L'amore che torna: romanzo

Part 24

Chapter 243,794 wordsPublic domain

Ella si scosse con un brivido repentino, come risvegliata nel mezzo d'un sogno, poi lentamente, con stanchezza, mi tese una mano. E mentre voleva sorridere, la testa le cadde giù, su la tavola, di schianto. Mormorava:

-- Tatto quello che tu soffri, è nulla... è nulla! Io ho fatto di più!

-- Che hai fatto? che hai fatto?

-- Io, -- balbettò -- io, quando tu partivi, ero incinta già di tre mesi... e non volevo dirtelo mai! Ora è nata... una bimba, la nostra bimba... e si chiama Evelyn...

Qualcosa mi passò nell'anima che non ha parola: tenerezza e paura, smarrimento e gioia, riconoscenza e vergogna. Se è possibile amare al di là dell'amore, in quel momento l'amai.

-- Evelyn... -- balbettavo, -- Evelyn...

Un rumor sordo e vuoto mi turbinava nel cervello, come un ammulinar di vento. Non potendo far altro, la sollevai nelle braccia e la feci sedere su le mie ginocchia; ella mi rovesciò il capo sovra una spalla e pianse tutte le lacrime che portava suggellate nel cuore.

-- Dov'è?... dov'è?... -- chiesi.

-- Lontana da noi, lontana di qui, Germano... Ma non cercarla: è solamente mia. Per lei mi sono già venduta e per lei non ti posso appartenere più. Voglio farle una vita bella... non come la mia, non come la nostra, povero Germano, povero amore mio... Comprendi ora?

-- Sì, -- bestemmiai soffocatamente -- sì... taci!

E le mie mani cercarono il suo collo delicato, col desiderio di stringere forte... forte... per amarla meno!

-- Mi fai male... che fai?

Su la bocca le dissi:

-- Amore mio...

Ella tremava, ed io le conoscevo quel tremore.

-- Che fai?... -- bisbigliò, tutta bianca.

-- Taci...

III

Allora una specie di follìa mi travolse. Dopo avere inutilmente perseguitata Elena e patite per questo amore le umiliazione più dure, dopo essermi trascinato a' suoi piedi come un servo ed averla oltraggiata come un padrone, dopo averle offerto il mio nome per legittimare questa figlia che non conoscevo, dovetti finalmente arrendermi alla sua volontà più forte e partire. Fuggire piuttosto, inseguito dall'ossessione di questo amore, che mi si era infitto nell'anima come una spina lacerante. Ella era perennemente un incomprensibile mistero. Meditai di uccidermi per non soffrire più, e certo l'avrei fatto, se nel cuore, profondo come il fuoco della stessa mia vita, non mi fosse rimasto il pensiero di poterla riavere un giorno.

L'avrei accolta sciupata e macchiata, comunque volesse tornare a me, anche dalla strada ed anche per esserne beffato; avrei tutto sofferto da lei, perfino il disamore, il tradimento, la vergogna, pur di averla sempre vicina e respirare nel cerchio paradisiaco della sua vita. Questo finalmente poteva chiamarsi l'amore.

Ma non volle. Mi giudicò incapace di un sacrifizio duraturo e preferì ella sola provvedere al destino della figlia che le avevo data.

Qua e là, torvo e sfrenato, corsi allora in cerca d'oblìo. Con una sete rabbiosa mi detti al piacere che mi tediava, alla dissolutezza che mi lasciava nell'anima stanca un più enorme fastidio della vita. Ogni coltre mi era insonne, ogni mensa discara, ogni città piccola e cupa; il riso, che andavo cercando, increspandomi le labbra, mi torceva il cuore.

In questa fuga davanti a me stesso imparai quell'intima disperazione che fa dell'uomo più altero un piccolo e miserando essere, il quale cerchi di nascondere alla gente, sotto la maschera dell'indifferenza, la sua rassegnata follìa.

Scialacquavo il denaro; mi piaceva sentirmi scendere nuovamente verso la rovina; c'era in me un uomo che neghittosamente si lasciava uccidere, ma un altro v'era che, riottoso e bramoso, voleva risollevare sè stesso, prodigandosi le dimenticanze più soavi ed insieme le più delicate vendette. Qualche volta, come in sogno, mi appariva la bimba sconosciuta, che di lontano mi tendeva le sue manine rosee, cullata fra le braccia di una madre la quale non le avrebbe insegnato il mio nome.

