L'amore che torna: romanzo

Part 14

Chapter 143,745 wordsPublic domain

-- No: ti ho detto che sono stato con l'Alessi.

-- Hai concluso nulla?

-- Nulla per ora, perchè non ho voluto ancora prendere un impegno. Però mi ha fatto proposte che ritengo assai vantaggiose.

Mentre così discorrevamo, ell'andava disponendo i miei abiti sul letto e mi versava ora nei catini qualche goccia d'Acqua di Lavanda. Vi tuffai la faccia, poi, nello specchio che avevo di fronte, stetti a considerare ogni suo movimento. Era seduta presso il letto, intenta a mettere i bottoni gemelli nei polsini d'una camicia di bucato. Su lo sparato lucido i suoi capelli facevano cadere una vasta ombra.

-- Che brava donnina sei! -- -le dissi gaiamente.

-- Perchè?

-- Vedo che prepari le mie cose con una cura tutta particolare.

-- Non lo faccio dunque ogni giorno?

-- Sì: ma questa sera ti osservo con maggior tenerezza. Non tutti hanno per valletto una personcina come te!

-- Guarda, -- ella fece, mostrandomi una piccola sfilacciatura del polsino, -- questa lavandaia ti rovina tutta la biancheria. Dovrò cercarne un'altra.

-- È vero; le mie camìce sono tutte sciupate.

-- Bene, la settimana ventura manderò la biancheria da Charvet. Sta lontano, ma saremo serviti meglio. Solamente Charvet è così caro!

-- Non bisogna essere avari nelle piccole spese.

-- Ma, vedi, noi spendiamo già molto, anzi moltissimo per i nostri averi. Mi sono accorta per esempio che anche la domestica non fa i conti esatti.

-- E non le hai detto nulla?

-- Sì, le ho detto che d'ora innanzi andrò a fare le provviste io stessa.

-- Tu? Ma ti pare! Cambiamo la domestica.

-- Perchè? Ruba un pochino, come fanno tutte, ma del rimanente è una brava donna.

-- Tu non sarai capace di fare le compere.

-- Io? Perchè no?

-- Non mi sembri adatta a far da massaia, a tenere una casa, tu che sei sempre stata un po' zingara....

-- Bene, vedrai.

-- Forse ne avresti già fatta la prova?

-- Non ancora, ma sono certa che riuscirò.

-- Invece io non ti vedo sotto le spoglie di una piccola borghese, che vada al mercato a comprar cipolle, o si bisticci con il pizzicagnolo per un etto di burro!... Sai per esempio cosa costa un pollo?

-- E tu lo sai?

-- Io sì.

-- Dillo dunque.

-- No, dillo tu.

-- Oh, Dio!... due e cinquanta, tre lire, secondo le stagioni, -- disse ridendo.

-- E lo zucchero al chilo?

-- Lo zucchero è caro; costa due e quaranta.

-- E le uova? Scommetto che non sai quanto costano le uova, la dozzina.

-- Bene, le uova, in questi mesi, non costano più di tre soldi l'uno.

-- Per bacco! Ma tu mi sorprendi!... -- E mutando voce: -- Non credevo che avessi potuto imparar tante cose in pochi mesi di matrimonio!

E detti in uno scoppio di riso, come per uno scherzo innocentissimo. Ella, che stava seduta presso il letto, con i due gomiti su la coltre, il mento raccolto nel palmo delle mani, fu presa da un tremito e impallidì. Gli occhi suoi, che mi fissavano, parvero smisuratamente grandi nella faccia imbiancata!

-- Che vuoi dire? -- balbettò, dopo un silenzio.

Invece di rispondere, continuai:

-- È vero che nella casa d'un pastore le cure domestiche s'imparano assai bene!

E risi ancora, con più ironica freddezza.

-- Allora tu sai... -- ella osò profferire, guardandomi esterrefatta.

