L'amore che torna: romanzo

Part 26

Chapter 263,842 wordsPublic domain

Ma Bluff, quand'ebbe lo spazio libero davanti, s'acquietò, e mi trovai di paro con l'ufficiale, che durava la stessa fatica nel dominare il suo polledro. Lo conoscevo, e questa ragione mi servì per unirmi al gruppo, tenendone la testa ad una cinquantina di metri. Incontrammo una piccola maceria; il capitano saltò furiosamente; il suo polledro lo portò via. Bluff fece un salto al quale Sannìzzaro, dietro, applaudì, e volgendomi li vidi saltare tutti facilmente, tranne il cavallo di Miss Ruffles che fece uno scarto e, dopo aver ritentato, passò di fianco.

Il terreno cominciava ad essere malagevole. Da tutte le parti si vedevano frotte di cavalieri correre a briglia sciolta, mettendo nell'immensa campagna un formicolìo di giubbe rosse e d'amazzoni oscure, con l'eco nell'aria degli eccitamenti dati ai cavalli e lo scrosciare lungo di qualche nitrito. Un sordo rumore di terreno battuto si propagava in tutte le direzioni, sollevando per la infinita campagna quasi una oscillante sonorità.

Miss Ruffles era rimasta indietro; il Sannìzzaro aveva di molto rallentata l'andatura per non lasciarla sola, ed io, volgendo il capo, vidi a poca distanza dal mio cavallo Edoarda e la contessa di Casciano, le quali galoppavano di paro. Bluff vide sorgere davanti a sè una maceria larga ed ineguale; drizzando le orecchie vi si buttò sotto come un fulmine, prese male il salto e la passò rasente rasente, in grazia del colpo di reni che mi diede quando si sentì sopraffatto dall'altezza. Una pietra toccata sbalzò fuori. Mi fermai dietro l'ostacolo per vedere il salto delle due cavalcatrici.

La contessa di Casciano, che montava un saltatore da concorso, passò per la prima, facilmente, sorridendo; invece la baietta di Edoarda, spiccando il salto su le quattro zampe, scavalcò la maceria scompostamente, levandosi di peso, come fanno le capre. Attesi che le due signore passassero, e mi posi dietro loro, ad un galoppo misurato. Una frotta di cavalieri ci attraversò la strada, lasciando nell'aria un sibilo di voci e di scudisci.

Bluff, spumoso per l'impazienza di raggiungere i più lontani, andava tutto a puntate, volate; per intorno l'alta erba, solcata in ogni senso, mostrava le tracce delle varie cavalcate.

Vidi con gioia la baietta di Edoarda perdere terreno, mentre il bel sauro della contessa di Casciano, indocilmente le forzava la mano stanca. Finalmente, dopo aver saltato un'altro ostacolo, colei si volse, disse qualcosa alla compagna, e filò via. Edoarda, rimasta sola, diresse la cavalla verso un lieve pendio, poi, allentando le redini, si lasciò condurre. Appariva stanca; erano forse le prime cacce, v'era in tutta la sua persona una specie di rilassatezza.

Copersi allora la breve distanza che ci separava, e per qualche minuto Bluff galoppò col muso vicino alla groppa della baietta. Lontano si vedevano i cavalieri convergere tutti verso un lato, a sinistra, e poichè i nostri cavalli v'andavano pure, d'un salto la sopravanzai, diedi una spronata nei fianchi a Bluff, e, piegando su la destra, lo lasciai galoppare.

Sapevo che nonostante ogni sforzo dell'amazzone la baietta m'avrebbe seguito.

Curvo, senza volgermi, sentendola presso, respiravo con voluttà la fragranza del vento primaverile; mi pareva di rapirla, di trarmela dietro legata alla mia sella, senza scampo, come in una leggenda, verso una solitudine di cielo e di luce. Una paura indefinibile mi tratteneva dal volgermi, per guardarla in faccia, e nel fischio dell'aria celere sentivo pur distintamente l'affanno del suo respiro.

Per una specie di crudeltà non mi volli fermare; i due cavalli schiumavano, dopo venticinque minuti di galoppo serrato sopra un terreno che le piogge avevano reso pesante; v'erano sassi e buche, ma quel pericolo mi piaceva. Piantai di nuovo gli sproni nei fianchi di Bluff, ed il buon generoso cavallo, raddoppiando di lena, a scatti, a volate, galoppò così disteso, che l'erbe alte gli staffilavano il ventre. E la baietta dietro, ansante, senza cedermi d'un passo.

