L'amore che torna: romanzo

Part 21

Chapter 213,747 wordsPublic domain

«L'ultima, l'ultima ora...» La presi nelle braccia e la strinsi così forte che le dovetti far male; con le labbra aride ci baciammo fino al dolore, quasi per comunicarci nel respiro l'anima. Era stato ancora un giorno di sole; ora, su l'imbrunire, vaste nubi scalavano l'orizzonte, sfioccandosi per l'aria, tra un fresco odore d'acqua vicina.

Senza dirci nulla, entrambi andammo nella sua camera; ella si mise un cappello nero guernito di rose, coprendosi la faccia con un velo fitto, e s'appoggiò con il dosso alla specchiera dell'armadio per mettersi i guanti. Una rosa che le pendeva giù dal cappello, su l'ala, da un lato, si guardava nello specchio, tutta sbocciata e vasta, tremolando ad ogni movimento che facevano le sue dita nell'abbottonare i guanti. Per aver libere le mani, teneva un manicotto di lontra chiuso tra le ginocchia, in un solco della gonna, e il brillare delle sue scarpine appariva di sotto la balza, con un riflesso fermo.

La prima volta ch'era venuta nella mia casa di Roma, s'era messa così contro il camino, ed anche allora portava un velo fitto perchè non la riconoscessero per via.

La guardavo trasognato, credendo ancora, per una aberrazione ultima, che un altro partisse, non io, che un'altra donna m'accompagnasse, non lei.

Venne Clara e mi portò il cappello, il soprabito, mi diede anche un piccolo involto, forse un oggetto dimenticato. Presi ogni cosa macchinalmente, guardai da una stanza nell'altra, come per raccogliere di tutte la memoria ultima, guardai e vidi ogni cosa, tutte le più piccole cose: mi sentii vacillare ad ogni passo, e giunsi con Elena fino alla soglia di casa. Clara ci aveva seguiti, ma non osava parlare. Stavo già sul pianerottolo, quand'ella mi disse timidamente:

-- Buon viaggio, signore.

-- Addio, -- risposi senza volgermi, come se uscissi per una passeggiata. Poi m'avvidi che partivo per sempre, tornai indietro, le strinsi la mano, ben forte; vidi che aveva gli occhi pieni di lacrime, ed anch'io, sentendo che le mie ciglia s'inumidivano, rivolsi la faccia in fretta. Ella rimase in alto e guardò giù dalla ringhiera. Mentre passavamo, il portinaio venne a salutarmi.

-- Parte il signore?

-- Sì.

-- Vogliono una vettura?

-- No, grazie.

E ci trovammo fuori, sul marciapiede, fra molta gente che passava rapida. Mi parve che la strada quel giorno, avesse una fisonomia del tutto insolita. Elena teneva la faccia così china che non riuscivo a guardarla negli occhi. La presi a braccio e camminammo rasente i muri, angosciati, eppure insensibili. Tutte le cose circostanti attraevano il mio pensiero, molto lontano, fuori dalla realtà.

Passava un cavallo, e pensavo la storia di quel cavallo, zoppicante sul lastricato tutto il giorno; la storia del suo cocchiere, della sua posta; pensavo ad altri cocchieri, li vedevo incrociarsi urlando, facendo schioccar le fruste, rassegnati e grotteschi; mi parevano cose, non uomini, -- cose più miserevoli del loro cavallo. Passava un soldato, e pensavo le caserme, le riviste, le uniformi, le osterie dove si andavano ad ubbriacare, le case turpi ove trascinavano le lor sciabole rumorose; passava una donna giovine, bella, e pensavo all'amante che l'aspettava in una casa recondita, -- una donna brutta, povera, e pensavo alle camere buie, dove i bimbi strillavano, mentre il marito le appestava l'aria con la sua pipa nera di acre tabacco....

E tutte queste visioni riddavano sopra uno sfondo di dolore immenso, ch'era il mio stesso dolore. Di quando in quando una lucidezza terribile mi feriva la mente, e sentivo tutti i miei nervi contorcersi fino allo spasimo.

D'un tratto Elena si fermò, poggiandosi contro il mio braccio con entrambe le mani, che si contrassero.

-- Non posso più camminare... -- mi disse con un alito. -- Chiama una vettura.

