Part 22
-- Sì, ad una donna vissuta, capricciosa, viziosa... lo ammetto. A Edoarda no. Oppure io mi son fatto un cretino compiuto e il mondo gira in senso inverso. Quella ragazza, vedi, è di un'onestà esagerata, ed io comprendo benissimo perchè ha fatto questo. Sapendo che si era molto parlato di lei, e che un uomo diverso dal De Luca forse avrebbe sempre veduta qualche ombra intorno alla sua persona... sapendo insieme ch'ella stessa non avrebbe mai potuto scordare del tutto, ha scelto lui, per il quale, ti assicuro, tu non esisti, non sei esistito mai!
-- Ma no, Fabio; sei fuori di strada. Edoarda poteva sposare chiunque le fosse piaciuto.
-- Non discuto su questo. Ogni altra donna penserebbe come tu dici, tranne lei. Benedetta figliuola! Se mi avesse voluto ascoltare!
-- Cioè?
-- Oh!... inutile parlarne. Una volta, alla Cascina Bianca -- e questo non te l'ho scritto -- una volta le dissi: «Pazienza, Edoarda, pazienza!... ritornerà; siate certa che ritornerà...» Era la prima volta che osavo parlarle così, e vidi sùbito che si rabbuiava. M'impose di tacere con un cenno, e mi rispose: «Di questo, vi prego, non una parola, mai più.» Naturalmente, mio caro!... Sapeva che vivevi a Parigi con l'altra, e le donne, anche le migliori, sono sempre donne. Però, se mi avesse dato retta!... Non avevo dunque ragione, io?
-- Scusa: ragione in che senso?
-- Toh! Non eri tornato per lei, forse?
-- Io? Mai più! Sono venuto semplicemente perchè mi scade l'ipoteca fatta con i Rossengo di Terracina.
-- Ah!... per l'ipoteca?... -- egli brontolò fra i denti, fissandomi con ironia. -- Questa volta dunque sarà difficile rinnovarla, quella tua famosa ipoteca! Non ti sembra?
II
Rimasi lunghi giorni senza una parola di Elena, poi venne questa sua lettera breve:
«Ho promesso di scriverti, Germano, e lo faccio per una sola volta, non volendo lasciare senza risposta le lettere che mi mandi ogni giorno. Ma sarà l'ultima. Ho troppo sofferto per poterti scrivere. Del mio dolore non guarirò mai. Questa certezza deve bastarti, se veramente mi vuoi bene.
Sentirai parlare di me -- io di te; ma dovremo rimaner estranei, e tu non far nulla per avvicinarmi ancora. Te lo chiedo come una preghiera ultima, e sia per te un dovere l'esaudirla. Un giorno forse -- quando ti saprò felice -- ti dirò ancora una cosa, quella che stava per sfuggirmi, al treno, mentre partivi. Ma tu non la domandare.
Avevi nelle mani la mia felicità e l'hai lasciata cadere; io non possedevo la tua, perchè altrimenti l'avrei custodita, invece di rinunziare a te.
So una cosa: il tuo cuore non amerà mai -- il mio mai più. Fra qualche giorno cambierò casa... È tutto. Addio.
_Elena_»
Vi son giorni della vita in cui pare che un naufragio immenso accada intorno a noi; pare che si spenga il sole anche su le memorie più lontane, anche nell'anima, e per sempre. Viene una voglia neghittosa di chiudere gli occhi e dormire il sonno dell'oblìo, perchè tutte dispiacciono tediano e spaventano le cose che rifulgevano come fiamme all'ápice dei nostri desiderii.
Come una morte nella vita, queste agonie della speranza lasciano in chi le soffre un segno duraturo. Tale mi ritrovai, leggendo la lettera di Elena; e, sotto la tempesta che passava, mi sentii cadere come un uomo esausto, condannato a non levarsi più. Ero disertato, espulso, vinto; la temerità cessava, l'ascensione aveva una vertiginosa caduta.
Ero giunto a quell'ora, tristissima fra tutte, in cui l'uomo comprende come la sua piccola superbia non basti a vivere, come tutto sia precario ciò che non viene dal cuore. Imparavo a conoscere la solitudine, la vergogna, la paura, compagne desolanti, e andavo, incredulo ancora della mia sorte, verso una specie di esilio definitivo.