Saltammo tre volte, come volando, l'ultima, intesi Edoarda dare un piccolo grido: si era sentita forse cadere, perchè la baietta saltava con troppo impeto.

Allora mi volsi. Pallida, con gli occhi semichiusi, il busto un po' rovesciato all'indietro, pareva che quella corsa l'avesse del tutto sopraffatta ed estenuata; vidi che non teneva quasi le redini, compresi il pericolo, ed a forza di braccia rallentai. Pianamente ci mettemmo di paro, ansanti entrambi come i nostri cavalli, senza guardarci, lontani da tutti, nella solitudine, nel sole.

-- Edoarda... -- mormorai con paura, passando la mano su la criniera della sua cavalla, tanto le stavo presso.

Il lembo del suo velo mi sventolava sopra una spalla, e poichè le parole mancavano, eran tutte impari alla mia commozione, lasciai la criniera, presi una sua mano, strinsi dolcemente quelle dita, e la briglia che tenevano, insieme.

Ella bruscamente scosse il pugno, e la cavalla molestata fece un piccolo salto.

-- Mi perdonate? -- le domandai. -- Sono stato pazzo a condurvi qui, non è vero?

Ella piegò la testa e sorrise; quel sorriso fu così pieno di gentilezza, che ne provai quasi un rimorso.

-- Non potevo più vivere a questo modo! -- le dissi. -- Bisognava pure che vi parlassi.

-- Sapete... -- rispose con volubilità, guardandomi senz'alcuna esitazione, -- avete rischiato di farmi rompere il collo! Davvero, all'ultimo salto, sono rimasta su per miracolo...

Non era più la stessa donna; la guardavo e l'ascoltavo con sorpresa.

-- Non avevo altro modo per potervi parlare, -- le dissi con dolcezza; -- e sono mesi che attendo...

-- Oh, davvero?

Le presi la mano di nuovo:

-- Perchè scherzate così? -- Proprio non conto più nulla per voi? Null'affatto?

Ella abbassò le palpebre con un sorriso pieno di sottile ironia.

-- Spero non dimenticherete che ho un marito, mio caro conte! -- E disse quest'ultime due parole con uno scherno che mi ferì.

-- Noi ci eravamo promessi una volta di rimanere l'uno per l'altra tutta la vita, -- le risposi con esitazione. -- Ma, già, queste sono parole che si dicono... almeno per voi!

-- Già, si dicono pur troppo! Ma un gentiluomo che le abbia intese, dovrebbe saper anche dimenticarle, vi pare?

I cavalli avevano preso il trotto, piano, piano.

Allora, tirando insieme la mia briglia e quella della baietta, li rimisi di passo.

-- Che fate ora? -- domandò Edoarda sorridente. -- Non mi vorrete far perdere, spero? Lasciatemi ritornare, vi prego.

E raccolse la briglia abbandonata.

-- No, ve ne supplico, Edoarda! -- esclamai con una voce così commossa, ch'ella visibilmente ne provò stupore.

-- Poi, -- soggiunsi, -- bisogna che i cavalli riposino un momento.

-- Insomma, -- elle fece, dopo essersi guardata intorno, -- cosa volete ancora da me?

-- Non lo sapete forse? Ebbene, ve lo dirò. Volevo riudire la vostra voce, guardarvi da vicino, dirvi ancora una volta che non vi ho dimenticata, che sono stato irragionevole quando v'abbandonai, ed ora da voi sola dipende il salvare l'uomo che tuttavia è stato qualcosa nella vostra vita, o vendicarvi del male che vi ho fatto, se pure ve ne feci, ma in un modo mille volte più crudele. Volevo dirvi, Edoarda, che in nessun momento della mia vita mi son sentito pazzo come ora, perchè quello che sto facendo in questo momento è senza dubbio una pazzia...

Così le dissi, e fui sincero, tanto è pieno d'inganno quel sensuale turbamento che noi chiamiamo l'amore.

-- Si, è certo una pazzia, -- Edoarda rispose, chinando la faccia scolorata. Mi piegai sovra la sua spalla, fin quasi a toccarla, e dissi:

-- Non vi ricordate più di me? più affatto?... mai?

-- Mai! mai! -- ella mormorò, chiudendo gli occhi.

Le stringevo il braccio, attirandola dolcemente.

