L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto
Chapter 9
Mamma dice non devi morir di malinconia; c'è il biondino che ti vuol bene. Perchè aspettare? sono sei mesi che non scrive più forse è morto.
A tutte le frasi sagge e interessate della madre il ritornello risponde con un'ondata grave, triste, ostinata, religiosa:
Voglio il mio amore che vive in trincea, voglio il mio amore che aspetta e spera. Voglio il mio amore che alla sua bella, che alla sua bella ritornerà.
Sono preso anch'io dall'ondata e canto con tutto il pubblico come un canotto preso fra i ghiacci veloci di quelle buone bibite napoletane che la mia gola bocca bruciata, beve remando colla lingua. Dormo male con incubi e sobbalzi all'albergo S. Lucia. All'alba di nuovo in carrozza con un mio piano d'uomo geloso e sentimentale.
Sei e mezza. Fa fresco. La mia carrozzella è ferma in agguato. Vedo la porta di Bianca senza pericolo d'essere veduto.
Viene fuori la sferica mammelluta portinaia a vuotare le immondizie nel carretto dello spazzino.
Bianca sta al pianterreno: a tre metri dalla sua finestra una cassetta postale. Due bambini corpicini sparpagliati, gambe nude, passano toccando tutto. Si fermano estatici dinanzi a un fanale dipinto di fresco, verde. Lo toccano. Il portinaio di Bianca viene fuori a sbattere il tappeto dell'entrata, scopa la soglia, lucida gli ottoni della porta.
--Fra cinque minuti mi sporcherò, pensa l'ottone luccicando sotto le mani.
Bianca è in letto, dietro quelle griglie. Respira. La mia forza preme. La sua tentacola nelle coltri del sonno. E' molto presto. Aspettiamo.
Tre bambine povere vanno a scuola, in nero, un fiocco rosso sui capelli. Si fermano. Si raccontano.
Una bambina dodicenne elegante in azzurro, bionda, precede a passi rapidi concisi di dovere--tac tac tac--la cameriera vecchia, rullante, sbrindellona, ciabatte.
La bambina sbuffa:
--Auf! che tartaruga, la Maria! lo dirò a mammà.
Un bambino di 6 anni fa trascinare il peso delle sue gambe da una giovane cameriera bruna che corre per non perdere l'appuntamento coll'amante. Ogni tanto la cameriera si tira su la giarrettiera.
E' ancora presto. Molto tempo da aspettare.
Din din din campanello di chiesa. Rrrrrr di automobile catarroso in questa rimessa. Ne esce il meccanico, gabbano grasso, lurido, nerastro. Frescolino venato di tepori. Penso che quella cassetta postale comunica forse col letto di Bianca. Dal letto Bianca può impostare. Se da fuori io imposto una lettera, questa cadrà forse nel suo letto!...
Cip cip cip di uccelli. Un raggio duro lungo di sole si slancia giù dal cornicione di una casa, picchia il selciato e lo apre: calce e oro accecante.
La frusta del mio vetturino oscilla tra il mio naso e le griglie chiuse di Bianca che io fisso.
Il cocchiere gira intorno alla carrozzella, calmando il cavallo impaziente coi suoi: eheee eheee.
La targa di marmo che porta il nome della strada sembra chiudere colla forza di un suggello la via la casa e la vita-amore di Bianca.
Penso che nella penombra calda sudata della sua camera da letto ora entra la cameriera col cioccolatte. Calore, sudore, odore vanigliato acidulo fra i seni di Bianca. Si sente la bocca arida, si ravvia i capelli, domanda:
--La posta.
--Grazie.
Fuori strada in pendenza. Tutte le strade si inchinano sotto il peso del calore per versare gente giù nel Golfo. Strade che si tuffano nell'acqua fresca della sua voce che ricordo:
--Sono piccini, piccini, piccini i miei seni.
Il sole salta a piè pari giù dal cornicione con tutti i suoi pendagli e fiocchi di fuoco pesante. Piomba nella strada precisando burocraticamente le ombre.
Due postini con nella mano alzata un grosso pacco di dolori piaceri angosce. Ciriguée-guée di cancello che s'apre. Peso del sole sulla strada. Peso delle lettere nelle mani dei postini. Cameriere e portinaie corrono intorno ai due postini abbeveratoi che tengono alte chiuse le mani-rubinetti. Tac tac tac pac pac pac di passi.