Ebbi la voglia di risollevarmi e non l'energia per lottare; volsi nella mente le idee più pazze; volli tornare da Elena, inginocchiarmi, supplicarla di riprendere la nostra vita, e mi sentivo capace d'ogni sacrifizio pur di non perdere questo amore. Le scrissi, non rispose; quando fui sul punto di partire, compresi che sarebbe stata una inutile follìa, e per non parere vile, chiuso nella fierezza rimastami, cercai che il mio cuore la dimenticasse.
Ma ella veniva la notte, d'improvviso, a dormire fra le mie braccia, e con triste furore le prodigavo i baci che struggono come attimi di morte. Furtiva, era dietro i miei passi, ed in ogni cosa ritrovavo una lontana memoria di lei. La sua voce mi saliva nell'anima come una distante musica; a volte mi pareva di attingere la mia vita nel suo caldo respiro, a volte mi pareva che si aprisse una porta e la vedessi d'improvviso entrare, più bella, più sorridente che mai. La portavo in me come un male inguaribile, come una gioia senza nome; tutta la luce del mio mondo interiore s'irradiava intensa dalla sua grande bellezza.
Ludovico mi preparò la casa e v'andai ad abitare. Mi parve una prigione, l'odiai. Vivevo due vite diverse: una, fra le mie piccole miserie, l'altra, seguendo i passi dell'amante lontana. Non avevo denaro; per sopperire alle prime necessità dovetti vendere ad un orefice un antico gioiello di famiglia, che mia madre aveva gelosamente custodito. L'amministratore non sapeva più a che santo votarsi per pagare almeno gli interessi a quelli che vantavano crediti antichi; stava trattando una vendita e mi diceva di pazientare.
Soffrivo d'insonnia, mi alzavo prestissimo e facevo lunghe passeggiate, solo, triste, per i colli di Roma. L'aria satura di fragranze mi dava talvolta una specie di vertigine; sentivo in tutte le membra una stanchezza mortale; dovevo sedermi, chiudere gli occhi, fortemente respirare.
Evitavo le strade frequentate, i ritrovi d'amici; gli sguardi altrui mi ferivano come scherni muti. Fabio veniva da me la sera e Ludovico ci allestiva il pranzo. Povero Fabio! Quanta bontà fraterna era nelle sue parole! M'ero confidato con lui; quell'anima dolce sapeva comprendere tutti i dolori. Mi guardava lungamente, fra le nuvole di fumo delle nostre innumerevoli sigarette, poi diceva:
-- Non mi piaci! non mi piaci, Guelfo! Ti devi distrarre, se no finirai con ammalarti.
Io ridevo, e cominciavo a parlargli di Elena, sempre di Elena, e della mia felicità spezzata. In sèguito egli mi venne a prendere, mi condusse a pranzar fuori di casa, m'accompagnò al Circolo, dove ritrovai gli amici d'una volta che facevano le stesse cose, ripetevano le stesse celie di due anni addietro. Godevo credito; giocai, vinsi, riperdetti. Nessuno mi domandò di Elena, come per un'intesa pattuita; solamente Camillo Ainardi una sera, giocando, mi disse:
-- Andrò a Parigi verso la fine della settimana. Non hai commissioni a darmi... per il teatro dell'Athénée?
Risposi di no seccamente; gli altri mi guardarono sorridendo, e il discorso mutò.
Il marchese della Pergola mi conduceva ogni giorno a fare lunghe gite in automobile, raccontandomi con la sua voce un po' infantile tutto quello ch'era accaduto in Roma durante la mia assenza. Si tornava sul far del crepuscolo, ed allora cominciava con prendermi ogni sera un mal di capo così violento e assiduo che, rincasando, bisognava mi coricassi; nessun rimedio valeva per togliermi quel martellare. Durava sin verso la mezzanotte, poi mi addormentavo d'un sonno angoscioso, interrotto.
Quando fu prossimo il ritorno di Edoarda e il tempo delle sue nozze, lasciai Roma per recarmi a Torre Guelfa e stipulare la vendita delle terre di Monte San Biagio, vendita che l'amministratore aveva intavolata con l'ambizioso e rapace Rossengo.
Oh, di quella casa non dimenticata, come da lontano risplendevano le finestre quando vi giunsi ad un calar del sole, sul barroccio di Lazzaro, che m'accompagnava! E, nel cuore popolato di memorie, che intraducibile sofferenza muta! Fiorivano tutte le siepi e dalle campagne lontanamente invase da un tenue color di viola, primo vapore della notte, venivano su le fragranze vegetali delle praterie nuove, miste con l'odorar forte dei giacinti selvatici, dei bianchi narcisi, che a migliaia constellavano le riviere. C'era già qualche rosso di papaveri tra le spighe recenti, ed eran vivaci come le creste dei galli, che traversando l'aia dei cascinali s'andavano maestosamente ad appollaiare.
