Part 25
Intanto la studiavo. Quando s'accorgeva della mia presenza, il suo passo diveniva un po' incerto ed insieme più rapido; non guardava mai dalla mia parte, non sostava, e tuttavia c'era nel suo modo di camminare qualcosa d'indefinibile, come la compiacenza di sentirsi bella sotto la vigilanza del mio sguardo. Poi, frettolosa, entrava in un negozio; io non spingevo la temerità fino ad attendere che uscisse.
Il mio capriccio di giorno in giorno si faceva più forte; era una curiosità malsana e torbida, era come il desiderio d'un peccato insolito, che mi accendeva e mi sollevava un poco dalle mie tristezze. Ogni giorno cercavo un mezzo nuovo per poterla incontrare.
Il Capuano mi dava molte notizie su la sua vita intima e spesso lo istigavo abilmente perchè soddisfacesse qualche mia curiosità. Vicino a Edoarda egli stava per divenire un di que' cocciuti e fidi cavalieri serventi che spesseggiano intorno alle belle signore, le seguono dappertutto, nella intimità della famiglia e nei ritrovi della vita mondana. Per lo più costoro furono amanti, od anche solo amici amorosi; poi tramonta il regno loro ed altri li soppianta nel cuore della bella infedele. Ma ebbero il favore di qualche confidenza, resero alcuno di que' servigi che si rammentano, o, per la loro professione, s'immischiarono nelle faccende patrimoniali, o furon amici strettissimi del marito; intanto, man mano, i capelli si fanno grigi, l'intimità li vizia, l'umore divien geloso, permaloso, irascibile, e degradano giù giù, fino ad essere l'invitato necessario d'ogni pranzo, il compagno su gli «stages», nelle villeggiature, al mare, in montagna. Rassegnati e bisbetici, fanno da supplente o da superfluo, e son gli uomini a cui volentieri i mariti confidan le lor mogli, perchè possiedono tutte le virtù maritali, mentre non si ritengon pericolosi; cicisbei di gran corte, che il troppo donneare o il troppo amoreggiare ha finalmente ridotti a non destar paura.
Fabio, senz'essere tra costoro, stava per assumerne l'abito e gli attributi. Quell'amore per Edoarda, ch'egli aveva nutrito nell'anima silenziosamente, ora gli si commutava in una di quelle caparbie sentimentalità, che spesso divampano all'avvicinarsi della vecchiaia. Passioni che conservano dell'amore tutto il furor triste, l'amara gelosia, con un senso penoso di rinunzia e senza quella bellissima temerità che distingue l'amore, cioè la pretesa del possesso.
Era il secondo abbandono che faceva di lei, forse il più doloroso. Dopo averla adorata senza mai dirglielo, aveva saputo compiere la più alta rinunzia per vederla felice, per darla a me; invece se l'era presa Piero De Luca, vagheggino facile di morale, di lingua e di spada, ex ufficiale di cavalleria, notissimo nelle cacce, negli ippodromi, giuocatore sregolato, uomo avventuroso, destro, pieno di coraggio e di fede in sè stesso. Dicevano che la generosità d'un amante gli avesse più volte salvata l'uniforme, quell'uniforme attillata ch'egli portava con tanta spavalderia. Ora, da qualche anno, aveva lasciato l'esercito; non lo si vedeva più pavoneggiarsi di quella sua lunga sciabola rumorosa, o danzare a tutti i balli con eleganza compiuta; ma si dava interamente ai cavalli, ora sopra tutto che il denaro dei Laurenzano gli permetteva di nutrire una scuderia da corse, oltre una decina di cavalli per concorsi ippici e per le cacce nella campagna.
Il Capuano lo aveva sempre avversato, prima e dopo il matrimonio, nè si tratteneva dal farlo comprendere a Edoarda. Senonchè il De Luca era un marito come ve ne sono molti, fra quelli che han sposata una dote, e dei quali si crede, per questo solo, che debban esser pessima gente. Il De Luca, -- e Fabio doveva pur convenirne, -- era gaio in famiglia, non molesto, cortese; accompagnava sua moglie volentieri, le usava un'infinità di premure, la colmava di regali, questo, beninteso, con il denaro di lei. Ancora non gli si conoscevano amanti; con le antiche -- le quali eran molte -- si mostrava d'una correttezza irreprensibile: non era inoltre geloso, non scontroso, di belle maniere e liberale: «pareva che in quel denaro egli ci avesse guazzato fin dall'infanzia»; -- e questa era una frase del Capuano.