Aspettiamo ancora, mentre il calore dilata sforza la strada. Attività delle mosche sulla groppa del cavallo, sventagliamento della coda autonoma.
La vita ancora triste tentennante si rinfranca a poco a poco. La strada che era vuota, vergine, sola sonnolenta e floscia, aveva dimenticato i passi umani.
Ora si svincola freme, scatta, si irrigidisce sotto le vite-passi che la pungono di volontà-speranza.
In quella finestra aperta una cameriera scopa, scopa, scopa da circa un'ora. Gran Dio come hanno sporcato la casa: la risporcheranno.
Un operaio porta un water-closet di porcellana al fianco. Una serva porta un pezzo di campagna verde sulla testa. Un altra ha fra le braccia un pezzo di battaglia sanguinosa e un pezzo di delitto rosso in una carta gialla. Un vecchio passa oscillando, calvo, sudato sotto un enorme vaso di palme, Oriente, viaggio.
Ad un tratto il sole mi trapana il cranio con un consiglio!
--Cosa fai, cretino? cosa aspetti? cosa sorvegli? Dà una mancia al portinaio e entra.
Il consiglio è ascoltato.
* * * * *
Alle 5 del pomeriggio io stringevo finalmente fra le braccia una prodigiosa felicità che mi riempiva la gola di dolci singhiozzi. Bianca era mia, mia, assolutamente mia come non era stata mai.
Dopo due ore di amore forsennato, atroce, lacerante, disperato, scendiamo languidi stanchi felici nella strada affocata per portare le nostre anime al mare che ha i lenti balsami le filosofiche brezze persuasive i lunghi sorrisi d'oro ridente e prezioso. Ondeggiamo nella carrozzella a Mergellina. Sera calda, gonfia di tutti gli odori agrodolci leziosi delle alghe. L'aria ha una tenerezza di carne sana spalmata di salsedine. Il promontorio di Posillipo sembra oscillare sulle sue palafitte di riflessi. Bevo nella bocca molle viva instancabile di Bianca tutto l'ardore contenuto il languore mortale e gli abbandoni del golfo profumato che si sdraia nella notte smisuratamente affettuosa, dove i soffi del vento si sollevano come coltri sudate.
Il mare azzurro tremante sospiroso, lecca la strada con mille appetiti minuti, mille fissità di luci, e mille luci scivolanti affaccendate.
Al largo la lastra del Golfo sembra un viso di donna estenuato, pallidissimo che aspetta, invoca esige, esige, la delizia suprema.
Sono esausto. Parlo a Bianca e il cuore mi crolla giù di rinuncia e sciolgo tutti i nodi della volontà, offro tutto me stesso alla vittoria dell'amore assoluto. Un demonio assurdo mi costringe ad avvilirmi, annientarmi. Forse ho troppo sofferto della pienezza esuberante di forze e della rigidità costrittrice. A Bianca regalo rutta la mia vita, l'amore l'amore!
Sono sincero?
Una voce interna urla: no! Ma è una voce che non riconosco, estranea, troppo simile a quella di quel venditore di cocomeri che vende nella ironia bianca dell'acetilene grandi cuori spaccati e freschi. Inesplicabilmente Bianca rifiuta con tono reciso. Sembra divenuta la mia stessa coscienza energica. Travasamento d'anime. Bianca è il futurista. Io sono il passatista sentimentale dai nervi lacerati che si aggrappa vuole la continuità, l'eternità, l'assoluto del cuore!
Bianca dice:
--Non ci vedremo forse mai più. Io sposerò lui. Vuoi sapere il suo nome? Si chiama Leone Paris, figlio dell'avvocato Paris. Trent'anni. E' stato il mio primo amante. Tu sei il secondo.
--Perchè ti sei data a lui?
--Era appena arrivato dal Benadir. Dopo molte imprese audaci. Non l'ho mai amato, ma è buono. Era ammalato. I medici non speravano di salvarlo. Sono stata per lui come una sorella. Per me ha voluto guarire. Si è curato con una energia straordinaria. Io seguivo ogni giorno questo suo sforzo verso la vita. Ogni giorno egli esigeva qualcosa di più da me...
--Così senza amore sei stata sua?
--Ho creduto che quell'affetto sarebbe diventato amore. Ciò non avvenne.
--Ed ora?