Ne passava una; la fermai; vi salimmo. Intorno, per la via popolosa, le vetrine fiammeggiavano, imbiancando i marciapiedi; le carrozze lente, in più file, ogni tanto sostavano per dare il varco alla gente. Rincantucciati nella vettura buia, l'uno contro l'altra, tenendoci le mani, ebbi voglia che il cavalluccio continuasse indefinitamente il suo trotterello stanco, per non giungere mai, per non scendere più.

-- Ti senti male? -- domandai.

-- No, è stato un momento... nulla. Ora passa... passerà. Le cinsi con un braccio le spalle, delicatamente, come se il mio amore potesse guarirla. Ella si rannicchiò al mio fianco, facendosi piccola, con un movimento pieno di paura.

-- Mi scriverai?

-- Sì, amore.

-- Ogni giorno?

-- Se vuoi...

-- E tutto mi scriverai?

-- Tutto... sì, tutto.

-- Fin quando?

Ella fece un vago segno, come per dire: -- Chissà?

-- Io lo so fin quando... -- risposi.

-- Lo sai?

-- Sì.

E sorridevo; mi pareva d'intravvedere una felicità.

-- Dillo.

-- Fino al giorno in cui ti scriverò: «Domani ritorno.»

-- Oh... -- ella fece, con un gesto d'incredula rassegnazione.

-- Ricordati una cosa, Elena; sarò capace di tutto per tornare a te. Intendi bene: di tutto! -- E v'era nella mia voce una fermezza così certa, ch'ella si volse a guardarmi, poi si ristrinse di nuovo contro la mia spalla, senza rispondere.

-- Senti, -- le dissi, -- nel piccolo scrignetto ove tieni le tue gioie, ho lasciato il denaro che avevo. Appena mi sarà possibile te ne manderò altro da Roma.

-- Oh, perchè hai fatto questo! -- esclamò ritraendosi. -- Te lo rispedirò sùbito.

-- Sarebbe offendermi, Elena; e spero che non lo farai. A Roma troverò sùbito quanto mi occorre; tu invece potresti averne bisogno. Prométtimi...

Leggermente mi strinse una mano, e, dopo un silenzio:

-- Sei buono con me, -- rispose.

-- Dimmi ora una cosa... ora che vado via, -- domandai sottovoce. -- Mi hai voluto bene? bene davvero? Non l'ho compreso mai.

Appoggiò i gomiti su le ginocchia e si prese la fronte fra le mani, senza rispondere. Nel sollevarle il volto, sentii ch'era intriso di lacrime.

-- Non me lo vuoi dire?

-- E tu? -- fece con angoscia; -- e tu?

-- Io?... sei stata la sola cosa che abbia mai adorata nel mondo... la sola; e non ti potrò dimenticare finchè vivo.

-- Perchè mi lasci allora? -- domandò con una voce sorda, -- quasi violenta.

-- Sei tu che hai voluto, Elena. E poi...

Rise, rise forte, come se avesse nell'anima una ilarità crudele.

-- Ah sì... sono io! sono io! -- esclamò, crollando il capo con veemenza. -- Io sola!

E poichè la stazione appariva lontana, tra un chiarore nebbioso di lampioni, ci abbracciammo con tutta la forza delle nostre braccia, con tutto lo spasimo che torceva le nostre anime.

Scendemmo; andai a prendere il biglietto, a spedire il bagaglio; e le mani ad ogni gesto mi tremavano come se una crescente febbre consumasse le mie vene. Mancava una ventina di minuti alla partenza; nella sala d'aspetto c'era un angolo semibuio; vi andammo a sedere.

Mi ricordo che un vecchio viaggiatore, con uno scialle indosso, camminava avanti, indietro, ed i suoi passi facevano un rumore pesante nel silenzio della sala.

C'era una monaca, dalla faccia pura e delicata fra i suoi lini bianchi, la quale sedeva immobile sul divano di velluto, poco lontano da noi. S'era spenta una lampadina elettrica ed un uomo, in camiciotto di tela, salito sopra una tavola, stava cambiandola. Tutti, sonnacchiosi, guardavano al suo lavoro.