Aveva in addietro appartenuto al nostro Circolo, poi se n'era dimesso. Ora lo avevano ripresentato ed accolto a pieni voti. Uno dei proponenti, s'intende, fu il Capuano. Ma il De Luca non veniva che ad intervalli; dopo il matrimonio aveva lasciato il gioco e passava la vita fra le scuderie, gli ippodromi, gli allevatori e gli allenatori di cavalli.
Mi ero domandato sovente se Edoarda lo amasse. Fabio pretendeva di no. S'egli amasse Edoarda? Forse.
Ora le carrozze dei Laurenzano erano stemmate; sul portone del palazzo era uscito un grande scudo marmoreo con le armi dei De Luca, ch'eran tre stelle sopra un mare, con un torchio ed una chiave. «_Nostra cum vi_».
La vecchia zia era morta da tempo; ne avevano già smesso il lutto. Un giorno, che si parlava di tutte queste cose, Fabio mi domandò improvvisamente:
-- Infine, sei dunque pentito della tua pazzia?
-- Pentito?... Ma neanche per sogno! -- risposi bruscamente, alzando le spalle. Poi, siccome volevo sapere molte cose, presi a domandargli con somma naturalezza: -- Edoarda non ti ha mai parlato di me?
-- Sì, qualche volta, in principio; ma ora, da che sei tornato, evita manifestamente questo discorso.
-- Ah!
-- Però conosce tutte le tue prodezze.
-- Quali?
-- Oh Dio... tutte!
-- E naturalmente gliele avrai raccontate tu.
-- Un po' io, un po' gli altri. Perchè? ti spiace?
-- Figùrati!... Mi è del tutto indifferente. Volevo soltanto sapere cosa dice di me. Forse mi compiange?
-- No; anzi non esprime alcun giudizio. Solo, una volta, m'ha detto di averti veduto, credo in teatro, e di aver notato che avevi l'aria un po' mutata... da quel tempo.
-- Mutata? E come?
-- Che so io? lo sguardo più duro, l'espressione d'un uomo che sia molto vissuto in poco tempo, l'aspetto un po' patito... Non ha detto di più.
-- E non hanno bimbi?
-- Finora no.
-- Come mai?
-- E cosa vuoi che ne sappia io! -- esclamò egli, con il suo solito malumore sorridente.
-- Senti: e se per caso l'incontrassi una volta, in società o in altro luogo dove fosse indispensabile parlarci?
Gli feci di proposito questa domanda, sapendo ch'egli l'avrebbe ripetuta.
-- Mah?... -- rispose Fabio, -- non saprei. Il marito come si dimostra con te?
-- Cortesissimo.
-- Vi parlate?
-- Al Circolo, qualche volta; poche parole.
-- Bah! Potresti al caso rivolgerle accademicamente un saluto: buon giorno, buona sera... Questo non conta.
-- E mi risponderà?
-- Per forza.
-- Senti: è una domanda stupida, oziosa la mia... Ma credi che sia tutto passato in lei?
-- Ah... non so. -- E soggiunse con la sua voce burbera: -- Le donne, sai, chi le indovina è bravo!
Sapevo che tutte le mattine ella passava per Piazza di Spagna, e vi passai; sapevo che la domenica andava alla Trinità dei Monti con altre signore, e la domenica passeggiai verso la Trinità dei Monti.
Solevo portare nello sparato della camicia una goccia di rubino ch'era il castone d'un antico anello; Edoarda me lo aveva regalato, non so più in quale ricorrenza. Ogni sera, quando supponevo di poterla incontrare in un teatro, portavo quel rubino. M'era pur rimasto, nella casa di Roma, un gran mazzo di cravatte ch'ella mi aveva comperate, perchè a quel tempo amava occuparsi d'ogni cosa mia. Ed allora, ogni mattina, per andare in Piazza di Spagna, ne misi una: conoscevo la sua memoria tenace, forse le avrebbe riconosciute. Facevo queste cose puerili e mi pareva di non amarla; per lei non provavo che un senso di gelosa inimicizia, una curiosità piena d'irritazione. La cercavo tuttavia, con il pensiero assiduo, mentre il desiderio di rivederla diveniva per me un bisogno assillante.
