L'amore che torna: romanzo

Part 19

Chapter 193,811 wordsPublic domain

Per l'appunto v'erano in mostra, nella vetrina di un fioraio, certe bellissime rose primaverili, mentre l'inverno frizzava per l'aria con presagi di neve. Andai fin su la porta, poi la cosa mi sembrò puerile, romanzesca, e tornai via.

Più oltre vidi un grande ramo di orchidee, con sei magnifici fiori uniti, d'una indefinibile tinta, tra l'azzurro, il viola ed il color malva. Le orchidee, nell'ovatta, viaggiano per lunghi giorni e la distanza non le fa sfiorire...

Entrai senza riflettere, comprai quel ramo, lo feci comporre in una cassetta, delicatamente, come un gioiello dentro un astuccio, e quando si trattò di dare l'indirizzo, stetti un momento in dubbio fra me stesso -- poi detti quello di casa mia... per Elena.

Che mistero inestricabile, il cuore dell'uomo!

Elena intanto si apparecchiava per la sua grande ora, e quel giorno, anch'esso, fu triste. Sentii che quell'avvenimento poteva segnare una data ben dolorosa nel nostro amore, poichè da quel momento ella cessava di esser una cosa del tutto mia, per offrirsi agli occhi della folla multanime, da una ribalta, ove l'avrebbero avvolta i mille desiderii degli sconosciuti, come in una carezza impura.

Recitò in una commedia nuova di Maurice Donnay; l'accoglienza del pubblico fu clamorosa; i giornali e le riviste inneggiarono a lei: per le strade i cartelli portarono il suo nome a grandi lettere, i fotografi la vollero fotografare, i manifesti, le illustrazioni divulgarono la sua bellezza, e tutti i donnaiuoli, i gaudenti, gli «snobs» vecchi e giovani si misero in caccia furiosamente per giungere sino a lei. Oh, mentr'ella saliva, mentr'ella con una esuberanza di vita godeva il suo trionfo, quante, nel mio secreto cuore, quante angosce indicibili!

Mi ricordo la prima sera.

Stavo, come trasognato, nel suo camerino. V'era pure l'attrice Grévier, la sua maestra, ed un andirivieni continuo di molte persone, uomini e donne, comici ed amiche d'arte, che insieme tutti parlavano, preparavano, consigliavano, standole intorno, considerandola già una loro preda. Io quasi non vedevo, quasi non udivo; stavo rincantucciato nel suo camerino, che ardeva d'una luce insolente, stavo là contro il muro, seduto sopra uno sgabello, fra bauli aperti ed abiti ammucchiati; il mio sguardo errava assai lontano, e la mente anche, da tutte le cose che accadevano intorno. Elena era un poco pallida ma sicura di sè.

Quando il buttafuori la chiamò, ella mi fece con la mano un cenno rapido, come di saluto, e le amiche frettolose la spinsero fuori, andando tutte insieme dietro lei, per spiarla tra le quinte. Restai solo: nella piccola stanza una lampadina intensa brillava davanti alla specchiera; pareva che il cristallo si frantumasse in un vortice di scintille. V'erano intorno i rossetti, le ciprie, le forcelle, i pettini, le fibbie, tutte le cose minute che abbisognano all'attrice. Sulla spalliera d'una seggiola era posato l'abito che avrebbe indossato nel second'atto.

Clara lo aveva disposto così ed era uscita ella pure. Mi ricordo anche d'essermi levato, di aver guardato, minutamente ogni singola cosa, con un sorriso di scherno; di avere intinto il dito in un bossoletto di biacca, in un altro di minio, poi di aver riso nervosamente osservando la mia falange così tinta. Uscii fuori, camminai verso la scena, in disparte da tutti, e la vidi, la intesi, la seguii con ansia in ogni suo movimento, finchè un applauso ruppe il lungo silenzio della sala.

Immobile, con la fronte alta, senza un sorriso, ricevette quel primo battesimo. Vicino a me, la Grévier disse qualcosa che non afferrai, e per tutta la lunghezza dell'atto restai a guardarla, quasi dimenticando che fosse lei. La sua voce non mi pareva la stessa. Un applauso caldo, unanime, risonò sull'ultima sua parola e mentre la cercavo con gli occhi, vidi lei che mi veniva incontro, quasi correndo. Si buttò nelle mia braccia, mi strinse convulsamente, mentre la sua faccia smorta, ridendo, si bagnava di lacrime.