Diedi una scrollata di spalle e mi posi davanti allo specchio per fare il nodo della cravatta. Nello specchio la potevo guardare senz'aver l'aria d'interessarmi a lei. Si era levata in piedi, e con le mani contratte, rigida, muta, mi fissava. Su la sua faccia era di nuovo scesa quella fredda e crudele maschera che la faceva parer simile ad un'erma.

Poi, d'un tratto, mordendosi con l'orlo dei denti le labbra pallide:

-- Ecco! per la prima volta ti odio! -- inveì con asprezza.

Io, non volendo venir meno a quella ironica indifferenza che mi ero prefissa, la guardai con un sorriso leggero, e dissi:

-- Almeno, tu, che sei tanto falsa nell'amore, sarai sincera nell'odio! -- E soggiunsi: -- Che ne dite, signora Miller?

Ella barcollò un poco, serrando le labbra, quasi avesse una rabida voglia di buttarmisi contro, ma si contenne e rispose:

-- Tutto questo non ti riguarda! È affar mio. Non ho conti da rendere a te.

In quel momento cercavo un fazzoletto bianco, da sera, in una scatola trapunta con ricami verdi e fiori d'oro, -- una memoria di Edoarda, che avevo conservata per abitudine. Scelsi un fazzoletto e l'inumidii con alcune gocce di profumo; trassi di tasca l'astuccio delle sigarette, lo riempii. Facevo queste cose lentamente, ostentatamente, per darmi un'apparenza tranquilla. Stetti a pensare qualche attimo, poi dissi:

-- Allora, se non hai conti da rendermi, lasciamo andare, non parliamone più!

-- Chi ti ha raccontato questo? -- ella domandò bruscamente, dopo una pausa.

-- Oh, mia cara... ecco, a mia volta, un particolare che non ti riguarda!

-- Bene: qualsiasi cosa tu abbia fatto per saperlo, debbo dirti che non fu certo un'azione da gentiluomo!

-- Mah!... qualchevolta bisogna pur combattere ad armi uguali, non ti pare? -- esclamai con sarcasmo. -- Occhio per occhio, dente per dente...

-- Questa è una grossolanità.

-- Non faccio che risponderti. Poi, vediamo: il fatto è vero o non è vero?

-- Verissimo! -- ella confermò con forza.

-- Dunque, perchè dovevo ignorare io quello che altri sanno? Per sembrar ridicolo? No, via, non mi piace!

-- Ma chi te lo ha detto infine?

-- Non domandarlo, Elena, perchè sarebbe inutile. Tu hai voluto che fra noi rimanesse un malinteso, un ostacolo perpetuo, e sia. Cerchiamo solamente di non darci noia; rimani tranquilla... Vedi come sono tranquillo io?

-- Tu simuli! Tu mi vuoi esasperare con la tua indifferenza.

-- Oh, no! Ci tenevo a dirtelo, te l'ho detto, basta. La sola cosa che rimpiango è di averti lasciato credere, anche per un giorno solo, che le tue menzogne mi avessero convinto.

Ora sceglievo attentamente un paio di guanti bianchi e ne scomponevo un gran mazzo, non trovando quelli che mi andassero bene.

-- Quali menzogne? -- ella interrogò.

-- Quali? Ma tutte, mia cara! Tutte, dalla prima all'ultima, senza una parola di verità!

Ella si fece ancor più pallida: forse nella sua mente aveva già immaginato un ripiego, ed ora questi miei avvertimenti ne dimostravano l'inutilità.

-- Ma non devi credermi uno sciocco per questo, -- continuai. -- Forse ho avuto un torto solo: quello di volerti collocar più in alto che non lo permettesse la tua anima di avventuriera.

-- È troppo facile insultare una donna, -- ella osservò freddamente.

