L'amore che torna: romanzo

Part 17

Chapter 173,721 wordsPublic domain

Domandai pochi gettoni al cassiere, deciso ad abbandonare sùbito il banco, ma per avventura cominciai vincendo. Alle tre del mattino dovevo alla cassa dodicimila lire. Il Vigna, venendomi vicino, mi consigliò in italiano:

-- Vattene, Guelfo! Questa sera non c'è verso che tu vinca.

-- Già, è vero.

Vuotai d'un fiato il mio calice di whisky e me ne andai. Presi una carrozza del Circolo per giungere più in fretta: volevo raccontare tutto ad Elena, sùbito, sùbito. Ella pianse un poco, ma non mi fece alcun rimprovero. Aveva in dito l'anello; si levò a sedere sul letto, se lo tolse e me lo diede.

-- Prendi; ne avrai forse bisogno.

-- No, amore: questo no: -- E mi sentii due lacrime scendere giù dalle ciglia, caderle sul braccio nudo.

-- Allora, come farai?

-- Non so, che importa? Elia forse... oppure scriverò a Roma.

Il giorno dopo non andai a pagare. Mi conoscevano, avrebbero atteso. Non potevo rassegnarmi a rendere quel denaro guadagnato in Borsa poichè mi era tanto necessario. Il domani Elia mi scrisse dicendomi che gli urgeva parlarmi, sicchè mi pregava di passare da lui nel pomeriggio.

Abitava un pianterreno elegantissimo, con sale spaziose, adorne di oggetti esotici raccolti ne' suoi viaggi. Quando entrai nello studio, egli stava scrivendo una lettera di molte pagine, che interruppe a mezzo. La scrivania, vasta come una cattedra, era ingombra di libri, manuali, vocabolari, codici e scartafacci.

-- Che fai tra questo disordine? Mi sembri un ministro nel suo gabinetto di lavoro.

-- Ho sempre sottomano i libri che mi hanno insegnato a vivere. Questi per esempio.

E mi segnò con la mano Spencer, Schopenhauer, Kant. Girando lo sguardo a caso, vidi una Storia di Francia, un Codice di Diritto Marittimo, le Odi di Orazio, un opuscolo su l'estradizione, un manuale delle pietre preziose, le Epistole di Seneca, le Memorie di Casanova, ed un libro che portava questo nome: «Storia dell'America prima dell'invasione latina».

-- È la vernice -- diss'egli, seguendo il mio sguardo e designandomi quei libri con un gesto riassuntivo. Bisogna sapere un po' di tutto; molto sarebbe inutile. Ho l'ambizione di credere che nessuno possa farmi un discorso al quale io non sappia rispondere. Gli uomini ti ameranno quando saprai tenerti al loro livello, mostrando sempre di esserne un poco al disotto, almeno in quelle materie nelle quali si credono più ferrati.

-- Senti, lasciamo i soliti aforismi e dimmi perchè mi hai chiamato.

Prevedevo un esordio ampolloso e mi premeva di andar sùbito alla meta.

-- Ecco qua. È inutile essere amici quando l'amicizia non reca nessun vantaggio a chi la professa; ti pare?

-- Tu hai sempre ragione; continua, -- feci, stendendomi nella poltrona con l'attitudine di chi deve apparecchiarsi ad una lunga pazienza.

-- Dunque, -- riprese, -- mi son risolto ad uscire un poco dal riserbo che mi è parso necessario di usare con te.

-- Bene! Questo mi fa piacere, perchè infatti era una condizione di cose molto ambigua.

-- Non cominciare a prender ombra, mio caro amico, e stammi a sentire. La colpa di quest'ambiguità è tutta tua, perchè finora ti sei nascosto.

-- Può darsi. Quand'io non vedo chiaro...

-- Precisiamo le cose. Tu, Guelfo, sei un irresoluto; null'altro. E il nasconderti poi non ti è servito a nulla, perchè io conosco le tue condizioni, oserei dire, meglio che non le conosca tu stesso.

-- Lo so.

-- Dunque non ne val la pena; tanto più che io sono un buon confessore, e nel mio confessionale sono venute ad inchinarsi alcune fronti più altere che la tua. Sii franco: tu sapevi benissimo che l'amicizia nostra doveva, in un modo o nell'altro, giungere ad un fine determinato, poichè avresti avute mille occasioni per interromperla, se veramente fossi stato alieno da questa eventualità.

