L'allegoria dell'autunno: Omaggio offerto a Venezia da Gabriele D'Annunzio
Part 2
Quando considero la rapidità con cui il dono sacro passa d'artefice in artefice e va di colorazione in colorazione rosseggiando, mi sorge spontanea nello spirito l'imagine d'una di quelle lampadeforíe con cui gli Elleni vollero appunto perpetuare la memoria del Titano figlio di Japeto. Nel giorno della festa una torma di giovini cavalieri ateniesi partivasi a gran galoppo dal Ceramico verso Colono; e il duce agitava una fiaccola ch'era stata accesa all'ara di un santuario. Spenta dall'impeto della corsa il portatore la consegnava al compagno che la riaccendeva sempre correndo; e questi al terzo, e il terzo al quarto, e così di séguito sempre correndo finché l'ultimo la deponeva rossa ancora su l'altare del Titano. Questa imagine, per quel che ha di veemente, mi significa in qualche modo la festa dei maestri coloritori in Venezia. Ciascun d'essi, anche il men glorioso, ha tenuto in pugno almeno per un istante il dono sacro. Taluno perfino, come quel primo Bonifacio che bisogna glorificare, sembra aver colto con mani incombustibili l'interno fiore del fuoco.
Una città a cui tali creatori composero un'anima di tal possanza non è oggi considerata, dai più, se non come un grande reliquiario inerte o come un asilo di pace e d'oblio!
In verità, io non conosco al mondo altro luogo — se non Roma — dove uno spirito gagliardo e ambizioso possa, meglio che su quest'acqua torpida, attendere ad esaltare la virtù attiva del suo intelletto e tutte quante le energie del suo essere verso il grado supremo. Io non conosco palude capace di provocare in polsi umani una febbre più violenta di quella che sentimmo talvolta venire verso di noi all'improvviso dall'ombra di un canale taciturno. Né colui che meriggia profondato nella messe matura sotto la canicola sente salire alle sue tempie un'onda di sangue più fiera di quella che talvolta offuscò i nostri occhi quando c'inchinammo a cercar troppo intentamente nell'acqua se per avventura vi si scorgesse in fondo qualche antica spada o qualche antico diadema.
Tuttavia come a un rifugio benigno non vengono qui le anime gracili, e quelle che celano qualche piaga inconfessabile, e quelle che compirono qualche finale rinunzia, e quelle che effeminò un morbido amore, e quelle che non cercano il silenzio se non per sentirsi perire? Forse ai loro pallidi occhi Venezia appare come una clemente città di morte abbracciata da uno stagno soporifero. In vero, la lor presenza non pesa più delle alghe vagabonde che fluttuano presso le scale dei palazzi marmorei. Esse aumentano quel singolare odor di cose malaticce, quello strano odor febrile su cui è così dolce, talvolta, verso sera, dopo una giornata laboriosa, cullare il sentimento della propria pienezza, che talvolta somiglia al languore.
Pur non sempre l'ambigua indulge all'illusione di coloro che la implorano pacificatrice. Io so di taluno che a mezzo dei suoi riposi sussultò sbigottito come quegli che, giacendo con le dita leni dell'amata su le sue palpebre stanche, udì repentine serpi sibilare nei capelli di costei...
Ah, se io sapessi dire di che prodigiosa vita ella mi par palpitante nelle sue mille cinture verdi e sotto i suoi immensi monili! Ogni giorno ella assorbe la nostra anima: ed ora ce la rende intatta e fresca e tutta nuova quasi direi d'una novità originale su cui domani i vestigi delle cose avranno una ineffabile limpidezza; ed ora ce la rende infinitamente sottile e vorace come un calore che strugge quanto attinge, per modo che talvolta a sera rinveniamo tra le ceneri e le scorie qualche straordinaria sublimazione. Ella ci persuade ogni giorno l'atto che è la genesi stessa di nostra specie: lo sforzo di sorpassar sé medesimo, senza tregua; ella ci mostra la possibilità di un dolore trasmutato nella più efficace essenza stimolatrice; ella c'insegna che il piacere è il più certo mezzo di conoscimento offertoci dalla Natura e che colui il quale molto ha sofferto è men sapiente di colui il quale molto ha gioito.
