandosi al suo braccio Edoarda ne uscì.

Era vestita di nero, con un velo di crespo su la faccia pallida. Il cocchiere si scoverse il capo, e, curvatosi, le mormorò qualche sillaba, cui ella rispose con un cenno. Forse il buon uomo le affidava un saluto per il padrone morto.

Un po' tremando, anch'io m'avvicinai; le tesi la mano: ella strinse le mie dita, forte, forte, senza guardarmi, e sùbito ritrasse la mano, quasi con paura. Non seppi cosa dirle, o troppe frasi, che non osai profferire, mi vennero insieme alle labbra. Ella rimase perplessa un attimo, poi si mise a camminare.

L'accompagnai fin nell'atrio della stazione; vidi allora, nella piena luce, che il suo viso era straordinariamente bianco e negli occhi aridi le sue pupille splendevano con una fissità quasi d'allucinata; i suoi lineamenti eran fermi nella tensione di uno sforzo visibile; coi denti si teneva l'orlo del labbro inferiore, quasi per frenarne il tremito.

Fabio, ad uno sportello, stava comperando i biglietti.

-- Volevo almeno vederti... -- le dissi piano. -- Ora ti lascio.

-- Sì, lasciami; è una cosa orrenda... -- ella rispose con una voce priva d'accento, senza quasi muovere le labbra. E chinando ancor più la fronte soggiunse, in un modo appena intelligibile:

-- Ti scriverò poi...

Mi strinse di nuovo la mano, a lungo, più forte... Un pensiero mi venne, subitaneo, brutale: «Quella stessa mano, poche ore innanzi, mi aveva prodigate le carezze più folli, e certo le sue labbra smorte sapevano ancora de' miei baci...» -- Tutto nella vita è così: un'irrisione, un gioco; ed il peccato, il dovere, la volontà, il ribrezzo, l'amore, la morte, si mescon necessariamente insieme, come nell'intreccio di una commedia imprevedibile.

A capo scoperto mi ritrassi, ed ella rimase nel mezzo della sala, immobile come un'erma, sotto il velo nero.

Andai vicino a Fabio con un po' di titubanza e gli dissi:

-- Posso aiutarti a far qualcosa?

Egli aveva due biglietti fra i denti, un altro in mano, i guanti, il portafogli ed una borsetta posati davanti allo sportello.

-- No, no, grazie -- rispose mordendo i biglietti; -- faccio tutto da me. -- Dopo essersi bisticciato non so a qual proposito con l'impiegato, cacciò tutto alla rinfusa in una tasca, e con la spolverina da viaggio aperta, che gli sventolava intorno alle gambe, corse a spedire il bagaglio. Lo seguii con una specie di obbediente umiltà.

Gridò al domestico, ai facchini:

-- Su dunque, fate presto! portate qui la roba!

-- Ma spedisce anche questo, il signore? -- obbiettò il domestico, mostrando una sacca di tela grezza.

-- Sì, tutto si spedisce! Tutto, meno la borsa della signora. E tu, -- disse alla donna, -- stalle vicino! Cosa fai qui?

Edoarda era sempre nella medesima positura, con la fronte china, la borsetta che le pendeva dal polso, le mani congiunte, immobile. Alcune persone, ferme, l'osservavano bisbigliando.

Quando il Capuano ebbe terminata la sua faccenda, si volse a me rapidamente:

-- Cosa ne dici dunque? Nulla, è vero? Sono i casi della vita. Bah!... fammi un piacere: va tu dall'amministratore dei De Luca -- sai, l'Agostini -- e digli che provveda per le partecipazioni sui giornali. Combina tu stesso l'annunzio, ti prego. Me ne è mancato il tempo. Credo che torneremo sùbito, portando il morto con noi. A rivederci.

E corse vicino a Edoarda, la prese dolcemente sotto braccio, come un padre, parlandole piano. Io rimasi finchè il treno fischiò, e non ebbi l'ardire di seguirli dentro la stazione.

Ma dovunque mi volgessi, m'appariva la faccia pallida, supina su le zolle arrossate, che nell'ánsito estremo cercava di fissarmi con i suoi occhi pieni di morte.