Guardavo, ai due fianchi della strada maestra, la terra che non sarebbe stata più mia; guardavo in alto, verso il castello sovrastante, le finestre delle stanze nelle quali era passato l'amore, passato per non più tornare, sotto il cielo di un'altra primavera, come certi voli di rondini che passano una volta sola e paiono destinati a non fermarsi mai.
Lazzaro mi raccontava; mi raccontava delle mietiture e dei raccolti, della torre a cui durante l'inverno s'era fatta una gran fessura nella muraglia, ed erano l'edere che la stringevan troppo od i serpenti che vi strisciavano su; de' suoi figli ch'eran tutti sani e robusti ed il maggiore stavasi per fidanzare, della sua donna che aveva l'altr'anno avuta una sesta doglia, ma infruttuosa, e delle viti che toccavano terra, l'autunno scorso, con i lor tralci ricurvi, sicchè bisognava poggiarli ad altri alberi più forti, -- e delle processioni, e delle sagre, e della cavalla saura che s'era spezzata una giuntura, cadendo con il barroccio in un fossato, a gran rischio di uccidere il ragazzotto che la guidava, una sera buia, nel Dicembre. Di questo non erasi potuto consolare. La bella saura stelleggiata in fronte, che andava come se la portasse il vento, tutta scatti e volate, vibrante come un arco teso, fra criniera e coda.
Così Lazzaro mi raccontava, ed io, mollemente appoggiato alla spalliera del barroccio, lo ascoltavo tra l'amarezza di altri pensieri, volendogli bene, perchè tutte queste cose appartenevano al tempo di Elena, erano state sue e mie, medesimamente. Su quel barroccio, dov'io sedevo, s'era seduta ella pure, in un pomeriggio di sole, volando tra i filari di pioppi che s'inseguivano in una fuga opposta, come sbarre di un immenso cancello... Apparve il giardino, il viale a pergolato, la spalliera di rose, la facciata immensa della casa, cui avevano posto, davanti alla scalinata, un gruppo di limóni in grandi vasi di argilla rossa; ed apparve l'atrio d'ingresso, non illuminato ancora, ma dove uno specchio, nel fondo, acceso in pieno dalla luce crepuscolare, pareva una finestra aperta sopra una limpida immensità.
La figlia di Lazzaro aveva messa nei vasi una profusione di fiori ed aveva preparato il gran letto nuziale nella camera dove mi sembrava ch'Elena camminasse ancora, facendo sul pavimento con le sue pianelle un rumore frettoloso e lieve. Mi sentivo da tutte le cose circostanti piovere nell'anima una morte lenta, ed avrei voluto, in quel letto profondo, su quei cuscini che per me sapevano de' suoi capelli, addormentarmi nel sonno dal quale più non ci si desta, come colui che sia giunto alla meta ultima del suo pellegrinaggio.
Per venti giorni trascinai nella mia casa una orribile vita. Scrivevo ad Elena lunghe lettere che poi non le spedivo; mi facevo mandar da Roma i giornali parigini che ritenevo potessero parlare di lei, ma senza trovarvi alcun cenno; scrissi ad Elia d'Hermòs, pensando di poter per suo mezzo ricevere notizie precise; ma egli doveva essere in viaggio ancora, perchè non rispose. Una volta colsi nel giardino i fiori più belli, ne feci una cassetta io stesso e li mandai all'indirizzo del suo teatro; ma questa e l'altre cose rimasero senza risposta.
Intanto un malessere sempre più frequente mi serpeggiava per l'ossa; un breve cammino od una piccola fatica bastavano ad esaurire le mie forze; gli occhi, sotto le palpebre, mi bruciavano; le vene dei polsi, delle tempie, mi battevano come nel rezzo della febbre; non potevo quasi toccar cibo, nè leggere, nè pensare seguitamente; avevo nelle orecchie un rumor sordo, simile a quella sonorità che ronza nelle conchiglie marine, ed esso mi si ripercoteva tormentoso nel cervello; mi sentivo assalire da spaventi subitanei, da traffitture per tutte le membra, e l'unghie agli orli mi si sfogliavano come le squame dei pesci.