-- È possibile che tutto per voi sia finito, quando invece io, dopo la prima volta che vi ho riveduta, non sono più capace di pensare ad altra cosa che a voi? Quand'io vi desidero in un modo che non ha parola, e passo il giorno, la notte, immaginando come vi potrei parlare?

-- Tacete! tacete!... Torniamo indietro, -- ella propose, cercando quasi di nascondere un improvviso turbamento.

Con una specie di cocciutaggine ripresi:

-- Io fui certo il più fedele, nonostante le mie stoltezze. A tempo, il mio cuore, il mio spirito, erano malati, Edoarda; e dopo di allora sono passate tante cose!...

Ella rise di un piccolo riso, breve, sarcastico.

-- No, non schernitemi! Voi sapete bene che questa è la verità. Sono anche tornato, una volta, per farmi perdonare; ma fu troppo tardi. Vi eravate appunto fidanzata, e, quando me lo dissero, qualcosa mi passò nel cervello, nel cuore... non so... fu come uno schiaffo datomi in piena faccia, e compresi allora tutto l'amore, tutto l'amore profondo che avevo per voi. Su, dítemi una parola... non continuate a ridere così!

-- Oh, vi conosco. Guelfo! Adesso vi conosco; allora no.

-- Ebbene?

-- Ebbene, la cosa è molto semplice. Vi è tornato forse un capriccio... Ne avete avuti tanti altri, e gli spensierati come voi conoscono questi ritorni. Anzi, dítemi una cosa: Dove avete lasciata la vostra amica?

E rise più forte. Questa domanda mi suonò come un insulto: ebbi voglia per un momento di rispondere con la stessa ironia, e tacqui, mentre di me stesso nasceva in me un amaro disprezzo, una commiserazione profonda.

-- Volete burlarvi di me, -- le dissi poi, gravemente. -- È giusto: ne avete anche il diritto. Ma tralasciate l'ironia; siate generosa. Cosa volete di più? Quando un uomo vi domanda perdono...

-- Io non vi devo perdonare nulla. Forse è stato meglio così. Non vi devo perdonare assolutamente nulla. Solo mi sia lecito rivolgervi una preghiera, dopo tanto tempo, e visto che vogliamo parlare seriamente. In questi mesi ultimi vi siete spesso dimenticato che ho un marito ed un nome da rispettare, o meglio da far rispettare. Vi sarei grata se voleste risparmiarmi le vostre persecuzioni continue, tanto più che, una volta o l'altra, potrei averne qualche noia.

-- È tutto quello che avevate a dirmi? -- osservai freddamente.

-- Mah... è tutto!

E andammo a lato, in silenzio, per qualche centinaio di metri, io guardando sopra il collo della mia cavalcatura la bella campagna che si stendeva sino al confuso inazzurrare dei monti ed il sole felice che a perdita d'occhio vi scintillava, ella, di tratto in tratto, sollevando il viso di sotto il velo, come per osservarmi di sfuggita.

Poi mi disse repentinamente, con un tono tra il serio ed il faceto:

-- Avete un po' cambiato fisionomia, da quel tempo...

-- Vi pare? Sono forse invecchiato. Ho molti capelli bianchi ora.

-- Volevo dire una diversità di espressione; avete l'aria più cattiva; sembrate un uomo che viva in uno stato anormale, ruminando chissà mai quale idea pericolosa.

-- Nessuna, tranne quella che voi sapete.

-- Poi, e perdonatemi la mia franchezza, non sembrate più così spavaldo come una volta. Vi dev'essere capitato qualcosa di grave.

-- Credo, Edoarda, che non mi vediate più con gli stessi occhi.

-- Forse.

Poi trattenne la cavalla e mi disse con risolutezza:

-- Torniamo.

-- No, Edoarda, non ancora, ve ne prego! Non siatemi avara di questi brevi momenti che mi sono procacciato con tanta pazienza, e che forse non si ripeteranno mai più. Ancora debbo dirvi molte cose, che il turbamento mi ha fatte dimenticare. Tanto, siamo al sicuro qui; la caccia è lontana.

-- Ma io debbo ritornare, intendete? lo debbo! -- insistette, come per comandarlo a sè stessa. Poi soggiunse: -- L'ascoltarvi più a lungo vi darebbe diritto...

-- Nessun diritto, nessun diritto... non parlate così! usatemi questo riguardo almeno!

E messa la mano su la briglia della baietta, la costrinsi a camminarmi di fianco, sella contro sella.

-- Ma insomma voi profittate d'una condizione di cose...