-- Non capisco le tue parole, -- dissi duramente.

-- Via!... sono certo che le comprendi benissimo. Non occorre per ciò una grande immaginazione. Ma, se desideri che si parli con maggior chiarezza, lo farò volentieri. Senti, Guelfo, lasciamo le vie trasverse: tu potresti essermi utile, come potrei a mia volta esserlo per te; lo abbiamo compreso entrambi, e si deve, tra uomini, decidere apertamente: o sì, o no.

-- Ricòrdati anzitutto, -- gli dissi -- che finora io sono sempre stato un uomo onesto.

-- Ne sei ben certo? -- egli fece ambiguamente.

-- Non m'importa che tu lo creda; faccio questa premessa perchè mi sembra opportuna.

-- Ebbene, se a te pare un gran merito, ammettiamolo pure. Tu sei dunque un onest'uomo: questo però non vuol dire che io mi creda un briccone, o che, nella sua ragione filosofica, la mia morale valga meno della tua. Ma non si tratta per ora di mettere il nostro io sovra una bilancia. Senti, mio buon amico, tu mi sembri oggi un re senza terre il quale cerchi di riafferrare disperatamente il suo dominio perduto; ma, da solo, ti affermo, è impossibile che tu riesca. Non nasconderti più a' miei occhi; è inutile. Conosco troppo gli uomini e troppi ne ho veduti giungere al tuo segno. Quello che tu sei oggi, sono stato più volte io stesso, nella mia vita: ma non avevo i pregiudizi e per questo mi risollevai sempre.

-- Cosa chiami tu un pregiudizio? -- feci, per un desiderio di laconismo.

-- Chiamo pregiudizio tutto quello che l'uomo non fa per timore dell'opinione altrui, ma che farebbe, quando avesse la certezza della impunità. Da questo immagina quanto la serie dei pregiudizi è grande. Io, vedi, li ho tutti esclusi: vi sono passato sopra, calpestandoli come fango; ciò nonostante -- e forse ne stupirai -- la coscienza non mi rimorde per nessuna fra le azioni che ho compiute in vita mia.

-- Si vede, -- osservai ridendo -- che nella tua casa la coscienza è un'inquilina poco importuna!

-- Non ho ancor fatto visita alla tua, però mi augurerei di trovarla così ben educata com'è la mia.

-- Dunque veniamo al fatto.

-- Piano, mio caro tu precipiti! Ho molte cose che debbo dirti prima. Intanto permettimi ch'io ti faccia un ritratto morale.

-- Volentieri, ma un'istantanea, ti prego, perchè odio la posa.

-- Oh, ti fermo sùbito alla tua prima dichiarazione! Tu non odii la posa, no, perchè anzi non v'è nulla di spontaneo, di naturale in te. L'abito che ti sei fatto è una maschera, simpatica se vuoi, di ottimo gusto se vuoi, ma una maschera in ogni modo. Senza questo atteggiamento la tua vita non avrebbe avuta una ragion d'essere. Con esso ti sei dato un carattere, una tua fisionomia.

-- E quale di grazia?

-- Petronius arbiter elegantiarum aveva meno tradizione, ma più tempra di te. Egli era un intellettuale ed un sensuale; tu non sei in fondo che un uomo profondamente corrotto. Egli era un amabile cinico, tu sei un cinico per svogliatezza. Egli sarebbe stato «l'arbiter» anche in una provincia barbara, o nel circo, tra gli schiavi, o nelle bettole della Suburra, perchè la sua professione di eleganza era in lui, più che un'abitudine oziosa, una convinzione, un bisogno, una bella e continua familiarità. Egli chiuse la sua vita con un gesto magnifico, e morì com'era vissuto, insegnando la sua serena indifferenza. Tu sei stato un arbitro finchè il denaro ti è bastato ad esserlo; ma oggi ti sprofondi nella mediocrità, e, tu per primo, ti riconosci un vinto.

-- Oh, insomma, che c'entro io con Petronio! Che c'entra Petronio con quello che mi devi dire?

-- Bene, se hai fretta, concludiamo. Io sono verboso; non è colpa mia. Il Padre Eterno, raccontano, con la parola creò la luce.

-- E tu?