Poi, dopo il teatro, mi ricordo ancora una cena, tra molte persone quasi estranee, che le avevano portato fiori, che vuotavano in suo nome calici di Sciampagna, gesticolando assai e parlando forte. Ella rideva, rideva di tutto, con tutti, un po' ebra del suo trionfo, ed ogni tanto mi guardava come per sorprendere i miei pensieri.

Tardi nella notte il banchetto finì, e noi tornammo soli, tacendo, verso la nostra casa, in quelle medesime stanze che ci avevano veduti giungere pieni di amore, di esaltazione e di coraggio. Una voglia infinita di pianto mi premeva il cuore; avrei voluto essere di nuovo a quel primissimo giorno, quando Elena era un'ignota, ma così mia, così dolcemente mia! Ci guardammo nel viso, e quello sguardo fu tra noi come una paurosa confessione. In silenzio le raccontai tutta la mia pena, in silenzio ella mi rispose tutto il suo dolore.

E mi parve quella notte che i suoi baci avesser quasi un sapore insolito, più acre, più torbido, forse perchè tanti uomini avevano desiderata la sua bocca.

IX

Passarono due lenti mesi. Forse amandola meno, di lei più forte mi mordeva gelosia. La seguivo sempre, alle recite, alle prove, dappertutto; leggevo anche le sue lettere. Ogni giorno, al teatro, ve n'era un fascio -- lettere caute ma chiare. Queste brighe di marito sospettoso non erano confacenti con la mia natura e m'impicciolivano a' miei propri occhi, mentre il mio carattere si faceva sempre più irritabile, più taciturno. Una eguale tristezza pesava su le nostre anime, fattesi lontane. Sapevamo entrambi di andare incontro ad una confessione ormai necessaria, senz'avere nè l'uno nè l'altra il coraggio di affrontarla per primo.

Durante quel tempo avevo consumata la somma rimastami dopo la partenza di Elia, ed avendo giocato con pessima fortuna, e perduto anche su parola, mi era stato necessario far capo all'amicizia di Gualtiero Alessi, per non lasciare il mio debito insoluto. Egli mi accordò questo favore, senza però nascondermi una certa sua diffidenza, ond'io scrissi al Capuano, pregandolo di cercarmi sollecitamente un prestito, che avrei rimborsato entro pochi mesi.

Una sera, dopo il pranzo -- (Elena quella sera non doveva recitare) -- pensai finalmente di parlarle a cuore aperto.

-- Il Capuano -- le dissi, -- avrebbe già dovuto rispondermi. Invece anch'egli non pensa che vivo in un'ansia terribile. Vorrei sùbito rendere a Gualtiero Alessi quanto gli devo, poichè sembra ch'egli mi consideri per un stoccatore qualsiasi.

-- Da quanti giorni hai scritto a Roma?

-- Una settimana circa. Fabio avrebbe potuto almeno rispondermi due parole per togliermi da questa incertezza.

-- Se tace, vuol dire che sta cercando.

-- Secondo me vuol dire che non gli riesce di trovarmi denaro. Dio!... che vita miserevole!

-- Povero amico... -- ella mormorò, con la voce di una buona sorella.

-- Oh, tu non puoi comprendere che pena sia la miseria per un uomo il quale non conobbe mai la vergogna del chiedere!

-- Lo immagino purtroppo, Germano. Se ti potessi aiutare! Non sai quanto vi penso. Ma per ora guadagno così poco!

Le tesi una mano, con amicizia, per ringraziarla.

-- Sei buona, Elena: ma non devi nemmeno pensare a queste cose. Poi non si tratta solo di denaro; il male è più profondo. E un avvilimento che neanche la ricchezza potrebbe ormai guarire. E con te sono ingiusto, lo so. Ti torturo, quando potresti essere felice.... Ma devi comprendere e perdonare la mia esasperazione.

-- Non ti ho mai detto nulla, io.

-- Sì, tu sei molto buona, molto buona, ma non basta.... Io sento troppo che non mi appartieni più. Sei del tuo teatro adesso. Sei di tutti quelli che vanno in visibilio quando solo appari su la scena. Gli attori ti toccano, ti prendono fra le braccia... e sei l'amante mia! l'amante di un uomo che s'è ridotto a fare il cane da guardia! Come tutto questo è comico, Elena mia... comico fino alla vergogna!

-- Perchè mi parli così? Non lo abbiamo forse desiderato insieme? Potevi anche impedirmelo fin dal principio, e mi sarei certo rassegnata. Ma ora non posso fare altrimenti; è l'arte che vuole così.