-- Insultare? Ma no, Elena, mi comprendi male! Voglio dire che tu hai bisogno di mentire, d'ingannare, anche senza uno scopo, così, per trastullo, forse per difesa, perchè hai nel sangue la paura del dominio altrui. Ma, guarda... -- e mi volsi allo specchio per ravviarmi i baffi, -- guarda: se anche a Roma tu avevi un amante!...

-- A Roma?

-- Sì, quel certo Duval... Duval... come si chiamava? Duvally, ecco! So benissimo che sei stata l'amante sua, in un camerino da cena, per un bicchiere di «Champagne!»

-- Non è vero! È tutto falso! È tutto falso! -- gridò con rabbia.

-- Non affaticarti a negare. Smetti questa commedia inutile!

-- Chi te lo ha detto? Lui stesso?

-- Macchè lui! Non lo conosco nemmeno.

-- Il d'Hermòs, allora?

-- Cosa vuoi che ne sappia il d'Hermòs? Lascialo in pace.

-- Allora che pensi di me? -- domandò repentinamente, fissandomi con gli occhi pieni di un'ira contenuta e splendente.

-- Che penso? Nulla. Solamente, quello che sei, quello che fai, quello che hai fatto, non m'interessa più. Hai avuto il torto di mentirmi... Ecco tutto.

In quel momento la domestica picchiò all'uscio per dire che il pranzo era in tavola.

-- Oh, sentite, Clara, -- io feci; -- ho scordato di avvertirvi che pranzerò fuori.

Vidi Elena fare un gesto repentino di sorpresa.

-- Ma il pranzo è già servito, signore, -- obbiettò la domestica.

-- Non importa, poichè debbo uscire. Sentite anzi una cosa, Clara. Più tardi, se venisse il signor d'Hermòs, ditegli che mi potrà incontrare verso le nove al «Café de Paris».

-- Va bene, signor conte.

Quand'ella si fu allontanata, feci atto d'indossare il soprabito.

-- Esci? -- domandò Elena con una voce fredda, gelida.

-- Sì, lo vedi.

-- E perchè mi lasci sola?

-- Non so; preferisco non rimanere a casa. Ho i nervi un po' scossi.

Cercavo il mio cappello con una specie di concitazione. Ella tese un braccio verso di me, come per trattenermi e disse:

-- Rimani, ti prego....

V'era nella sua voce una preghiera sommessa; io stetti un poco incerto, mentre abbottonavo il soprabito.

-- Ebbene, che vuoi?

-- Nulla, ma non lasciarmi sola.

-- Oh, che idee!...

-- Rimani, ti prego. Vorrei parlarti.

-- Parlarmi? Ah, no! Per dirmi altre menzogne? No, grazie. No, grazie! Addio.

-- Germano, senti!...

Ma era tardi; avevo già sospinto l'uscio, ed un attimo dopo ero fuor di casa, tra la folla estranea, sul marciapiede.

III

-- Caro conte, voi non avete vizi! -- mi diceva quella sera medesima il d'Hermòs, standomi seduto accanto, a un tavolino del «Café de Paris». -- Mangiate poco, bevete pochissimo e siete fedele sempre alla medesima donna, fatto che non cápita spesso, anche se per caso questa donna lo merita. Non cercate la società, non amate troppo il teatro, quasi non frequentate gli ippodromi, non giocate: infine, mi sembra che al mondo vi dobbiate annoiare.

-- Può darsi che m'annoi, difatti. Ma tutte queste, ormai, son cose che ho già provate ad usura.

-- Lo credo; però tutti gli uomini hanno, se non altro, una passione della quale non si stancano mai. E in fondo una passione ci vuole; siano i cavalli od il giuoco, la donna o l'arte, qualcosa infine che rinnovi ogni giorno la gioia di vivere. Voi mi sembrate invece così deluso di tutto! Eppure siete giovine. All'età vostra, io mi domanderei ancora se Parigi fosse da vendere!