-- Ed io ti dico: Caro Guelfo, mio buon amico, tu stai per andartene a picco. Sei, ti ripeto, un re senza terre, che s'incammina verso l'esilio. Ora, mentre da solo non hai l'audacia nè la forza di risorgere, un uomo ti si avvicina, e quest'uomo son io, il quale ti dice: «Vuoi ritentare la prova? Io possiedo per te qualche arma fatata.» Vediamo; cosa rispondi a quest'uomo?

Lo guardai nel viso, a lungo, prima di parlare; poi dissi:

-- Gli domando anzitutto perchè m'aiuta. La sua generosità non mi è chiara.

-- Quello che a te serve, serve a me pure. Si tratta di un bene reciproco.

-- Allora domanderò a quest'uomo, -- seguitai sorridendo, -- quali siano le armi che possiede, o se non parli per caso di armi proibite, perchè io non vorrei ferirmi per voler ferire.

-- Dio sia lodato! -- esclamò con sospiro. -- Finalmente parli chiaro! Ecco, ti rispondo sùbito; armi sicure, precise, caute, al maneggio delle quali bisogna senza dubbio esser nati.

-- Allora comprenderai anche, -- lo interruppi con una voce fredda, -- come questi tornei sorpassino la mia destrezza e, se permetti, la mia coscienza.

Egli, si accarezzò la barba con un gesto lento, guardandomi fisso, e mi rispose accentuando le parole:

-- Certo sorpassano la tua destrezza, ma credo insieme che la tua coscienza vi si potrebbe adattare senza troppe difficoltà. Ad ogni modo non ho mai pensato di mettere queste armi nelle tue mani.

-- Cos'hai pensato allora? -- feci sorpreso.

-- Ecco ti spiego. È certo più facile trovare mille uomini disonesti, che un sol uomo il quale abbia il coraggio della propria disonestà. Uso questa parola, perchè non mi soccorre alcun sinonimo più adatto ad esprimere la mia idea. Spesso mi ricordo di due compari, che insieme concertavano e compivano ogni sorta di bricconate, ma l'un d'essi era così ameno che dava in ismanie terribili quando l'altro, per aizzarlo a fatti compiuti, lo trattava di ladro e di furfante. Questo è l'uomo, amico mio... la bestia più illogica della creazione!

-- Grazie, feci ossequiosamente. -- Grazie di tutto cuore, perchè mi avvedo che la tua gentile parabola, è un modo prolisso e garbato per darmi del furfante.

-- Oh, figurati!... Se mi hai compreso, basta. Sappi solo che queste armi non ti sarebbero date in mano, ed anzi non le dovresti nemmeno conoscere; ciò per prudenza e perchè la tua coscienza possa dormire in pace.

-- Insomma, veniamo agli esempi. Cosa dovrei fare io?

-- Questa volta un viaggio, se vuoi. Oh, comodo, breve, nei treni direttissimi...

-- Un viaggio?

-- Sì, guarda.

Aperse un piccolo forziere e trasse da uno scrignetto una collana di perle orientali, che le sue mani esperte giravano e rigiravano adattandole al più propizio riflettersi della luce.

-- Vedi questi perle? -- mi disse pacatamente. -- Sono magnifiche, ti pare? La collana vale duecentocinquanta mila lire almeno. Guardale attentamente.

Presi la collana, l'osservai.

-- Belle, molto belle: una rarità.

-- Credi che possano valere quel prezzo?

-- Senza dubbio; forse più.

-- Bene: siccome non mi servono, le vorrei vendere, -- disse tranquillamente, con un sorriso arguto. -- Le vorrei vendere, ma via da Parigi; a Londra per esempio; e vorrei che in luogo mio ci andassi tu, come se fossero tue.

-- Oh, grazie del pensiero gentile! Conosco!... grazie! conosco!...

-- Tu non conosci nulla, mio buon Guelfo! -- egli esclamò con indulgenza. -- No, nessuna molestia, di nessun genere, nè ora, nè mai. Diversamente sarebbero armi triviali, mentre le mie, ti ho detto, son caute, sicure precise... Solo bisognerà darmi retta ciecamente, avere fiducia nel mio senno.

-- Ma quale sicurezza puoi darmi rispetto alla... come direi?... legittimità di questa vendita?

