L'amore che torna: romanzo

Part 23

Chapter 233,770 wordsPublic domain

E giocondo, impaziente, uscii per la strada, mandandole baci dal cuore. Il domani, pochi minuti prima del mezzogiorno, giungevo dinanzi al portone dell'albergo. Mai nella mia vita m'ero sentito così commosso; entrando nell'atrio ebbi quasi paura di vedermela venire incontro. Il portiere s'avanzò cortesemente:

-- Chi desidera il signore?

-- La signora Elena de W.

-- È uscita, -- mi disse con una irritante urbanità. -- Uscita verso le dieci.

-- E non ha lasciato detto nulla?

-- Nulla.

Rimasi un momento perplesso.

-- Non sapete se le abbiano consegnato stamane un biglietto che ieri sera ho lasciato per lei?

-- Sì, difatti; me lo diede il portiere di notte, e lo mandai.

-- Bene: aspetterò.

-- Prego, s'accomodi.

Tolsi da un tavolino un giornale, e sedetti in fondo all'atrio in guisa da sorvegliar l'entrata. Ma trepidavo; mille dubbi mi stringevano; ad ogni persona che vedevo sopraggiungere il cuore mi dava un sobbalzo. E le sfere d'un orologio a muro, che mi stava di fronte, camminavano sul quadrante con una lentezza mortale. Segnarono il quarto, la mezza, i tre quarti... Allora sorsi, mi pareva d'esser ridicolo, non potevo più contenermi. Andai verso il portone spingendo lo sguardo fra la gente, nelle due direzioni del portico; uscii nella strada, spiando le vetture; mi detti a camminare, avanti, indietro, nervosamente. Facevo col pensiero le più disparate ipotesi, risolvevo di andarmene, immaginavo di scriverle una lunga lettera, ed in tutte le signore che apparivano ancor lontane, mi pareva d'averla riconosciuta. Quando fu trascorsa un'altra mezz'ora, entrai di nuovo nell'albergo e lasciai un altro biglietto, scrivendole semplicemente che sarei tornato verso l'ora del pranzo, alle sette.

Ma venti volte nella giornata passai per quella strada, nella speranza d'incontrarla, e senza osare di chiederne all'albergo. Avevo la febbre, mi sentivo capace di commettere una sciocchezza, non potevo comprendere questo suo rifiuto. Alle cinque m'andai a vestire; in un baleno fui pronto, quasichè mi fosse mancato il tempo. Abitavo all'«Hôtel Ritz», a due passi dall'albergo di Elena. Era presto ancora per uscire; presi un giornale, una rivista, un libro, -- li buttai. Mi diedi a camminare, guardando l'ora ogni cinque minuti, facendo sforzi d'immaginazione per accelerare la lentezza del tempo. Infine mi decisi a scriverle una lettera piena di violenza e di passione, per il caso in cui di nuovo non l'avessi trovata.

Non erano tuttavia le sette quando giunsi all'albergo della «Rue Castiglione». Lo stesso portiere venne ad aprirmi, e più garbato ancora, con un sorriso pieno di rincrescimento:

-- Signor conte, -- mi disse, -- la signora prega di volerla scusare, ma non potrà scendere stasera, essendo indisposta. Credo anzi che si sia già coricata.

Rimasi come trasognato e non seppi nascondere il mio turbamento.

-- Va bene, -- risposi dopo un silenzio. -- Allora consegnatele questa lettera... oppure no... Dove potrei scrivere, vi prego?

Egli mi condusse nella sala di lettura, mi preparò carta e penna.

-- Grazie, ora vi chiamerò sùbito.

E smarritamente vergai poche righe, scongiurandola di volermi ricevere o di rispondermi almeno, perchè da mesi e mesi l'andavo cercando ed avevo sofferti tutti i dolori per lei. Chiusi la lettera, gliela feci portare, attesi.