Sul finir dell'autunno tornai a Roma, desideroso di rinnovare il mio fasto, perchè nessuno potesse comprendere quanto nell'anima mia fossi affaticato e vinto.

Vi giunsi una sera che le torri e le cupole infoscavano tra la nuvolaglia bassa; il Tevere livido serpeggiava sotto i ponti deserti; pareva che una immensa morte fosse calata sulla città neroniana. Dalle suburre antiche tutte le fogne di Roma emanavano per l'aria immobile un odor grave di putredine e di morte.

Presi a vivere largamente, comperai cavalli, offersi banchetti, cercai clamorosi amori; e col volgere del tempo l'abitudine, medicatrice paziente, fasciava d'insensibilità il mio nascosto dolore. Ma era necessario che mi stordissi continuamente, che non fossi mai solo, che non allentassi mai lo sforzo al quale mi costringevo. Andavo in cerca degli amici, delle amiche d'un tempo, visitavo le signore, accettavo inviti, cercavo di mascherare col maggior brìo la disperazione latente.

Quand'ebbi spesa la maggior parte del denaro che mi restava, decisi di tentare nuove speculazioni di Borsa, e ricordandomi di un tal Mariani, che appunto in Borsa passava per uno scaltro faccendiere, una mattina l'andai a trovare.

Questo Mariani era uno fra que' tanti parassiti che ogni compagnia di gaudenti sopporta e nutre nel suo grembo, tollerandone tutte le piccinerie. Quando l'avevo conosciuto al Circolo, quattro anni prima, egli vivacchiava, speculando alla chetichella, servendo il prossimo con astuzia, riuscendo a cacciarsi un po' dappertutto, come un lumacone che a furia di strisciare giunge nondimeno a compiere la sua strada. Giocava per solito con prudenza metodica e taccagna; ma una sera di gran disdetta, squilibratosi fuor del consueto, perdette contro di me nove o diecimila lire. Nessuno vi pose mente; si sapeva che non avrebbe pagato e tutti ridevano della sua disavventura. Impiegò un anno per darmi un piccolo acconto; il resto si prescrisse tacitamente. Sapevo che s'era poi ammogliato con una donna bellissima, sapevo inoltre che sua moglie vendeva care le proprie bellezze ad un certo Wendel, agente di cambio molto facoltoso, e che il buon Mariani subiva la cosa con pacata rassegnazione per la pace e la prosperità della famiglia.

Quella mattina il Mariani stava radendosi la barba. Quando m'annunziarono, venne su la soglia della sua camera con la faccia insaponata ed un asciugamano intorno al collo.

-- Guarda mai chi vedo! -- esclamò con voce insospettita. -- Ma che buon vento ti mena? Entra, entra! Mi permetti di continuare a radermi?

-- Figùrati!

Egli, distratto, cominciò a far passare il rasoio su la cute.

-- Dunque? -- mi domandò con premura.

-- Si tratta, mio buon Mariani, di questo. Sono a corto di denari e...

-- Ah?... sei a corto di denari? -- E fece un movimento così brusco ch'io temetti si fosse almeno scorticato.

-- Cosa transitoria, -- spiegai; -- ma intanto ne sono molto seccato.

-- Allora?

Cessò risolutamente dal radersi e mi guardò sbigottito.

-- Sai, -- mi disse a fior di labbro, con una voce tra l'agro e il dolce, -- sai che i miei mezzi sono così scarsi... specialmente ora, con una famiglia su le spalle... Non puoi credere quanto mi costa! Lavoro, cerco d'industriarmi come posso e tuttavia sbarco il lunario a malapena. Però, se posso aiutarti in qualche piccola cosa, lo farò di buon cuore: so che hai avuto molti rovesci.

-- Oh, Dio... i rovesci che hanno tutti. Gli alti e bassi della fortuna... si sa!

-- Insomma senti... -- Egli posò il rasoio, si riasciugò il sapone dal mento e mi venne vicino. -- Senti, oggi è una cattiva giornata: siamo a fine mese, ho molti impegni; ma dimmi cosa ti abbisogna e vedrò fra qualche giorno di renderti servizio.

-- Hai una sigaretta? -- risposi con noncuranza.

-- Sì, guarda, lì, nell'astuccio.

-- -Grazie. -- Presi a camminare e dissi: -- Mi preme avvertirti che non sono venuto per darti una stoccata. Mi conosci bene e sai chi sono. -- Parlavo con un tono di minaccia sorridente; egli si fece grave e cupo.

