L'amore che torna: romanzo

Part 13

Chapter 133,827 wordsPublic domain

-- Il prossimo!... Ebbene se io vi dicessi che son sempre vissuto a gabbo e ad ufo di questo mio famoso prossimo, e che, pure maltrattandolo, sfruttandolo, deridendolo in mille guise, l'ho trovato sempre d'una bestialità così plateale da non meritarsi nemmeno la mia compassione? Questo prossimo di cui parlate è appunto la forza che impedisce all'uomo l'uso della sua piena libertà; è l'anonimo che ne giudica le azioni, ne crea la fama, ne insidia la pace, con una curiosità ed una malignità così perfide, quanta non potrebbe mettere in opera il più scaltro agente di polizia sguinzagliato alle calcagna d'un reo. E di questo animale dannoso, che ha tutti gli istinti spregevoli della bestia umana senza possederne il più mediocre merito, perchè mai si dovrebbe avere pietà?

-- Forse perchè noi tutti, a nostra volta, siamo esseri deboli e possiamo un giorno o l'altro aver bisogno del compatimento altrui. Tutto nella vita è un dare ed un rendere.

-- Non siamo ancor abbastanza amici perch'io possa dirvi il mio parere su questi argomenti. Ma lo saremo un giorno, spero, ed intanto seguite il mio consiglio: prendete tutto quello che potete, moralmente e materialmente; non rinunziate a nulla di quanto potrete raccogliere, perchè all'ora del bisogno si ritrovano solamente le beffe. La vita dell'uomo è una cambiale che scade ogni giorno: o la si esige nelle ventiquattr'ore, o il domani è carta straccia.

-- Però, visto che ragioniamo di cose gravi, -- osservai -- qualche volta può esservi di mezzo anche la coscienza.

-- Ebbene, la si costringe ad avere buon senso. Nell'uomo forte la coscienza non è altro che l'esecutrice della sua volontà.

-- Oh, mio caro, so che parlate per burla!

-- No, davvero! E voi stesso, come tutti, almeno cento volte nella nostra vita sarete pur venuto a qualche transazione con la vostra coscienza, senza darvene forse un conto esatto; mentre io, fin dal principio, ebbi il coraggio di rassegnarmi a queste necessità inevitabili.

-- Voi parlate di transazioni... Oh, Dio, certo... E chi non ha qualche rimprovero a farsi?

-- Io, mio buon amico! io stesso. E per la ragione semplicissima che sono sempre stato il giudice sereno di me stesso. La mia coscienza è di una mansuetudine senza pari, poichè ha dovuto soggiacere anch'essa ad una legge ben più rigida e ben più forte, che si chiama volontà. Poi, sentite: le vie di mezzo sono sempre le peggiori; al mondo non vi sono che due maniere di vivere: onestamente o disonestamente. Ma in entrambi i casi bisogna seguire la propria strada con fiducia e con coraggio, tanto più che fra le due v'è una sola differenza: la prima è noiosa, l'altra pericolosa. L'essenziale è di professare un principio, poichè l'uomo indeciso fra ciò che si chiama, se volete, la virtù, e, se volete, la frode, corre dirittamente incontro ai danni dell'una e dell'altra, senz'avere di nessuna i vantaggi. Io, per esempio, non sono in dubbio mai, perchè ho dato alla mia coscienza la forza di accettarmi e di approvarmi qual sono.

Egli faceva queste ambigue professioni di fede in un modo così naturale, ch'era veramente impossibile non ammirarlo e quasi quasi non dargli ragione.

-- Trovo -- seguitò, -- che il più ragionevole fra i diritti dell'uomo è quello di sfruttare l'imbecillità de' suoi simili, poichè, nella lotta per la vita, o si è pecore o si è leoni. Sentitemi bene: il prete, il ladro, il questore, l'usuraio, il mezzano, lo Stato e la classe innumerevole degli avventurieri, ecco, in tutte l'epoche, presso tutti i popoli, i leoni. E il rimanente, pecore, pecore, pecore!... carne da macello, bestie da soma, per sempre!

Si era fermato al bivio di due strade, sotto la luce obliqua d'un lampione; la sua bocca schernevole sorrideva di un sorriso incomprensibile, i suoi occhi si fissavan ne' miei con uno sguardo penetrante. Non potevo ben comprendere se avesse parlato seriamente o per burla; sopra tutto non potevo comprendere lo scopo di simili discorsi, fatti quasi ad un estraneo, senza un fine palese.