-- Oh, voi, caro d'Hermòs, voi siete fatto per non invecchiare mai! In voi c'è la stoffa d'un uomo straordinario, ed io vi ammiro, credetemi, vi ammiro e v'invidio. Siete un maestro sommo in quell'arte che si chiama il vivere. Invece io, che volete? mi stanco. Vi sono molte cose, troppe cose, che non mi divertono più. Fors'anche perchè ho forzata un poco la misura in tutto.

-- Non per farmene un vanto, ma certo non mi sono risparmiato neppure io. No, credetemi, ciò che v'ingombra è ruggine. Ora, non bisogna lasciarsi prendere dalla ruggine. Ho l'occhio esperto, e vedo in voi le tracce d'un uomo diverso da quello che ora siete. Se aveste vent'anni, direi: -- Pazienza! Sono le ubbìe dell'amore. -- Ma dopo i trent'anni non si ama più come i colleggiali, perchè infatti l'amore è simile all'assenzio: le prime volte dà il capogiro, poi man mano ci si avvezza, e diventa un'abitudine gaia. Quindi, nel caso vostro, non è l'amore.

-- Certo: non è l'amore.

-- E che mai potrebb'essere dunque? Siete sano...

-- Come uno stinco!

-- Siete ricco?...

Ed i suoi occhi acuti mi fissavano con una penetrazione singolare.

-- Già, sono ricco! -- ammisi ridendo.

-- Siete amato e potete esserlo da chi vi piaccia... Perchè dunque non sfruttare questi doni che la natura vi ha concessi?

-- Ecco, mio caro d'Hermòs. Voi siete certo un uomo pieno di spirito, ma avete un gran difetto: quello di esser troppo teorico e poco pratico, almeno per gli altri. Quante cose vi sono, che in teoria sembran giuste, ma nella pratica vanno a cozzare contro l'impossibilità!

Egli aveva sorriso di queste mie parole con un'aria d'intendimento.

-- Non dite così. Dite piuttosto che voi mi conoscete solo per un verso; quanto al lato pratico, se vorrete, sarò ben lieto di mettermi alla prova.

-- Come sarebbe a dire?

-- Ahimè! Bisognerebbe intenderci a volo... Siate anche voi un uomo di spirito, caro conte!

-- Vi ripeto che non comprendo.

-- Vuol dire che non è necessario, per ora. Quando sarà il momento credo che mi comprenderete.

-- Parlate come una sibilla.

-- No, come un prudente. E sapete perchè? Perchè voi siete un uomo sospettoso. Io vi diverto qualche volta, ma non v'ispiro fiducia. Ed è peccato, perchè noi potremmo esserci molto utili a vicenda!... -- esclamò, accentuando singolarmente le parole.

-- Non vedo in cosa, e vi pregherei di spiegarmelo.

-- Bah... non ora! Un'altra volta.

E con quella volubilità che gli era solita mutò discorso. Mi raccontò qualche aneddoto su persone che sedevano all'intorno, mi diede il nome del cavallo che avrebbe certamente vinto l'«handicap» del domani, mi narrò che la sera prima era stato a pranzo dalla Contessa di Clairval, una signora della quale mi parlava spesso, ed anzi mi offerse di condurmi una sera a farle visita.

-- Là scaccerete la noia, -- disse, -- questa mortale nemica degli uomini che han troppo goduta la vita. Non è certo una casa della grande società, ma nemmeno della società equivoca. Vi si dànno accademie di musica, musica ottima qualche volta, si mangia bene, si beve meglio, alcuni anzi bevono troppo, si giuoca e vi si fa la corte a chi si vuole, senz'avere al fianco lo spettro d'un marito importuno. Que' mariti poi che vi s'incontrano, somiglian pochissimo al terribile Otello... han tutti un carattere indulgente... Insomma, ciò che avviene press'a poco al Faubourg Saint-Germain, con la sola differenza che nessuno in anticamera vi domanda il passaporto.