-- No, non è vero... oppure, sì, come volete! Ne profitto forse un poco, e ve ne chiedo scusa. Ma ho bisogno di parlarvi, od almeno di sapere una cosa, una sola, se pur mi vorrete rispondere.

-- Oh, quale mai?

-- Una domanda; una domanda insolente e sciocca, perchè certo non mi direte la verità. Ma non importa. Vorrei sapere se amate veramente vostro marito, o se...

-- Ascoltátemi, Guelfo, -- ella fece con un po' di risentimento, -- vi siete abbastanza divertito alle mie spalle una volta perchè vi permetta di farlo una seconda!

-- Ma no, ma no...

-- Lasciátemi dire. So a cosa tendono i vostri bei discorsi e quale sia decisamente il vostro piano. Con molti giri viziosi venite a farmi un'offerta esplicita, e naturalissima in fondo! Momentaneamente vi piaccio di nuovo, per il semplice fatto che son divenuta la moglie d'un altro, e venite a propormi, oh, con molta cautela!... d'essere la vostra amante...

-- No, no!

-- ... a propormi d'essere la vostra amante. Ed io dovrei...

-- Insomma, Edoarda, vi prego: non continuate!

-- Amico mio, perchè metterci una maschera sul volto? Diciamo la verità: non è questo?

-- No! no! mille volte no! La mia domanda vi è parsa brutale, forse; lo era infatti. Ma non credevo che si potesse tornare del tutto estranei dopo un passato come il nostro, e contavo un poco su l'amicizia d'una volta. Voi oggi ridete, prendete le mie parole in burla, vi piace umiliarmi e vedermi soffrire; ma io v'ho fatta quella domanda per una ragione ben diversa. Ecco, Edoarda: se fossi certo che amate un altr'uomo, che vi siete sposata per amore di lui, scordandomi del tutto, se avessi questa certezza, vi dico, sarebbe l'ultima volta che cercherei d'avvicinarvi. Quindi non rispondetemi, perchè, se fosse così, varrebbe meglio non saperlo.

Ella si chiuse un poco nelle spalle, guardò altrove, senza rispondere.

-- Son mesi e mesi, -- continuai, -- che questo dubbio mi tortura, ed è solo per questo che ho trovato il coraggio di venirvi a parlare.

-- Oh, il coraggio in questi casi gli uomini lo trovano sempre!

Lontano, lontano, i corni da caccia squillavano a distesa nell'aria piena di sole; veniva per la terra sonora un rumore di galoppi distanti. Ella ebbe un leggero tremito:

-- Vengono!... -- esclamò.

-- No, anzi si allontánano.

-- Ma bisogna pure ch'io mi trovi al «meet».

-- C'è tempo, c'è tempo! La caccia non finirà così presto.

-- Insomma, Guelfo, abbiamo fatto... cioè, avete fatto molto male, molto male!...

E la sua voce non era più nè irritata nè schernevole.

-- Perchè?

Un po' stanca, un po' curva, ella si passò la mano su la fronte, fra i capelli scomposti.

-- Perchè?... -- ripetei, stringendole un polso, uno di que' polsi fragili, che davano al contatto la sensazione di poterli spezzare. L'attirai lentamente; le nostre spalle si toccarono, e, levando i suoi grandi occhi, mansuetamente, come faceva una volta, vide nell'alterazione del mio viso i segni dello smarrimento che mi turbava.

-- Sei cambiata, -- le mormorai; -- ma per me sei ancora la stessa... e più bella! Ti ricordi?...

Ella chiuse gli occhi e piegò il mento sul petto.

-- Guàrdami... -- la pregai, -- guàrdami!...

Allora sollevò il viso, con le palpebre chiuse, la bocca ferma. Il sole, battendole in faccia, dorava il suo pallore.

-- Sei cambiata e sei la stessa, -- ripetei. -- Più bella, mille volte più bella! Io non ho cessato mai di volerti bene. Ora lo sento. Eri nel mio destino, e il destino torna... deve tornare! Dimmi... dimmi!... Anche tu?

Ella scosse il capo con violenza, come per ribellarsi al bisogno di rispondere «Sì!»

-- Pensa che felicità sarebbe la nostra!... -- le bisbigliai.

Vi sono momenti nuovi nel traboccar d'un'antica passione, in cui l'anima viene su la bocca e parla da sè. Ora i cavalli andavano d'un passo lento, strappando qua e là ciuffi d'erba; un vento lieve increspava le criniere, fasciandomi il suo velo intorno al collo.