In verità, se tutto il popolo emigrasse abbandonando le sue case, attratto oggi da altri lidi come già la sua eroica giovinezza fu tentata dall'arco del Bosforo al tempo del doge Pietro Ziani, e nessuna preghiera più percotesse l'oro sonoro dei mosaici concavi, e nessun remo più perpetuasse col suo ritmo la meditazione dell'antica pietra, Venezia rimarrebbe pur sempre una Città di Vita. Le creature ideali che il suo silenzio custodisce vivono in tutto il passato e in tutto l'avvenire. Noi discopriamo in loro sempre nuove concordanze con l'imminente edifizio dell'Universo, riscontri inattesi con l'idea che nacque ieri, chiari annunzii di ciò che in noi non è se non un presentimento, aperte risposte a ciò che noi non osiamo chiedere ancora. Esse sono semplici, e tuttavia cariche di significazioni innumerevoli; sono ingenue, e tuttavia vestite di tuniche speciose. Se noi le contemplassimo per un tempo indefinito, esse non resterebbero mai dal versare nel nostro spirito verità dissimiglianti. Se noi le visitassimo ogni giorno, esse ogni giorno ci apparirebbero in un aspetto impreveduto, come i mari, i fiumi, i prati, i boschi, le rupi. Talvolta le cose ch'esse ci dicono non giungono fino al nostro intelletto, ma si rivelano a noi per una specie di confusa felicità in cui la nostra sostanza sembra fremere e dilatarsi dall'imo. In qualche mattino limpido esse ci indicheranno il cammino che conduce alla foresta remota ove la Bella ci attende da tempo immemorabile sepolta nella sua mistica chioma.
Donde a loro viene lo smisurato potere?
Dalla pura inconsapevolezza degli artefici che le crearono.
Questi uomini profondi ignorano l'immensità delle cose ch'essi esprimono. Immersi nella vita con milioni di radici, non come alberi soli ma come vastissime selve, essi assorbono infiniti elementi per trasfonderli e condensarli in specie ideali le cui essenze rimangono a loro ignote come i sapori del pomo al ramo che lo porta. Essi sono i misteriosi tramiti per cui si appaga la perpetua aspirazione della Natura verso i tipi ch'ella non giunge a stampare integri nelle sue impronte. Per ciò, continuando l'opera della divina Madre, la loro mente «si trasmuta in una similitudine di mente divina», come dice Leonardo. E, poiché la forza creatrice affluisce alle loro dita come la linfa alle gemme degli alberi incessantemente, essi creano con gioia.
Creare con gioia! È l'attributo della Divinità. Non è possibile imaginare al vertice dello spirito un atto più trionfale. Le parole stesse che lo significano hanno la splendidezza dell'aurora.
E questi artefici creano con un mezzo che è per sé medesimo un mistero gioioso: col colore, che è l'ornamento del mondo; col colore, che sembra esser lo sforzo della materia per divenir luce.
E il novissimo senso musicale ch'essi hanno del colore fa sì che la lor creazione trascenda i limiti angusti dei simboli figurati e assuma l'alta virtù rivelatrice di un'infinita armonia.
Mai come dinnanzi alle loro ampie tele sinfoniali ci appare evidente la sentenza proferita da quel Vinci a cui la Verità balenò un giorno co' suoi mille volti segreti: «La musica non ha da essere chiamata altro che sorella della pittura.» La lor pittura non è soltanto «una poesia muta» ma è anche una musica muta. Per ciò i più sottili ricercatori di rari simboli, coloro che più furon curiosi di segnare nella purezza di fronti meditative gli indizii di un interno Universo, ci sembrano quasi aridi al paragone di questi grandi musici inconsapevoli.