-- Oh, se tu potessi partire con me! -- le dissi piano, all'orecchio. Non piangeva; era muta, ferma, assiderata quasi da una specie d'insensibilità. Aveva sollevato il velo a mezzo il volto, e questo velo nero le s'increspava come il pizzo d'una maschera sopra la bocca smorta. Ogni tanto rideva, di un riso atono, ed una contrazione interiore le metteva un sussulto alla sommità del petto. Mi sentivo a poco a poco vincere da una specie di oblìo, ch'era come la distruzione del dolore, la sofferenza infinita, che non soffre più. L'avevo amata immensamente, golosamente, dando a lei sola tutte le passioni ch'erano rimaste aride nel mio passante cuore, a lei sola tutto il profumo che mi aveva profuso nell'anima questo ritorno della primavera, e lo sapevo in quell'ora ultima, senza rimedio e senza pace. Volevo dirle infinite cose: non c'era più tempo, non c'erano più parole. Volevo cadere a ginocchi davanti a lei, o prenderla con violenza fra le mie braccia, o gridare, o farmi e farle del male; ma non sapevo in che modo vincere la fatica dell'interiore mio silenzio, la paura che mi colmava le vene con un senso di fragorosa vacuità, mentre i miei occhi la fissavano senza mai abbandonarla, quasi per imprimere l'ultima bellezza del suo volto nella profonda ombra del mio dolore che partiva.

Un impiegato s'affacciò alla porta e cantilenando si mise a ripetere gli arrivi, le partenze dei treni. Ci levammo; nell'angolo semibuio, sotto il velo umido, la baciai col mio dolore come non l'avevo ancor mai baciata. Sentii che il peso leggero del suo corpo si abbandonava nelle mie braccia, simile ad una cosa morta, e la sua bocca, e le sue mani, ed anche il suo respiro, tutto era freddo in lei, come se non avesse più sangue.

-- Anima... anima mia... -- le volli dire, o le dissi.

Ella si levò dalla cintura, di sotto il mantello, un mazzo di viole fresche.

-- Tieni, -- balbettò; -- non posso darti altro: le ho prese per te.

Baciai la sua bocca, le viole insieme; ravvolsi quel mazzo nella carta velina che ne fasciava gli steli, e ci avviammo.

-- Ritornerò, ritornerò... -- mormoravo camminandole accanto. -- Aspéttami, Elena... tornerò súbito.

Ed il rumore de' miei passi dolorosamente si ripercoteva nel mio cervello sperduto.

Ci fermammo a piè del treno, davanti ad uno scompartimento aperto, nel quale gettai tutto quanto portavo con me. Un uomo venne, mi domandò il biglietto, lo diedi. E restammo vicini, con gli occhi fissi negli occhi, pieni di stupore, in silenzio.

Gente passò, impiegati gridarono; per tutta la lunghezza del treno si udiva uno sbattere di sportelli. Quando giunsero al mio, la strinsi fra le braccia ancora, fin ch'ebbi fiato, poi salii nel treno, chiusero, e m'affacciai.

Si era fermata un passo lontano, rigida come una statua, con le mani congiunte sul grembo, un piede appena discosto dall'altro, un ginocchio che le formava un piccolo rilievo su la gonna scura.

Intesi un crepitar di ruote, il treno si mosse con fatica, e mi parve che la vedessi lontanare, già piccola, già perduta.

-- Addio... addio... -- le gridai, sporgendo il braccio.

Ella camminò come per seguirmi, e tese la mano senza giungere alla mia.

-- Senti... -- balbettò, -- volevo dirti una cosa... Io...

Ma non disse nulla; di colpo si fermò con una specie d'urto, e rimase lì a guardarmi, del tutto immobile, su l'orlo del marciapiede.

-- Dimmi, dimmi?... -- le gridai, mentre partivo. E súbito lo spazio fra di noi divenne vasto, lontano, buio.

Ebbi un senso quasi di vertigine, che mi costrinse a ghermire le tende.

-- Addio!... addio!... -- gridava il cuore disperatamente, -- amore... anima... vita mia!...

Divenne piccola, incerta, come una cosa che va nella tenebra e nella tenebra s'occulta... la notte si fece profonda, non la vidi più.

I

Il treno che mi portò verso Roma, quasi mi diede l'impressione di farmi percorrere una terra sconosciuta.

Trasognato guardavo. E le strade bianche dall'Appennino selvoso mi parevano strade ignote, ignote le città biancheggianti tra i primi chiarori dell'alba, e la malsana Maremma e le fuggenti, popolose di bufali, praterie della Campagna. Nell'aurora, mentre la primavera laziale metteva sopra tutte le cose un colore indefinibile di eternità, lontana e raggiante Roma mi apparve, Roma dalle cento basiliche, simile a una grande isola, tutta bianca di palazzi, che stupendamente apparisse fuor da un oceano di vapori.

Quando vi giunsi, eran le undici del mattino; l'aria limpida balenava nella Fontana di Termini.

Oh, viaggio indimenticabile, dovess'io vivere mill'anni!