-- Nessuna, evidentemente, fuorchè la certezza morale che, se vi fosse un pericolo, io stesso non lo affronterei, nè, credimi, lo farei affrontare a te. Prima di tutto perchè ti voglio bene, in secondo luogo perchè non mi conviene. Fìdati, Guelfo; io non ho mai fatto male a nessuno in vita mia.

Tacevo, perplesso, confuso.

-- Vedi: la collana vale molto, è un gioiello da principessa. Un conte di Materdomini la può vendere meglio di chicchessia. Tu non devi portarmi che duecentoventi mila lire: la differenza è tua.

Fece una pausa poi disse ancora:

-- La cosa ti va?

-- Guardai perplesso il mio tentatore, mentre sentivo in tutte le mie vene il sangue battere con una violenza mai sofferta. Le perle infatti erano meravigliose...

-- Insomma, vedremo, -- dissi.

Ed egli rispose tranquillamente:

-- Va bene.

VII

Nella settimana stessa partii per Londra, e seguendo le istruzioni di Elia vendetti sùbito la collana ricavandone il prezzo di duecentocinquantamila lire. Per spiegare ad Elena il mio viaggio avevo dovuto escogitare mille pretesti, raccontandole una parte sola della verità, ossia quella che si poteva dire. Ma non mi dilungherò a narrare queste piccole bassezze nè le innumerevoli sofferenze morali che dovetti conoscere durante quella estate calamitosa. Il mio delicato maestro aveva l'abilità somma di mai farmi compiere un'azione la qual fosse troppo temeraria per la mia pusillanime coscienza. Passammo l'estate nei luoghi frivoli ed ameni ove la signoria moderna riposa in bucolici ozî dalle sue cittadine fatiche. Ed Elena mi seguiva, taciturna sovente, quasi avesse nel suo vigile spirito un presagio del mio nuovo decadimento. Si può ingannare l'amico, il fratello, il compagno, si può ingannare perfino il complice, ma non la donna che al nostro fianco è partecipe della continua vita; e s'ella tace, se non rimprovera, se non consiglia, ma solamente guarda con occhi pieni di taciturno dolore, il suo silenzio è allora più terribile di una condanna duramente profferita. E nella mia vergogna v'era una riconoscenza indicibile per la soavità di quel perdono.

Sul principiare dell'autunno ritornammo a Parigi, nella medesima casa, più tristemente. Fu per Elena un tempo di ansietà febbrile e di lavoro indefesso; per me invece un tempo d'angoscia e d'umiliazione. Mi trasformai; divenni sospettoso, irascibile, taciturno; anche il nostro amore ne sofferse; tutte le calamità pesarono su l'anima mia.

Un giorno Elena mi disse:

-- Fra qualche mese diverrò attrice: è stato il sogno maggiore della mia vita, ed ora che sta per compiersi non mi dà più alcuna gioia. Che fatto strano!

E rise d'un riso amarissimo, pieno di malinconia.

-- Non ami più il teatro? -- le domandai, pur sapendo quanto il suo pensiero fosse diverso. Ella rovesciò il capo all'indietro, con un moto rapido, come per scacciarne una torma di pensieri tristi, e rispose, continuando a sorridere:

-- Mi dicono che sarò una grande attrice, mi ripetono che ho «l'anima lirica...» È la frase della mia maestra. In poco tempo ho percorso il cammino di molti anni. Il direttore dell'Athénée m'ha intesa ieri e sùbito m'ha proposto di farmi debuttare nel suo teatro. Penso che accetterò.

-- Fece una pausa e mi volse nel viso gli occhi profondi, troppo intensamente lucidi; soggiunse:

-- Chissà se il giorno della mia prima recita mi verrai a sentire?

-- Oh, Elena, che bizzarrie dici! Come puoi dubitarne?

Ella scosse il capo ripetutamente, con ostinatezza.

-- Forse non ci sarai più... ma non importa! Sono sempre stata sola, ritornerò sola.

-- Ma Elena!...

-- Cosa vuoi rispondermi? cosa? È inutile! Ho sempre taciuto, ma vedo chiaramente la fine. Ora studio una parte in cui v'è questa frase: «Il nostro amore cammina sopra un filo di spada... ma la spada è breve.» Questa frase è fatta per noi.

-- Elena, -- dissi, -- le tue parole mi sorprendono, quantunque non sia la prima volta che mi fai queste nere predizioni. Non ti ho mai voluto bene come ora.