Pensavo: «Ella sa che ogni mattina l'attendo in Piazza di Spagna. Perchè ogni mattina la rivedo? Perchè non sceglie un diverso cammino?»
E la lentezza di questa insidia mi tentava. Quando la primavera fu tutta sbocciata, le fioraie scesero su la piazza con canestre riboccanti. Allora, ogni giorno, ella si fermò a comperare qualche mazzo. Talora, essendomi coricato all'alba, duravo gran fatica nel trarmi dalle coltri; pur mi levavo, poichè ogni altra cosa mi sarebbe sembrata priva di uno scopo, il giorno che tra quei fiori non l'avessi incontrata.
Veniva pure i giorni di pioggia, e le fioraie nascoste sotto grandi ombrelli la salutavano al suo passare. Pensavo: «Come avvicinarla? come dirle o scriverle una parola?» E mille infantilità, mille vecchie astuzie da innamorati mi si affacciavano alla mente; ma sùbito le respingevo, non volendo sciupare in un modo così comune la mia tortura delicata.
Tutto di lei mi piaceva, e sommamente le cose che un tempo m'erano dispiaciute; il mio desiderio s'inaspriva d'una torbida sensualità. Una mattina, insensatamente, mentr'ella si era fermata per comprar fiori, m'avvicinai. Ma quando le fui presso, e mi vide, si fece bianca più dei mughetti che teneva in mano, e lasciandoli cadere s'allontanò rapida. Non la rividi per tre giorni; poi tornò.
Giunse Paderewsky a Roma per dare tre concerti, e sapevo da Fabio ch'ella vi sarebbe andata. Anzi egli aveva l'incarico di fissare i posti, ch'erano assai contesi; uno per lei, l'altro per la viscontessa d'Andrassy, moglie d'un segretario dell'Ambasciata Belga. Fabio mi disse che il barone De Luca non amava la musica da camera. Accompagnai Fabio per vedere quali posti prendesse, e tornatovi tosto, fissai per me una poltrona dietro l'altre due, nella fila consecutiva.
Il giorno del primo concerto, quando entrai nella sala gremita, il grande Paderewsky già suonava; la sua testa d'angelo, placida e pura, sembrava sognasse le note che le sue mani andavano suscitando con un prodigio di maestria. Per non disturbare gli ascoltatori attesi l'intermezzo, appoggiandomi contro una colonna, quasi nascosto nella penombra, e fissando Edoarda, che istintivamente si volse.
La settima sinfonia di Beethoven volava sopra l'uditorio, che la commozione teneva sospeso in una specie di estatica immobilità; qualcosa di magico e di possente sollevava gli spiriti, come fiaccole accese, in una sfera paradisiaca di ebbrietà. E in quel momento, su l'ala delle note volanti, nella religiosa paura che incutono le grandi rivelazioni, quell'amore che non si dice, che fu, e poi morì, e poi risorse, quell'amore che divien umile dopo esser stato violento e si appaga di nulla dopo aver tutto sprezzato, si comunicò fra noi come una cosa tangibile, divenne materia, bacio, carezze, parola e sospiro fra le anime nostre, che ritornavano entrambe da un lontano esilio, portandosi fiori di rimembranza e di poesia, primavere di sogno e di musica dimenticata.
L'orchestra tacque; m'andai a sedere. La pelliccia di Edoarda, rovesciata su la spalliera della poltrona, toccava quasi le mie ginocchia, e, se mi fossi chinato in avanti, i suoi capelli m'avrebbero sfiorata la fronte. Intesi ciò che diceva, intesi la sua voce ancora, dopo tanti anni che più non la udivo. Il suo profumo mi veniva in faccia, qualcosa di lei fasciava i miei sensi nascostamente. Nel manicotto, semiappassiti, aveva i mughetti comperati la mattina in Piazza di Spagna.
Mille volte mi venne la tentazione di toccarla, in un modo qualsiasi, fuggevolmente; ma non osai. Solo, durante l'intermezzo, un amico il quale sedeva due file più avanti, si volse, mi vide e prese a parlarmi. Allora, per rispondergli, mi chinai un poco su la poltrona di Edoarda e le fui così vicino che mi pareva quasi di toccarla. Certo la mia voce dovette darle quel medesimo senso che a me dette la sua, perchè la vidi trasalir leggermente. Quando ci levammo entrambi per uscire, ella mi guardò in viso, pallidissima, piena d'un'estatica paura. Ed io, rimasto solo, mi scossi, come per cacciar dalle vene il turbamento che vi serpeggiava, e risi, e pensai a quella che aveva inaridito il mio cuore. Mi trovai puerilmente perverso; non l'amavo, e, sopra tutto, non la volevo amare.