Scesi. I miei passi erano grevi come se nelle vene mi pesasse l'inerzia d'una estenuante fatica; dentro il cervello stordito continuava il rombar del treno come un'eco dolorosa. Una stupefazione grande attutiva in me l'acutezza della mia pena e fui come lo straniero che dopo anni di pellegrinaggio, faccia ritorno alla sua casa natale, ma più s'inoltri e più tema, davanti al pensiero di trovarla deserta.

Mi sorprese il linguaggio che la gente parlava, mi sorpresero i lor gesti e l'aspetto delle contrade note.

Ritornavo, ma non ero più che l'ombra di me stesso: anzi un estraneo solamente, un triste caduto; ritornavo con l'anima inerte, fasciata in un immenso dolore. Nella città ch'era stata mia, or m'attendevano sguardi curiosi e cuori chiusi, nella città stessa ove il mio fasto mi aveva data una effimera gloria e la mia vita era stata un esempio per molti.

Non avevo avvertito alcuno del mio giungere, neanche Fabio perchè un poco di solitudine mi sarebbe stata necessaria in quel primo ritorno. A Ludovico, il mio domestico, non avevo potuto scrivere, ignorando se avesse preso in quel frattempo un altro servizio; e così dovetti scendere all'albergo. Le vetture da forestieri attendevano allineate; mentre ne scorrevo le insegne, un conduttore mi si avvicinò, salutandomi garbatamente:

-- Ben tornato, signor conte. Mancava già da un pezzo!

Sul berretto, a cifre d'oro, portava il nome dell'albergo nel quale aveva dimorato Elena durante il suo soggiorno a Roma.

-- Oh, siete voi? -- feci con una commozione subitanea. E mi parve di ritrovare un amico.

-- La signora non è tornata con lei? -- mi domandò egli con premura.

-- No, per ora no. Prendete la mia borsa e chiamatemi una vettura.

Le strade formicolavano di gente chiassosa, inoperosa. Guardavo intorno con una curiosità stanca, rievocando memorie lontane, pensando alle partenze ed ai ritorni che si fanno nella vita, pensando all'amore che si dimentica per via, alla ricchezza che passa, all'invidia che segue da presso quando si domina, ed allo scherno che assale da ogni parte allorchè si precipita... Oh, commedie della vita... decadenza, imbecillità!

Giunto all'albergo scrissi tosto un biglietto al portinaio di casa mia, perchè facesse ricerche di Ludovico e, se fosse ancor libero, lo mandasse da me. Lo pregavo insieme di farmi avere sollecitamente ogni lettera, man mano giungesse. Indi salii nella mia camera e mi coricai.

Un sonno pesante, uno di que' sonni esausti che seguono da presso le grandi sciagure, mi dette per qualche ora l'oblio.

Pranzai all'albergo; la sera volli uscire in cerca del Capuano, ma il mio cuore talmente si strinse non appena fui nella strada, che tornai sùbito indietro, mi chiusi nella camera e scrissi ad Elena.

Rivedevo lei, nella nostra casa, nel suo letto insonne, al buio, che volgeva gli occhi asciutti verso l'uscio della mia camera vuota. E immaginavo di entrare piano piano, di sedermi su la sponda del suo letto, e prenderla fra le braccia per non lasciarla mai più. Adesso mi ricordavo e bene sapevo intendere tutto quanto mi era sembrato incomprensibile nell'anima sua. Era una creatura dolce, paurosa di amare, nascosta dietro un'apparenza d'insensibilità.

La vita le aveva insegnato a celarsi, ma il suo cuore fioriva come una pianta odorosa, che sveli con la sua fragranza il nascondiglio. Nell'amore la sua gran dolcezza era il silenzio.

C'erano in lei due diverse anime, che a volta a volta la facevano apparire buona e crudele, sincera e mendace, amorosa e fredda, forte e lieve. La sua bellezza non era tutta in lei, ma le viveva intorno come una immateriale presenza; e le cose che le appartenevano, i luoghi per dov'era passata, i pensieri che faceva nascere, le parole che aveva dette, rimanevano belle. Nella mia vita randagia, fra i sentimenti e le cose, avevo trovato infine un essere d'elezione, ma senza imparare a conoscerlo se non nell'ora dell'abbandono. Perenne tormento, perenne inutilità del mio cuore!

Mi sentii malato; una voglia sterile di baci tormentò le mie labbra desiderose; e nell'età virile, quando già si comincia ad inaridire, sentii che la vita in me tornava, che tornava l'amore, come una chiara fontana dissuggellatasi all'improvviso.