--Ora egli sa tutto, accetta tutto, sa di te senza sapere il tuo nome. Mi vuole sposare.
--E tu?
--Io sento che quello è il mio destino. Egli mi ama in modo assoluto. Quando gli ho detto che corsi il rischio di avere un bambino da te, mi disse: Perchè non l'hai voluto? Lo avrei fatto mio!...
Bianca è una donna intelligente che ha il culto maniaco delle eleganze morali. Strano tipo di donna involontariamente futurista, essa perfeziona e conserva preziosamente il valore eccezionale, tipico della nostra avventura. Vuole che questa rimanga la meravigliosa avventura della sua vita. Io, invece, sono la preda dell'assurdo.
Ho trovato in Bianca una bella amante ardente lirica, disinteressatissima, generosa e fugace e mi accanisco a volere trasformarla in una moglie!
Con frasi rotte dai singhiozzi parlo, parlo, a Bianca per convincerla, strapparla alla sua decisione. Bianca rifiuta:
--Mi vuoi tutta per te, per sempre. Pazzia! Te ne pentiresti. Non voglio sacrifizi!
Io mi esalto all'idea magnetizzante di averla averla sempre, sempre, tutte le notti della mia vita e mi inebrio del pericolo che vedo nettamente in una sua possibile accettazione.
Non sono sincero. Sono sull'orlo di una spaventosa sincerità.
Bianca mi mormora commossa:
--Credi, credi, ti pentiresti più tardi. Non voglio. Rifiuto. Il tuo temperamento ha un destino tumultuoso, violento irto di contrasti e di fragori che non amo. Tu sai che io sono stanca, stanca della vita. Voglio la calma, il riposo, tutto il riposo, tutto il riposo pei miei poveri nervi massacrati. Egli è buono, mi ama, mi accetta come sono.
La voce di Bianca mi fa impazzire dando subitamente un sapore diabolico alla sua carne ricordata ai suoi baci alle sue carezze che mi stringono ancora spiralicamente. La guardo e il mio cuore si slancia assetato verso la sua dolcezza. Come vivrò senza la presenza di quel sorriso? Il velluto di quella pelle! Quelle tenere gote tessute di gioia solare! I suoi occhi, come dimenticarli? Sento, sento che quella piccola lingua scorrente sulle labbra arse può dare la felicità.
Affannosa ascensione su, su, di angoscia in angoscia fino al delirante singhiozzo amaro, fino allo straripamento delle lagrime più dolci, nel lago altissimo di quell'amore in cui vorrei annegarmi, annegarmi annegarmi!
Rompere, rompere ad ogni costo gli ultimi nodi della sua volontà! Mi umilierei, mi distruggerei con una gioia infinita. Ormai il mio cervello non sorveglia più il mio cuore. Ho perso ogni controllo. Sono un suicida ebbro di morire.
Bianca rifiuta. Decisione irrevocabile. Il lunatico demonio che s'è impadronito delle nostre forze sentimentali vuole che Bianca rifiuti assurdamente un dono assoluto in nome di alcune vane suscettibilità e inutili fierezze, o semplicemente perchè la logica sia una volta di più bandita dagli affetti umani.
A mezzanotte ci lasciammo con un lunghissimo tenerissimo bacio sulla soglia della casa della zia.
All'alba riparto per Roma e Firenze.
Mi addormentai. Risvegliandomi nella stazione di Roma vidi e sentii il mio cuore come un panno bagnato di lagrime torto fra le mani brutali da una lavandaia sudanese muscolosissima. Cuore gualcito, ma lavato, pulitissimo. Cuore fresco di bucato.
XIV.
UNA FESTA PETROLINIANA
All'Hôtel Baglioni di Firenze trovo un telegramma di Maria che rimanda a più tardi il nostro incontro forse fra 15 giorni a Padova. Me ne rallegro e a zonzo cogli amici inasprisco la mia volontà di prossima offensiva al fronte nel tepore vile della città cosmopolita, antiguerresca.