Edoarda ritornò l'altre volte ai concerti, con la baronessa d'Andrassy, ma sedeva lontana e fu solo negli intermezzi che, levandomi, la potei vedere. Tutte le ambizioni della mia vita nuova convergevano in questa sola: possedere la donna che avrei dovuto sposare, contro la quale m'ero esasperato fin quasi all'odio. Un mio cuore fittizio mi faceva rivivere ad uno ad uno tutti gli episodi del legame spezzato, e, come s'ella non fosse più la stessa, mi tornavano alla mente i suoi gesti, i suoi baci, le inflessioni della sua voce, i sorrisi e le lacrime che avevano intessuta la storia del nostro lontano amore. Andavo per curiosità rileggendo alcune sue lettere, che m'erano rimaste per caso, e pur dicendomi che il tempo muta e travolge tutto, le somme felicità come i più acerbi dolori, tuttavia non potevo riconoscere nella sua nova bellezza di donna un poco altera, la timida fanciulla di un tempo, ch'era stata, nelle mie mani, quasi un trastullo fragile. Quel mio cuore fittizio la desiderava ora intensamente, la desiderava come un delicato vizio che potesse ancora infondere un po' di vita nella sua mortale aridità.
A poco a poco scordai qualsiasi prudenza; mi recai nelle case ove speravo di vederla, ed in una visita presso la contessa di Casciano finalmente l'incontrai. V'era un numeroso crocchio di signore, qualche uomo solamente; fra questi l'ambasciatore Palazzo, il contino Rainieri e l'onorevole Albizzi-Cerda, amante allora della contessa di Casciano. Era costei una signora più che trentenne, ancora piacente, per quanto non fosse mai stata bella; suo marito, arditissimo esploratore, era morto di febbre gialla durante un viaggio. Aveva due figlie cordialmente brutte, ma educate a Londra, il che significa professare una libertà di costumi a tutta oltranza dietro un'apparenza impeccabilmente puritana. Quando entrai nella sala, gli occhi di tutti corsero involontariamente da Edoarda a me, poi sùbito le conversazioni si spensero in uno di que' bisbigli curiosi, che sono il commento subdolo del pubblico ai colpi di scena così frequenti nella commedia mondana.
Alcune signore m'erano sconosciute; la padrona di casa mi presentò. Giunti che fummo davanti alla poltrona ove sedeva Edoarda, fingendo di conversare animatamente con una vecchia nobildonna ch'era mezzo sorda, la contessa di Casciano con la più soave ingenuità:
-- Tu, cara, -- le disse -- conosci, credo, il conte Guelfo...
Edoarda, confusa, piegò il capo come per dire di sì. Le feci un inchino, rapido, e passai oltre. Ebbi la prudenza di non guardare nessuno, ma mi sentivo addosso gli occhi di tutti, molesti e beffardi. Senonchè la disinvoltura di Edoarda mi dette un grande stupore. Lungi dal cogliere sùbito un pretesto per andar via, o dal mostrarsi punto in imbarazzo, continuò a discorrere animatamente, come se nulla fosse accaduto, mettendo nelle sue parole un sale, una briosità, che non le conoscevo ancora. Di riflesso, mi trovai molto impacciato, e poichè la contessa di Casciano, in tutto squisita, ci teneva a farmi parlare, studiandosi di provocare il caso ch'io dovessi rispondere a Edoarda, o Edoarda a me, durai gran pena a non smentire quella fama che avevo di gaio e facile parlatore.
Dopo una ventina di minuti venne il Capuano. La sua faccia strabiliata, quando ci vide, per poco non fece ridere anche me. Non appena gli fu possibile avvicinarsi a me, che gli sfuggivo, mi trasse in disparte per sibilarmi sottovoce:
-- Che novità son queste? Sei pazzo ora?
Io feci con le labbra un atto d'indifferenza e risposi leggermente:
-- Perchè mai?
Lo vidi poi che diceva qualcosa misteriosamente anche a Edoarda. Poco dopo, cogliendo l'occasione che la nobildonna mezzo sorda se n'andava, Edoarda pure si levò. Strinse la mano a tutte le signore, a noi uomini fece solamente un cenno del capo.