-- Dimmi, -- le domandai piano, stringendola tutta contro la mia spalla, -- dimmi la verità... la verità!... lo ami?

Con gli occhi semichiusi, la faccia un po' convulsa, la fronte presso la mia bocca, scosse il capo con impazienza, quasi con ira, mentre le sue ciglia si bagnavano di lacrime mal frenate.

-- Perchè vuoi farmi parlare! -- esclamò.

Una stupenda gioia mi rise nell'anima, e d'improvviso mi sembrò che tutto quanto, all'intorno, girasse, girasse, in una vertigine di sole...

-- E, dimmi ancora... non lo hai amato mai?

-- Ah, lásciami!... -- comandò con ribellione, come se un nodo le soffocasse la gola. E mi respinse.

-- No! rispóndimi!... Mai?... in nessun modo?...

L'abbracciavo, la serravo imperiosamente. Ella di nuovo strinse le labbra, e negò.

-- Senti allora... e me?

-- Tu?

Aperse gli occhi mi guardò, mi fissò profondamente, come per riconoscermi. V'era in quegli occhi azzurri un'ombra che li faceva parer cupi, e le sue labbra smorte mi si offersero con un bacio di tutta la persona.

-- Germano, Germano... -- pregò, -- andiamo via!...

Tutte le trombe lontane d'un tratto echeggiarono, percuotendo l'aria come una staffilata sonora.

VI

La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d'amore, viene per solito con un mazzolino di fiori alla cintura; l'amante poi li mette in cornice, li conserva nel cofano delle reliquie, per poterle dire più tardi, esumandoli:

«Fu la prima volta... ti ricordi?»

E quest'odor di appassito è, nell'amore, un profumo che spesso prolunga le agonìe.

La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d'amore, di solito viene in vettura chiusa, fingendo d'esser assai turbata, d'aver avuta una immensa paura, cosa in fondo esageratissima, perchè le donne al giorno d'oggi sono quanto mai esperte, ed i mariti han quasi perduto il vizio preistorico di uccidere per gelosia. Fatto, sta che l'adulterio s'è talmente radicato nella vita moderna da non parer cosa ormai straordinaria nè difficile, e que' famosi Otelli della vecchia maniera sono andati a rifugiarsi nel repertorio dei teatri popolari, dove talvolta fan ridere o fremere ancora. I nostri, oggi, lo sanno qualche volta, ma non sorprendono quasi mai.

Un po' di paura è tuttavia necessaria. Non si fa tutto questo per amarsi tremando? Il pericolo non è forse un delicato piacere?

La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d'amore, porta l'abito che le avete ammirato, il cappello che vi piace di più: ha paura, si sente male, ha fretta, deve andar via. Gira, si siede irrequieta su tutte le poltrone; tocca ogni cosa, guarda i quadri, la mobilia, le fotografie, se ve ne sono, poi vi dice: «Dio!... Chissà quante sono venute qui!»

Naturalmente le assicurate ch'ella è la prima, però in modo da lasciarle credere che ve ne furon altre, molte altre, assai più che non sia vero... Allora le date un bacio su la bocca, traverso il velo; d'inverno la veletta è umida; quell'umidore vi piace, sa di fresco e di buon profumo.

È il primo bacio su la bocca nella casa del peccato, il primo sapore della colpa, dopo quel bacio casto e compunto che le fu dato quando mise il piede oltre la soglia, in segno di rispettosa ospitalità. Bisogna conoscere le gradazioni. E sùbito ella se ne schermisce; tutto le sembra nuovo e pericoloso; quel bacio la fa timida, quantunque molti altri ve n'abbia già dati, nelle sale ove l'incontraste, ne' corridoi, tra due porte, fra due siepi, ai balli od in campagna, al mare o dovunque potè.

Ma quel giorno ha paura, sta male, ha fretta, deve andar via. Intanto vi osserva: le pare strano di vedervi lì, nella casa vostra o non vostra, diverso dagli altri giorni, svestito di quelle apparenze che imponeva la mondanità; vi osserva con occhi attenti, senza dirvi nulla, e quello è spesso il momento in cui si decide la simpatia o la diffidenza d'una donna, la quale, sino a quel punto, non ebbe di voi che una semplice curiosità. Non bisogna allora essere nè troppo timidi nè troppo audaci.