In fondo alla sala, un vecchio, semisdraiato in una poltrona, sotto il chiarore d'una lampadina elettrica, leggeva un libro rilegato di pelle oscura e lo teneva presso la faccia ingrandendone i caratteri con una grossa lente. Nel sorreggere il libro la sua mano tremava come quella d'un paralitico. Poco discosta da lui, una fanciulla dai capelli biondi, pettinati strettamente, scriveva con rapidità una lettera di molte pagine. C'era su la parete un quadro annerito in una cornice d'oro, e, di fronte, uno specchio incline che rifletteva la stanza. Mi pareva d'essere avvolto nell'imprecisione d'un sogno, soffrivo, ed una vertigine grande scompigliava i miei pensieri. Nessun rumore intorno, tranne lo stridìo di quella penna veloce che grattava la carta ruvida. I miei occhi, senza tregua, si volgevano verso l'uscio.

Dopo alcun tempo entrò il portiere; venne a dirmi:

-- La signora le manderà sùbito la risposta.

-- Grazie.

Presi la penna e mi diedi a scarabocchiar linee sopra un foglio di carta. Egli rassettò alcuni tavolini, accese un'altra lampada, uscì.

La fanciulla ed il vecchio, come automi, continuavano, ella a scrivere, egli a tremare. Io, macchinalmente, osservavo i disegni tracciati dalla mia penna, e quando non avevo più inchiostro la intingevo nel calamaio con un movimento nervoso. Mi sentivo in ogni vena pervadere da un'angoscia irrequieta e non potevo muovermi; avrei voluto correre su per le scale, giungere alla sua porta, entrare, vederla, inginocchiarmi o percuoterla... Mi sentivo male: avrei anche voluto fuggire. La lampadina che avevo davanti agli occhi m'ipnotizzava come un puro brillante.

D'un tratto, dietro l'uscio, intesi lo strepito leggero d'una gonna; levai gli occhi, le due portiere vetrate s'apersero, ed una donna, che non riconobbi sùbito, mi venne incontro, sorrise.

-- Elena!... -- balbettai come in sogno, e balzai diritto, senza potermi avanzare. In un momento di oscura vertigine, senza chiudere gli occhi, non vidi più nulla nemmeno lei, e quando li riapersi eravamo vicini, ci guardavamo, volevamo parlare, anch'ella un poco impallidita, con i medesimi capelli color del bronzo e dell'oro antico, le pupille stupite, una bellezza immateriale nel viso, lei, lei, quella che avevo amata, quella che avevo invocata nelle mie notti di delirio, lei che si chiamava Elena!...

-- Grazie, -- le mormorai, -- grazie! Non vi aspettavo... non ti aspettavo più.... È stata una cosa indicibile!

Le tesi una mano, ella mi porse la sua, rapidamente, poi la ritrasse; ci sedemmo. Il vecchio e la fanciulla non avevano forse neppure levata la testa.

-- Ebbene? -- domandò ella, un po' titubante.

-- Non mi volevi più rivedere?... -- le dissi piano, guardandola come per ricuperare la visione della sua bellezza.

-- Sono scesa infatti per ripetervi questa preghiera, -- ella rispose lentamente, chinando un poco il viso.

-- Ed io, -- esclamai sorridendo -- io sono venuto per prenderti con me, Elena! Te l'avevo promesso, e questa volta sarà per sempre.

Ella scosse il capo con indulgenza, sorrise tranquilla, e chinò gli occhi, mentre, perplessa, intrecciava le dita. Allora, nel guardare quelle mani che avevo tante volte baciate, uno struggimento infinito mi prese, per il desiderio d'avere una sua carezza, su la fronte e su le tempie, com'ella usava, -- una sua carezza lieve. Desiderai d'inginocchiarmi, d'abbracciare le sue ginocchia, di nascondere la faccia nel suo grembo e mormorarle piangendo che da lontano avevo imparato l'amore. Ma non potei; la mia bocca rimase muta; e v'era in quel silenzio una dolcezza maggiore di qualsiasi confessione.

-- Bisognava lasciarmi sola, -- ella disse, con una voce gonfia di oppressione. -- Ora sarà più doloroso per entrambi.

