Part 18
Questa lettera mi lasciò indifferente; pensai che il Capuano fosse un maniaco e giudicai del tutto sprecata questa caparbia insistenza. Le sue parole mi sembravano artifizi facili a scoprirsi, poichè non potevo credere alla rassegnazione di Edoarda nè alla verisimiglianza dei fatti ch'egli mi raccontava. Come supporre infatti ch'ella sopportasse di lasciarsi corteggiare da un barone Piero de Luca, uno sfaccendato senza levatura, un cinico senza signorilità? La figura di costui cominciò a sedermi nella mente con una ostinazione fastidiosa, e rividi la sua bocca fatua, con quel sorriso leggermente ambiguo, coi baffi biondi e morbidi, che il vento gli pettinava contro le guance smorte, quando, negli ippodromi, vestito di una giubba turchina e curvo su l'incollatura del puro sangue, a scudisciate furiose, passava il traguardo, fulmineamente. Piero de Luca era di famiglia nobilissima, però da molti anni ridotto a vivere di ripieghi; eccellente cavaliere, corteggiatore assiduo di donne ricche e di fanciulle da marito, bel giovane, buon parlatore, damerino avventuroso ed astuto, contava molte amicizie tra le vecchie signore che prestavano i lor buoni servigi per i matrimoni cosidetti di convenienza, talchè poteva darsi benissimo che il suo colpo non andasse fallito; e questo pensiero, in verità, mi causava una molestia singolare.
Tuttavia, nel rispondere a Fabio, gli dissi che mi rallegravo assai di saper Edoarda sulla via della guarigione, anzi facevo i miei più caldi voti per un suo prossimo fidanzamento. Soggiunsi che in fondo questo poteva servire a dimostrargli come d'amore non si muoia mai. Lo consigliavo accademicamente a dissuaderla dallo sposare il de Luca, dicendogli che per mio conto ero fermo nel mio partito, credendo sempre di aver prescelta la strada più opportuna e più leale per entrambi.
In quel tempo avevo ricominciato a giocare, con buona fortuna, e qualche speculazione mi aveva nuovamente procacciati lauti guadagni. Il d'Hermòs venne un giorno ad annunziarmi che doveva partire.
-- Dove pensi andare? -- gli domandai con un certo stupore.
-- Al Cairo prima, e forse dopo in America.
-- Un viaggio di esplorazione? un giro artistico? od una fuga? -- gli chiesi ridendo.
-- Fuggito non sono mai! -- dichiarò fermamente, con una voce piena d'orgoglio. -- Ma se vuoi conoscere lo scopo di questo viaggio, dimmi prima se desideri seguirmi.
Risposi recisamente:
-- No, no. Preferisco attendere il tuo ritorno. Sai che non lascio Elena.
-- Eppure, -- mi disse con accorgimento -- avevo per te un magnifico progetto.
-- Rifiuto in anticipo; grazie!...
-- Tuttavia lasciami dire. A Nuova York ed a Washington frequento alcune fra le famiglie più ricche di laggiù e conosco tutta la nuova nobiltà del dollaro. Vi sono molte misses che amerebbero il tuo bel nome, non senza molto apprezzare la tua corporatura snella. Perchè non prenderesti moglie?
-- Anche tu!... Per l'amor del cielo! Ti ho pur narrata la storia di Roma!
-- E ti ho già detto anche il mio parere: sei stato uno sciocco. Insomma, ragazzo mio, tu non sai vivere. Sei un sentimentale, un romantico, nonostante le tue pose. Una moglie ricca è uno fra i tanti modi coi quali risolvere il problema della vita. Perchè si tratta di risolvere, non di lasciare sempre, come tu fai, le cose a mezza via. Ti prometto una moglie adorabile! Sai, quelle reni delle anglo-sassoni, che paiono sempre tese in uno spasimo di piacere; alta, snella, con l'andatura elastica, una stupenda matassa di capelli dorati, il colorito sano, e, con tutto questo, due o tre milioni di dollari, che tu ritorneresti a spendere gaiamente in mezzo ai nobiluomini romani. Cosa ne dici?
-- Mi domando perchè non la sposi tu questa fidanzata ideale?
-- Ma io, caro Guelfo, non ho bisogno di prender moglie. Non solo; ma potrebbe anche darsi che ne avessi già una, chissà dove, chissà da quando, ma una insomma.... A te invece non rimane che questo rimedio, poichè ti giudico refrattario a tutti gli altri.