Ed anch'io, Germano, anch'io... -- profferì con le lagrime agli occhi. -- Ma tutto questo è inutile: c'è per noi un destino.

La strinsi nelle mie braccia e volli ancora parlare; ma ella con la bocca mi suggellò fortemente la bocca. Non so perchè mi sentii nascere nell'anima una infinita, irreparabile tristezza, ed in quell'ora, per la prima volta, dopo essermi trastullato con tutte le cose che nel cuore umano hanno il valore d'un sentimento, compresi che l'amore poteva essere una piaga insanabile, un martirio di tutte le ore. A lungo le nostre bocche rimasero congiunte, in silenzio; molte cose volevo dirle, ma una specie di paura vaga le seppelliva dentro il mio cuore; molte cose anch'ella mi taceva, trattenuta forse dalla medesima paura.

In quel tempo le lettere di Fabio Capuano si erano fatte più frequenti; la prima che ricevetti, dopo il mio ritorno a Parigi, fu questa:

_Caro Germano_,

Ti ho scritto a Vichy ed a Pau, ma poichè non ebbi risposta, penso che le mie lettere abbiano sbagliato itinerario. Poco male, non ti raccontavo nulla che valesse la pena d'esser letto. Mi rallegro tuttavia nel vedere che le molte angustie delle quali ti lagni non ti fanno perdere in ogni caso le abitudine gaie del buon tempo andato.

Io villeggio a Rimini, e villeggio per modo di dire, perchè a Rimini, come ti ricorderai, c'è il mare; un mare, anzi, di questi giorni splendidamente azzurro. Io, che di solito non faccio nulla, in questo momento mi riposo; cioè godo con maggior intensità la delizia del far niente.

Su la spiaggia qualche dama romana ed una bolognese, che dal tempo tuo si è molto ingrassata e nulla ravveduta, si ricordano qualchevolta con una voce deliziosamente languida la tua «_Bucentaura_», lo yacht a vela, in cui spesso le conducevi a respirare l'aria delle solitudini marine. Ora si contentano di andarvi sopra un veliero da noleggio, con il barone Pietro de Luca, e con un marinaio, perch'egli non conosce la manovra delle vele. Ma ne conosce ben altre, non meno difficili, come ti dirò in séguito. Sai: Pietro de Luca, l'ex ufficiale di cavalleria ed ex-amante della marchesa Maggiorani, che si è stancata, pare, di pagare i suoi debiti. Pare, dico, perchè si mormora che ora la buona marchesa vada facendo la stessa cosa con Lodovico Nardi, l'ineffabile Vigetto che tu sai. Ma questi è più borghese, più economo, più robusto, e le costa meno. Piero de Luca tenta un'altra via.... Poveretto! non è colpa sua se i cavalli da corsa gli mangiano molta biada e se il giuoco gli va sempre male. Perdonami la parentesi e pensa che dimenticavo di star scrivendo ad un amico, il quale, secondo la tua frase, «non gode, non pensa, non vive, non è più nulla per sè stesso nè per altri». Faceva con te i pettegolezzi che scrivo alle mie buone amiche romane, le quali vogliono trovare nelle mie lettere tutta la cronaca sentimentale e galante della tarda estate riminese. Dunque, Germano mio, quale consiglio ti potrei suggerire? Se dovessi parlarti seriamente, certo ti annoierei; se volessi farti qualche rimprovero, mi troveresti uggioso, e se infine cercassi di concludere che la condizione in cui versi non è altro che il frutto inevitabile de' tuoi malanni, potresti a buon diritto rispondermi che non ho fatta una scoperta straordinaria.

Tu non sei fra quegli uomini ai quali una passione basta per colmare la vita, e siccome ti conoscevo per tale, diffidavo assai de' tuoi primi ardori. Non dubito affatto che ormai, su la pagina più lirica del vostro amore, sia per sempre caduta la cenere della parola: Fine. Le tue lettere anzi me lo nascondono a mala pena. Ed ora insorgono contr'esso, come contro tutte le poesie, quelle infinite inezie, quelle innumerevoli angustie, che sono il pane quotidiano delle umili famiglie borghesi.