-- Dunque non approvate la mia logica? -- soggiunse ridendo.

-- In genere -- dissi, -- i filosofi vanno accettati senza discuterli, perchè a modo loro, han tutti ragione.

-- Ma voi di che scuola siete?

-- Oh, io non mi sono mai data la pena di avere una scuola! Sono vissuto e vivo secondo il mio piacere.

-- Un empirico dunque?

-- Ecco, se così vi piace.

Su queste parole ci lasciammo, per quella sera, con la promessa di rivederci presto. Ed infatti, un poco per noia della mia solitudine, un poco per curiosità, cominciai con praticarlo assiduamente. Ormai non cercavo nemmeno più di spiegarmi la ragione per la quale il d'Hermòs, che aveva un sì gran numero di conoscenze, dedicasse a me gran parte di quel tempo che pur doveva essergli prezioso, nè potevo certo supporre che una semplice simpatia fosse la causa di una tale assiduità. Nel medesimo tempo mi andavo accorgendo ch'egli sapeva di me e della mia vita assai più cose ch'io non desiderassi. Un giorno s'invitò a pranzo da noi, prima che avessi nemmeno pensato a farlo; dubitai allora di vederlo corteggiar Elena, offrendomi con questo la spiegazione logica delle sue troppe cortesie; ma invece non fu così. Davanti ad Elena era tutt'altro uomo: garbato, galante, pieno di spirito e di brio.

Nondimeno Elena provò subito contro il d'Hermòs un'antipatia così piena di sospetto che mi parve persino ingiusta.

-- Quell'uomo -- ella disse, -- ha qualcosa in sè che m'ispira diffidenza e timore. Non mi stupirei se un giorno o l'altro egli riuscisse a divenire il tuo cattivo genio.

-- Mi credi tanto fanciullo ch'io possa temere le cattive amicizie?

-- Non si sa mai, Germano. Costoro son talvolta uomini pericolosi, molto pericolosi!... Stanne in guardia.

-- E che ne sai tu?

-- Io?... nulla. Una semplice intuizione.

E l'eterna sfinge impassibile scendeva su la sua faccia così bella, ov'erano i segni di tutte le passioni, di tutte le insensibilità. Inutile ormai voler conoscere il fondo di quell'anima: ella sfuggiva, sfuggiva continuamente, come un possesso inafferrabile, ed il mio tormento cresceva. Nell'acerbo amore che avevo per lei mi pareva talora di sentir insorgere una sensazione simile all'odio; l'odio di non potermene impadronire come di un bene mio, di non poterla del tutto conoscere nè dominare, di vedere perpetuamente fra me e lei lo spettro dell'ignoto, rigido e fermo, che rendeva inutile ogni sforzo per guardare al di là.

Ero certo ormai ch'ella mi aveva mentito dalla prima all'ultima parola nel raccontarmi il suo passato; la storia che mi aveva tessuta non poteva essere la sua, non le calzava, era in molte cose dissimile da lei. Mille indizi non traducibili mi davano questa certezza. Tuttavia non volevo tormentarla con nuove domande, parendomi che la cosa fosse puerile, anzi umiliante per me.

Ma la prova de' miei dubbi non tardò ad offrirmisi nel modo più inaspettato.

Una sera il d'Hermòs era venuto a prendermi per accompagnarmi ad un teatro di varietà, ove si dava uno spettacolo nuovo, una specie di «_féerie_» annunziata con grande lusso di cartelli.

La messa in scena doveva essere sorprendente. Il d'Hermòs appunto me ne parlava.

-- Figuratevi che fra costumi e scenari hanno speso la bellezza di centocinquantamila lire. L'ultimo quadro, che rappresenta il Palazzo dei Veli nell'isola di Lesbo, è un insieme di colori e di luci come non si è mai veduto ancora, neanche su le scene maggiori. E la musica, senz'esser nuova, -- non c'è mai nulla di nuovo a Parigi -- è però squisita. Infine questo spettacolo sarà il trionfo o lo scacco definitivo del Duvally.

-- Duvally, avete detto? -- L'interruppi con un moto repentino.

-- Sì, Duvally, Ernest Duvally, il fallito dell'Alcazar, che oggi vuol imbandire al buon pubblico uno spettacolo sbalorditivo. In passato fu impresario drammatico; adesso, ad ogni costo, vuol esserlo di varietà. Lo conoscete forse?

-- No, non lo conosco; tuttavia questo nome non mi riesce nuovo.

Lo avrete forse letto nei giornali.