-- Sei bizzarro anche tu! Guarda: oserei dire che non ho preso moglie, solo perchè tutti, con una insistenza esasperante, mi spingevano al matrimonio.
-- Ed è naturale! Chi ti conosce non può darti altro consiglio. Da scapolo hai tutto goduto e ti annoi; prova nel matrimonio: chissà mai? Se non desideri venire con me in America, torna invece a Roma e sposa quella che hai lasciata.
-- Senti, Elia; avevo un solo amico, e tanto fece che mi urtò i nervi con i suoi continui discorsi matrimoniali.... Ora cominceresti anche tu?
-- Io te ne parlo per la prima volta e sarà forse l'ultima. Senza ragione mi sono affezionato a te, vorrei vederti felice. Dunque ascoltami. Ora ti sei concesso anche l'ultimo capriccio, hai amato -- hai creduto di amare una donna -- l'hai avuta: basta. Non bisogna mai perdere il senso della misura, specialmente nelle cose inutili, come l'amore. Poi, vedi: neanche l'ami! E te lo dice un uomo tutt'altro che sospettabile di troppa sentimentalità. Via!... tu non sai nemmeno cosa voglia dire, questa parola «amore», della quale fai spreco; ed io stesso te ne potrei persuadere, io, che una volta l'ho saputo, e che in tutta la mia vita, oggi ancora, sopporto le conseguenze di quel fatto lontano. Ma tu, vediamo, cosa fai per questa donna che dici di amare? Quali sacrifici sei capace di compiere per lei, nel bene o nel male, perchè in fondo è la stessa cosa, tu che non conosci nemmeno la tua volontà? No, Guelfo, tu sei un uomo tutto d'apparenze, ma in verità profondamente inutile e profondamente arido.
-- Avrai notato che non mi difendo mai delle tue accuse. Certo non faccio pompa de' miei sentimenti; li tengo per me, con una certa gelosia, lasciando che gli altri giudichino appunto dalle apparenze. Ma infine perchè t'interessi ad un uomo tanto spregevole?
-- Ecco una domanda che mi pone in grave imbarazzo. Prima di tutto perchè mi sei stato utile, anzi perchè potevi esserlo, a te stesso ed a me, in un grado assai maggiore, se una certa paura, mascherata dietro le spoglie dell'onestà, non ti avesse fatto preferire sempre le mezze tinte, la mezza luce, il bilico perenne tra un partito e l'altro. Gli uomini della mia specie hanno l'occhio dei segugi e l'odorato dei bracchi; dal primo giorno in cui c'incontrammo ebbi l'intuito chiaro delle tue condizioni e compresi tosto quale poteva essere l'ultimo valore della tua disutilità. Mi hanno chiamato una volta «il corruttore», e certo io considero gli uomini sotto un aspetto puramente utilitario. C'è quindi tutta una umanità la quale per me non conta. Son quelli che tu potresti prendere per i piedi, mettere col capo all'ingiù e scuotere ben bene, senza vedere un soldo piovere dalle loro tasche. Tutti gli altri hanno indistintamente un valore, che bisogna stimare con scrupolo, sfruttare con intelligenza. Taluni spesso non sono che un tramite per giungere altrove: tu eri fra questi; ecco perchè ti ho scelto.
-- La tua franchezza vale tutte l'altre virtù che ti mancano, -- convenni.
-- Quando si può essere sinceri perchè mentire? Così, alle ragioni che ti ho dette sopra, devi aggiungere qualche nota sentimentale, se vuoi, ma sincera. Un certo rincrescimento nel vedere un uomo come te ridotto alle meschine angustie della gran fauna borghese, una simpatia spontanea da uomo ad uomo, un bisogno quasi di paternità che m'invade con il crescere degli anni, ed ancora, che vuoi? la inguaribile malattia di tutti i maestri: quella di far discepoli, per non aver studiato invano questo grande problema della vita, la quale è un grande libro di chiromanzia, pieno di molta saggezza per chi vi sappia leggere.
-- E tu, mago, mi hai finalmente cavato un oroscopo singolare.... Vuoi che prenda moglie! Non mi credi capace d'altro? Vi sono momenti nei quali mi sento giovane ancora come a vent'anni! Poi, vedi, non c'è rimedio; si vive secondo il proprio destino. Anche gli antichi dicevano: «Sequere deum!...» Seguire il proprio Dio.