-- Oh, l'arte!

-- Bene, dirò il mestiere. Lo so che ora mi disprezzi. Alle volte, mi guardi come se la scena m'avesse contaminata, e perchè recito, quasi quasi mi consideri come una donna di strada.

-- Non ti ho mai detto questo, Elena.

-- Forse non l'hai detto, però me l'hai fatto comprendere, ed è più grave. Non hai fiducia in me; parli del mio teatro come di una cosa vile; sembra che io ti faccia subire tutte le vergogne possibili.

-- Sì, è vero, sono ingiusto; ma è così perchè ti voglio bene.

-- Oh, mi vuoi bene!... -- disse amaramente. -- No! Anche questo è finito. In te non parla che l'orgoglio, soltanto l'orgoglio. Non gelosia dunque, ma un esagerato senso d'amor proprio; hai paura che un'attrice non sia più l'amante che ti convenga e forse temi che si calunni la mia fedeltà. Non è vero?

-- Se così fosse non avrei consentito fin dal primo giorno, e tu, come dicevi appunto, avresti per me rinunziato anche alla scena.

-- Certo. Ma perchè te ne penti ora?

-- Non mi pento; però non posso mutare il mio modo di sentire. Sarà per orgoglio, se non vuoi credere che sia per amore, ma in ogni modo, quando ti vedo fra quella gente, ne soffro, ed anche mi vergogno... è vero!

Ella sorrise ambiguamente, piegando il volto in cui nasceva una grande ombra.

-- Ti vergogni?... Ah sì? Perchè lavoro, perchè vedo finalmente avverarsi un mio sogno di tanti anni, perchè tento di provvedere da me alla mia vita, ecco ti vergogni?... -- Fece una lunga pausa, dolorosa, gonfia di lagrime contenute, poi seguitò:

-- Ma... dimmi? Quando te ne sarai andato, quando non ti rammenterai nemmeno più ch'io viva, cosa farò di me allora? Oh, questo è semplice, tu dici! Dopo di te... un altro! Dopo di te, che importa s'io divenga una donna di strada?... Bah, che importa se pure io mi venda?... E così che pensi?

I folti capelli spargevano di una dorata oscurità il suo bianco volto; grosse lacrime le rigavano la faccia.

-- Non parlare così. Tu stessa non puoi credere a quello che dici. -- E le andai vicino, mansuetamente, per consolare la sua tristezza.

-- Senti!... -- ella esclamò, afferrandomi le mani con un moto repentino, -- vuoi che lasci il teatro? Vuoi che torni a vivere per te... per te solo? Dimmelo! Se questo ti piace, il sacrifizio non mi costerà nulla. Vuoi?

-- No, no... sei buona, ma non voglio questo.

Ella si mise a ridere nervosamente.

-- Poi sarebbe anche inutile!... inutile... -- mormorò tra quel riso.

-- Perchè?

Rimase un attimo a guardarmi con fissità, poi disse:

-- Tanto non mi ami più! -- E covertasi la faccia con i due palmi, ruppe in un pianto incontenibile. Cercai di abbracciarla, mi respinse; le dissi parole tenere, le ricordai molte memorie nostre, sentii nel cuore un desiderio di lacrime anch'io... ma ella scoteva il capo con ostinazione, senza credere, senza udire, parendo ascoltasse una sua voce profonda.

Questa debolezza fu breve. Sùbito si ricompose; levò il capo e rividi la donna forte che un giorno credevo incapace di lacrime, la donna ch'era stata mia senz'appartenermi e che avevo amata con un perenne timore.

-- Dunque -- ella concluse rapida, -- noi ci dobbiamo lasciare.

La sua voce sonò così ferma, le sue parole furon tanto inattese, che non seppi trovare alcuna risposta e solo profferii smarritamente il suo nome.

-- Sì, -- riprese, -- questa è l'unica via. Lasciarci quando ancora non ci sono fra noi rimorsi, e prima che sia necessario. Sappi anzi che vi penso già da lungo tempo.