Quando il Bonifacio, nella Parabola del ricco Epulone, intona su una nota di fuoco la più potente armonia di colore in cui siasi mai rivelata l'essenza di un'anima voluttuosa e superba, noi non interroghiamo il sire biondo che ascolta i suoni assiso tra le due cortigiane magnifiche i cui volti splendono come lampade di puro elettro; ma, trapassando il simbolo materiale, ci abbandoniamo con ansia alla virtù evocatrice dei profondi accordi in cui il nostro spirito sembra oggi trovare il presentimento di non so qual sera grave di belle fatalità e d'oro autunnale su un porto quieto come un bacino d'olio odorifero ove una galera palpitante di orifiamme entrerà con uno strano silenzio come una farfalla crepuscolare nel calice venato di un gran fiore.
Non la vedremo noi veramente coi nostri occhi mortali, in qualche sera di gloria, approdare al Palazzo dei Dogi?
Non ci appare essa da un orizzonte profetico nell'Allegoria dell'Autunno che il Tintoretto ci offre come una superiore imagine creata del nostro sogno di ieri?
Seduta su la sponda, in aspetto di deità, Venezia riceve l'anello dal giovine dio pampinifero disceso nell'acqua, mentre la Bellezza si libra nell'aria a volo con un serto di stelle per coronare l'alleanza meravigliosa.
Guardate il naviglio lontano! Sembra che rechi un annunzio. Guardate i fianchi della Donna simbolica! Sono capaci di portare il germe d'un mondo.
Bisogna onorare quel cittadino veneziano che, inviando un nobile messaggio ai nostri maestri d'arte e a quelli d'oltremonte e d'oltremare, dimostrò d'aver fede in questa forza di fecondità ideale ond'è dotata Venezia. V'è dunque ancora qualcuno che in mezzo a tanta miseria e a tanta abiezione serba la fede nel genio occulto della stirpe, nella virtù ascendente delle idealità trasmesseci dai padri, nel potere indistruttibile della Bellezza, nella sovrana dignità dello spirito, nella necessità delle gerarchie intellettuali, in tutti gli alti valori che oggi dal popolo d'Italia sono tenuti a vile. Bisogna onorare quel cittadino. Invitando con solennità a convenire in Venezia maestri d'ogni paese perchè recassero innanzi a questo eterno focolare d'arte una qualche testimonianza dei loro sogni e dei loro sforzi nuovi, egli dimostrò di conoscere il significato verace dell'evento opportuno.
In nessun altro luogo — egli certo pensò — questi ospiti potrebbero sentire più profondamente il discordo che è oggi tra l'Arte e la Vita.
O uomini solitarii — egli volle dire — i quali vi traeste in disparte dalla folla ostile per adorare un fantasma che sol vive nello specchio dei vostri occhi; e voi che vi creaste re d'una reggia senza finestre, ove in vano aspettate da tempo immemorabile non so qual Visitazione; e voi che di sotto a una ruina credeste disseppellire il simulacro della Bellezza, e non era se non una Sfinge corrosa che vi travaglierà coi suoi enigmi sino alla morte; e voi che ogni sera vi mettete su le vostre soglie per veder giungere lo Straniero misterioso dal mantello gonfio di doni, e pallidi ponete l'orecchio contro la terra per udire il passo che sembra avvicinarsi e poi si dilegua; voi tutti che un cordoglio rassegnato sterilisce o un orgoglio disperato divora, voi tutti che indura una pertinacia inutile o rende insonni un'attesa di continuo delusa, venite a riconoscere i vostri mali sotto lo splendore di quest'anima antica e pur sempre novella. Essa vi rivelerà il segreto della sua fiamma inestinguibile quando vi dirà che nacque dal più appassionato connubio dell'Arte con la Vita.
_Nell'ottobre del 1895, chiudendosi la prima «Esposizione internazionale d'Arte» in Venezia._
_Stampato in Firenze per i tipi di Salvadore Landi novembre, 1895._
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's L'allegoria dell'autunno, by Gabriele D'Annunzio