Credo che in quell'istante i sensi della donna si fascino quasi d'una vigile inerzia, urtati da quel tanto di comune o di fittizio che non manca mai ne' primi convegni d'amore. Poichè, nonostante l'esperienza, ci si trova sempre un po' comici l'uno di fronte all'altra, ed il pensiero di tutti quelli che hanno fatto e faranno la stessa cosa, in un appartamentino press'a poco simile, ed alla medesima ora, con le stesse precauzioni, con le stesse parole, riesce a smorzare d'improvviso la trepida impazienza che ci ha condotti fino a quel punto. È, talvolta, una cosa futilissima che salva, che piace, che dà un'improvvisa freschezza, ed in ogni modo bisogna saper vincere quel torpore, ma dolcemente, con persuasione.

Se può, ella vi dice allora una piccola sgarberia, con gioia, ridendo. Ma è lo stato dell'animo suo che lo richiede; un poco forse la vergogna, un poco il timore di piacervi meno che non vorrebbe.

Intanto, con l'ansia più distratta e più naturale del mondo, s'è lasciata prendere il manicotto e l'ombrellino, il boa od il mantello, i guanti, la borsetta, la veletta, ed affinchè voi possiate levarle quest'ultima difesa del suo onore senza strapparle i capelli, (oh, gli uomini, quanto sono maldestri!...) si va togliendo ad uno ad uno gli spilloni dal cappello. Poi siede in un angolo, ed ha una immensa vergogna subitanea, come se fosse in camicia.

Allora l'amante consumato e scaltro le s'inginocchia ai piedi per dirle con voce commossa una frase dolce, persuadente, quasi lasciva... per slacciarle una scarpina senza che se n'avveda o insinuar le dita fra gli uncini della camicetta, che vela, senza nasconderla, una soave nudità... Poi, quando per forza se ne deve accorgere, ecco vi dice: «Ma... che fate?» oppure: «Che fai?» secondo i casi.

E se, tra gli uncini ed i pizzi v'impacciate un poco, allora esclama sorridendo: «Oh! come non sai far nulla!» E li sgancia da sè. Ad un certo punto finge di veder il pericolo e si alza bruscamente. Cammina, apre un libro, vi domanda una sigaretta, carezza un fiore, si dà una pettinata, o, se c'è il fuoco, va davanti al camino e si riscalda le mani. Voi la prendete allora per le spalle, con un po' di veemenza, costringendola a lasciarsi baciare... Ella ride, rovescia il capo all'indietro ed offre la bocca. C'è uno specchio, là di fronte, ove si guarda. Ci si guarda entrambi; ella dice: «Dio, come sono rossa!...».

Fate, o cauti amanti, che le specchiere nella vostra casa d'amore siano benevole, poichè la donna in quel momento ha bisogno di sentirsi bella.

Poi, fra le mille carezze, fra le insidie lente, si parla di cose lontane; si dice:

«Pensa, amore mio, quando ci siamo conosciuti la prima sera... ed io ti facevo già la corte, con gli occhi, da molti mesi... avresti mai pensato che un giorno ci troveremmo qui, soli, nelle braccia l'una dell'altro... del tutto soli... come ora?...» Ed ella risponderà:

«Oh, Dio buono... che pazzie che mi fai fare! Dimmi... non è forse vero?... non è questa una pazzia?»

«Forse... ma così dolce!»

«No... sta fermo...»

«Làsciami fare. Voglio baciarti su la gola... solamente su la gola... Oh, come hai la pelle bianca!»

La prima volta che una signora viene ad un appuntamento d'amore, viene per lo più perchè s'annoia della sua vita giornaliera, e l'adulterio la tenta; o per curiosità momentanea della vostra persona, o perchè potrete giovarle in qualcosa, o perchè i sensi le fanno sperare da voi gioie che non conosce ancora. Qualche volta viene per la buona ragione che le avete fatta la corte, qualche volta per poterlo raccontare ad un'amica, o perchè lo dicano ad un vostro predecessore, o perchè da voi non venga un'altra in sua vece: per capriccio insomma, per calcolo, per istinto, per gelosia, per frivolezza, e talora, infine, benchè assai di rado, perchè vi ama.

Pure v'è una donna che a nessuna di queste assomiglia, che nessuno di tali sentimenti a voi conduce: ed è la donna che torna dopo avervi amato, quando fra voi passarono la lontananza e l'oblìo; la donna che torna per ricominciare l'amore.

Queste cose pensavo confusamente, aspettando Edoarda in un appartamentino situato nei quartieri eccentrici di Roma, durante un pomeriggio del mese d'Aprile.