Part 12
Nella così detta «grande società» v'è un numero infinito d'intrusi: quelli che vennero dal nulla e quelli che si ridussero al nulla. Io stavo per contare tra questi ultimi e v'ero tollerato nel modo più cortese, perchè possedevo il mezzo di ripristinare al mio nome la sua necessaria grandezza. Invece, da un momento all'altro e per mia volontà, il che forse appariva più grave -- rinunziavo a questo mezzo, lanciavo quasi una sfida od un rifiuto alla mia casta e mi ritraevo in disparte da essa, disdegnandone le ambizioni per l'amore d'una donna straniera.
Di questo non avrei potuto certo sperare il perdono. L'usuraio di Terracina non sarebbe stato in ciò per nulla diverso dalle dame di Roma, le quali sognavano a palazzo Materdomini una sala di più dove danzare, dove amoreggiare, dove splendere, nè dagli amici dei teatri, dei Circoli e degli ippodromi, che certo non avevano dimenticate le mie liberalità di un tempo. E costoro, indistintamente, oltrechè non perdonarmi, avrebbero anche vendicate le loro speranze deluse, insieme con le antiche invidie. Essi certo non avrebbero giudicata l'azione mia secondo il suo giusto valore, nè con indulgenza, nè con rispetto. Costoro avrebbero riso. E mi pareva di vedere molte bocche ridere, mi pareva di udire i maligni commenti. Oh, mai come in quell'ora mi sembrò di conoscere il mondo in cui ero vissuto, e mai con maggior tristezza rimpiansi la mia vita sprecata in mille vanità passeggere, lembo a lembo, fra le gioie più sterili!...
Così pensando, imparavo a disprezzarmi: un sentimento questo che non avevo conosciuto ancora.
Edoarda invece mi appariva come una immagine del tutto lontana, perduta fra le memorie di un'altra vita, pressochè scomparsa. I miei nervi si erano talmente avvezzi a ribellarsi contro di lei, che ora, d'un tratto, si sentivano come rappacificati.
Ella era uscita dal mio cuore senza lasciarvi un solco, senza imprimervi una memoria, senza condannarmi ad un qualsiasi rimpianto.
Elena invece m'inebbriava del suo fresco amore. Ogni giorno mi pareva di scendere più profondamente nel mistero della sua dolce anima.
-- Non puoi credere -- mi diceva spesso, -- come adoro questa campagna, questa casa ed i giorni che passiamo qui.
Talvolta, la sera, ella si lasciava prendere da una specie di malinconia; parlava con voce affaticata, senza guardarmi, quasi perduta in un sogno, e mi diceva:
-- No, tu non puoi comprendermi, Germano. Vi sono troppe cose che tu non puoi comprendere. Vedi: quando si è trascorsa una vita nomade come la mia, quando si è stata una donna senza legge e senza meta, di paese in paese, tra una folla d'estranei, in balìa di tutte le sorti, quando ci si è trovati fin dalla più lontana giovinezza senza una famiglia nè un tetto nè un amore nè una felicità qualsiasi nella vita, tu non puoi comprendere come di tanto in tanto si provi un bisogno infinito di riposare, di vivere più presso alla natura, a questa grande madre che rende la gioventù e la purezza dell'anima.
E allora una grave ombra le scendeva su la fronte china; le brillava tra le ciglia una lacrima silenziosa.
-- Io -- seguitava -- son tra quelle anime che non possono mai ambire al destino degli altri, ma devono perpetuamente andar oltre, andar lontano, andar via, come il vento, come la nebbia, come il fiume, come tutte le cose che passano... E vi sono migliaia d'anime destinate a questo inutile pellegrinaggio.
Così l'amore nostro si velava insieme d'incertezza e di ombre.
L'estate passò; venne l'autunno, con le sue feste di pampini, con le sue nebbie ottobrali. Le sere si fecero fredde, i grossi tizzoni arsero scoppiettando nel grande camino di Torre Guelfa, ove s'erano scaldati pigramente, nelle serate cupe del Medio Evo, i miei padri lontani.
E venne anche la noia, l'insidiosa nemica di tutti gli amori, che cammina insieme con la solitudine, con il silenzio, con la polvere, nelle grandi case abbandonate. L'inverno, tra quelle fosche mura, sarebbe stato pieno di malinconia. Che risolvere? Non avevamo denaro per andarcene al Cairo, in Riviera, od altrove, tra la gente gaia. Bisognava nondimeno prendere una decisione seria, perchè la nostra vita era tutta in balìa d'un precario destino.