In quei giorni vendetti la tenuta di Monte San Biagio a Michele Rossengo, il quale si trattenne il prezzo dell'ipoteca ed in più mi diede una piccola somma di denaro. Così dell'antico dominio non rimaneva che la tenuta di Torre Guelfa, la rocca madre, onerata essa pure in parte, ma per una scadenza più lontana.
Il ventesimo giorno dopo l'arrivo a Torre Guelfa, mentre desinavo, uno svenimento mi colse. La figlia di Lazzaro, impaurita, corse a chiamare il padre ed altri familiari. Mi portarono a letto e vi giacqui per cinquanta giorni, arso da una febbre tenace, invincibile, che ogni tanto sostava, per riprendere di lì a breve con maggiore accanimento.
Il medico di Terracina pareva molto irresoluto nel far la sua diagnosi; parlava di sintomi delle febbri malariche o palustri, poi se ne mostrava dubitoso: fece il nome di malattie nervose complicate e strane, ma per quanto si cavillasse la mente, nulla poteva contro il mio male. Venne un professore da Roma e disse con maggior pompa le medesime cose incerte; mi trovò esaurito di spirito e di corpo, in uno stato lamentevole di eccitabilità, mi domandò anche se avessi avuto un dolore od una preoccupazione intensa... Disse che, appena combattuta la febbre, avrei dovuto da me stesso rimediare al resto, vincendo la mia svogliatezza, distraendomi, cacciando le idee nere.
In quel tempo desiderai di morire; lo desiderai con la medesima voluttà profonda che avevo messa nell'amare la vita; provavo l'impressione di un annegamento continuo; la forza degli altri e delle cose avverse mi pareva crescere a dismisura, la mia, farsi piccola ed inane. Mi esecravo; non avevo alcuna fede, alcuna speranza in me. E su tutto navigava quel profumo di amor perduto, come, da una lontananza chimerica, il sogno di giovinezza che può sorridere ai morenti. Questa era la sola cosa che sapesse darmi ancora un fremito e potesse infondere nel mio tormento una soave malinconia.
Intorno, la terra e il cielo intiepidivano di primavera; dalle campagne udivo cantare; i venti della sera mi portavano tutte le saturazioni della giornata feconda. Sognavo, come nell'estasi d'un sogno remoto, la mia donna e le parole che avevo udite da lei.
Venne a curarmi Ludovico, e Fabio venne pure; mi assistette per circa un mese, fu amorevole, intuì meglio di chiunque altro l'origine del mio male. A lui, nel delirio della febbre, raccontavo le cose più pazze, pregandolo che andasse via, che mi lasciasse morir solo; e l'amico dolce come un fratello sapeva trovar le parole atte a rendermi un poco di serenità.
Ma era mutato anch'egli: quel matrimonio d'Edoarda aveva interamente scomposto l'ordine della sua vita. Ora si faceva bisbetico, sarcastico, talora taciturno. O cuore incomprensibile dell'uomo, chi mai ti potrà conoscere?
Lentamente guarii. Appena vinta la febbre, mi trassero fuori dalle coltri, mi sedettero all'aperto, tra i fiori, tra il verde. Cominciò gradatamente una giovinezza nuova, con le forze che rinvigorivano, con l'anima che si dilatava nella serenità circostante. Fabio era partito; avevo come soli compagni il medico di Terracina, Ludovico, Lazzaro, i suoi figli ed i villici della fattoria, gente onestamente rude che insegna l'amore della vita sana. Lunga e voluttuosa fu la convalescenza; tutte le cose più semplici, che la nostra sensibilità esperta non percepisce più, mi ferivano in quel rinascere; tutte le gioie tornavano, stillando come favi di miele nel sangue avido, ad una ad una. Colei che avevo amata, che amavo, era nell'intimo del mio cuore come un gioiello ben custodito, e provavo la voluttà di avere sofferto, io, che nella vita ero passato aridamente, senza vere passioni. Mi pareva d'essermi redento con questo amore doloroso. In tutte le immagini belle, che davan musica e luce alla mia vita nova, ella passava come una trasfigurazione, lasciando cadere intorno a sè fiori di rimembranza e di speranza, parole udite, sorrisi.
Quando mi fui del tutto rimesso in forze, partii. Batteva l'estate piena, con accecanti sfarzi di sole e pleniluni chiari come albe, al cantar delle fontane.