Queste parole si dicono spesso tra amanti per rendere più dolce la continuazione dell'amore; si dicono anche per misurare la sensibilità della persona amata, ed anche per rammentarsi a vicenda che nell'amore tutto è caduco, e può dissolversi, e deve morire. «Noi dobbiamo lasciarci... » Ecco: noi che fummo uno spirito solo, noi che inoltrammo il nostro desiderio, la nostra confidenza, le nostre voluttà, fino a comporre insieme un'unica e necessaria vita, ecco, noi dobbiamo tornare due esseri distinti e indifferenti, ridere su le nostre debolezze, considerare tutto il passato come un episodio fatalmente chiuso, e simili a due pellegrini che abbiano insieme percorso un faticoso cammino, dividerci ad un bivio, senza lacrime, senza rimpianti, per andar soli, o con altri, verso le case lontane. «Noi dobbiamo lasciarci... » dobbiamo seppellire tutte le speranze del nostro amore, sentire a vicenda una immensa pietà delle nostre povere illusioni perdute...

Questo voleva dirmi la donna che mi aveva tanto appartenuto, la sola per la quale non avessi considerato l'amore come una dolce avventura che passa e fluisce. Tanta strada si era compiuta per giungere ad una parola così ragionata e calma, dopo aver creduto alla indissolubilità, al sempre, al mai, a tutte le speciose favole degli amori che invece tramontano.

Ahimè!... v'era una tristezza profonda, così nell'offrire, come anche nel rifiutare un simile patto.

La guardai fiso, ed una specie di sgomento mi fasciò l'anima, perchè le sue pupille non tremavano, la sua bocca era ferma, e tutto in lei segnava una risoluzione immutabile.

-- Hai scherzato... -- le dissi, con un sorriso che aveva paura di sè.

-- Puoi credere che voglia scherzare in questo momento? -- mi domandò, coprendosi la faccia con le mani un po' tremanti.

-- Ma dunque...

Ella non mi lasciò finire; levatasi, mi venne accanto, così da costringermi a guardarla bene in viso, e disse:

-- Ascolta: fra noi, uno solo ha amato. Non vorrai convenirne, anzi ti parrà necessario spendere molte parole inutili... ma invece non obiettare nulla; quella sola son io.

Feci un moto con la mano come per interromperla, ed ella mi prese la mano fra le sue, con dolcezza, facendomi segno che tacessi.

-- Abbiamo passato insieme ormai due anni; è quasi la primavera, ti ricordi? la primavera di Torre Guelfa...

I suoi occhi si empirono di lacrime, ed ella scosse il capo all'indietro, per resistere a quel pianto.

-- Bah... non importa! E passato, è lontano... si dimenticherà.

-- Elena, mio amore, -- la pregai, -- non continuare... Tutto questo fa male; poi è profondamente assurdo!

-- No, è ragionevole. Voglio dirti una cosa molto ragionevole: tu non puoi vivere con me.

Feci un rapido gesto di collera, ed ella mi contenne con soavità.

-- Forse ora ti parrà un sacrificio, ma dopo me ne sarai grato. Non è colpa tua, nè mia; vi sono ragioni che rendono questa vita insostenibile, almeno a te.

Io, che da lungo tempo vedevo sopraggiungere la necessità di un simile colloquio, mi sentii ferito, quando le sue parole, con tanta fermezza, ne affrontarono l'argomento. Ebbi quasi bisogno di offenderla.

-- Fra noi, -- presi a dire schernevolmente, -- una sola ebbe coraggio; e questa sola sei tu -- sei ancora tu. Oh, non v'è dubbio! La tua fermezza è ammirevole! Fra la Elena di Torre Guelfa e la Elena d'oggi sono passati, non due, ma dieci anni di vita. Con un bel raggiro mi offri il mio commiato. Bah... me l'aspettavo, quindi non me ne stupisco affatto.

Ella mi fissò profondamente, senza rimprovero, senza collera.

Sorrise; quel sorriso mi parve, su la sua bocca, una pietà generosa che venisse dall'anima d'una sorella.

-- Bisogna sempre difendersi, -- rispose. -- E tu, per difenderti, mi accusi. È umano, in fondo; ma sai benissimo che non è vero. La mia colpa fu in principio; se avessi avuta la forza di lasciarti allora, non saremmo giunti mai a queste umiliazioni.

-- Parole, parole! -- feci amaramente. -- So che da molti mesi nascondi nell'animo il pensiero di abbandonarmi. Questa sera me ne parli: ti ascolto. Bene: fissiamo il giorno. Tutto e sempre finisce così...

Si era distesa in una poltrona profonda, e premendosi il petto respirava con ansia.

-- Come sei crudele! -- mi rispose. Gli occhi suoi fissavano un punto invisibile nella oscurità della stanza. -- Come sei crudele!

Ancora, guardandola, mi sembrò che fosse tanto bella come nessuna cosa fu mai bella nel mondo, e un infinito smarrimento s'impossessò dell'anima mia.