Le mie scarse rendite eran quasi del tutto assorbite dagli interessi di alcuni debiti gravosi, ed esaurito il credito, non mi rimaneva che vender Torre Guelfa con le campagne circostanti, e contentarmi di una meschinissima vita. Sarebbe stato così l'ultimo colpo dato nel tronco secolare della mia casa, il dividermi da tutte le fierezze ch'erano state il mio vanto, il rinunziare per sempre alla speranza di un secondo apogeo. No, questo mai! Piuttosto morirvi, su quel lembo di terra ch'era stato un feudo immenso, e non vedere altra gente all'ombra di quella vecchia Torre, dove, dal culmine, si guardava il mare. Fosca, selvaggia, nera di feritoie oblique, come un tragico avanzo di battaglie antiche, portava in alto il grande scudo marmoreo dei Materdomini, con il bel motto scolpito: _Placet, si vis, Domine_. Ed ognuno dei nati nella mia gente doveva, per eredità di sangue, morire prima di vederne la rovina: ognuno doveva credere in quel motto come in una fede suprema.
Tutte le avventure mi convenivano, tranne quella che mi avesse a dividere dalla memoria del mio casato.
Lunghe sere noi passammo accanto al fuoco, ragionando su l'opportunità migliore.
Elena mi diceva:
-- Non pensare a me. Ho finalmente presa la mia risoluzione: andremo a Parigi, diverrò attrice, guadagnerò molto denaro.
Questo era sempre il suo grande sogno. Me ne aveva parlato le prime volte con titubanza, poi con fermezza, nè io credevo di poter ostacolare il suo proposito, perchè non avevo alcun avvenire da offrirle. Io medesimo, giunto verso i trentaquattr'anni e perdute ormai quelle temerarie illusioni che rendon facile ogni strada sul fiorire della giovinezza, mi trovavo nella dura necessità di ricominciare la mia vita, con altrettanta parsimonia quanto ero stato prodigo e spensierato, uscir dalla lunga pigrizia per sottomettermi ad un qualsiasi mestiere lucroso, mentre il mio solo studio fino a quel tempo non era stato che di godere la maggior allegrezza nell'ora fugace.
Il passo in fondo non era facile nè breve. Poi, quante fierezze da scordare, quanti altari da cui scendere! Mi avveniva di rimanere per lunghe ore perplesso e trasognato, pensando al mio tempo trascorso, quando la sorte, con munificenza incalcolabile, mi aveva dato in possesso i migliori suoi doni ed offerta la possibilità di ambire a qualsiasi destino. Invece quanta cenere, quanto inutile spreco! E rivedevo le mie terre, cento volte più vaste che non si possa con uno sguardo abbracciare, pezzo a pezzo vendute, o cadute in possesso dell'usuraio, che ora, quasi per insidiarmi fin nell'ultimo riparo, stendeva la mano rapace su le campagne intorno a Torre Guelfa, pronto forse un giorno a cacciarmi dal mio tetto, per condurre la sua vita opulenta e laida in quel feudo che aveva la sua storia scritta a lettere d'oro nelle cronache di Roma.
Allora m'appigliai ad una risoluzione improvvisa.
Feci chiudere la casa di Roma, vendetti una piccola terra, vicino a quella di Monte San Biagio, per avere il denaro che mi urgeva, e decidemmo di andar a Parigi, dove la sorte ci avrebbe forse aiutati.
Nella grande città di gioia, libera e maravigliosa, dove tutte le passioni umane sembrano accendersi d'un più selvaggio ardore, ella voleva essere attrice, io volevo con ogni mezzo affrettare il compiersi della mia sorte. Forse intraprendere un commercio, forse affidarmi all'alea della speculazione, o forse, con uno stratagemma usato a me stesso, volevo semplicemente arretrare d'un passo davanti allo spettro della rovina imminente.