-- Sai, -- ripresi con amabilità, -- vengono certi momenti nella vita, in cui si è costretti a frugare anche nel mazzo delle vecchie carte gialle... Non meravigliarti....

-- Vero, verissimo, -- egli annuì senza convinzione.

-- Dunque sono venuto a vedere se tu potessi pagarmi quelle famose diecimila lire...

-- Nove, nove!...

-- ... quelle famose novemila lire che tu sai.

-- Oh, mio buon Guelfo!... -- balbettò soffocatamente, -- mi domandi una cosa impossibile! Quella è stata una sera di pazzia. Me ne ricorderò tutta la vita. Sai ch'io gioco piccolo, piccolo... che non ho mezzi... e tu sei stato buono, veramente sei stato buono con me...

-- Non è il caso di ripensarvi ora. Anzi non te ne avrei nemmeno parlato se non vi fossi un po' costretto dalle necessità.

-- Gli è... gli è... che io... francamente... insomma, ti apro il cuore come ad un amico, gli è che io, neanche oggi, non sono in grado di pagartele... Se vuoi cinquecento lire?

La sua faccia lucida di sapone rasciugato era di una comicità irresistibile. Sorrisi.

-- Allora, -- feci con indulgenza, -- lasciamo questo argomento e non parliamone più. Ma in cambio devi rendermi un'altro servigio.

-- Di' pure! di' pure! -- egli esclamò, risuscitando.

-- Intanto sappi una cosa: che non dovrai sborsare neanche un centesimo.

-- Oh, questo non importa! -- egli fece mellifluamente. Andò allo specchio e s'insaponò di nuovo le guance.

-- Ascóltami dunque -- ripresi. -- Vorrei tentare alcune speculazioni di Borsa.

-- Nulla di più facile.

-- Ma mi occorre trovare un agente di cambio il quale mi faccia credito, e so che tu sei molto pratico di queste faccende.

-- Già; ma, vedi...

-- Lásciami dire; tu sei intimo del Wendel, non è vero?

-- Intimo no, -- egli fece con una certa confusione, -- ma insomma lo conosco molto bene, lavoro per lui...

-- Appunto. È un uomo che, negli affari, conosce molto bene il fatto suo, perciò desidererei la sua protezione. Depositerò solo una parte della cauzione, ma tu mi devi ottenere, dalla sua fiducia, il resto. S'intende che vi guadagneresti anche tu le tue mediazioni.

-- Wendel... Wendel... -- cominciò egli a borbottare, -- è un uomo così bizzarro! Poi, vedi, la Borsa, in questo momento, non te la consiglierei...

-- Peuh!... se andrà male, tanto peggio! Sono deciso a tentare.

-- Insomma, è un'idea su la quale devi riflettere.

-- Certo; ma dimmi solo se t'incarichi della faccenda.

-- Dio buono! non ti nascondo ch'è un bel grattacapo! Vediamo un po': di quale cauzione disponi?

-- Una quindicina di mille franchi al più, se tu non puoi aggiungervi nulla, come speravo.

-- Oh, io, ti ho detto...

-- È inteso, è inteso! Dunque una quindicina; ma s'intende che vorrei speculare molto più in grande.

Egli finiva di rasciugarsi la faccia e s'incipriava.

-- Bene, senti, -- concluse dopo aver meditato, -- ti prometto che farò il possibile. Se non riuscissi, non sarebbe colpa mia.

-- No, caro Mariani, so benissimo che tu, volendo, puoi ottenermi quello che desidero. In fin dei conti ho ancora le mie terre!

-- Quale? Torre Guelfa?

-- Già!

-- In questo caso mi sarà più facile.

-- Poi, ti ripeto, ci potremmo intendere su tutto. Gli affari li tenteremo anche a metà, se credi.

-- Insomma, ne ragioneremo; ti prometto che ne ragioneremo, -- fece con intendimento.

-- Bada che ci conto.

-- È inteso. Ed ora ti prego di rimanere a colazione; voglio farti conoscere mia moglie.

-- Grazie, volentieri.