-- Tu chiami crudele un uomo che si dibatte contro il suo destino, -- dissi, cercando anch'io nell'ombra quell'ombra che i suoi occhi fissavano. Tra noi cadde un lungo silenzio; nella memoria e nell'anima passaron cose molteplici; un desiderio di lacrime ci soffocò entrambi.

Allora, quasi continuando un mio sogno, le ripetei sottovoce:

-- Io ti volevo amare per sempre...

-- Ma non si può... -- mi rispose con una voce rassegnata. -- Quante cose belle non si possono avere nella vita! Noi stessi uccidiamo ogni giorno qualcosa del nostro amore.

-- Questo è vero.

-- Anche tu lo sai, Germano?

-- E come non lo saprei, se ti amo, se ti ho amata sempre con tanto dolore! -- Un'altra pausa interruppe le nostre parole; lunghe torme di visioni attraversarono la memoria evocatrice.

-- Germano, -- ella disse, -- come tutto è triste qui! La mia voce stessa mi fa male. Vorrei tacere, tacere sempre...

Portai una seggiola vicino alla sua poltrona e posando i gomiti sul bracciuolo, mi raccolsi la faccia nei palmi delle mani. Sentivo il suo respiro scorrermi su le falangi.

-- Ti ricordi? -- le dissi; -- a Torre Guelfa c'era una stanza...

-- Sì, una stanza grande... -- E con la mano accennò la memoria.

-- Un letto alto e profondo.

-- Sì, un letto immenso.

-- Poi, la mattina, il sole veniva fin su la coltre.

-- E le contadine cantavano.

-- Ed il glicine folto entrava quasi nella stanza.

-- Ogni mattina se ne coglieva un ramo.

-- Come tu mi amavi allora, Elena!

-- Taci!...

-- E ti ricordi quelle sale così vuote, così grandi?

-- Sì, sì...

-- Ed il giardino?

-- Oh, il mio giardino, come lo ricordo!...

-- E Lazzaro?

-- Lazzaro, la sua cavalla saura, che volava!

-- Ed i pranzi che facevamo sotto il pergolato, ed il nostro balcone azzurro, dal quale guardavamo le stelle prima di coricarci?...

-- Taci, taci! Sì, mi ricordo tutto, ma taci!

-- Che bella casa!...

-- Che bella casa!...

-- Non vorresti ritornare laggiù, Elena?

-- Oh, quanto lo vorrei!... -- Ed aperse le braccia, come in un gesto d'inutile desiderio, immenso. Allora mi chinai su la sua bocca e baciai le lacrime che vi erano trascorse, in silenzio.

-- Perchè mi baci ancora? -- ella domandò affannosamente. -- Non vedi che ogni volta mi fai più male?

-- Ma pensa che ti desidero ancora, io, come la prima volta! più della prima volta!

Ella rise, tra le lacrime, con la gola riversa, un po' turgida, il seno inquieto. Le ciglia chinate oscuravano il pallore del suo volto.

-- Per quanto tempo ancora ti ricorderai di me? -- domandò, stringendosi tutta contro la mia persona.

-- Non voglio ricordarmi, voglio averti sempre, sempre!

Le sue mani mi lisciavan ora i capelli, dolcemente, lentamente.

-- No, ascolta. Io non son stata gelosa, finchè ti ebbi: lo diverrò terribilmente quando sarai lontano. Non ridire a nessuno quello che hai detto a me... non voglio. Perchè t'ho appartenuto come nessun'altra e vorrei rimanere nella tua memoria, io sola...

-- Che bambina sei! Devi pur comprendere che non ti lascerò.

-- Ma si deve... non c'è rimedio. Se non m'avessi conosciuta, oggi avresti una famiglia, saresti ricco, libero, allegro. Invece non ridi mai... Forse mi vuoi bene, un poco, ma mi odii anche, perchè sono la tua catena e ti penti oggi di non esserti sposato... come dovevi.

-- Ma no, Elena, t'inganni.

-- La donna che ama non s'inganna mai. Vedi chiara la tua sorte e pensi ad una salvezza. È così giusto in fondo! Poi, voglio confessarti anche una mia piccola indelicatezza...

-- Dimmi.

Le avevo slacciato l'abito e le baciavo la gola.

-- Che fai?

-- Nulla. Respiro il profumo che hai qui... un profumo di rose fresche.

-- Allora, mi ascolti?

-- Sì.