X

Questa è la lettera che m'inviò Edoarda, tre giorni dopo il suo ritorno, quando già il corpo dell'infelice barone giaceva sotto la terra e su la fossa recente si andavano sfogliando le corone appassite:

«È forse orrendo quello ch'io faccio -- amore mio, -- ma sei la sola persona che me lo possa perdonare, la sola che possa guardarmi nell'anima senza provarne un senso di paura. Metterò questa lettera in buca nell'andare domattina, come ogni giorno, al cimitero... Vedi: è atroce. Ma come fare altrimenti? Mi disprezzerai anche tu, Germano? Io, dentro di me, ne son tutta rabbrividita. Non pensiamo, non pensiamo a quello che è stato! Vi son coincidenze che atterriscono... Mi ripeto senza requie: «Dov'ero, dov'ero mentr'egli moriva?...» E se credessi molto in Dio ne dovrei temere una grande vendetta. Cerco invano di persuadermi ad un cinismo che non sento, e mi dico: «Egli forse mi ha sposata solamente per il mio denaro; forse non mi amava, nè in fondo gli dovevo alcuna gratitudine...» Eppure, che vuoi?... queste incerte parole non bastano; la coscienza, ribelle a tutte le vane parole, mi si lacera dentro. Poi, non scompare così tragicamente un uomo, del quale si è pur stata la moglie, senza che se ne provi un'angoscia viva, come se lo si avesse veramente amato. Una voce interiore mi assilla di continui rimproveri, e mi dice: «Anche tu l'hai sposato per opportunità, perch'egli almeno ti rendesse una vita fittizia, quando l'altra, la vera, te l'avevano spezzata.» E infatti è stato buono con me. Senza darsi la pena di troppe indagini, forse per un naturale istinto, aveva indovinato il mio cuore, aveva compreso che anima ero, cosa potevo dargli ancora di me stessa, e per indifferenza o per bontà se n'era contentato, studiandosi di rendermi la vita serena e dolce. Quindi a lui, come uomo, non debbo che riconoscenza.

Per questo avrei voluto serbare intatto il suo nome, vivergli vicino tranquilla, chiusa ne' miei sogni, senz'amore ma senza inganno. Ti giuro che, sposandolo, il mio proponimento era ben questo; e di te pensavo: «Nemmeno se tornasse a ginocchi... mai! mai!...»

Pensavo così, e per rimanergli fedele ho lottato... sì, con tutte le mie forze ho lottato! Ma, che vuoi?... mi avevi conosciuta fanciulla, sapevi com'ero, mi avevi tanto fatto soffrire... per te dev'essere stato facile riprendermi, facile, quanto era per me impossibile il non abbandonarmi. Anzi, più lottavo, e più, con uno sguardo solo, annullavi tutta la mia volontà. Ti vedevo tornare come una volta e mi pareva che in ogni cosa, nel mio respiro medesimo, ci fosse una forza irresistibile che mi trascinasse verso di te. Io son nata per volerti bene, per essere tua; tutto il rimanente non fa che passare accanto alla mia anima.

E, vuoi che ti dica la verità? Sposandomi, oltre a quel proposito, avevo anche un desiderio diverso: volevo rinnovarmi, vivere io pure una vita rumorosa, rendermi vietata, invidiata... ma solo per piacere a te. Credevo che la mia forza bastasse per godere questa intima vendetta senza lasciarmi vincere da lei.

Perdonami dunque se ora cerco in te un rifugio contro il mio rimorso.

Ora egli è scomparso. Poich'era migliore di quanto supponessi, rimane in fondo al mio cuore la memoria quasi d'un amico, ed il pensare a lui mi fa profondamente male. Ma, quando me lo dissero, sùbito, come in un baleno, senza potermelo impedire, il mio pensiero corse a te; fu quasi uno sprazzo di luce nel buio che dentro mi stringeva -- una visione ch'ebbi vergogna di aver guardata...

La pietà mi vinse poi, e divenne affannosa quando lo vidi morto, su la bara, con la testa fasciata e sfigurata, le mani chiuse, la bocca torta in uno spasimo di dolore Oh, come ho pianto! E lo devi comprendere, perchè, davanti a lui, mi sentivo infinitamente colpevole. Mi pareva ch'egli avesse tutto sofferto per lasciarmi sgombra la via della felicità.

Ora che ti scrivo è notte; non posso dormire; ho quasi paura; tuttavia mi piace la notte perchè nessuno intorno a me cerca di scrutarmi l'anima. Vorrei che l'alba non venisse mai. Lontano, laggiù, nei giorni che non oso guardare, c'è tanto sole, tanto sole!... e cerco di aver più paura, in questo silenzio, nel cuore della notte, perchè i miei occhi non debban sorridere guardando il sole che laggiù brilla... Senti... e poi no! mi devi comprendere senza che io lo dica. Noi dobbiamo avere un'anima sola; e così, tutto quello ch'io sento, ch'io penso, quand'anche fosse una colpa, resta come suggellato in me.

Sai? quell'idea mi ha perseguitato fin dal primo istante, per tutto il viaggio, fin là... E più la cacciavo, più mi afferrava la mente, come se, in mezzo alla tortura, mi sentissi crescere nel sangue un'ondata infrenabile di gioia...