-- Il mio è in regola, dunque non me ne preoccupo.

-- Oh, lo conosco da lungo tempo il vostro passaporto! E, in ogni caso, non dubitavo delle sue perfette vidimazioni.

E mi guardò con un candore di fanciulla.

-- Dunque, -- ripresi -- ditemi chi è mai questa Contessa di Clairval, della quale mi parlate ogni giorno?

-- Potrei raccontarvene tutto un romanzo, ma vi basti un particolare solo: è una donna che spende almeno duecento mila franchi all'anno, avendo per tutto patrimonio un reddito vitalizio che tocca sì o no gli ottomila.

-- E come ricava il resto? Ha un amante ricco?

-- Ah, mio caro conte, non bisogna mai badare a queste inezie! Sono sfumature, sono piccolissimi episodi nella grande commedia parigina. Come li ricava? Ma che importa, dal momento che li spende?

-- Questo è vero. Però dev'essere una donna intelligente, se riesce a questo prodigio.

-- Oh, la cosa non è poi tanto difficile, come vi può sembrare! Non lo sarebbe neanche a voi, per esempio, se lo voleste. Naturalmente non bisogna starsene con le mani in mano. Ci vuole un po' di tatto, un colpo d'occhio sicuro, del brio, della spavalderia, dell'agilità... E un'altra cosa ci vuole, che forse non sospettate: una donna che vi faccia strada; perchè questa Parigi, regno della femminilità, è ancora quella che al tempo dei Re governavano le favorite. Qui c'è un turbine, un vortice che prende tutti, e bisogna fare in modo ch'esso non vi travolga, non si rovesci come un peso morto. Ma ditemi: perchè noi, che stiamo dietro le quinte, vediamo per esempio la duchessa tale vendersi ad un banchiere ebreo, visto che il marito non può darle, poveretto! più di centomila franchi all'anno per i suoi abiti, e, senza questi aiuti morganatici, non si avrebbero quei balli favolosi al palazzo dell'Avenue Friedland? Vediamo l'ultimo rampollo della maggiore famiglia di Francia prendere in moglie un'Americana stile «Liberty» -- che magari ha già patita qualche avarìa durante la traversata? Vediamo un marchese, che non vi nomino, mischiare le carte a modo suo nel Circolo della «Rue Royale» ed un principe che ha qualche parentela nelle case regnanti esercitar l'usura dietro le spalle d'un uomo di paglia? Perchè? Ma è semplice! Perchè il turbine di questa vita lo esige come una necessità. D'altronde, queste cose non hanno importanza... Il secreto è di aver sempre denaro, di elevarsi tra la folla e di rappresentare una parte sfarzosa in questo grande spettacolo coreografico.

-- E voi -- dissi piacevolmente, -- l'avete dunque trovata questa pietra filosofale dell'alchimia moderna, questo secreto per aver sempre denaro?

Prima di rispondermi egli mi guardò a lungo, nascondendo sotto le ciglia una specie d'irrisione velata e carezzandosi la barba con un gesto blando.

-- Io -- mi rispose tranquillo, -- sono stato dieci volte ricco al pari d'un Creso e povero come un Giobbe; ma vi dirò insieme che la ricchezza non mi ha mai data la felicità, come la miseria non ha mai potuto intimidirmi.

-- È una risposta vaga, -- osservai. -- Non mi avete ancor detto se questa pietra filosofale si trovi o non si trovi nel vostro forziere.

-- Avreste per caso l'intenzione di rubarmela? -- egli obbiettò con un riso perfido.

-- Può darsi. E perchè no? -- feci con noncuranza.

-- Ebbene, io non desidero di meglio, caro amico!... Ma, chiacchierando, si fa tardi. Sono le dieci e mezzo. Ho promesso alla Contessa di Clairval di andare da lei anche stasera. Voi che fate?

-- Non saprei; tornerò a casa fra poco.