Avevo ancora una fede cieca nella clemenza della fortuna, e partendo guardavo con occhi sereni, su la torre di Torre Guelfa, il bel motto scolpito nello scudo. E il motto diceva:
_Placet, si vis, Domine._
I
A Parigi, dopo alcune settimane trascorse all'albergo, affittammo nel quartiere dell'«Etoile» un grazioso appartamento, che si apriva su la via dell'«Arc de Triomphe». La nostra vita, nei primi tempi, fu tutta spensieratezza e gioia. Di giorno, cavalcate al Bosco, passeggiate in vettura, soste negli ippodromi; la sera balli e teatri, visite ai ritrovi mondani, fra quella turba cosmopolita che versa inconsideratamente nella centrica Parigi l'oro guadagnato ai quattro canti della terra, e tutti i giorni si muta, più festevole e più pazza, dando l'idea d'una Babele novissima, dove gli uomini più diversi convengano insieme ad una perpetua gozzoviglia.
Durò così per oltre un mese, fin quando Elena si accinse a frequentare una scuola drammatica. In quei tempi una grande attrice, stanca di calcar le scene, si era data all'insegnamento, aprendo una scuola di recitazione dove accoglieva soltanto alunne che fossero nuove al teatro, ed alle migliori di esse prometteva un adito immediato su le più grandi scene parigine.
Tosto Elena, entrata in favore della maestra, cominciò a frequentar assiduamente la scuola, e si pose all'opera con tanto amore, che ogni altro pensiero fu escluso dalla sua mente. Questo esempio di serena volontà umiliava un poco la mia naturale pigrizia, che aveva, come sola forza, una fiducia illimitata nel destino.
Talora mi assalivano i più tristi pensieri, vedendo venir meno il denaro pervenutomi dall'ultima vendita delle mie terre; ma nello stesso tempo mi sembrava impossibile di dover giungere alla miseria, quasichè, dietro le mie spalle, invisibile, stesse a guardia un genio tutelare, che alla fine, in un modo qualsiasi, mi avrebbe ancora soccorso.
A poco a poco la mia vita si era fatta monotona. Elena frequentava le sue lezioni, la mattina ed il pomeriggio; di sera per lo più, vinta dalla stanchezza, non amava uscire. Così mi rimanevano molte ore libere; mi alzavo tardi, andavo al Bosco o vagabondavo per le strade, guardando i negozi, gli equipaggi, la gente, invidiando tutti, amareggiandomi di tutto. Le idee più torbide si affacciavano al mio pensiero; Elena stessa mi pareva mutata. Oh, la primavera di Torre Guelfa, come già mi sembrava lontana!
E talvolta guardavo Elena con un senso d'involontario sospetto. Il suo passo, i suoi gesti, anche la sua voce, forse per l'abitudine contratta nell'esercizio scenico, non avevano più quella semplicità fresca e nuova dei primi tempi, che ricordavo come in un sogno. Invece pensavo che presto avrebbe affrontata la scena; la luce della ribalta avrebbe offerto a mille sguardi estranei la sua desiderata bellezza; i giornali sarebbero stati pieni del suo nome, cartelli e manifesti l'avrebbero dappertutto raffigurata, e di lei, nelle cene galanti, si sarebbe discorso con spensierata licenza. Poi l'applauso, la possente ibrida voce delle tumultuose platee, sarebbe salito fino a lei, fino ad avvolgerla come in un álito di desiderio, come in una vampa di corruzione... E perchè dunque, un giorno, finalmente, non si sarebbe anch'ella stancata di vivere in disparte, per un uomo che più nulla poteva offrirle, neanche la gioia di rifugiarsi nella spensieratezza dell'amore, se anche questo mio grande amore si oscurava ormai di ombre angosciose?
Così, quand'ella mi parlava con ardore de' suoi rapidi progressi, de' suoi futuri trionfi, un sorriso amaro passava su la mia bocca e provavo nell'anima un senso d'indefinibile paura. Que' suoi racconti avvenivano per lo più durante l'ora della colazione. Io silenzioso, ed ella gaia, loquace, mi narrava tutti gli avvenimenti più futili della scuola, e mi aveva così ben descritte le sue compagne, che ad una ad una quasi mi pareva di conoscerle tutte. Verso le cinque le andavo incontro, ed era questa l'ora migliore della mia giornata, poichè ci recavamo a far le piccole spese per la nostra casa, od a bere il tè nei ritrovi eleganti, od a passeggiare insieme fino allo scendere della sera. In quei momenti mi pareva ch'ella fosse ancor mia; per lei mi struggeva ora un amor triste e taciturno, che il dubbio d'una lontana rinunzia tormentava di oscure gelosie. Quanto più la vedevo salire, tranquilla e certa, per il suo cammino di luce, tanto più mi sentivo cadere dentro un abisso di tenebre, dal quale avrei cercato invano di riafferrare la sua bella immagine fuggitiva.