Volevo tacere, vorrei anche lacerare questa lettera, ne tremo come di un delitto... ma ho tanto sofferto anch'io, che mi sembra quasi di poter essere perdonata.

Fra qualche giorno partirò da Roma; andrò per intanto nella mia villa, e forse, dopo, in un solitario villaggio di montagna. Mi dirai dove... Addio.»

XI

Becchino che mi seppellirai, se tu sapessi che i morti parlano, avresti certamente un senso di paura nel compiere il tuo lugubre mestiere.

In verità i morti parlano, ed io, quando verrai per seppellirmi, comincerò con farti un lungo discorso e rettorico, del quale potrebbe anche darsi che tu non intendessi una sillaba.

Ma questo che importa? È un bisogno bizzarro che i morti hanno di essere una volta sinceri, quando più non li vigila nessuna prudenza umana, quando più non li stringe alcuna vanagloria di sè stessi, e nel becchino che li sdraia dentro la cassa di freddo rovere vedono quasi un ultimo funzionario della società umana, che viene per buttarli nella fossa come in un sacro immondezzaio; un funzionario alieno da metafisiche, immemore d'essere a sua volta un cadavere imminente, quindi una persona di buon senso, che valuta l'uomo e la sua spoglia con ammirevole semplicità.

Tu hai, becchino, l'abitudine della morte; non la temi non la veneri, non la compiangi; con te si può dunque parlare.

Io non ti conosco di persona, ma t'immagino qual sei, anzi mi sembra d'averti una volta incontrato, per istrada, o chissà dove, passando. Poichè, di fatti, ogni vita finisce in polvere ed ogni uomo ha nel mondo il suo becchino che l'aspetta. Qualche volta, uscendo fuor di casa, può darsi che in lui ci s'imbatta viso a viso: ognuno prosegue per i fatti suoi... ci s'incontrerà più tardi...

Più tardi. E mentre il mio becchino porta me al cimitero, avviene che il suo proprio lo rasenti gomito a gomito, e passando gli getti un mozzicone di sigaro fra i piedi. È singolare, ma non è forse neanche triste. La vita, la morte: due diversi enigmi d'un fenomeno più grande, che non conosciamo; due forze contrarie che si elidono, due potenze nemiche ma inestricabili, che infuriano attraverso la materia, senza una meta palese.

Ho scritto il libro della mia vita; vi manca una pagina: te la racconto, becchino.

Dunque non ti conosco, eppure so come sei: un uomo robusto e ruvido, qualcosa tra il facchino in livrea ed il sacerdote in abito civile. Sai di tabacco e d'incenso, di chiesa e d'osteria. L'uniforme tetra non riesce a toglierti quel non so che di gioviale che ti trapela dalla fisionomia; siccome vedi sempre piangere, hai voglia di ridere: è naturale.

Fra le tante cose delle quali non ho saputo rendermi conto nella vita, è quella di non aver saputo comprendere come mai, fra i tanti mestieri che vi son da fare al mondo, un uomo possa liberamente scegliersi quello del becchino. È forse una vocazione come tutte le altre, una vocazione macabra, che mi dà tuttavia da riflettere.

Tu, per esempio, hai una bella corporatura, sei d'ómeri quadrati ed hai un incedere maestoso... avresti potuto con indifferenza fare il carabiniere, il portiere d'un palazzo, che so io? il custode d'una fabbrica, e perchè no? magari il secondino in un reclusorio. Invece, nient'affatto! Un bel giorno ti sei sentito spinto verso le pompe funebri e ti è piaciuto affrontare la vita nella triste qualità del beccamorto.

Può darsi che la familiarità con la quale tu avvicini e maneggi il cadavere, senz'ombra di quella paura ch'esso incute ai pavidi mortali, ti dia su la comune folla degli uomini un senso quasi di potenza e di coraggiosa virilità. Inoltre il mestiere ha i suoi lati buoni; si ha da fare coi preti, che son gente accorta, si va per le case altrui, sbirciando nel cuore delle famiglie; la fatica, se talvolta è gravosa, in compenso non è lunga, e, mentre tutte l'altre industrie possono allentarsi o far difetto all'operaio, quella delle sepolture non varia, e di morti ve ne son tanti ogni giorno, ricchi e poveri, dappertutto.

Nella mia casa, quando verrai a prendermi, sarai trattato coi dovuti riguardi, ed il mio maggiordomo, ch'è una persona ospitale, ti darà certo un buon calice da tracannare. In questo modo io sarò per te un di que' morti coi quali occorrono, è vero, molte cerimonie, ma che hanno il merito in compenso di abbandonare un'ottima cantina. E terrai a mente la casa, come una di quelle ove sarebbe opportuno si morisse di frequente.