Questa mia prodezza non ebbe che due conseguenze: la prima, che per una settimana ella non passò più per Piazza di Spagna, e l'altra fu una gran diatriba fattami dal Capuano.
La sera stessa me lo vidi giungere in casa, fuori di sè. Ancor prima di togliersi il soprabito, e senza nemmeno darmi la buona sera, cominciò a sciogliere i freni del suo sdegno.
-- Insomma, insomma, io non capisco più in che mondo si vive! I gentiluomini, o quelli che dovrebbero esser tali, mancano ai riguardi più elementari dell'educazione! In verità!...
-- Puoi dire, puoi dire!... Tanto, sai che non m'offendo.
-- Ma vieni un po' qui, ragazzo mio! Spiégami: cosa ti sei fitto in capo? Forse di far la corte a Edoarda?
-- Eh, via!... tu scherzi!
-- Ti avverto che si comincia col dirlo in giro. E in fede mia tu fai proprio tutto quello che ci vuole per lasciarlo credere.
Mi stavo infilando i pantaloni dell'abito da sera; egli camminava per la stanza, con il suo gestire da caratterista.
-- Sai, Fabio? Se tu avessi fatto il predicatore, chissà quanta gente sarebbe accorsa per udire i tuoi quaresimali!
-- Bah!... se vuoi scherzare è un altro conto.
-- Insomma: ti manda lei, per caso, a farmi questa ambasceria?
-- Ah, no! Ecco non devi credere questo! D'altronde non l'ho ancora veduta.
-- Ebbene, che colpa ne ho io, se, andando a visitare la contessa di Casciano, v'incontrai Edoarda?
-- Ma le smanie di società, di visite, di balli, di pranzi, ti son dunque venute tutte in un colpo?
-- M'annoio e cerco di svagarmi. Poi faccio il possibile per non perdere il mio posto nell'Olimpo. Sai... a questi chiari di luna!
-- Va bene. E le passeggiate in Piazza di Spagna? E la Trinità dei Monti? E quel canocchiale che in teatro non abbassi un momento? Tutto questo è sempre per l'Olimpo, è vero? Ma, già!... tu non ti curi di niente! In fondo non hai mai avuto nè cuore nè senno; il tuo capriccio innanzi a tutto, e il resto... al diavolo!
-- Ah, bene, senti... ora vai oltre i limiti! Fammi un santo piacere: parliamo d'altro!
Egli mi sogguardò con occhi obliqui, accese una sigaretta, si pose a cavalcioni d'una sedia e non parlò più.
Io mi feci con somma cura il nodo della cravatta, chiamai Ludovico perchè mi spazzolasse ben bene l'abito, misi un fiore all'occhiello, profumai il fazzoletto e presi da un tavolino le chiavi di casa.
-- Dunque vieni o resti? -- gli domandai.
-- Usciamo pure! -- fece, tragicamente.
Quand'ebbimo camminato un po' per la strada, visto ch'egli non parlava, lo presi sottobraccio.
-- Di'... non sarai mica offeso per caso?
Bastava una frase amichevole per rimetterlo di buon umore.
-- Ci mancherebbe altro! -- esclamò allegramente.
-- Sai, -- gli dissi, -- che il tuo isterismo peggiora ogni giorno?
-- E sai, -- rispose con una perfidia sorridente, -- che la tua balordaggine è divenuta cronica? Sapevo che con questi occhi avrei vedute ancora le cose più stravaganti, più inverosimili che possano accadere al mondo; ma di vederti un'altra volta innamorato d'Edoarda... questo poi no!
-- Siamo da capo?
-- Calma! Non ti voglio dire che una cosa sola. Non sei cattivo, tutte le sciocchezze che fai si devono solamente alla tua gran leggerezza... Ma, guarda: se ora ti figgessi nel capo di scompigliare un'altra volta la vita di quella creatura, m'incuteresti un così grande ribrezzo, che avrei per sempre vergogna di stringere la tua mano.
-- Su, dammela quella mano, e vieni a pranzo con me!
-- Grazie, non posso.
-- Perchè? hai forse un altro invito? Vedo che infatti hai una stupenda cravatta bianca.
-- Sì, sono invitato.
-- E dove, se è lecito?
-- Dai De Luca, -- egli convenne, quasi a malincuore.
-- Ah... buon appetito!
V
Era giornata di caccia. Il master, don Antonino Feretra, ci aveva dato convegno per le nove del mattino.