-- Ora invece non puoi essere che mia, -- le dissi -- e la mia vita non fu che un lungo desiderio di te. Ti ho portata via nell'anima, e qualche volta mi è sembrato di morirne. Adesso, Elena, bisogna ricominciare.

-- No, questo mai!

-- Senti...

-- Mai! -- ella ripetè con fermezza. Tutte le linee del suo volto esprimevano quasi una impassibile crudeltà; nel guardarla, mi ricordai l'amante chiusa e fiera che in alcuni momenti del nostro amore mi era parso di temere come un'avversaria.

-- Dunque hai tutto dimenticato? -- le domandai sommessamente, con una specie di paura. Ella non rispose; dalla sua faccia china gli occhi si levarono a guardarmi con attenzione lenta, ed era lo sguardo con cui la donna osserva l'amante, dopo l'amore.

Volevo domandarle: «Dove sei stata? Che hai fatto? Quali desiderî ti hanno turbata l'anima nel tempo in cui fummo lontani?» Ed ella forse, guardandomi, voleva indovinare le medesime cose.

In quel punto la fanciulla ed il vecchio si levarono insieme, traversarono la sala, e restammo soli.

-- Ascoltami -- le dissi, avvicinandomi a lei. -- Non ti ho dimenticata un solo momento. Per te ho pianto, mi sono sentito infelice, umiliato, malato. Ti ho scritto e non hai risposto, ti ho cercata e non hai voluto che ti ritrovassi. Ora sono libero assolutamente; nella mia vita non c'è più un pensiero che non ti appartenga; sono pronto a qualsiasi rinunzia e ti domando perdono di tutte le mie colpe, io, che non ho mai chiesto perdono. Adesso, dimmi una cosa, Elena: Mi hai scordato? appartieni ad un altro? Od è per una ragione diversa che tu respingi la mia preghiera?

-- Infatti, -- ella disse, guardandosi una mano, e girando su l'anulare l'anello ch'io le avevo dato, -- infatti la ragione è un'altra.

Fece una pausa e continuò:

-- Ti ricordi... vi ricordate? C'era sempre una cosa che vi dovevo dire.

-- Ebbene dilla ora.

Aveva su le labbra un sorriso calmo, e da' suoi limpidi occhi mi guardava pensierosamente.

-- E poi?... quando bene ve l'avessi detta?...

-- È un mistero così grande?

-- Oh no... tutt'altro!

-- E allora?

-- Allora ve la dirò più tardi. Va bene? -- E soggiunse con volubilità: -- Raccontatemi qualcosa di voi, ora. Non vi siete ammogliato?

-- No.

Ella dette un riso breve, sottilmente ironico, e disse:

-- Perchè?

-- Ti amavo, Elena, e preferii che la sposasse un altro.

-- Davvero? si è sposata?... Ma da quando?

-- Dal mese di Maggio.

-- Siete arrivato troppo tardi allora.

-- Oh, no! Sarei giunto forse in tempo, se proprio lo avessi voluto.

-- E che avete fatto invece?

-- Nulla. Stetti un mese a Roma, dopo andai a Torre Guelfa per vendere la tenuta e mi ammalai. Appena guarito, venni a cercarti. Oggi, che ti ritrovo, non mi vuoi più...

-- Siete un po' dimagrato infatti, -- ella osservò, sorvolando sul resto.

-- Bah... non è stato un anno molto allegro! E tu?

-- Io? Sono partita tre mesi dopo; ho viaggiato, ed anch'io non sono stata bene.

Allora le presi una mano e vi posai le labbra senza ch'ella me lo impedisse.

-- Elena, -- mormorai, -- quanto ho sofferto! Non te lo potrò mai descrivere! Ho bisogno di parlarti a lungo. Vuoi che usciamo?

-- Dove?

-- Non hai ancora pranzato, suppongo?

-- Non ancora.

-- Ebbene vieni con me. Andremo da Paillard o da Larue, come una volta.