-- Venite con me allora; vedo che avete la fronte buia; forse vi divertirete.

La curiosità ed il desiderio d'inasprir Elena col mio contegno, m'indussero ad accettare.

-- Bene, -- risposi, -- vi accompagno.

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Questa Contessa di Clairval era una donna d'aspetto assai attraente, benchè ormai dovesse avere oltrepassata la soglia dei quarant'anni. Ma col tempo lottava utilmente, come con tutte le cose difficili della vita, e forse doveva molto alla sua figura snella ed agile se in istrada, quand'usciva con la figlia, la contessina Amelia, la deliziosa contessina Amy, molti potevano ancora ingannarsi e prenderle per due sorelle. Aveva un po' quel tipo di creola che tanto piacque ai francesi del Primo Impero in Giuseppina di Beauharnais, e, forse perchè le avevano fatto questo complimento, ella si compiaceva spesso di affettarne le maniere. Solo, nell'espressione del viso, nel guardare, nel sorridere, non era più giovine; qualcosa di estremamente vissuto, di estremamente corrotto, le traspariva da ogni linea, direi quasi da ogni gesto. Si narrava che avesse un tempo frequentata la migliore società, vivendovi con molto brio e con molte avventure, senza però infastidirne il signore di Clairval, assorto com'egli fu sino alla vigilia della sua morte in altri facili amori e clandestine lussurie.

Avevo già dubitato ch'Elia fosse l'amante della Contessa, e più che l'amante il complice, ma non tardai quella sera, per molte osservazioni, ad acquistarne la certezza. Nella casa egli agiva da padrone, pur non facendone le viste; usava con tutti una dimestichezza cortese ma imperativa, e con alcuni un sorriso fuggevole di acquiescenza. Mi fecero conoscere molte persone, mi parlarono di varie cose, in modo superficiale; persone e cose che nulla avevano di ragguardevole, tranne una comune, indefinibile aria di ambiguità.

-- Ebbene, -- mi domandò Elia passandomi vicino, -- cosa ne dite?

In quel momento l'uomo, le sue parole, i suoi gesti, mi parvero singolarmente odiosi ed ebbi la tentazione di rispondergli con una sgarberia. Gli dissi:

-- Vi ringrazio di avermi fatta conoscere una casa dove potrei divertirmi se fossi un uomo di spirito.

Egli rimase un attimo perplesso, come per studiar il valore della mia risposta, poi si mise a ridere.

-- Belle donne! -- esclamò. -- Non è vero?

-- Alcune anzi bellissime, -- risposi.

-- Quale v'è maggiormente piaciuta?

-- Oh, Dio... nessuna e tutte. Ho passata ormai quell'età nella quale si preferisce una donna... oltre la propria, beninteso. Tutte quelle mi piacciono che possono ancora serbarmi un'attitudine od un capriccio nuovo.

-- Olà, mio caro, lo snobismo italiano è di una raffinatezza incredibile! Ma in tal caso non siete caduto male. Qui si trovano i frutti proibiti, le rarità, i valori che non sono quotati nel commercio parigino.

-- Ed è qui allora che si mettono all'incanto?

-- Oh, no! vi assicuro di no! -- egli rispose con un certo risentimento. Poi, tornando salace: -- Non è che una mostra, -- soggiunse.

-- Già: di articoli fuori concorso.

-- Benissimo! E cosa ne dite, per esempio, di Suzanne Bondy, quella che sta mescendo lo Sciampagna? o della deliziosa Yvonne Tellier, colei che parla ora, presso il cembalo, con quella pergamena logora che si chiama il Marchese Chasnay?

-- È fine, molto fine; le fui presentato poco dianzi ed il mio nome la divertì sommamente. Non poteva riuscire a pronunziarlo bene: Germano Guelfo di Materdomini... le pareva un logogrifo! Mi disse: -- Alla buon'ora! per essere imparentato con la madre di Nostro Signore, non avete l'aria abbastanza venerabile, mio caro conte!