-- Credo piuttosto di averne inteso parlare a Roma, o qui... non ricordo bene a che proposito. Dev'essere un tipo singolare.

-- Perchè?

-- Quest'uomo che passa dai teatri serii alle imprese di varietà...

-- Oh, questo non conta! È un uomo al quale non mancherà la fortuna, perchè conosce a fondo il teatro.

-- È giovane?

-- Avrà forse trentotto anni. Un bell'uomo simpatico. È di buona famiglia, ma si è rovinato al gioco.

-- Lo conoscete voi?

-- Sì; perchè? V'interessa proprio questo Duvally?

-- No, affatto: una curiosità.

-- Durante lo spettacolo saliremo in palcoscenico, ve lo presenterò e sarete soddisfatto.

-- Va bene, va bene.

E mi rammentavo quella camera dell'albergo di Roma dove per caso avevo raccolto da terra il telegramma lacerato a metà. Quante cose da quel giorno lontano! Quante volte avevo sorpreso Elena in contraddizione palese con la storia che mi aveva narrata! Ella aveva la manìa di conservare una quantità di piccole cose che avevano appartenuto alla sua vita trascorsa, e talora, un indizio qualsiasi, un nome sopra un ventaglio, un'iscrizione sul margine d'un libro, una data, il nome della città dov'era stato comprato il tal gioiello, il tal abito, la tal boccetta di profumo, cento inezie insomma, bastavano a suscitare in me un dubbio nuovo. Possedeva inoltre un cofanetto pieno di vecchie lettere, che sempre teneva gelosamente chiuso e nascosto. Molte volte, nelle ore d'ozio di Torre Guelfa, mi era venuta la tentazione di violarne il secreto: ma poi la bassezza di un tal pensiero e la paura di essere côlto in un atto così umiliante, me ne avevano sempre dissuaso. A Parigi, entrando nella sua camera, vidi una sera il cofanetto aperto e vuoto sopra la scrivania. Un odore di carta bruciata nella stanza vicina mi lasciò comprendere che aveva distrutte le lettere durante la mia assenza.

Questi fatti avrebbero potuto per sè stessi parer minimi se una certezza morale non avesse profondamente avvalorato i miei dubbi.

Ora mi sentivo insieme lieto e pauroso di aver sottomano il mezzo per tentare una prova.

Quella sera conobbi il Duvally. Era un uomo di aspetto fino, con una limpida fisionomia, la bocca freschissima ed il sorriso attraente. Aveva i capelli di quel colore fra il castano e il biondo che assume talvolta i riflessi dell'oro verde; la fronte vasta, gli occhi azzurri, mobilissimi, astuti. Quella sera il favore del pubblico lo inebbriava, e mi diede prova di una cortesia perfino eccessiva. Nello stringergli la mano, osservai che aveva una mano piccolissima, ben curata, quasi feminea; vestiva con eleganza ed usava maniere piene di garbo. Tutto questo m'irritò.

Lo guardavo; guardavo la sua bocca, dal labbro raso, delicata, e mi pareva di vederlo nell'atto di baciare una donna. Ricordai la frase ch'Elena diceva spesso a me:

-- Ti amo perchè la tua bocca è fresca come un calice d'acqua pura, quando si ha sete.

Mi sentii opprimere da un singolare malessere; non potei più parlare; il d'Hermòs credette che m'annoiassi. Due giorni dopo, nel pomeriggio, tornai a quel teatro con il pretesto di domandare al Duvally se potesse ancora farmi avere una poltrona per la sera, poichè le agenzie avevano tutto venduto. Lo trovai che parlamentava con alcuni amici e sùbito mi venne incontro.

-- Una poltrona? -- esclamò. -- Dio buono, che cosa difficile! Ad ogni modo andrò a vedere. Per voi si troverà sempre.

Tornò poco dopo mostrandomi un biglietto.

-- Ecco l'ultima! -- disse.

Lo ringraziai e mi trattenni a parlargli, complimentandolo per il gran discorrere che dappertutto si faceva del suo spettacolo.

-- Posso offrirvi la mia vettura? -- dissi alla fine. -- Vedo che state per uscire.

-- Ben volentieri. Lascio un ordine, ed eccomi a voi.

Quando fummo nella vettura, lato a lato, non tardai a cercare il mezzo di sapere da lui quello che m'interessava.

-- Dovreste ora togliermi una curiosità, -- gli dissi.

-- E quale?

-- Andate a Roma qualche volta?

-- Sì, molto spesso. Ho varie faccende laggiù.