-- No, no! -- ella fece, ritraendo la mano con rapidità.

-- Questo non me lo puoi negare. Assolutamente bisogna che ti parli, Elena. Qui fra poco verrà gente; poi... sii buona!

-- Ebbene, se proprio volete...

-- Oh, sì! te ne prego! te ne prego!

-- Ma dovrò allora cambiarmi d'abiti.

-- Non importa; sei tanto bella così.

Ella sorrise, come una volta, quando la baciavo.

-- Abbiate pazienza, farò presto.

Ed uscì con il suo passo agile, con quel rumor di seta che le udivo suonare intorno al piede, come quando l'evocavo ne' miei sogni e mi pareva di udirla giungere, sovra i tappeti, senza quasi far muovere l'aria.

Mi sembrò in quel momento che il mondo si fosse ringiovanito di primavere, l'anima mia di speranze, la mia stessa persona di felicità. Mi piaceva quasi d'aver sofferto, per conoscere la gioia di quel ritorno ed avevo su le labbra diffuso il sapore del primo bacio ch'ella mi avrebbe dato.

Ero sicuro in cuor mio di vincere il suo rifiuto, e la vita, che si apriva dinanzi al mio sogno mi pareva piena d'aurore. Immaginavo le parole che le avrei dette; avevo negli occhi la visione della sua camera sconosciuta, vedevo lei andare dal lavabo alla specchiera, asciugandosi le mani, ravviandosi i capelli. Non tardò a ridiscendere; aveva il mantello aperto e si vedeva in fondo all'abito di velluto viola una luminosa guarnizione d'argento; portava un grande boa bianco, un cappello nero con una folta piuma. Si allacciava i guanti stando su la porta e mi diceva sorridendo:

-- Vi ho fatto molto aspettare?

-- No; hai fatto presto; vieni.

Uscimmo sotto il portico per attendere una vettura. Tutto il giorno aveva nevicato; in quel momento le stelle ridevano dal cielo sgombro, brillando con gelida serenità nell'aria che il freddo illimpidiva. Accanto a lei mi sentivo buono, ilare, pieno di felicità, e le cose circostanti rispecchiavano il mio giubilo interiore. Quando fummo nella vettura, lato a lato, poichè non osavo baciarla, nascosi la faccia nel suo boa, tepido e soffice, sotto cui sentivo la forma della sua spalla delinearsi morbidamente.

-- Non fate così... -- ella disse piano, ritraendosi un poco.

-- Dimmi ancora «tu»... -- la pregai. -- Non senti come ti voglio bene?

Ella si piegò verso il vetro per guardar fuori, verso la strada, ove i lumi scintillavano. Poi disse:

-- Rimarrete molto a Parigi?

-- Elena, -- la supplicai -- non mi torturare! Sono tornato per rimanere con te, per vivere con te, m'intendi? Non lo desideri un poco anche tu?

-- Non so, non so... -- ella rispose. -- Ad ogni modo non lo voglio; non è ormai una cosa possibile.

-- Perchè dici questo? Ne ami forse un altro?

-- Oh, no! Questo no davvero! -- E rise forte, chiudendosi nel suo mantello. -- Non mi conoscete affatto, -- riprese. -- Io non sono di quelle che ritornano... Poi abbiamo due maniere così diverse d'intendere la vita, l'amore, tutto!...

-- È vero: tu sai dimenticare, -- dissi amaramente. -- Bah... che stranezza!

La vettura, su la neve, camminava lenta, senza urti, sostando spesso dietro altre che andavano in fila.

-- Non rattristatevi, Germano, -- ella disse poi. -- Una volta eravate sempre così tranquillo...

-- Già... una volta! Ma vivendo si muta.

Un lungo silenzio ancora; poi le dissi:

-- Hai ricevuto i fiori che ti mandai da Torre Guelfa?

-- Sì.

-- E le lettere che ti scrivevo?

-- Anche.