-- I filosofi sono i genii dell'umanità inutile. Si dice ch'essi ci abbiano regalato il lume della ragione; ma non è vero. Sono riusciti semplicemente a chiudere in formule speciose alcune verità che il comune buon senso permette a chiunque d'intendere o d'intuire. Fa dunque a tuo modo; ma cerca di non pentirtene. Il pentimento è la vigliaccheria più triste.
VIII
Un'altra lettera di Fabio Capuano:
«Novembre, triste mese. Gli uomini, che hanno paura di tutto, hanno anche paura dell'inverno e guardano in cagnesco il cielo. Roma si ripopola dei reduci dalle circostanti villeggiature e si prepara, come fa tutti gli anni, a divertire gli ospiti con molte chiassate. Ho l'ossessione della vecchiaia; nella mia vita residua conto un estate di meno. Tu non puoi credere come gli orologi camminino in fretta verso l'età mia! Sono stato quindici giorni in villa da Edoarda; l'autunno era dolcissimo nella campagna laziale. In questa villa, che tu conosci, è accaduta una cosa molto singolare: tutte le memorie tue furono bandite. Resta solamente un tuo quadro nella sala grande: «_La svernata in Abbruzzo_». Lo si dimenticò su quella parete, ov'è appeso da molti anni. L'ho riguardato a lungo. Certo avevi grandi attitudini alla pittura; è peccato non averne ricavato nulla.
Prima, in quella casa, tu eri il genio assente. Nell'anticamera vedevo sempre un tuo rustico bastone da montagna, con la ghiera acuta, memoria chissà di qual gita, e rimasto lì, come se un giorno o l'altro dovesse ancora servirti. Nel corridoio, trofei delle tue cacce alla volpe, al daino ed ai galli di montagna. Nelle sale... bah! non parliamone! una quantità di piccoli oggetti che tu regalasti, o che ti appartennero. Come sei smemorato! quante cose hai dimenticate nella tua vita. Germano! Ora mi stupii nel vedere come tutte queste reliquie fossero d'un tratto scomparse. Gli Dei tramontano. Anche Whisky, l'ultimo terrier del tuo canile, è morto. S'è fatto schiacciare miseramente sotto una carrozza. De profundis!... In questo momento le cose tue hanno una maledettissima iettatura. La grande araucaria, che tu hai fatta piantare nel giardino di fianco alla serra, s'è presa un malanno e va intisichendo a vista d'occhio. Se queste notizie non ti affliggono, devi aver l'animo ben indurito. La zia mangia, dorme, ingrassa, trangugia una quantità di medicine ogni giorno; Edoarda rifiorisce a poco a poco e guarda l'autunno sciorinare su la terra esausta i suoi colori di ardente vendemmia. La campagna le ha fatto bene; è florida, ride spesso e sta con i contadini volentieri. Le creature semplici fanno bene all'anima. Questi quindici giorni alla «Cascina Bianca» sono stati per me una vera delizia.
Ho seguitato a riposarmi, come faccio sempre. La mattina Edoarda ed io ci alzavamo prestissimo; in campagna vi sono molte cose da fare: le galline, i fiori, le serre, i bimbi del giardiniere, l'araucaria che intisichisce....
Verso le dieci si usciva in «charrette», per fare una trottata. Edoarda guidava, io fumavo. I chilometri non si contavano, con quel suo nuovo «poney», tutto spuma criniera e scalpitìo, al quale abbiamo posto il nome di Rodomonte, perchè si dà l'aria di voler essere un cavallo grande. Poi la colazione, copiosa, ottima: il cuoco è sempre lo stesso. Anzi egli si è lagnato con me della tua scomparsa, perchè non ha più occasione di fare quel certo pasticcio di selvaggina che amavi tu solo e che Edoarda si forzava d'inghiottire per farti piacere.
Dopo colazione, discorsi, letture, corrispondenza, musica, sigarette, ricami, e qualche volta, non sovente, visite. Verso le quattro e mezzo il tè all'aperto, sotto la pergola; poi dolcissime passeggiate, a piedi od in carrozza per i dintorni, e visite di villa in villa, cogliendo fiori e facendo pronostici sul tempo del domani, con allegria schietta, fino all'imbrunire. A pranzo venivan spesso il medico Oliveri ed il curato, che non è più quello di una volta. Graziosissimo questo prete che hanno mandato giù dalla montagna d'Abruzzo. Ha circa sessant'anni, ma è tondo e gioviale. Egli fu la nostra vittima. Riuscimmo quasi a convincere la zia che il prete si fosse innamorato di lei, ed a convincere il curato che la zia gli professasse un certo qual tenero... Il poveretto per alcuni giorni non osò più guardarla in faccia.