Sua moglie infatti era una donna che valeva la pena d'essere conosciuta. Alta e bionda, con gli occhi un po' tinti, le mani troppo inanellate, vestiva con eleganza, discorreva con spigliatezza. Durante la colazione si parlò di cose molto superficiali; notizie concernenti gli amici che avevo perduti di vista e le brighe diverse ch'essi avevano con le loro famiglie, con i lor patrimoni o con le loro amanti. Egli mi raccontò della sua vita, io della mia, senza dirci entrambi una parola di verità, come avviene molto spesso. Dopo la colazione il Mariani uscì subito, per faccende che gli premevano; io rimasi un poco a discorrere con la signora. Parlava di suo marito con una indulgenza un po' ironica, e di sè stessa come d'una incompresa. Portava una camicetta di pizzo che lasciava scoperte le sue braccia fino al gomito, e quelle braccia erano bellissime; la sua gola, tra le sforacchiature del pizzo, biancheggiava tonda e piena. Si era fatta ondulare i capelli e portava qualche ricciolo rimesso. Mi diceva di ricordarsi ancora, dal tempo in cui era fanciulla e andava con sua madre al Pincio, di avermi veduto guidare «i più bei cavalli di Roma».

-- C'è a Parigi, -- le dicevo a mia volta -- un'attrice che vi somiglia in modo sorprendente. Ne avrete forse inteso parlare: Margot de Sèvres.

-- Oh certo! Ne ho veduto anche il ritratto in una rivista. Ma è un complimento che mi fate!

-- O che faccio all'altra... non saprei.

-- In ogni modo ne sono lusingata. -- E aveva, nel ridere, una provocazione diffusa per tutta la persona.

-- A Roma, -- domandai -- che vita fate? La società?

-- No, affatto; mio marito la odia.

-- Il teatro? le corse? le cacce?

-- Un po' il teatro e poco il resto; rimango molto in casa, ricevo alcuni amici, faccio qualche visita... una vita sciocca, in fondo. Ma, che volete? Mariani è un originale. Non ha cambiate le sue vecchie abitudini, e povera me se volessi costringerlo a condurre una vita mondana.

-- Oh, lo conosco! e per quanto gli voglia bene, credo ch'egli non sappia valutare abbastanza una donna come voi... Il Mariani, gliel'ho ripetuto sempre, non doveva prender moglie.

-- Perchè dite questo? -- ella fece con sorpresa.

-- Così... mi pare... Forse m'inganno anche.

-- Mah? -- ella fece con un sorriso. Poi corresse: -- Mio marito è molto buono.

-- Certo, -- affermai. -- E sono forse indiscreto nel dirvi queste cose, poche ore dopo avervi conosciuta. Ma intesi molto spesso parlare di voi, e siete fra quelle donne che interessano anche gli estranei. Voi, da signorina, vi ricordate di aver osservato i miei cavalli al Pincio; io, quand'eravate signorina, mi ricordo di avervi veduta una mattina, una domenica di Maggio, uscir di chiesa con un grande cappello di paglia fiorentina ornato di rose fresche... Era la prima volta che vi vedevo e mi ricordo d'essermi fermato per domandare di voi ad un conoscente, il quale vi salutava. Come vedete, ho buona memoria anch'io!

Ella sorrideva nell'ascoltarmi, allettata e sorpresa. Ma i suoi occhi ambigui, dietro quel sorriso, mi andavano scrutando.

-- E quando, -- ripresi, -- quando mi raccontarono che il Mariani si era fidanzato con voi, dissi fra me: «Bah... quelle rose fresche erano belle assai!» E l'ho invidiato un momento, come invidiai tutti gli uomini che sposarono una donna bella. È forse questa invidia molteplice che mi ha salvato sempre dal pericolo del matrimonio.

-- Però, -- ella fece con un sorriso ironico, -- vi siete andato molto vicino...

-- Certo, -- risposi leggermente; -- vicino a questo, come a tutti gli altri pericoli, a tutte le altre tentazioni della vita.

E mi accommiatai dicendole:

-- Se permettete, donna Claudia, verrò a farvi un'altra visita fra qualche giorno.

-- Grazie; sono quasi sempre in casa, fin verso le quattro.

-- Quando allora?

-- Venerdì, se volete.

IV

Andò a finire che l'agente di cambio mi fece credito, e la bionda Claudia mi concesse qualche privilegio. La sera, naturalmente, mi recavo spesso a teatro per incontrarla, e mi ricordo di una volta ch'ella sedeva in un palco di prima fila, bellissima, provocante, ammirata. La mia poltrona era dall'altro lato della platea, e durante un intermezzo ella mi fe' segno di salire. Vi andai. C'era il Wendel al parapetto, di fronte a lei, mentre il povero Mariani stava rincantucciato in fondo al palco, vergognoso di avere una moglie così fulgida, un agente di cambio così ricco. Tutti e tre furon meco di una cortesia squisita e mi domandai se al mondo val qualche volta la pena di avere scrupoli, visto che, nei rispetti sociali, l'onestà e la disonestà, il sentimento e la commedia del sentimento, son cose che in fondo non presentano alcun divario ben definito. Poco dopo il Mariani colse l'occasione di andarsene a fumare un sigaro, ed alla fine dell'atto anche il Wendel uscì.