Si giunse; traversammo la sala terrena, piena di gente che pranzava; alcuni ci riconobbero, salutarono bisbigliando: salimmo ad una piccola sala appartata e venne un maggiordomo cerimonioso ad offrirci la lista della cena. Su la parete brillava un grande specchio, che rifletteva la tavola apparecchiata con fiori e cristallerie. Tolsi ad Elena il mantello, il manicotto, ed ella, in piedi, vicino alla tavola, cominciò a sbottonarsi i guanti. Il contrasto dell'aria tepida con il frizzo della nevicata le arrossava un po' le guance; l'ombra d'una piuma le scendeva sino a mezzo il viso e con un moto lento si faceva scorrere in giù dall'avambraccio il guanto, ch'era d'un tenuissimo color sciampagna, e le calzava sino al gomito. Dietro lei, nello specchio, si rifletteva l'abbondanza de' suoi capelli scintillanti.

-- Vuoi comandare il pranzo? -- le domandai, porgendole la lista.

-- No, fa tu.

Sorrisi, e scelsi tutte le cose che una volta ella prediligeva. Il maggiordomo uscì, e venne in sua vece un cameriere, che prese ad apparecchiare. Quando aprivano la porta giungeva con impetuose ondate il suono di un'orchestra zingara.

-- È quasi passato un anno, -- ella disse, intrecciando le dita sul piatto vuoto e facendovi battere gli anelli.

-- Già, un anno... un'eternità! Elena, siamo stati pazzi, veramente pazzi, tutt'e due... io più di te. Ora ti sei vendicata: basta!

-- Vendicata? Non è la parola. Ho fatto solamente quello che credevo necessario per il vostro bene. Quando mi sono accorta ch'ero per voi un impedimento, vi ho lasciato libero. Questa non è una vendetta, e credo non possiate rimproverarmi nulla.

-- Infatti non ti rimprovero, anzi ti prego. Puoi forse comprendere come sia fatto il cuore dell'uomo? Allora mi piacevi solamente, ora ti amo.

I camerieri entravano di continuo e bisognava interrompere il discorso. Le facevo alcune domande saltuarie, cui ella rispondeva con brevità.

-- Da dove sei giunta ultimamente a Parigi?

-- Da Compiègne.

-- Che facevi a Compiègne?

-- Nulla; fui malata; mi riposavo.

-- Hai conosciuta molta gente in questo frattempo?

-- Sì, molta.

-- È un pezzo che non reciti più?

-- Dal Maggio.

-- E, senti... non ti offenderai se ti faccio un'altra domanda?

-- No, di' pure.

-- Come sei vissuta da allora fin qui?

-- Vuoi forse dire come ho trovato il denaro per vivere?

-- Appunto.

-- Me ne hanno prestato, -- ella spiegò sorridendo.

Ora il maggiordomo imbandiva. Un turacciolo saltò con rumore. Traverso la porta socchiusa, or forti, or lenti, si udivano volar le note della marcia di Rakoczki. Quando rimanemmo soli, presi ad osservare la sua persona minutamente, poi dissi:

-- Che bell'abito hai!

-- Ti piace?

-- Sì.

-- Dove lo hai fatto fare?

-- Da Paquin.

-- Ti vesti da Paquin ora?

-- Da Paquin o, qualche volta, da Doucet.

-- Sei molto ricca dunque?

Ella sorrise di nuovo in modo ambiguo.

-- E tu?

-- Oh, anch'io... ricchissimo! -- esclamai scherzoso. -- Ho vinto quel che ho voluto a Monte Carlo, ultimamente.

-- Bravo! E la terra è venduta, mi hai detto? Anche Torre Guelfa?

-- No, Torre Guelfa mi rimane ancora, ma non l'amo più. Vi ho trascorso un tempo troppo doloroso. Bah... che importa?... Bevi!

Le colmai fin quasi all'orlo il bicchiere. Ella v'intinse le labbra, bevve un sorso e depose pianamente il calice. Lo tolsi allora dalla sua mano e bevvi anch'io, come per stordirmi, tutto d'un fiato. Le dissi:

-- Molte volte avrei voluto ubbriacarmi, e non potevo. Tutto mi dava un senso di tristezza.