-- Ah, ecco! Me lo dicevo appunto: la vostra fisionomia non mi era nuova. Debbo certo avervi già veduto.

-- Nulla di più facile. Roma non è Parigi, dove non ci s'incontra quasi mai.

-- Certo, certo vi ho veduto; ed in ogni modo ho inteso parlare di voi.

-- Di fatti ho qualche amico a Roma, che probabilmente voi pure conoscete.

-- Può darsi. Ma chi specialmente mi ha parlato di voi è una donna. Ora me ne ricordo.

-- Una donna? Forse un'attrice?

-- No, una cantante, una cantante russa che viene a Roma ogni inverno. L'andavo spesso a trovare al suo albergo, ed una volta conobbi da lei una bellissima ungherese, che voleva, credo, darsi al teatro. Parlavano appunto di voi; me ne ricordo esattamente. La cantante si chiamava Tschawarowna, l'altra Elena... Elena... il cognome non lo ricordo più.

-- Ah, forse indovino! La signora Elena de W.

-- Ecco, per l'appunto, la signorina Elena de W.

-- No, scusate: non signorina, signora.

-- Ah? è maritata? -- esclamai, facendo uno sforzo terribile sopra i miei nervi per mantenere un'apparenza d'impassibilità.

-- Sì, lo è stata per lo meno: ora è vedova.

Per non sorprenderlo con domande troppo repentine pensai di tergiversare, e quando fui sicuro della mia voce ripresi:

-- Ora, questa mia amica, la Tschawarowna, dalla quale tornai per domandare informazioni sul conto della bellissima forestiera, mi rispose che anch'essa la conosceva da poco e sapeva solamente ch'era l'amante di quel signor Duvally del quale parlavano il giorno prima.

-- Oh, l'amante!... -- egli esclamò gaiamente; -- lo è stata una volta, durante un mio viaggio, ma da un pezzo è cosa finita. Però, ditemi, che donna incantevole! non è vero?

Volsi il capo alla strada e finsi guardar altrove, perchè una specie di nebbia rossa mi offuscava lo sguardo e la mia faccia doveva essere divenuta livida. Mi dominai di nuovo e risposi:

-- Una fra le più belle donne che abbia mai vedute. Ma chi è dunque?... se pure non sono indiscreto.

-- Oh, figuratevi! Piuttosto non saprei dirvi esattamente chi sia.

-- Un'avventuriera?

-- No, tutt'altro, ma una donna stranissima. Non l'ho mai potuta comprendere. La conobbi a Berlino, per mezzo d'un suo tutore, -- una canaglia, vi giuro! nonostante i suoi capelli molto grigi! So che lei appartiene ad una grande famiglia; viaggiò molto; voleva essere attrice; ecco tutto quello che mi ricordo.

-- E fu maritata, voi dite?

-- Sì, in un modo tragico. Sposò un pastore protestante, che s'era innamorato di lei fino a divenirne pazzo. Ma dopo qualche mese gli fuggì di casa, per ricominciare la sua vita di zingara, e il disgraziato allora, per la vergogna e la disperazione, si uccise. Il fatto si diffuse per i giornali: mi pare si chiamasse Miller, o Müller... Non ricordate nulla di tutto questo?

-- Veramente non ricordo. È un pezzo che il fatto avvenne?

-- Sono tre o quattr'anni.

La violenza che mi facevo per mantenermi padrone de' miei nervi si mutava in un malessere fisico, in un dolore che mi correva per tutte le vene; e tuttavia, più che la rabbia e l'amarezza, poteva in me la curiosità malsana di conoscere altre notizie, di carpire altri particolari alla confidenza di quell'uomo.

-- Del resto, -- ricominciai, forzandomi a sorridere, -- si capisce benissimo che anche un pastore abbia potuto perdere la testa. Non s'incontran molto spesso donne come quella.

-- Questo è vero nel modo più assoluto. Io, per esempio, che per la mia stessa professione sono abbastanza agguerrito contro le seduzioni femminili, vi giuro tuttavia che ad un momento dato avrei commessa qualsiasi sciocchezza per lei. Solamente io sono un uomo pratico ed ho cercato di non fare la fine del pastore Miller.

-- Tanto più, -- soggiunsi con un ridere gaio, -- che avete potuto soddisfarvene!

-- Soddisfarmene, via, non potrei dire. Me ne sono appena tolto il capriccio. E fu, vi assicuro, un caso, un semplice caso, quando già, per il mio buon senso, ne avevo abbandonata l'idea. Ma questo non v'interessa forse.