Andai direttamente a Parigi; volevo ritrovar Elena, parlarle od almeno vederla. Ma non v'era. Mi dissero al suo teatro ch'era partita circa un mese prima e non sapevano per dove. Sarebbe tornata l'autunno. La mia gioia si smorzò come per incanto, mi sentii più solo, quasi che la lontananza fra noi fosse immensamente cresciuta. Andai a riveder la nostra casa e riconobbi dalle finestre i segni d'altri abitatori. Di questo amore, ch'era pur stato così grande, non rimaneva più nessuna visibile traccia; le cose, la distanza, il tempo, scorrevano sovr'esso con una indifferenza crudele. Volli ritrovar Elia, ma era partito egli pure, cosicchè, per non lasciarmi vincere dallo sconforto, cercai la gente, il rumore, la musica, i ritrovi lieti, le donne gaie, le spiagge popolate. Fui ad Ostenda per oltre un mese, indi visitai Trouville, Boulogne sur Mer, Vichy, Aix; avevo un poco di denaro con me, giocavo temerariamente, vincevo.
Verso il principio del Settembre scrissi a Parigi per sapere se fosse tornata; mi fu risposto che non avevano alcuna sua notizia. M'incontrai allora con alcuni amici che andavano a Montecarlo e questi mi decisero a seguirli.
Che dolce autunno, giù per le colline inclinevoli, per i promontori selvosi, davanti a quel mare pigro, che oscilla, mentre le vele dei navigli erratici se ne vanno via, gonfie di vento, sfarzose di luce, leggere come petali di rose cadute sopra una fontana. Oh, averla meco, sotto la curva di quel cielo troppo azzurro, e camminar tra i palmizi onusti di grappoli quasi biondi, sotto i boschi d'ulivi che scoloriscono quando passa il vento, e guardar dai cancelli, sovra i muricciuoli dei poderi, nel folto degli aranceti, pendere i bei frutti d'oro!
V'era poca gente ancora; gli alberghi, aprendosi ad uno ad uno, cominciavano a lustrar gli specchi per la stagione prossima, i giardinieri a rifar l'aiole, i verniciatori a rinfrescar le insegne. Quegli amici che mi avevano condotto, ripartirono, stanchi della mala sorte; io, per pigrizia, rimasi.
Cominciai con perdere, lentamente, ogni giorno. Ma una sera che tornavo da una gita in automobile, verso l'ora del pranzo, entrai svogliatamente nelle sale da giuoco, non sapendo che fare. Le tavole quasi eran deserte; ancora faceva caldo; gli impiegati sonnacchiosi, oppressi dal tedio, sbadigliavan o mormoravano tra loro. Una signorina bionda e anemica, la quale soleva spesso darmi consigli, mi disse, venendomi vicino e facendo sonare la sua borsetta piena d'oro:
-- È la giornata del 26: giocatelo!
In quel momento, ad una «roulette» poco discosta, capitò che annunziassero proprio il numero 26.
-- Vedete? -- ella fece ridendo, e uscì.
Avevo poco denaro in tasca; m'accostai ad un'altra tavola, presi un gruzzolo d'oro e lo misi al 26. Uscì proprio questo numero, ed io lasciai tutto il guadagno su le varie combinazioni del 26. Ripeterono lo stesso numero, ed in capo d'un'ora, facendo lo stesso gioco su varie tavole, ero giunto a vincere oltre cinquantamila lire.
La signorina bionda e anemica bevve quella sera molto Sciampagna, disse molte corbellerie e volle che l'accompagnassi a casa -- per slacciarle il busto.
Da quella sera in poi non feci che vincere ogni giorno, senza interruzione, con una facilità che stupiva me stesso.
Dopo varie settimane mi trovai possessore di una somma notevole, e, non volendo riperderla, mi recai a Parigi per attendere il ritorno di Elena. In quei giorni appunto ell'aveva scritto da Ginevra al direttore del suo teatro, dicendosi malata e chiedendogli ancora un mese o due di riposo. Corsi a Ginevra, ed all'albergo dal quale aveva scritto mi risposero ch'era partita pochi giorni prima, non sapevano per dove.
Solo, triste, torturato da mille dubbi, roso dall'impazienza, tornai a Parigi, dove tutte le sere andavo al suo teatro, quasi per essere più vicino a lei.