Poi le tesi una mano e seguitai:

-- Elena, vuoi fare la pace con me?

Ella battè le falangi nervosamente sul mio palmo e domandò:

-- La pace? cosa vuoi dire?

-- Perdonarmi, se preferisci; dimenticare quest'anno come un brutto sogno.

-- Ah, sì?... -- ella fece, appoggiandosi alla spalliera della seggiola.

Le sue pupille, straordinariamente lucide, mi fissavano con intensità, con irritazione; e taceva. Quand'ebbero servite le frutte, mi levai rapidamente, afferrandole un polso con un gesto febbrile.

-- Dimmi!... -- esclamai, -- ne ami un altro? Sei stata d'un altro?... La verità!

-- E se fosse? -- ella domandò placidamente, con un sorriso negli occhi limpidi.

-- Rispóndimi! -- la esortai duramente. Un cameriere, entrando, m'interruppe. Allora detti ordine che sparecchiassero, e, quand'ebbero finito:

-- Vi chiamerò, se occorre, -- soggiunsi.

Restammo soli.

Ella non si era mossa, non aveva detta una parola. Io stavo sul divano ch'era contro la parete; lo specchio di fronte mi rimandava l'immagine della mia faccia turbata.

Ella prese a carezzare i fiori che non avevan tolti dal mezzo della tavola ed a giocare con il tovagliolo annodato al collo della bottiglia di Sciampagna. Ad ogni scossa il ghiaccio crepitava, sciacquando, fra il vetro della bottiglia ed il vassoio che la conteneva.

-- Elena, -- la pregai con dolcezza, -- vieni a sedere qui.

-- Che vuoi?

-- Vieni, sii buona...

Ella sorse in piedi; andò a guardarsi nello specchio, si tolse uno spillone dal cappello, ve lo rimise; fece il più largo, più lento giro che potè, e venne a sedermi vicino. Mise un ginocchio su l'altro e con le mani congiunte lo ricinse. Io passai un braccio sotto il suo braccio e l'attrassi dolcemente.

-- Rispóndimi dunque. Sei stata d'un altro? Dimmi la verità.

-- Non ancora, -- ella rispose con una voce pacata.

-- Ah... vedi! -- esclamai giubilando.

-- ... ma lo sarò, -- aggiunse tosto con la medesima voce fredda.

-- Mia sarai! mia! -- l'interruppi con ardore, come per cancellare la sua risposta. Ella volse il capo lentamente ed i suoi occhi m'investirono con uno sguardo che mi colpì come una staffilata. Poi fece con le labbra un atto rapido, in cui le scintillarono i denti, e fu quasi uno scherno, quasi un sorriso.

-- Senti... -- esclamò con gioia crudele, -- nemmeno se dovessi morirne!

-- Elena!

-- Ti ripeto: nemmeno se dovessi morirne! -- E con la mano e con la voce scandiva il cadere di queste parole sorde, pesanti, che in me andavano scavando un profondo solco di dolore.

Sentii qualcosa di vivo schiantarmisi nel petto, e mi pareva che una rovina immensa precipitasse nel mio freddo spirito. Allora, con un movimento quasi felino, ella si levò e mi venne di fronte.

-- Ah, tu hai creduto, -- ella disse, un po' curva, un po' arrossata -- che potrei di nuovo appartenerti qualora tu lo volessi? Hai creduto che anch'io, come tutto quello ch'è passato nelle tue mani, fossi un piccolo gingillo da potersi lasciare o prendere a tuo piacimento? Ebbene, Germano, ti sei ingannato! Senti, voglio dirti una cosa.. Quell'ultima sera, te ne ricordi? quand'io t'ho accompagnato alla stazione, quando ci siamo abbracciati, ed anzi quando già eri nel treno, ancora non credevo che tu potessi partire... Invece sei partito, ed è stata la fine.