Allora mi posi al parapetto. La sala pettegola, irrequieta, scintillava di luce, di gioielli, di spalle nude; i canocchiali curiosamente incrociavano per ogni verso i loro fuochi. Questa bellissima Claudia, che aveva il nome ed il seno di una liberta romana, mi prodigava i suoi sorrisi e -- cosa inaspettata, -- di fronte a noi, ma in un palco di seconda fila, c'era Edoarda De Luca insieme con suo marito. In quel momento vidi Fabio Capuano entrar nel suo palco.

-- Temo che il Wendel sia rimasto un po' male, -- mi disse Claudia sottovoce, nascondendo la faccia dietro il ventaglio di piume.

-- Di che?

-- Ha veduto quando ti ho fatto cenno di salire.

-- Bah! son malumori che passano...

Intanto i miei sguardi correvano curiosamente verso quel palco di seconda fila. Edoarda portava quella sera un abito nero, scollato, e su le spalle un boa di _chinchilla_ che morbidamente le ricadeva indietro. Aveva cambiata pettinatura; non portava più il suo gran nodo su la nuca, ma un'acconciatura di moda, con ondulazioni, crespi e riccioli sfuggenti, la treccia ravvolta sul vertice della testa, e, fra i capelli, un'orchidea di brillanti, splendidissima. Le sue spalle, il suo petto, biancheggiavano nella penombra del palco ed avevano in sè qualcosa di rigogliosamente maturo: il fiorire della fanciulla ch'è divenuta donna e conosce ormai tutti i secreti voluttuosi dell'amore. Anche il suo volto raggiava, e mi parve trasfigurata. I miei sguardi non fecero che volgersi tra lei e Pietro De Luca, cercando quasi d'indovinare le vicende intime della lor vita, e meravigliandomi che un altro uomo avesse potuto aprire a così piena bellezza quella fanciulla un po' schiva, che dai grandi suoi occhi, pieni di pensiero e di trasparente anima, guardava nella vita con un senso di naturale malinconia.

V'è sempre in fondo al nostro cuore una religione occulta che torna verso il passato. Quello ch'è stato nostro ha per noi qualcosa d'indimenticabile, e credo che i sentimenti più vivi non si distruggano mai del tutto nello spirito nostro, ma s'addormentino in fondo al cuore nell'attesa d'un lontano risveglio. Poi, da quegli esseri crudeli e bizzarri che siamo, è sempre irritante il veder consolata, e non da noi, un'anima che per noi soffriva. L'amore infatti è per sua natura un sentimento che sempre, o nasca o muoia, o si trasmuti o si perverta, o segua pure un suo decorrere quieto, abbisogna, per essere tale, d'un altro sentimento, d'un'altra causa, che l'aiuti a vivere: così la gelosia, il timore, la lontananza, l'abbandono, la sciagura, la morte.

Esso è come uno specchio, il qual lentamente assorba e consumi l'immagine che riflette, ma poi d'improvviso la rimandi mille volte più fulgida. Poichè in tutte le anime l'amore vive di sogno e d'irrealità.

Ora la bella Claudia m'interessava meno; le sue parole artifiziose non mi davano più alcun turbamento. Uscii dal palco, e, tornato nella mia poltrona, rimasi lungamente a guardare lassù, in alto, verso quella donna vestita di nero, che aveva un'orchidea di brillanti tra i capelli oscuri.

«Vedi, -- mi andava mormorando nelle orecchie un piccolo demone beffardo, -- vedi, o grullo!... d'amore non si muore. Anche tu non morrai!»

E nel gran palazzo marmoreo vedevo intanto passare il barone De Luca, tronfio della dote carpita, e lo vedevo, dopo lo spettacolo, con una sua bella veste da camera, entrar nell'alcova nuziale, quella stessa forse ch'io rammentavo tappezzata d'una stoffa color d'indaco pallido, con un baldacchino a larghi drappeggi.

Edoarda mi aveva certo notato e pareva che ostentasse, per offendermi, una scherzosa fatuità. Al termine dello spettacolo andai nell'atrio per vederla uscire.