Così qualche volta il mio amore diveniva crudele, sospettoso, violento: mi piaceva intiepidir la sua fede, smorzare le sue speranze, ferirla nell'orgoglio, per non lasciarle comprendere in quali angustie si dibattesse il mio spirito. Ella per contro era docile come non mai; si arrendeva indulgente alle ubbìe del mio carattere, perdonava l'asprezza della mia voce, calmava con miti sorrisi le mie repentine gelosie; ma la sua mitezza, la sua condiscendenza, la calma di quel sorriso indulgente, non erano per me che altrettante ferite, poichè infatti la sentivo troppo forte, e ciò mi dava ombra.
Ogni giorno, vedendola uscire, mi pareva ch'ella se ne andasse a portar lontano, fra estranei, una parte di sè stessa, una parte che non mi avrebbe restituita mai più.
Quest'amante singolare sapeva darmi ogni giorno una gioia ed un'angoscia nuove, perpetuando in me il dubbio, che sta nell'amore come il rimorso nell'anima.
Spesso mi domandava quale risoluzione avessi presa per l'avvenire, incitandomi a non frapporre indugi dinanzi al tempo che fuggiva. E mi noverava molte cose alle quali avrei potuto dedicare i miei giorni, con una visione così pratica e semplice del lavoro che spesso ne rimanevo stupito.
-- Tu non puoi figurarti, -- le rispondevo, -- che sforzo terribile sia per un uomo della mia natura quello di ricominciar la vita, e ricominciarla per forza, senza un'attitudine, senza un vero ideale.
-- Certo, lo comprendo. Ma, se questo è necessario?
Allora mi diffondevo in lunghi ragionamenti, che peccavano dalla base, appunto perchè io stesso ne intravvedevo la falsità.
-- Lavorare, tu dici? Ebbene, vediamo. Una volta dipingevo infatti, e con una certa valentìa. Ma son trascorsi tanti anni! Vuoi che ricominci ora? Dopo aver perduto il tempo nel quale forse mi sarei fatto un'artista, e quando a Parigi vi sono molti pittori di grande ingegno che appena si guadagnano il pane? Vuoi che tenti un commercio, un'industria qualsiasi? Mi mancano per ciò le conoscenze più elementari. Tu mi dirai che si possono imparare. Ed è vero; ma in quanto tempo? E i capitali? Dopo tutto, è inutile!... Credi, Elena, un Guelfo non apre bottega.
-- E con questi ragionamenti falsi ti condanni ad una passività oziosa, mentre invece dovresti pensare che a tutto v'è rimedio.
-- Infatti mi rimane ancora una strada. Conosco a Parigi molte persone autorevoli; per mezzo loro mi farò presentare in Borsa, otterrò credito, speculerò.
-- Ma, insomma, sono mesi ormai che accarezzi questa idea senza mai decidere nulla! Che aspetti ancora?
-- Non darti pensiero, Elena; oggi o domani comincerò.
Oggi o domani... E intanto le settimane passavano, il denaro dileguava, l'inettitudine della mia vita si faceva più grande. In verità un giorno, incontrando Gualtiero Alessi, agente conosciutissimo alla Borsa di Parigi, ch'egli frequentava da vent'anni, gli avevo parlato delle mie risoluzioni, ma così distrattamente ch'egli pure mi rispose in modo assai vago:
-- Bene, quando vorrai.... Vieni da me. Combineremo.
E tutto finì su queste parole. Che fare? Non ero avvezzo a chiedere; le cose più semplici mi parevano dure umiliazioni.
Così, fra vani pensieri e lunghe ore d'inerzia, scorreva la mia vita novella, mentre di giorno in giorno andava in me nascendo un disprezzo immenso di me stesso. Avevo presa l'abitudine di uscir la sera, quando Elena si coricava di buon'ora, e frequentavo alcuni amici d'altri tempi, seguendoli senza voglia nelle loro scorrerìe per la città del piacere. Fra questi, mi avvenne una sera d'incontrare un uomo che tempo addietro mi aveva molto divertito ed incuriosito.
Si chiamava Elia d'Hermòs, era d'origine albanese, o così almeno diceva, poichè la sua vita era tutta un mistero.