Edoarda è divenuta per me un'amica vera. Di quante cose diverse, tristi e gaie, profonde e frivole, si parlò insieme! Che anima tu hai perduto. Guelfo mio! Un pomeriggio eravamo seduti nella grande sala, entrambi su lo stesso divano e proprio sotto il tuo quadro. Sai che da quel divano, quando c'è molta chiarità, ci si vede chiaramente nello specchio di Murano che sta su la parete opposta. Lei ricamava, io, come sempre, mi riposavo. Guardandomi nello specchio mi trovai ben conservato ancora, e lo dissi anzi a Edoarda, ridendo:
-- Non vi sembro ancora quasi un bell'uomo?
Ella sollevò la testa dal ricamo, per guardarmi nello specchio, e rise.
-- Certo, -- mi rispose. -- Ma non siete modesto!
Accomodai la cosa come potei meglio e soggiunsi:
-- Guardate: là nello specchio i vostri capelli sembrano più scuri, vicino alla mia testa quasi bianca.
-- Oh, bianca... -- ella esclamò, -- voi esagerate!
Ti faccio notare che ha detto: -- Esagerate!...
-- Ebbene, Edoarda, -- continuai, -- pensate che un giorno questa mia canizie precoce commise la follìa di amare con passione i vostri capelli pieni di luce... Scommetto che non ve ne siete nemmeno accorta!...
Pensa... ho avuto il coraggio di dirle queste parole, io!
Ella divenne tutta rossa, e dopo un silenzio mi rispose:
-- Credete che una donna possa non accorgersi di queste cose?
A mia volta rimasi un po' perplesso e confuso; ella chinò la testa sul ricamo, io gettai una sigaretta accesa per accenderne un'altra.
-- Ed ora? -- ella mi domandò poco dopo, forse per interrompere quel silenzio greve di parole inespresse.
-- Ora, -- feci, -- non vi amo più affatto, affatto!
-- Bravo! E me lo dite così? -- Ci mettemmo a ridere entrambi. Ella ebbe la delicatezza di non far mai allusione a questo discorso ed io fui lieto d'essermi tolto un peso dal cuore.
Naturalmente abbiamo parlato anche di te; non i primi giorni, ma più tardi. Qualche volta, mentre passeggiavamo insieme, tu capitavi tra noi come un compagno inevitabile. Edoarda può parlare di te senza piangerne: per un'anima che ha amato e sofferto come la sua, questo è già molto. Solo con me si confida; per tutti gli altri, sua zia compresa, tu sei, tu devi essere una persona morta. Con una forza sublime ha soffocati, ha sepolti, ha cacciati via da sè tutti i fantasmi della sua vita lontana. Così almeno dev'essere per chi la vede. Se nascostamente forse ti ami ancora, non so, -- non osai domandarlo. Parlammo di te nel modo più naturale, senza esagerarne l'importanza, con una certa esitazione in principio, e dopo con serenità. So dalla zia che a Venezia, dove la condusse dopo l'avvenimento, ella fu per morirne. Ma il suo cuore ti perdona tutto il male che le facesti. Anzi mi ha detto: «Gli altri possono accusarlo, io no. Comprendo che non poteva essere altrimenti». Un giorno le domandai: -- Ma vorrete dunque sacrificargli tutta la vostra vita?
-- Chissà? -- mi rispose. -- Non ho altro desiderio che di essere tranquilla, e per ora non c'è nulla che possa vincere la mia indifferenza.
-- Sapete pure che molti vi corteggiano? -- soggiunsi. Allora si fece buia, chinò il viso e tacque. Forse tu puoi, meglio di chicchessia, comprenderne il perchè.
Ma il giorno dopo, nello stesso luogo, alla stessa ora, come per continuare il discorso interrotto, mi fece questa domanda:
-- Voi, Capuano, credereste colpevole una donna, la quale accettasse di vivere onestamente con un uomo onesto, anche senz'amore, ma per fiducia, per un desiderio di compagnia, d'amicizia, di tranquillità reciproca? -- E mi parve, dal tono della voce, che le sue parole volessero chiedere assai più.