-- L'altro giorno hai lasciato sulla tua scrivania due lettere di Fabio Capuano. Mi sono immaginata che le avessi lasciate apposta perchè le leggessi, e, per la prima volta, sono stata indiscreta: le ho lette. Me ne rimproveri molto?

-- No, affatto, anima mia; non ho secreti per te.

-- Però le nascondevi sempre.

-- Oh, Dio... quell'uomo ha certe sue fissazioni! Mi seccava che tu leggessi certe bizzarìe... Ad ogni modo poco importa.

-- Da quelle due lettere ho immaginate le altre, ed anche le tue. Così mi sono persuasa che devo trovare il coraggio di renderti la tua libertà.

-- Non gli badare; è un pazzo!

-- No, è invece un uomo di buon senso, e ti vuol bene. Poi, non vedi quante cose si mormorano a Roma sul tuo conto? Insomma non c'è che una strada: quella che il Capuano t'insegna, e, se io te l'impedissi, mi crederei colpevole della tua rovina.

-- Elena, se tu mi volessi bene veramente non parleresti così. Non credo a questi sacrifizi.

-- Ma nell'anima si può morirne, forse... Che ne sai tu?

Compresi che il momento era venuto per una intera sincerità.

-- Ascoltami bene, -- le dissi, prendendole i due polsi, come per non perdere un solo battito delle sue vene, ma insieme per stringerla nel dominio della mia volontà. -- C'è una cosa vera: continuando in questo modo si andrebbe incontro all'irreparabile; tu lo comprendi, e come rimedio mi offri un sacrifizio il quale, a parer mio, supera la natura dell'amore. Ma voglio credere alla tua franchezza. Ora senti, Elena: di me conosci molte cose, molte anzi che vorrei tu non sapessi...

A questo punto mi pentii d'avere cominciato un discorso così grave e cercai un mezzo per evitarne la conclusione. Ma ella, vedendomi esitare, mi sollecitò con una frase che mi dette coraggio.

-- Sai pure -- disse, -- che per te sono anche una vera amica.

-- Bene, allora continuerò; sebbene le parole che sto per dirti mi brucino veramente le labbra. Senti: io ti voglio bene, davvero, profondamente; non ho amato che te, con l'anima e coi sensi; tu mi sei necessaria; il resto della mia vita non fu che scherzo, fumo, polvere, nulla. Se ti avessi conosciuta prima, forse mi avresti anche insegnato l'amore della famiglia, dei bimbi, della quiete, cose che non conobbi mai. Sei venuta troppo tardi, e il nostro amore dovette soffrire le conseguenze di tutta una vita anteriore. Ma non ti voglio perdere; non voglio, capisci? -- perchè ne proverei tale uno schianto, che non oso nemmeno pensarvi. Quindi ho ragionato a lungo, in silenzio, anch'io. Senti: un rimedio c'è, ma non è onesto. Vuoi che lo esaminiamo?

Poichè la guardavo direttamente, ella chinò gli occhi e rispose: -- Volentieri.

Esitai lungamente, un rossore mi coverse la faccia, guardai altrove, impacciato.

-- È una cosa orribile... -- mormorai. -- Ma non sempre la vita lascia una libera scelta fra i mezzi opportuni. D'altronde, che fa? Ti voglio bene; questo solo è vero. Dunque ascolta. So benissimo che potrei tornarmene a Roma, ed in poco tempo, nonostante l'accaduto, rimediare a tutto. La mia salvezza unica si riduce infatti a questo matrimonio. Ebbene, senti... lo farò, lo farò contro il mio cuore, ma ad una sola condizione: che tu mi appartenga lo stesso...

-- Basta! Non proseguire; ho compreso, -- ella disse con indulgenza, per abbreviare la mia vergogna.

Di nuovo le sue falangi lievi, con un gesto di consolazione, mi passarono tra i capelli, e nel lungo silenzio ch'ella frappose dinanzi alla risposta, forse dalla malinconia del suo sguardo, forse dalla tristezza del sorriso che le rischiarava la faccia, compresi di aver commesso un grande fallo e mi sembrò di aver aperta in quell'anima una profonda ferita.

-- Germano, -- ella mormorò; -- se avessi avuto ancora un piccolo dubbio su ciò che si chiama il tuo amore, queste parole mi avrebbero tolta l'ultima illusione. M'hai fatto comprendere con evidenza quella verità che avevo solo intuita.

E le lacrime scorrevano piane, lente, per la sua faccia cosparsa di pallore.