Però Firenze migliora. Gli alberghi di Lung'Arno trasformati in ospedale, sono ridiventati italiani. Da quegli eleganti piccoli giardini invernali la lingua italiana era quasi esclusa. Cubava, rotolava la goffaggine ia - ia - teutonica. Motoreggiavano tutte le =rrrrrr= snobistiche di Parigi Londra New York. Le bocche Americane mangiavano parole inglesi masticandole meccanicamente con mascelle quadrate d'acciaio. Steli pallidi di Misses piegavano bisbigliando parolette cretine sotto il vento della moda ammirativa, e la borghesia della città seguiva quel ritmo accentuando beceramente i toni e le forme. Oggi vedo ai balconi soleggiati degli alberghi i feriti italiani in camici bianchi e grigi che godono nell'aspettare il colpo di cannone meridiano della colazione, lontano dalle corvées.
Tum Tum... Dilatazione lieta di questo rumore sfaccendato e in vacanza. Subito le campane sbrodolano il loro piombo fuso sull'Arno giallo sporco. L'Arno! lenta corrente di sudiciume dei secoli, patina liquida di tutte le facciate delle case scolorite come vecchi quadri male incorniciati in un cielo da museo.
Inerzia. Atmosfera svogliata. La rompe un groviglio di miagolii di gatti che a gomitoli balzanti si precipitano fra le mie gambe.
Solita caccia quotidiana intorno alle trattorie. La polizia sequestrò ieri venti grossi gatti già pelati e pronti per la padella. I neutralisti bestemmiano contro la guerra che costringe a mangiare in tal guisa. Io compiango con l'anima di Baudelaire i poveri gatti che soli sanno dinamizzare con risse e amori diabolici i pederastici chiari di luna dell'Arno. Le campane di Firenze hanno le monotonie e le insistenze balorde che caratterizzano lo stile di Benedetto Croce e di Romain Rolland. Scodellano in giro suoni, rumori, dondondondondon vecchie idee sciupate, nostalgie e latte e miele sentimentale sull'immane bricabrac di case, chiese polverose affastellate alla rinfusa e scopate tutte sull'altra riva dell'Arno perchè questa sia tutta pulita per i forestieri in estasi, ignoranti, ma compratori. In fondo, verso le Cascine, i camini delle officine fumano, fumano distrattamente con spiraliche sciarpe d'ozio oblioso infischiandosi, infischiandosi degli operai che chiamano e della guerra che esige munizioni.
Ma alle due del pomeriggio seguo un fiume di folla che mi conduce al parco di Boboli.
Grande festa patriottica. Nell'anfiteatro sulle gradinate a semicerchio Veneri, Apolli e urne bianchissime spiccano sulle alte muraglie verdi di bossi e lauri.
Agitazione di ventagli, cappelli di paglia, vestiti bianchi e rosa, ombrellini verdi, viola, rossi, sotto il sole ardente impressionista. Una faccia spunta dietro la nicchia di una Venere cantando:
_Vorrei essere Tirteo..._
E' quella Venere forse che canta con la mano sul sesso per accentuare il sentimento.
Grande pastorale in costume con coro campestre.
A sinistra nel folto del viale che sale verso il parco alto, molti carabinieri ritti come in agguato sembrano pronti ad acciuffare una massa rossa che canta nel verde, massa troppo rivoluzionaria di coristi camuffati da soldati francesi.
Corteo simbolico. Una Italia in manto rosa con stella sulla testa. Scende cantando:
_Maggio sei bello, ma Firenze è assai più bella._
Si slanciano giù furiosamente i teutoni, con pelli di tigre, elmetti alati, tridenti e lance:
_Siam i re dei barbari_
In mezzo a loro Attila e la Germania in rosso sangue di bue col chiodo in testa.
Risponde l'Italia cantando parole assurde sul tema:
_T'amo come il fulgor del creato_
Duetto dell'Italia e della Germania.
Vicino a me una bambina dice:
--Guarda che occhiacci fa la Germania!
Si avanza grottesca la Repubblica Francese con fantaccini in pantaloni rossi. Marsigliese.
Segue l'Inghilterra con molti scozzesi. I gonnellini quadrettati divertono le donne che però preferiscono questa carica di bersaglieri piume al vento, e la sciabola sguainata del suo capitano. Questo, rosso apoplettico, ha un diverbio fiero con Attila quasi impaurito.
Scoppia la battaglia. Pastori, pastorelle, soldati francesi inglesi, italiani inseguono verso l'alto parco i teutoni fugati in disordine. Ma un tripode stretto da fucili, baionette e tricolore fuma incenso e promette pace. Si svolge un corteo di vestali subito cancellato da un battaglione americano di cow-boys, e pellirosse marziali. Il popolino toscano non trattiene più la sua gratitudine per l'aiuto americano.