Oltre la soglia dei quarant'anni, alto e magro, con una fina espressione di sarcasmo negli occhi arguti, il mento adorno d'una leggera barba color di rame, i capelli biondi, grigi su le tempie, l'andatura dinoccolata, le mosse un po' feline, mostrando della sua persona e de' suoi abiti una cura soverchia, quest'uomo era certo fra que' molti personaggi ambigui che Parigi alimenta nel suo grembo, e vorrei dir nel suo covo, riserbando un campo vastissimo alle lor arti oscure. Parlava male moltissime lingue, sapeva un po' di tutto senza nulla conoscere profondamente, aveva percorso il mondo intero e vissuto in ogni paese, conservando di tutti i popoli un segno caratteristico, senza palesemente appartenere ad alcuno.
Il suo discorso era gaio, paradossale, volubile, quantunque in ogni parola si tradisse la profonda esperienza ch'egli aveva dell'uomo e delle sue passioni, della vita e de' suoi casi. Di lui si parlava molto come di un avventuriero, senz'attribuirgli alcun fatto preciso, e però lo frequentavano gli uomini del miglior ceto, faceva parte d'un Circolo di buon nome, qualche volta lo si vedeva cavalcare al Bosco in compagnia di signore parigine o forestiere. Prediletto nella società galante, spendeva senza parsimonia, con aristocratica eleganza: doveva essere terribilmente cinico dietro la sua maschera d'impeccabile gran signore. Elia d'Hermòs, mi rammentava un poco il tipo di Fabio Capuano, e forse questa fu la prima ragione della nostra dimestichezza.
Molte sue frasi, molti suoi motti arguti, eran divenuti proverbiali su la bocca degli amici, ed i suoi concetti morali non erano precisamente quelli che avrebbe potuto sottoscrivere un padre Labourdonnais. Ma egli possedeva in massimo grado quel bel dono degli avventurieri, e cioè la simpatia suggestiva, il coraggio sfacciato di professarsi apertamente per un essere amorale, con l'abilità insieme di ravvolgere la propria persona in un velo di mistero seducente, e di trattar la vita come una burla, cosa che piace ai meno forti.
Parigi si rammentava di averlo veduto, molti anni addietro, avere un duello terribile con un addetto diplomatico di gran famiglia, il quale era rimasto sul terreno con la gola trafitta. E Parigi non dimentica mai un bel gesto.
Altri sapevan qualcosa intorno all'oscura amicizia che fino alla morte professò per lui la famosa Duchessa di Lezières, questa Saffo impenitente, che non si peritò di chiudere la sua magnifica vita di depravazione con una frase rimasta celebre:
-- «Fra me e mio figlio abbiamo possedute le più belle donne di Francia.»
Così pure non lo danneggiò l'esser stato il confidente e quasi l'«alter ego» di Casimir Pleyel, il ministro speculatore, che fallì con un disavanzo di parecchi milioni e chiuse gli occhi al penitenziario. L'essere stato il suo braccio destro non gli nocque nell'opinione di alcuno, e neanche del Codice, perchè, all'imminenza dello scandalo, subodorando il vento infido, egli ebbe l'accortezza di provocare una rottura clamorosa con il suo complice e la prudenza di allontanarsi proprio al momento in cui si scatenavano le ire dei colpiti.
Ora i bei tempi erano passati; la Moda, quella bizzarra divinità cui Parigi pagana avrebbe eretto il più gran tempio dell'orbe, si era un poco distolta da lui, trovandolo forse invecchiato. Lo lasciava prosperare tranquillamente, senza ingerirsi de' fatti suoi, come un trastullo d'altri tempi che ancora si tolleri per riconoscenza.
C'incontrammo una sera, in uno di quei balli di Montmartre dove impazza il perpetuo carnevale dei gaudenti, e sebbene in passato la nostra conoscenza non fosse stata gran che intima nè duratura, egli mi ravvisò prontamente e venne a parlarmi con disinvolta cortesia.
-- Vi sapevo a Parigi, -- mi disse, -- poichè vi ho veduto in teatro poche sere or sono. Non mancano da noi le belle donne, ma voi ne avete condotta una in fede mia rarissima! Vostra moglie forse?
-- No, -- risposi evasivamente -- non è mia moglie. E voi, sempre a Parigi.