-- Tutt'altro! Che volete mai... cose di donne, di belle donne, interessano sempre!

Egli rise allegramente e mi battè col palmo della mano sopra un ginocchio.

-- Vi credo. Perchè infine, con i suoi mille difetti, la donna è ancora il più squisito malanno che si possa incontrare nella vita. E voi, caro conte, voi dovete non essere affatto contrario a questa mia opinione.

-- Certo non lo fui nella mia prima giovinezza; ma ora comincio ad avere qualche capello bianco.

-- Però li nascondete bene, senza farvi un complimento. Insomma, tornando a quella signora, vi dicevo che fu semplicemente un caso. A Berlino, in quel tempo, ella faceva la modella, ossia non lo faceva precisamente per mestiere, ma era la modella, o forse anche l'amante, non so, di un valentissimo pittore, un suo compatriota, un ungherese. A quel tempo ella sognava di darsi al teatro, ma il pittore non voleva saperne. Ora, figuratevi, questa donna, la quale, con una incoscienza pari alla sua bellezza, era capacissima di spezzare la vita d'un uomo, come quella del povero pastore, aveva invece -- poichè la donna è sempre incomprensibile -- una specie di adorazione, o di venerazione, che so io, per quel giovane pittore, del quale si parlava come di un grande ingegno, e che infatti era un uomo pieno di qualità, ma con una salute deplorevole, poveretto! E voi sapete che le donne, in genere, preferiscono le tempre sane!

-- Oh, cosa le donne preferiscono. Dio sa!

-- Insomma, per esser breve, il pittore non voleva lasciarla partire, il tutore la insidiava, io, ve lo confesso, mi affaticavo a tutt'uomo per guidare l'acqua verso il mio mulino... e questa era una cosa naturale, non vi sembra?

-- Ecco: nel caso vostro, penso che avrei fatto come voi.

-- Non ne dubito un istante. Ma bisognava lottare contro una resistenza troppo lunga e troppo ardua per un uomo della mia specie, che nell'amore, come negli affari, cerca sempre la via più breve. Così avevo quasi rinunziato a lei, quando una sera, dopo il pranzo, me la vedo capitare all'albergo, bella come non mi era sembrata mai. «Quando andate a Parigi?» -- mi dice. -- «Dopodomani» -- «E se venissi con voi?» -- «Ah, vivaddio, vi siete decisa finalmente!» -- «Ecco se voi mi assicurate di farmi recitare entro un anno, la mia decisione è presa». -- «Qua la mano!» -- io le dico. Ed il patto è concluso. Più tardi, che so io, qualche frase allegra, un po' di fiori sul tavolino della cena, un bicchiere di Sciampagna... insomma, come càpita sempre, mi lasciò fare...

Io spinsi la crudeltà contro me stesso fino ad esclamare in tono di burla:

-- Ebbene, amico mio, non vi sarete annoiato! Che donna è come amante?

E dentro, fin nell'intima, rabbrividivo.

-- Una ungherese, caro conte; crudele e triste, lasciva ed ingenua... Quel sangue magiaro insomma, pieno di contraddizioni e di ardori.

-- E poi?...

-- Mah... quella notte fu la prima e l'ultima. Quando venne il giorno di partire mi scrisse invece una lettera in cui diceva di aver mutato parere; ch'io partissi pur solo, e forse più tardi mi avrebbe raggiunto a Parigi. Le donne, signor mio, piacciono appunto perchè non hanno logica e passano come le farfalle. Io, da un lato, quando fui partito, non me ne dolsi; perchè quelle son donne che innamorano, e secondo me, per essere felici, nell'amore non bisogna amare; bisogna semplicemente chiedersi un po' di gioia. Non siete del mio parere anche voi?

-- Certo. Ma non sempre si può...

-- Bisogna potere; a meno di volersi proprio guastar la vita, che in fondo è una cosa gaia. Io sto sui palcoscenici, ossia fra le donne e fra coloro che amano le donne; ho visto amare in ogni modo, ridendo e piangendo, i ricchi ed i poveri, i giovini ed i vecchi... Ebbene, ho concluso che nell'amore c'è sempre una vittima necessaria: bisogna cercare di non esser quella.

Così dicendo fece fermar la vettura, e stringendomi la mano scese d'un balzo, andò via frettoloso, dileguandosi tra la folla.

Io pure discesi. Per qualche tempo mi trovai come sperduto nella fiumana di gente che ondeggiava per l'immenso dedalo parigino, e saliva o scendeva la grande corsìa, trascinandomi seco nel suo tumulto, nel suo frastuono, come uno sperso viandante che più non vedesse la strada.