-- Non solo non la crederei colpevole, -- risposi, -- ma questo, in molti casi, mi parrebbe anzi un dovere. La donna è nata per la famiglia ed è solo colpevole quando rifiuta di averne una. Poi v'è per la donna un compenso a tutte le sventure: la maternità. -- Edoarda mi diede la mano e mi rispose: -- Grazie, -- semplicemente. La sua trasfigurazione si compie con lentezza, ma certo da questa sciagura uscirà una donna diversa da quella che tu hai conosciuta.
Piero De Luca la venne a trovare una volta durante il mio soggiorno e so ch'è ritornato alla Cascina Bianca dopo la mia partenza, due volte. Edoarda è con lui cortesissima; una cortesia però che non lascia campo ad alcuna previsione. Con lei mi sono astenuto da qualsiasi commento; però credo che il barone spenda invano il suo tempo e le sue fatiche. Ora sono a Roma da circa dieci giorni: Edoarda vi ritornerà forse a mezzo Dicembre. E tu? Le tue lettere mi giungono di tempo in tempo, senza darmi notizie notevoli; ma sono come le lettere di un malato il quale voglia nascondere il suo male. Ti vedremo a Roma durante l'inverno? O ci hai abbandonati per sempre? Io faccio sforzi inauditi per difendermi dalla vecchiaia. Ho per amica in questi giorni una cantante russa dalle forme giunoniche; trent'anni circa, ma portati benissimo, alla maniera slava. Te ne parlo, perchè debbo chiederti per lei un piccolo favore. Vuole una certa cipria di perle che si compera -- dice -- in un negozio apposito, Boulevard des Capucines, vicino al Grand Hôtel. Vedi un po', ti prego, se ti riesce di mandarmene due o tre scatole. Una donna -- penserai -- che adopera le perle anche in cipria, deve costarti orribilmente caro! No, rassicùrati, non faccio pazzie. Canterà quest'anno all'Argentina. Scrivimi spesso e mandami tue notizie diffuse. Addio.
_Capuano_»
Questa lettera cominciò con farmi pensare. Mi era finalmente necessario un esame di coscienza stretto e logico, sì bene ch'io m'accinsi a farlo. Due strade mi si aprivano dinanzi: o abbandonarmi pienamente nelle mani di Elia d'Hermòs, o appigliarmi con volontà virile ad una risoluzione decorosa, chiedendo alla mia intelligenza il piccolo sforzo necessario per procacciarmi il pane.
In questo caso dovevo, per i miei vecchi giorni, serbar intatta la pochissima terra che avrei salvata sistemando le usure, vendere le ultime gioie di famiglia che ancora mi rimanevano a Roma presso un banchiere, e, datomi ad una professione sopportevole, campar la vita che mi restava in una casa modesta, con Elena fin quando ella volesse, poi anche solo, non lieto, non triste, come il maggior numero degli uomini che si accontentano di umili destini. Era la via legittima, da galantuomo, non invidiabile forse, ma chiara e leale. -- Ne sarei stato capace?
Forse; perchè il bisogno ammaestra e la volontà s'impara. Ma questi atti pieni di una loro bellezza plebea, compiuti da un uomo che professò le abitudini più signorili, muovono in genere un rispetto vicino quasi alla pietà, il qual rispetto, fra tutte le ammirazioni, è certo la meno ambita e la meno lusinghiera.
Da un lato adunque il rimedio pacifico, la mediocre serenità, la vita veduta fino all'ultimo giorno senza divario, lenta, quasi monotona, confuso con tutti, io, che fui solo.
Non certo la paura m'impediva di abbandonarmi pienamente allo scaltro avventuriero, ma la servile bassezza delle imprese che i suoi bei sofismi velavano a mala pena; non la paura del danno, ma la salvaguardia legittima che dovevo al mio nome; non l'incapacità infine di vincere la mia coscienza, ma lo sdegno quasi atavico per tutte le ineleganze, anche morali. La sola cosa che non mi rimprovero nella mia vita è quella di non aver perduto mai, in alcun frangente, il senso della mia diversità.
Essa, nel decadimento, era la mia forza, laddove i sottili sofismi di Elia d'Hermòs non potevano per me rappresentare che la salvezza momentanea, il rimedio passeggero e deprecabile.