Dopo il corteo delle città invase o irredente Udine, Trento, Trieste, la marcia dell'Aida accompagna l'entrata solenne su cavallo bianco della Pace con un ramo d'olivo in mano.
Il pasticcio frenetico dei simboli e delle musiche d'ogni tempo e d'ogni popolo ingigantisce. L'agitazione delle bandiere e lo svolazzamento dei manti trasformati in scope veloci, mi dà la sensazione d'una tragicomica rivolta di palcoscenici napoletani o d'uno sciopero violento a mezza opera al Teatro San Carlo.
Penso che quel grande futurista che si chiama Petrolini demolitore d'ogni romanticismo ha voluto prendere definitivamente a calci la storia e la vecchia retorica con una sintesi futurista di neutralismo fiorentino, + gentilezza floreale toscana + ossessione della pace + ammirazione servile pei forestieri ricchi, + amore estivo per la campagna + cretinismo congenito degli organizzatori di feste.
Giungo a Milano a mezzanotte. Sciopero di carrozze. Sul piazzale, nella luce azzurra delle lampade velate crocchi di soldati e di prostitute vocianti affaccendate nei contratti erotici. Inquietudine delle notti di guerra in città, tempestate dai galoppi della lussuria e dell'alcool sui letti divorati e vomitati spensieratamente!...
Consegno la mia valigia a uno strano facchino improvvisato. E' un gobbetto con ambiguità pederastiche e un'inesauribile chiacchera di beghina.
Dice con smorfie e risucchi di saliva pieni di orrore e ripugnanza schifiltosa:
--Dio mio, Dio mio, tutte quelle donnasse! quelle porcasse! Povera Milano! Stanno lì ogni sera... Tutta la notte a fare réclame coi soldati! E' una indecenza! Povera Milano non si riconosce più...! E i profughi, che disgrassia... Date indumenti, date indumenti! Lo so, lo so, sono povera gente. Ma, date indumenti, date indumenti! Sono restato a piedi io e senza scarpe!
Il gobbetto che mi segue portando la valigia mi racconta che è figlio di un portinaio di Via Cerva. Per colpa dei profughi vive in un ripostiglio, quasi di mendicità; porta gli abiti del padrone di casa. Di notte fa il facchino. Certo ha due, tre altri mestieri meno confessabili. Ad un tratto si ferma con un bizzarrissimo lustrascarpe vestito da sportman stivaloni, berretto e cane lupo a guinzaglio. Il gobbetto mi spiega poi che quel lustrascarpe è spagnuolo e fa l'usuraio dei cantanti in Galleria. Originale flora mostruosa di questa tropicale fermentazione di guerra.
A Milano, confido la mia sicurezza nella vittoria prossima, grandiosa, all'amico Notari, geniale patriota, instancabile, fattivo. Con lui assisto a una assemblea interventista. Piccolo teatro gremito. Sono sul palcoscenico. Il signor Del Crema, viso paonazzo grondante di sudore, spinge affannosamente alla ribalta la sua eloquenza e la sua pancia, botti spaccate che schizzano, tuonano, sputacchiano, inaffiano rosso. I suoi paroloni-piedoni pigiano l'uva dell'assemblea. Come, dove salvarsi? Vedo mani sul viso, parafanghi. Braccia alzate come parafulmini. Tutti i cappelli delle signore abbassati, paralumi. Beato chi aveva davanti un più alto spettatore, paravento. Una donna fuggì, gonna svolazzante, paracadute. Ma urtò contro un uomo pietrificato dal sonno, paracarro!
Vorrei chiacchierare col pittore Rosai. Si è calato giù sotto la ribalta.
Del Crema continua. Pancia, eloquenza non formano più che un unico pallone gonfio, gonfio, gonfio che sta per esplodere:
--Violenza, violenza! violenza! Bisogna colpire, colpire, colpire!
Invisibile, ma pronto Rosai colpisce l'ultima parola in pieno con un potente:
tum--tum
della grancassa. Ilarità fragorosa. Grandine, valanga di risate. Del Crema sembra ferito in pieno nel tamburo della propria pancia.
Io crollo a terra corpo e gambe in convulsione di allegria. Del Crema bestemmia, sbuffa, si arrabbia, non può ripigliare il suo discorso.