E nelle orecchie mi suonavano confusamente le parole dell'ironico amante:

-- Nell'amore non bisogna amare, bisogna semplicemente chiedersi un po' di gioia...

E chiara, terribile, alta su tutte, la narrazione indolente:

-- Più tardi, che so io, qualche frase allegra, un po' di fiori sul tavolino della cena, un bicchiere di Sciampagna... insomma, come càpita sempre, mi lasciò fare...

Poi quella sua definizione:

-- Una ungherese, caro conte, crudele e triste, lasciva ed ingenua... Quel sangue magiaro, insomma, pieno di contraddizioni e di ardori...

II

Finalmente lo stupore cessò. Guardai l'orologio; eran passate le cinque, l'ora in cui per solito andavo incontro ad Elena, reduce dalla scuola.

Che avrei fatto nel rivederla? Cosa potevo risolvere in preda com'ero d'un orribile turbamento?

Frattanto mi avvinse un altro pensiero, al quale non avevo dapprima riflettuto.

Se per caso il Duvally m'incontrasse con Elena? Quale non sarebbe in tal frangente la mia ridicola confusione? Bah!... in questo caso -- pensai, -- gli dirò d'averla incontrata solo pochi giorni prima, o forse gli confesserò con brio, con spigliatezza, il mio piccolo sotterfugio. Da quell'uomo ch'egli era, certo ne avrebbe riso. D'altronde Parigi è grande, com'egli aveva detto, e non ci s'incontra quasi mai.

Ora un solo desiderio dominava il mio spirito: quello di apparecchiarmi una sottile vendetta, mostrandole che non m'ero del tutto lasciato ingannare dalle sue menzogne.

E per la prima volta conoscevo nell'amore questo acerbo sentimento che si chiama la gelosia del passato, più terribile perchè distante, non precisa, piena d'immaginazioni a cui nulla può dar pace. Non andai a prender Elena quella sera e camminai per le strade a lungo, elaborando il mio disegno. Tornai, senz'averne costrutto alcuno, ma solamente deciso a farla soffrire.

Quando rincasai, ella stava seduta nella sala da pranzo vicino alla finestra, e leggeva. Su lei, sul libro cadeva una luce rosea da un paralume di trine.

Udendomi entrare, si alzò, mi corse incontro festosa.

-- Perchè non sei venuto a prendermi? -- domandò, serrandomi le braccia intorno al collo. Spargeva intorno a sè un profumo fragrante, che pareva sbocciasse dalla sua persona come da nascosti fiori.

-- È trascorsa l'ora senza che me ne avvedessi. Perdonami, -- le risposi.

-- È la prima volta, sai! -- fece con un rimprovero sorridente.

-- Ero con altri, con l'Alessi, e mi premeva di stabilire finalmente con lui qualcosa di concreto.

Forse la mia voce, forse l'alterazione del mio volto la sorpresero.

-- Che hai dunque? Mi sembri così concitato... -- ella osservò.

-- Io? Nulla. Credo che t'inganni, Elena!

-- Eppure.... Mòstrati alla luce.

-- Ho avuto mal di capo tutto il giorno: ora è passato.

Mi teneva sempre le braccia intorno al collo, appoggiava la sua guancia fresca su la mia, poi mi passava la mano su la fronte come per blandirne il dolore.

-- Non hai proprio nulla?

-- Ma no....

-- Allora sei triste... un poco triste... Dimmi il perchè?

-- Non vedi che rido?

-- Sì, ridi, ma non come gli altri giorni. Forse hai qualche fastidio?

-- Eh no! via! Perchè mi torturi così? Sono allegrissimo, ti assicuro!

-- Oh, come sei brusco! -- ella esclamò, sciogliendomi le braccia dal collo.

-- Via, non irritarti, -- la pregai con dolcezza.

-- No, affatto. Solo mi pareva di darti noia... -- E soggiunse: -- Pranzeremo in casa?

-- Come preferisci.

Ella se ne andò per dare qualche ordine alla domestica, io mi diressi verso la mia camera per mutar d'abiti. Poco dopo l'intesi picchiare alla porta.

-- Entra, Elena.

-- Ah, ti vesti? Esci anche stasera?

-- Non lo so per certo, ma è probabile che il d'Hermòs mi venga a prendere.

-- Il d'Hermòs ti conduce sempre via. Scommetto che sei stato con lui anche oggi.