-- Ma io...

-- Non dire nulla, non dire nulla... che vuoi? parole! Me ne hai dette tante! Oh, c'è stato un tempo nel quale avresti potuto fare di me quello che volevi! Ero tua. Sei stato il solo uomo che abbia mai amato, e siccome è l'ultima volta che ci parliamo, lo puoi anche sapere.

Le caddero due lacrime dagli occhi, ed ansava. Mi levai, freddo sin nell'anima, e poichè non trovavo parole, cercai di afferrarla; fui rude.

-- No, lásciami e ascolta. Non è tutto ancora. Io, che sono stata sempre una donna calma e cattiva, per te avrei fatta qualsiasi cosa... mi sarei anche venduta per farti ricco, se tu mi avessi amata lo stesso. Ti ho nascosta la mia vita -- e non lo sai oggi come non lo sapevi allora -- per un capriccio bizzarro, ed anche perchè mi piaceva di avere qualcosa in me stessa che non fosse in tuo pieno dominio. Ma vedevo intanto ch'eri un uomo incapace di amare, che ti allontanavi da me, rimpiangendo la tua vita passata e la ricchezza che un'altra ti poteva dare. Non sono di quelle che si umiliano e ti ho resa la tua libertà. Solo, da quel momento, sono tornata l'avventuriera che fui sempre. Non so se ti amo ancora o se ti odio, il che forse, ad un certo punto, è lo stesso; ma sicuramente non mi avrai più, nemmeno se ti mettessi a ginocchi, nemmeno se dovessi disperarmene anch'io... Ma non temere: sono forte!

E rideva e piangeva, d'un riso e d'un pianto convulsi.

Io, che l'avevo ascoltata, con la faccia nascosta fra le mani, atterrito e folle, tentai tutte le persuasioni: la preghiera, lo scherno, la minaccia, la violenza... e tutto fu invano.

La vidi correre all'uscio per sfuggirmi... allora mi dominai.

-- Bada, -- ella disse, -- mi devi rispettare almeno come uomo, tu, che come amante non mi hai risparmiata.

-- Elena, io non t'ho fatto mai alcun male.

-- Ah, credi? Lo credi, perchè tacevo? perchè la mia fierezza m'impediva di mostrarti quanto soffrissi? Ma senti... senti... -- e mi venne contro, mi afferrò per le braccia, mi scosse. -- Dimmi dunque! tu, che ne parli tanto, sai cosa vuol dire... Ma poi no! che serve? -- E si mise a ridere d'un riso che le torceva la bocca. Sedette, si levò; mi venne vicino, tornò via; prese dal mezzo della tavola, fuor dal vassoio, la bottiglia gocciolante, ne versò un bicchiere colmo fino all'orlo, e ridendo lo vuotò d'un fiato, come per inebbriarsi. Di quel momento non ricordo più nulla, se non la specie d'annientamento che mi gravava su l'anima, interrompendomi tutte le facoltà. L'amore mio si prosternava dinanzi a lei, ch'era la più crudele e la più forte.

-- Senti, -- le chiesi fuor di me stesso, dopo un lungo silenzio, -- cosa vuoi ch'io faccia? Che mi umilii ancor più? che ti chieda perdono a ginocchi? Trovami dunque un pentimento che ti basti! cerca una vendetta che ti possa contentare!... Elena, vuoi vedermi pazzo?

Stava seduta presso la tavola, e tenendo il braccio alzato fissava contro luce il suo bicchiere vuoto; un cerchio di splendore, fermo, saettando fuor dal vetro, le batteva sul polso nudo e luccicava come una medaglia. S'era tolta il cappello, alcune ciocche scomposte le ingombravano la fronte. Guardandola, mi ricordavo con una sensazione terribilmente chiara il sapore che avevano le sue labbra nei baci d'amore; qualcosa di lei passava traverso le mie vene prodigandomi una molteplice carezza.

-- Elena!... -- le gridai forte. -- Elena!