-- Non c'è male! Una donna di mondo, interessante a conoscersi, vi assicuro. Posso offrirvi un sigaro?

-- Grazie.

Egli mi accese il sigaro, poi mi domandò sottovoce:

-- Siete stato di là, dove si gioca?

-- Si.

-- Avete giocato?

-- Non ancora; ho l'intenzione di andarmene presto.

-- Bene, un consiglio; ma rimanga fra noi. Vi sono alcuni banchieri contro i quali è meglio non tentare la sorte... Guardatemi sempre con la coda dell'occhio, ed al caso vi farò un piccolo segno. Ma, vi prego: silenzio.

-- Va bene, -- risposi, -- e grazie. -- D'altronde me l'ero immaginato, e ricordavo, passeggiando per queste sale, quel vostro famoso apologo su le pecore e sui leoni...

Egli si mise a ridere di un buon riso contento, e stropicciandosi le mani soggiunse:

-- Ricordatevi sempre quello che vi dico io. Mi piacerebbe fare di voi un gran leone!

-- Perchè? -- esclamai, arrossendo a mio malgrado.

-- Perchè forse, come pecora, non valete più nulla!

E se ne andò, continuando a ridere allegramente. Fui certo allora che questo avventuriero cauto e simpatico doveva necessariamente aver nel pugno le redini del comando in quella casa gioconda e piena d'agguati.

-- Voi non giocate, conte? -- mi domandò la signora di Clairval, avvicinandosi, mentr'io stavo discorrendo con alcuni uomini.

-- Qualche volta gioco; ma più per sbadataggine che per vizio.

-- Allora tenetemi un poco di compagnia, se non siete un arrabbiato come gli altri. Vedete? Mi lasciano sola.

Ci andammo a sedere in un angolo, vicini.

-- Oh, finalmente mi riposo! -- ella esclamò. -- Quanta gente!

Si sdraiò con indolenza nella poltrona, accese una sigaretta e trasse un grande sospiro.

-- Il d'Hermòs mi ha tanto parlato di voi, -- disse.

-- Certo il d'Hermòs mi avrà un poco diffamato! Egli mi trova un uomo senza vizi, e questo, agli occhi di quel terribile uomo, sembra essere il peccato maggiore.

-- Ma sarà poi vero quello ch'egli dice? Il nostro Elia è sopra tutto un grande imbastitore di frasi.

-- Veramente con lui non ho protestato, ma con voi, con una signora che certo è in grado di apprezzare tutta la delicata eleganza che può essere nei vizi d'un uomo, non voglio subire una simile taccia d'insulsaggine.

-- Poi vi assicuro che ogni vostra difesa mi parrebbe superflua! Siete un italiano, e sopra tutto un romano, avvezzo a vivere in quella vostra bella città piena di spasimi, fra quelle donne dai grandi occhi neri, entro quei palazzi così profondi, un po' tetri, che turbano l'immaginazione di chi ne varca la soglia... Per questo solo non potete essere un insensibile.

-- Vedo che amate molto Roma.

-- Sì, vi ho passato un inverno: è la sola città dove amerei vivere lasciando Parigi.

-- Ma temo che a lungo andare il cambio desterebbe qualche rimpianto nel vostro cuore di Parigina.

-- Certo rimpiangerei questi buoni amici, che sono in fondo la mia vita, ora specialmente che ho passata l'età nella quale un viaggio in Italia, un viaggio d'amore, s'intende, compensa di tutto ciò che si abbandona.

-- Già, perchè voi siete ancora fra quelli che considerano la nostra Italia come un giardino d'Armida, una specie di _buen retiro_ cosmopolita per tutti gli innamorati del globo, una terra d'Arcadia dove non si faccia che amare o cantare...

-- Non dite questo con ironia! È un gran vanto per il vostro paese!