Fra queste amare vicende, unica e bella mi sorrideva l'immagine di Elena, che sovente lascio in disparte narrando queste mie memorie, per non sciupare il profumo della sua grande anima fra le buie pagine ove si perde la storia dei mio passato. Ella rimane, al di sopra di tutte le vicende, sola ed inaccessibile; fu l'anima che sentii più presso alla mia, più simile al mio celato cuore; fu l'anima che invidiai talvolta, perch'ella non conosceva l'umiltà nè il dubbio, ma era oscura e limpida insieme come una notte piena di stelle.
Certo, infuori da tutte l'altre, v'era un'ultima possibilità, v'era un'idea quasi lontana, che si avanzava nel mio cervello, da prima timida e tosto respinta, indi più definita, più certa, più persuadente.
«Fra poco -- pensavo -- Elena affronterà la scena; sarà nota, corteggiata e ricca. Dovrò concederle una maggiore indipendenza, e, forse la gelosia, forse la fierezza, mi comanderanno di creare nei nostri vincoli un mutamento essenziale. Così ella è salva; la nomade si elegge un confine, si assegna una meta, entra ella pure nel numero delle persone che han definito e risolto il problema della lor vita.
Io solo rimango, a mezzo del cammino, senza conoscere quel che mi attende nell'incertezza del domani.
Ma v'era infatti un'altra, un'ultima possibilità, la quale aveva un nome, un nome pallido, abbandonato, lontano, che faceva male all'anima come la memoria d'una cosa morta, un nome cosparso di cenere, fasciato d'oblio, confuso nella lontananza: -- Edoarda.
Sì, certo; quando nella vita non è più possibile andar oltre, si può talvolta, quasi per una rimembranza di noi stessi, far ritorno verso ciò che fu nostro. Ed Elena? -- fu la domanda subitanea che mi feci. Pensavo dunque di rinunziare a lei con una tranquillità così freddamente priva di rimorso?
No. Mi avvidi che il mio calcolo non aveva nemmeno questa rettitudine, poichè ammettevo che fossero entrambe necessarie alla mia vita. Ed allora, -- mi domandai, -- perchè non ho fatto questo fin dal principio, quando la frode poteva rivestirsi almeno d'un'apparente inevitabilità? Questa Edoarda non era dunque più il giogo aborrito, la creatura stanchevole, presso la quale il mio spirito ed i miei nervi soffrivano di ribellioni veementi?
Non seppi rispondermi con esattezza, e tuttavia mi parve che potessi ricordarmi di lei senza provare alcun senso di avversione o d'inimicizia. Poi le lettere del Capuano, a mio malgrado, m'incuriosivano. Il saperla convalescente dal suo fedele amore, quando la credevo per sempre ferita, eccitava in me una specie di sorpresa e di rammarico, rinnovandola quasi a' miei occhi. L'idea ch'ella potesse aver pensato ad altri dopo di me, quasi mi diminuiva nell'orgoglio, e talvolta, nella visione che di lei serbava l'anima inobliosa, m'accadeva di rivedere quella pallida creatura spirituale che un giorno mi aveva sedotto con la sua fragilità.
Verso la fine di quel Novembre il d'Hermòs abbandonò la Francia, dopo avere inutilmente insistito perchè lo seguissi, non più in America, ma nel sontuoso Cairo e su le rive millenarie del Nilo.
-- Ti auguro -- mi disse nel salutarmi, -- che al ritorno tu mi dia notizia d'un secondo fidanzamento. Ricorda i miei consigli e, se hai bisogno di qualcosa, scrivimi.
Partì. Quando fu lontano, m'accorsi ch'egli non era peggiore di molti altri, poichè aveva una intelligenza profonda e fors'anche una bontà nascosta. Mi trovai più solo; egli era fra quegli uomini che aiutano a vivere e presso i quali tutte le difficoltà sembrano lievi.
Il 17 Dicembre Elena doveva esordire al teatro. Per una strana coincidenza quel giorno era pure il compleanno d'Edoarda. Me ne ricordai due giorni prima, subitaneamente, camminando per via. Negli occhi ebbi la visione di quel grande palazzo, con tutte le sale adorne di fiori e di canestre, come una volta nel giorno anniversario... Pensai la sua tristezza, la mia, lontani, sotto il peso delle memorie, con un desiderio diversamente inutile nel cuore... Mi trovai ridicolo, scossi il capo e camminai oltre. Dopo alcun tempo la visione tornò. -- «Perchè non mandarle un fiore? -- mi dissi; -- un fiore muto, che appassirebbe lungo la via?»