Non mediti, Germano, all'avvenire? Mi sembra che non sarebbe degno della tua signorilità l'arrivare un giorno a Roma, spennato e contrito, chiedendo a qualche grosso mercante il favore d'un impieguccio, o forse mendicando a qualche dicastero la grazia d'un salario burocratico. E nemmeno sarebbe da uomo la bassezza di comprarti una rivoltella con l'ultimo denaro, come fanno i poveri di spirito. Quindi non vedo bene per qual via t'incammini, ed ogni volta che penso a te mi sento stringere il cuore sbigottitamente Eri fra quei privilegiati che la fortuna si diverte a proteggere, oserei dire per partito preso; in un momento che per te poteva sembrare difficile, questa fortuna, ecco, aveva provveduto a spingerti sottomano una tavola di salvezza. Ma tu non hai voluto, e l'hai respinta, preferendo conoscere la voluttà del naufragio. Forse, quando avrai l'acqua alla gola, comprenderai la tua stoltezza. Ma certo sarà troppo tardi. Vi sono molti che si affannano per giungere a quella salvezza che ti è parsa indegna.

Il barone biondiccio e disinvolto, che ha saputo guidare le donne con la stessa impareggiabile maestria con la quale guida le pariglie al Pincio e conduce al traguardo i suoi cavalli negli ippodromi, il baroncino cui non schifano le marchese mature, ma che parla con brio, s'insinua con scaltrezza ed assedia con eleganza -- in fede mia non perde il suo tempo. Egli ha fatta una corte serrata a Edoarda Laurenzano, inseguendola per tutta l'estate. Come già ti scrissi, Edoarda s'è riavuta un poco dal terribile colpo, e, forse per puntiglio, forse perchè il tempo è un medico infallibile, si è forzata di parer fra la gente assai più guarita che forse non sia.

Villeggia ora nella sua villa d'Albano; mi scrive sovente, senza parlarmi di te. Presto l'andrò a vedere.

Tu la chiamavi una creatura fragile, ed io stesso non sospettavo in lei quella forza d'animo che ha saputo mostrare. Le ragazze passano qualche volta una crisi, chissà se mai d'isterismo, di romanticismo o di suggestione: poi ne guariscono. Edoarda era molto malata nell'anima; la sua convalescenza sarà lunga e penosa, ma non mi stupirebbe affatto se fra qualche tempo si risolvesse ad accettare la corte di uno fra i molti che le ronzano intorno. Perchè, naturalmente, ogni donna deve un giorno arrivare a farsi una famiglia, o con quello di cui fu innamorata, o con un altro qualsiasi che le sembri almeno accettabile. Che altro può fare la donna? Edoarda poi rimarrebbe sola, quando la sua vecchia zia (e non andrà molto) le venisse a mancare. Dunque: De Luca od un altro, per fierezza se non per amore, per opportunità se non per desiderio... ma è certo che anch'ella finirà con piegarsi al matrimonio. Dimmi, e sii però sincero: in questo lungo tempo non ti è venuto mai una volta il rammarico di non averla sposata? Quella casa dove andavi, dov'eri già il signore, non ti è risalita mai nella memoria? Quella casa e tutte le abitudini che appartenevano alla vostra vita, e la bontà di quell'anima, ed anche il suo viso pallido... perchè in fondo è bella, è così bella come tu stesso non puoi ricordare, tu che la vedevi con altri occhi! Una di quelle bellezze spirituali, che non stancano mai. Ora è ingrassata un poco ed ha il colorito più fresco. Insomma, io voglio domandarti: non ti è balenata mai l'idea che tutto potrebbe rimediarsi ancora?

E basta per oggi, finchè tu mi risponda.

Questo tuo vecchio amico diventa orribilmente grigio; può darsi che sia effetto dell'acqua di mare. Ho notate varie cose, antipaticissime, ne' miei rispetti con il sesso gentile. Le signore mi dànno il braccio volentieri, senza farsi pregare, anche la sera su la spiaggia, al chiaro di luna. Parlandomi, osano mettere una mano confidenzialmente su la mia spalla: questo vuol dire che non mi credono più sensibile a certi contatti lievi... Altre parlano con me di tutti i libri sconci che si trastullano a leggere; una perfino mi ha confidato i suoi falli!... Questo mi fa comprendere che son entrato nel numero di quegli uomini a cui le donne si affidano volentieri, perchè non temono d'incendiarli troppo e nemmeno di trovarli del tutto spenti. È l'estate di San Martino... Addio!

_Fabio_.»