Fresco ed ilare, per quella giocondità della primavera laziale, ero uscito di buon'ora montando per la prima volta Bluff, il mio nuovissimo irlandese dal mantello sauro focato, con il muso e le balzane d'un color candido come la neve.
Due mazzi di baccarà eccezionali mi avevano permesso di comperare questo ammirevole cavallo, giunto fresco fresco dall'Irlanda e conteso con sforzi eroici all'imberbe quanto milionario Stefanuccio Gola, che, non essendosi ancora potuto liberare da una fastidiosa inabilitazione, m'aveva dovuto cedere sul prezzo. Bluff era un superbo animale, dalla criniera folta, le reni spaziose, il petto robusto, saltatore agilissimo e galoppatore instancabile.
Stretto nella mia giubba rossa, recandomi di buon trotto al «meet», mi pareva d'essere tornato il gentiluomo d'una volta, intrepido a tutte le macerie, spavaldo in sella come se ci fossi nato. E la vita, quella mattina, mi piaceva ancora.
Giunsi, mentre il master prendeva il galoppo seguito dai cani, facendo squillare nitidamente il corno da caccia.
Il «meet» era frequentatissimo. Vidi Piero de Luca in sella d'un puro-sangue irrequieto come una gazzella e intesi donna Maria Monsélice, amazzone ammiratissima, dirgli con tono d'intenditrice:
-- Long Tail non vi farà il percorso, barone, e voi rischiate di rompervi il collo. Spero che girerete le macerie.
Il De Luca, sorridendo come un uomo indurito alle avventure della sella, rispose:
-- Tutt'altro! È una scommessa, Donna Maria, e sono ben sicuro di vincere.
-- Sarebbe veramente peccato rovinare questo bel puro-sangue in una caccia.
-- Long Tail ha un'andatura infernale, ma non rifiuta nessun ostacolo; se permettete, vi seguirò da vicino, senza lasciargli prendere la mano.
-- Andiamo! -- diss'ella scudisciando il proprio cavallo. E volarono via.
Stavo intanto parlando con due cavalieri che ammiravano Bluff, quando, fra un gruppo d'amazzoni che prendevano il galoppo, vidi o mi parve riconoscere Edoarda, nel mezzo fra la contessa di Casciano e miss Emy Ruffles, con altre che non ravvisai. Guidavano il gruppo Giorgio Sannìzzaro ed un capitano di cavalleria. Difficilmente l'occhio poteva trarmi in errore, ma, per il travestimento dell'amazzone, e sapendo che a' miei tempi ella non aveva mai preso parte ad alcuna caccia, dubitai d'essermi ingannato.
Col cuore in tumulto misi Bluff di galoppo, spingendolo in direzione del gruppo che già s'allontanava per la campagna. L'irlandese di buon sangue, spiegando un'andatura meravigliosamente distesa, in breve li accostò, e quando giunsi a pochi metri da loro durai gran fatica per diminuirne l'impeto e non passar oltre.
Da vicino riconobbi Edoarda. Ella montava una cavalla baia, nervosa e gentile; indossava un'amazzone di velluto color viola fosco, portando, come una volta, i capelli annodati su la nuca. Un largo velo, fasciandole il cappello due volte, lasciava ondeggiare i suoi lembi nel vento del galoppo. Pensavo: «Egli le ha comunicate le sue passioni. Questo nuovo amore del cavallo è un segno quasi di affinità con lui.» E per tenermi dietro al gruppo dov'ella era, di continuo rompevo l'appoggio del morso a Bluff, che generosamente li voleva sopravvanzare.
Tutta la campagna laziale, a perdita d'occhio, era inondata di sole; il terreno mandava un luccicore insostenibile, rotto qua e là dall'ammasso di un'antica maceria, dove le scaglie d'argilla balenavano come frantumi di specchiere.
Davanti si parò una staccionata d'un metro circa, ed il gruppo, su due file, saltò netto. Ma, sopravvenute una seconda, poi una terza, i cavalli, animatisi ruppero un poco l'ordine, distanziandosi gradatamente. Le braccia più non mi reggevano per lo sforzo di rimanere in coda, e allora, piegando sul fianco, lasciai che l'irlandese passasse. Rapidamente mandai loro un saluto.
Giorgio Sannìzzaro mi gridò dietro:
-- Eh, eh! di volata, Guelfo!...