Entra nella sala una folla di donne politiche. Acclamazione, vocio. Perchè mai son tutte brutte le donne che frequentano le assemblee? Tutte tragicamente incoricabili, tenaci consigliere di castità.
La loro eloquenza ha lo sviluppo epidemico del colera e della peste. Una donna stridula impreca contro le signore disfattiste e germanofile ma è subito interrotta da un uragano di altre voci stridule e mani fragili unghiute. Cento colli allungati di galline per raggiungere una mano alta piena di grano:
--Fuori i nomi! fuori i nomi! fuori i nomi!
Pollaio esasperato dalla mancanza di galli... I galli imboscati non sono galli.
Torno al fronte pensando senza rancore che gli imboscati sono utili non fosse altro per dar risalto alla bellezza dei combattenti.
Nella tradotta m'addormentai al ritmo di questa canzone che dei fanti in un compartimento vicino trascinavano con voce di sonno alcoolizzato:
Non hai tu un deputato? Un parente cornuto che ti venga in aiuto? Non hai tu un ministro o qualche altro ruffiano che ti stenda la mano, per levarti dal freddo dal rischio e dal gel? Se tu sapessi quanti imboscati dormono laggiù di certo la trincea lasceresti pel bosco anche tu!
XV.
CAVALLERIA MEDIOEVALE E BLINDATE FUTURISTE
Il ritmo del treno non riesce a uguagliare in celerità il battito del desiderio che l'idea dell'offensiva suscita in me. Che cosa si aspetta? Sento il momento venuto. L'ora tipica, unica col suo nodo di forze favorevoli penderà fra poco sul nostro capo. Gli eserciti francesi e inglesi al comando di Foch attaccano violentemente la Germania che cede, poco, ma cede. Il morale delle nostre truppe è forte, sereno, consolidato dalla grande vittoria del 15 giugno e dall'enorme propaganda, metodica, accanita. Bisogna dunque sferrare l'offensiva finale.
Non curandomi dei miei vicini di compartimento io mi tasto il petto, le cosce, le gambe come si palpa una granata prima di introdurla nel cannone. Mi sento bene. Non temo il lieve dolore al ginocchio sinistro che ogni autunno si ricorda di Plava.
Ferito da una grossa scheggia all'inguine, caduto sotto il pietrame e i sacchi a terra della batteria sfasciata, mi rialzai con la faccia bruciata e calandomi i calzoni inzuppati di sangue ammirai lo straordinario viola della mia coscia e del mio ginocchio pesto. Ora sono risanati.
Nella fattoria di Barchessa trovo i miei compagni a tavola sotto la lampada pacifica, che mangiano discutendo questioni di servizio e di faticosissime manovre con la cavalleria.
A tavola con noi un simpatico ufficiale di cavalleria: Franci di Pietralunga, raffinato, coraggioso ma sempre velato da una melanconia inspiegabile.
Io tento di concludere la discussione:
--E' assurdo volere accordare il medio-evo della cavalleria col futurismo delle blindate! Salvo rari momenti la cavalleria è stata sempre fuori di posto in questa guerra. Assurdo l'impiego strategico per divisioni! Duemila cavalli offrono un bersaglio enorme. Se domani avremo da inseguire il nemico basterà un solo suo cannone ben puntato per fermare qualsiasi massa di cavalleria nostra. La cavalleria non può come la fanteria camminare ai fianchi della strada o nascondersi dietro gli argini o nei fossi. Un cavaliere è facilmente individualizzabile su una strada. Se poi il nemico è in rotta completa senza neppure un cannone per proteggere la sua fuga, si presenta il problema della velocità dei cavalli che naturalmente è mediocre a meno di ammazzarli la sera del primo inseguimento.
--La cavalleria, interrompe Raby, è stata nei due primi anni di guerra un bosco elegante. Come cavalleria, bene inteso, poichè appiedata diede innumerevoli eroi a Monfalcone e sull'Isonzo nel corpo dei bombardieri e in quello dei mitraglieri.
Franci scattò:
--Dimenticate le nostre gloriose cariche suicide in retroguardia dopo Caporetto.
--Le ho viste con questi occhi e non le dimentico, disse Raby. Ho visto eroismi sublimi, ma vani. Una sola delle mie blindate dal Tagliamento al Piave serviva più che 4 o 5 squadroni.