-- Ormai mi ci son quasi radicato. Viaggio di tanto in tanto, ma poi sento la nostalgia di questa furiosa baraonda, e vi ritorno. Dunque cosa fate di nuovo?
-- Bah?... vegeto semplicemente! Mi sento invecchiare con delizia e guardo gli altri vivere.
-- Non dev'essere una occupazione faticosa!
-- No, di fatti, ma interessante. C'è in tutto e in tutti un lato comico; il poterlo scoprire è cosa che diverte assai.
-- Tuttavia non rinunziate ai piaceri di una volta, come vedo.
-- La verità è questa: soffro d'insonnia, non mi riesce di chiuder occhio prima dell'alba, ed allora, due o tre volte per settimana, seguendo un'abitudine inveterata, giro qua e là per la Parigi notturna, continuando a trovar poco interessante questa maniera di vivere, che in fondo è stata sempre la mia.
Si bevve una coppa di Sciampagna, indi uscimmo insieme. Mi stupiva un poco l'interesse ch'egli pareva prendere a tutte le cose mie, ponendomi, senza farne le viste, una infinità di domande accorte. Parlava molto, parlava troppo, ma dietro i suoi discorsi briosi era sempre un filo recondito assai difficile a seguire. Non credendo necessario nasconderlo, raccontai ch'Elena voleva darsi al teatro e frequentava la scuola dell'attrice Grévier.
-- Oh, -- mi disse, -- io conosco assai bene la Grévier! -- (E chi non conosceva egli dunque?) -- Se volete, potrò interessarmi un poco a questa persona che vi è cara.
Accettai sommariamente, come si accetta sempre. E poichè, ogni volta che nel discorrere si citava il nome di una persona, egli soleva tesserne la biografia, dovetti conoscere anche quella di Jeanne Grévier.
-- Per essere figlia d'un panettiere, -- cominciò il d'Hermòs, -- ha fatto una bella carriera! Sapete: la Francia democratica è il vero paese dove si può dire che la luce venga dal basso. A vent'anni ebbe un processo, perchè sorpresa dalla Polizia in un teatro clandestino, dove agiva interamente nuda, rappresentando certe scene plastiche d'un verismo inaudito. Vi sono anche oggi questi teatri. Se vorrete vi condurrò. Ma, tornando alla Grévier, quel processo fu la sua fortuna. Dal teatro plastico alla Porte Saint Martin, alla Renaissance, al Gymnase, alla Comédie Française, fu per lei tutto un volo, ed un bel volo, con in mezzo qualche avventura di un sapore non comune. Si sa, per esempio, ch'ella passò una intera notte in camicia, chiusa fuori su la terrazza di Gauthier Botrel, questo ardente menestrello meridionale che aveva un suo particolar modo di farsi amare dalle donne e di farsene pagare i debiti. Nel suo camerino v'era un divano celebre, sul quale andò a sedere tutto l'Almanacco di Gotha, e più celebri ancora furono i suoi tre gatti soriani, che dormivano accovacciati ai piedi della sua coltre, anche nelle notti di ricevimento.
-- Voi siete un terribile iconoclasta, mio caro d'Hermòs! -- esclamai ridendo. -- Sotto la vostra implacabile scure, beato chi salva la testa!
-- Credete veramente che valga la pena di lasciar in piedi gl'idoli, quand'essi non sono per lo più che abili ciurmatori della buona fede altrui? Tutta la vita non ho fatto che osservare; adesso, qualche volta, mi credo lecito un giudizio. Poi sappiate questo: l'ammirazione che si ha per altri è una debolezza che si riconosce in noi.
-- Può darsi. Ciò che voi dite ha sempre il dono di parer vero.
-- E tanto basta. Il vero ed il falso non sono che apparenze affatto superficiali. La nostra vita moderna è in fondo una convenzione messa in vigore da uomini rapaci e timidi. Si traversa un'epoca di abbruttimento, si fa uno sforzo enorme per dare alla vita quei pregi che in altri tempi la vita offriva spontaneamente. L'umanità è grottesca perchè si dà l'aria di aver superata la propria natura ed ostenta la convinzione di stare manipolandosi qualche prodigioso destino. Invece non si accorge ch'essa è ciecamente vittima delle stesse fatalità, degli stessi pregiudizi e delle stesse ciurmerie di una volta.
-- Che poca stima nutrite per il vostro prossimo, mio grande filosofo!