Ero vissuto sprecando i giorni migliori, d'ogni cosa trastullandomi con una virtuosità senza pari; m'ero sentito forte come pochi, giovine come pochi e temerario contro la sorte; non avevo creduto possibile che un amore, una donna, fermassero a mezzo il cammino questa inebbriante mia fuga.

Di fatti ancora ne dubitavo. C'era nel più profondo dell'essere mio, come ai confini d'un lago burrascoso, un tratto di palude morta, ove tutte le ondate più alte andavano a finire senza urto, senza rumore, imputridendo fra melmosi canneti. Là dentro affogava continuamente quella parte di me stesso che pur sentiva il coraggio di vivere nella bufera; là dentro c'erano i dubbi, la perplessità, l'indifferenza, e quel senso dell'inutile universale, dell'ateismo infinito, che su tutto gravava come un cielo basso e plumbeo. Maremma dell'anima, questa parte di me stesso aveva continuamente soffocato la mia volontà, sopraffatto in me i sogni, le speranze, i sentimenti, e mi pareva incredibile che l'amore d'una donna sapesse infine vincere questo mio cuore in cui tutto inaridiva. Mi rammentai la frase che avevo scritta nel libro d'ore della dama romana:

«Passare, passare, passare... ineffabile vita!» E risi amaramente perchè quei tempi eran lontani, l'anima mia profondamente mutata.

Il giorno dopo, mentre stavo ancora vestendomi, venne Ludovico, ed aveva gli occhi umidi nel rivedermi. Strinsi con affetto la sua mano sincera, gli domandai notizie della sua vita; egli mi raccontò ch'era in servizio presso una famiglia borghese di via Nazionale, mercanti arricchiti, buona gente, un po' goffa, un po' taccagna. Mentre, in forza di un'abitudine antica, s'era messo tranquillamente a rassettare i miei abiti, mi diceva ch'egli sarebbe tornato a servirmi con gioia se il mio ritorno a Roma era definitivo.

-- Ma come faresti con i tuoi nuovi padroni?

-- Oh, signor conte, ho sempre detto loro che quando lei tornasse... Tutt'al più ci vorranno gli otto giorni.

Senza sapere se sarei rimasto a Roma o no, per l'affetto che mi legava a quel buon domestico e per avere accanto un uomo il quale mi rammentasse i bei giorni passati, gli risposi ch'ero lieto assai di riprenderlo e che, appena libero, andasse a riaprir la casa.

-- Troverò modo di farlo súbito, signor conte! -- esclamò l'uomo, e pareva non tenere in sè dall'allegrezza.

-- A proposito, Ludovico, sei stato a casa prima di venire qui?

-- Sì, signore, vi sono stato; perchè non sapevo immaginare cosa volesse da me il portinaio.

-- E v'erano lettere?

-- Oh... dimenticavo! Lettere no: un telegramma.

-- Dammelo dunque! -- lo esortai con impazienza.

Egli si cercò nelle tasche, in fretta, e mi porse la busta.

-- Anzi, -- mi disse mentre l'aprivo -- c'era una sovratassa che ha pagata il portinaio.

-- Come dici? Ah sì va bene... -- esclamai deluso. -- È un telegramma respintomi da Parigi.

Indugiai nel leggerlo; avevo sperato che fosse di Elena ed il cuore mi batteva; invece portava la firma del Capuano. Ma, scorse le prime parole, trasalii. Diceva: «Edoarda Laurenzano fidanzatasi ierlaltro De Luca. Nozze fra un mese. Capuano»

E rimasi lì, come inebetito, a rileggere quelle parole, mentre mi pareva che tutto girasse vertiginosamente.

Ludovico mi guardava perplesso, volendo forse domandarmi qualcosa e non osando. Presi una sigaretta; egli m'accese lo zolfanello.

-- Su, cercami le bretelle! -- gli dissi, tornando a leggere il telegramma per la terza volta.

-- Ha ricevuta forse una cattiva notizia? -- profferì timidamente.

-- No... affatto, affatto! Un telegramma da Roma ch'è arrivato laggiù dopo la mia partenza, -- gli risposi alzando le spalle.

-- Allora, se permette, io dovrei andare, per preparar tavola...

-- Bene, Ludovico, va pure. Qua: dammi la mano, mio vecchio Ludovico. Ti ricordi? È un pezzo che ci conosciamo....