Elia -- mi dissero -- dall'Egitto era andato in America. S'avvicinava l'inverno; pioveva quasi ogni giorno; tutto mi pareva lugubre, tedioso. Accarezzavo intanto il mio sogno con gelosia; pensavo che saremmo tornati a vivere insieme, per sempre questa volta; con il denaro vinto mi sarei messo a trafficare in Borsa prudentemente; si avrebbe insieme guadagnato abbastanza da essere felici.
Poi, quando fossi tornato ricco, l'avrei indotta a lasciare il teatro, avrei forse comprata una villetta nei dintorni di Parigi, un'automobile per venire in città; forse, col tempo, l'avrei sposata. L'estate si sarebbe andati a Torre Guelfa, o si avrebbe viaggiato, secondo la sua preferenza: dal nostro amore sarebbe nato qualche bimbo ed avrei conosciuta io pure la gioia della famiglia, la tranquilla poesia del focolare. Immaginavo di raccontarle queste cose, vincendo a poco a poco la sua riluttanza, facendomi perdonare il passato, con la dolcezza delle mie parole. Per ingannare il tempo, andavo alle agenzie domandando quali case vi fossero da affittare; sceglievo questa o quella nel mio pensiero, dicendo che presto mi sarei risoluto. Le comperavo molti piccoli regali, curavo la mia persona, cercavo di rammentarmi i suoi più piccoli desiderii.
Finalmente giunse. Me lo dissero al suo teatro, una sera, dopo lo spettacolo. Il cuore mi tremò; avrei voluto correre da lei sùbito, senza tardare un attimo. Era scesa nella «Rue Castiglione», all'albergo dello stesso nome, poichè aveva lasciata la sua casa. Uscii dal teatro con le vene che mi battevano forte, la mente smarrita, un po' ebro.
Era una notte freddissima; nevicava. Il vento faceva turbinare i fiocchi larghi e fitti intorno alle chiostre dei lampioni, che ad intervalli uguali accendevano di chiarori abbacinanti la neve uniforme. Presi una vettura e mi feci condurre in Piazza Vendôme; là scési. Al sommo, il grande monumento napoleonico era coperto d'una cappa candida, come un solitario pino; la piazza quadrata biancheggiava in tutta la sua vastità, traversata nel mezzo dalle vetture opposte, che parevano affondarvi senza strepito.
Gli spazzatori, curvi e pigri, ammucchiavano inutilmente la neve. Mi cacciai sotto il portico della «Rue Castiglione», giunsi fin rimpetto all'albergo e mi fermai sotto un'arcata. Il vento invernale, a raffiche, m'investiva, picchiettandomi co' suoi pulviscoli di neve ghiacciata, pungenti come grandine; ma un desiderio invincibile mi tratteneva lì, fermo, a guardare le finestre illuminate dell'albergo, forse per indovinare quale, fra tante, fosse la sua. Vedevo talvolta sui chiari vetri delinearsi qualche rapida ombra, e sparire, ma in nessuna potevo riconoscere la sua; v'erano anche molte finestre chiuse. Dopo aver esitato a lungo, traversai la strada, entrai nell'albergo. Un custode notturno vigilava nell'atrio; si levò, mi venne a domandare che volessi. Risposi che mi premeva di sapere se la signora Elena de W. fosse giunta in quel giorno all'albergo. L'uomo, di malumore, dopo avermi squadrato, mi rispose che non sapeva. Lo indussi ad una maggiore cortesia, dissipando con il rumore di qualche moneta il sonno che l'opprimeva.
-- Com'è il nome? -- mi domandò allora. Lo ripetei.
-- Ora guardo, signore. -- Andò ad una scrivania e si mise a scartabellare un registro.
-- Di fatti, -- rispose. -- È arrivata oggi nel pomeriggio. Adesso mi ricordo. È una signora alta, bionda, non è vero?
-- Appunto. E sapete se sia già rincasata?
-- Non dev'essere nemmeno uscita, credo. Però, scusi un momento...
Andò verso un assito dal quale pendevano le chiavi delle camere, guardò all'uncino che portava il numero 17, e vedendolo vuoto rispose:
-- La chiave non c'è; deve dormire. Se crede, salgo ad accertarmene.
-- Grazie, non importa. Domattina le darete questo mio biglietto da visita.
E sotto il nome scrissi alcune parole a matita, per dirle che sarei venuto il domani verso l'ora della colazione.
-- Ecco, -- dissi all'uomo, consegnando il biglietto. -- Ma non scordatelo, vi prego.
-- Non dubiti; buona notte, signore.
-- Buona notte.