Gli uomini, accendendo le sigarette e rialzando i baveri dei soprabiti, facevano ala dal termine dello scalone sino alla porta d'uscita. Mi posi con le spalle contro una colonna ed aspettai. Quando apparve giù dagli ultimi scalini, e mi vide, sembrò che il suo volto si coprisse d'una bianca e mal dominata paura. Con lei era Fabio, erano altre persone; ella volse altrove la faccia, e parlò, parlò... Ma camminando barcollava un poco. Pietro De Luca, nel passarmi accanto, salutò per primo. In fondo era naturale ch'egli mi salutasse, ma sarebbe stato altrettanto naturale che avesse finto di non vedermi.

Il barone, certo, era un uomo di spirito e veramente cortese! Io, quella sera, mi sentii d'umore pessimo; camminai a casaccio per le strade; verso le due mi trovai davanti al palazzo Laurenzano; guardai su: buio. Andai al Circolo e giocai fino al mattino.

M'era venuto un capriccio veemente, insensato; riaver Edoarda, foss'anche per una volta sola, pur di conoscere la nuova donna ch'era sbocciata in lei. La mia vita infatti non era più che una ricerca ed una soddisfazione di capricci continui, per lenire quel desiderio inestinguibile che dentro mi torturava.

Passò l'inverno. Mi fu proposto in quel tempo di andare al Congo insieme con una compagnia di speculatori stranieri, uomini risoluti a tutto, e fui sul punto di accettare; ma siccome in quel momento la Borsa traversava un periodo di floridezza e tutte le fortune arridevano agli audaci, preferii, per mezzo del Mariani e del Wendel, tentar l'alea su certi valori che ascendevano vertiginosamente, ed ebbi il senno di liquidarli prima dell'inevitabile rovescio. Questa fortuna mi fece riflettere che il Congo è una terra inospitale, molto lontana, infetta dalla malaria e dalla malattia del sonno, cosicchè restai. Naturalmente a Claudia volli far credere d'esser rimasto per lei.

Era fra quelle donne che non acquistano e non perdon nulla quando si giunge a conoscerle intimamente, perchè la loro bellezza le salva dall'essere insipide e la loro fatuità dall'innamorare. Son queste le amanti che piacciono agli uomini di Borsa, gente pratica e spedita, che all'amore pensano quando ne hanno tempo e vogliono avventure saporite ma scevre di complicazioni sentimentali. Noi, dopo alcuni mesi, litigammo per varie futilissime ragioni. Voleva, per esempio, che trovassi modo di presentarla alla duchessa di Loano, la quale dava in quella stagione ambitissime feste. Non ne venni a capo, e se ne offese. Poi mi trovava poco espansivo, troppo indolente; spesso irritabile; diceva che la trattavo come un'amante vecchia e superflua, che non avevo per lei alcuna di quelle delicatezze, un po' romantiche forse, ma che sono tanto necessarie ai piccoli amori. S'ingelosì anche d'una miss Americana, che in quell'anno accivettava mezza Roma, ed io, sebbene per mio conto non soffrissi d'alcuna gelosia, nondimeno mi stizzii un poco nel vederle intessere con tutti gli uomini quelle frivole galanterie che aveva, sin dal primo giorno, intraprese con me. Tranquillamente l'avventura finì.

Durante l'inverno mi si eran offerte varie occasioni di veder Edoarda, in istrada o nei teatri, ma raramente sola. Nonostante il mio desiderio, m'ero prefisso di non andar nelle case o nelle feste ove supponevo di poterla incontrare, poichè non sapevo in qual modo ell'avrebbe subìto quest'incontro. Una sola volta, recandomi a visitare la contessa di Casciano, l'incrociai mentr'ella passava con un'amica per l'anticamera. Entravo, ella usciva: ebbe, nel vedermi, un piccolo movimento di perplessità, poi entrambe passarono, chinando leggermente il capo al mio saluto. Su l'uscio, donna Eufemia Lanti, ch'era la sua compagna, si volse e mi sorrise. Edoarda portava quel giorno una pelliccia di martora; su le sue scarpine finissime brillavano due fibbie d'argento: questo solo ricordo. Dietro lei rimase un solco del suo leggero profumo, un profumo che le avevo scelto io: soave.

Al Pincio qualche volta la sua carrozza ed il mio cavallo s'incrociarono; in istrada molto spesso la vidi uscir dai negozi. Se l'incontravo durante una passeggiata, la seguivo per un tratto, discretamente, senza darle noia.