Egli mi toccò la mano, senza stringere, come fanno per rispetto i domestici, quando ci voglion bene.

Non appena egli fu dietro l'uscio, mi prese un movimento d'ira, feci una pallottola del telegramma e la scagliai lontano. Mi parve d'essere come un uomo serrato fra i muri d'un corridoio tenebroso, che avesse da capo e da fondo le due porte murate. Avevo per nulla infranta la mia felicità, ed ora, dovunque mi volgessi, non vedevo che l'irreparabile, il vuoto. Ma il silenzio di Elena mi pesava su l'anima più dell'altra sciagura, poichè in fondo v'era nel destino, al quale avevo creduto sempre, una specie d'indizio che pareva ricondurmi verso lei. Questo pensiero mi dette animo, e cullandomi nella speranza, mi sentii quasi giocondo.

Rapidamente finii di vestirmi ed uscii per recarmi dal Capuano. Egli non era uomo d'abitudini mattiniere; aveva preso il bagno da poco e mi ricevette in accappatoio, con una faccia strabiliata.

-- Toh!... sei qui? E senza farmi saper nulla? Ma quando sei arrivato?

-- Iermattina, -- gli risposi abbracciandolo. -- Ma ero così affranto, così esausto, che non ho voluto veder nessuno. E poi... e poi... ti racconterò!

-- Hai avuto il mio telegramma?

-- Un'ora fa; me l'hanno rispedito.

-- E cosa ne dici? -- egli domandò, strofinandosi la testa umida.

-- Cosa ne dico? Bah... nulla! Felici loro!

-- Tanto meglio dunque! -- egli fece, nervosamente.

-- Di' Fabio... era un pezzo che non ci vedevamo! Stai benissimo tu.

-- Devi certo aver le traveggole, mio caro! Se mi fosse caduto un trave addosso, non potrei star peggio! -- egli esclamò con umor bisbetico. -- Questo matrimonio, se debbo dirti la verità, non riesco a farmelo digerire!

-- Ma perchè te ne impensierisci tanto? Che mai te ne importa?

-- Guarda, guarda... mi fa lo gnorri adesso! Perdonami, sai, se ti ricevo male, ma stamattina riceverei male anche la Divina Provvidenza. Sei giù di cera, veh!... non mi piaci affatto.

-- Eh, Fabio mio, non avevo di che stare allegro in questi ultimi tempi! Se tu sapessi! Ma prima ti voglio ringraziare...

-- Di che?

-- Del denaro che mi hai mandato; sei sempre buono, troppo buono con me.

-- Ma io non c'entro.

-- Sì che c'entri, via, lo so bene. Non te l'ho scritto, perchè me ne vergognavo, ma fra noi... grazie insomma!

-- Eh, lasciamo andare... Che mai? una sciocchezza! Dimmi piuttosto: cosa pensi fare?

-- A proposito di che?

-- Di Edoarda, per bacco! Sebbene ormai...

-- Ormai è tardi, -- mi lasciai sfuggire. E tosto riprendendomi, soggiunsi: -- Del resto non ci pensavo nemmeno. Che sia felice! È tutto quello che io le auguro!

-- L'ultime tue lettere mi avevano indotto a pensare ben altrimenti, -- egli mi disse, mentre con somma pigrizia egli terminava di vestirsi.

-- Già... ma allora non erano accadute molte cose... Poi, che serve? Neppure volendo, non sarebbe stato possibile. Dunque meglio così. -- E, dopo una pausa: -- È a Roma, naturalmente...

-- No, a Taormina da circa un mese. Son là tutti e due; si sono fidanzati laggiù.

-- Ah?... bene.

Egli, che stava infilandosi i calzoni, vi stese dentro una gamba con tanta forza, che per poco non vi fece uno strappo.

-- Ma sai che questo è un fatto mostruoso! -- esclamò con ira.

-- Perchè mostruoso?

-- Ti par credibile ch'Edoarda sposi un De Luca?

-- Perchè no? Se le piace?

-- Macchè piacerle! Non è possibile, ti dico. Io la conosco; la conosci bene anche tu.

-- Cionondimeno lo sposa, dunque i ragionamenti cadono.

-- Sì, lo sposa, lo sposa, ed io comprendo bene il perchè. Un'alzata d'ingegno tutta sua! Sposa quello, perchè si è persuasa di doverne sposar uno. Lo ha trovato lì, pronto, e se lo è preso.

-- Tu esageri! Pietro De Luca può benissimo piacere.