L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto
Chapter 8
Il grido del pappagallo lega i colori delle sue penne al rosso dei capelli della marchesa al nero degli occhi e delle nari, al rosso sangue della bocca e alla cravatta di celluloide bianca, rossa, verde dell'amico Balla che entra cantando:
--Bracadabrà, Bracadabrà.
Prima d'uscire la marchesa s'infila al dito mignolo uno strano anello che bilancia sospeso a tre catenelle un microscopico incensiere con un granello d'incenso fumante. Traversiamo una sala popolata da tre assiemi plastici di Boccioni in rissa con dei dinamismi violacei di Russolo e dei cicloni gialli di Balla.
Usciamo. L'automobile è veloce. Roma notturna: ruderi presi a rasoiate bianche dalle lampade elettriche.
La sala del Teatro dei Piccoli contiene molte russe agitate, zazzere pittoriche, occhiali passatisti di professori, signore romane magnetizzate dai titoli e dal cosmopolitismo, futuristi impazienti, veleni critici in bottiglia con la relativa testa da morto sopra, tutto il neutralismo elegante che si infischia della guerra continuando a mendicare un sorriso e un invito dalla principessa tale, dalla duchessa tal altra. Balordaggine snobistica, falsa intellettualità, smorfie pro e contro il futurismo.
Sono seduto fra la marchesa Casati e la principessa di Bassiano, americana gioviale semplice e intelligente.
Il pittore Besnard, illustre passatista, contende alla marchesa Casati una parte della curiosità bisbigliante.
Il quadro dei selvaggi enormi fantocci di legno a colori e forme sintetiche impone il silenzio. Aurora africana con balzi di colori. I mormorii di stupore fanno pensare alla musica degli insetti sulle paludi tropicali. Si soffoca dal caldo. Questo è accentuato da un'enorme selvaggia rossa che s'avanza sulla scena. Ha un petto-ventre quadrato che subitamente spalanca due sportelli e partorisce una piccola marionetta.
I bambini nella sala schiamazzano dalla gioia. Interrogo i figli della signora Giordana. Rispondono con entusiasmo che quelle marionette sono le più belle, le più vere, le più vive. Ora danzano incalzate dalla musica futurista di Malipiero, stramba, rude, originalissima. Il conte di S. Martino che mi stringe la mano calorosamente dichiara ad alta voce:
--Il vostro Depero ha molto ingegno. Non dimenticate, Marinetti, che io sono un futurista della prima ora, non rimorchiato. Ho assistito a tutte le vostre manifestazioni e ho sempre pensato che l'ingegno originale è tutto nel vostro gruppo futurista.
XII.
UNA FESTA NAPOLEONICA
La sera dopo sono nel salotto di Donna Maria Mazzoleni. Ho una grande stima e una viva simpatia per questa signora italiana che sa mirabilmente vestire d'ogni grazia e d'ogni eleganza una vita energica attivissima integralmente consacrata al patriottismo concreto e alla pratica filantropia. Spirito largo senza pregiudizi e con spiccate tendenze futuriste, Donna Maria Mazzoleni ha saputo fare del suo salotto il ritrovo delle persone più significative e più originali della capitale: diplomatici, poeti, artisti, musicisti, inventori, principi indiani, celebrità del teatro, inaspettatissimi prodotti umani dell'estremo oriente, ufficiali eroici, vincitori di record mondiali e bellissime signore.
Questa sera non vi trovo che Missiroli, il pallido esitante indeciso ma troppo intelligente farmacista d'ogni ideologia. Spirito tutto a trapani inutili, a spaghetti senza sugo, cuoco accuratissimo di insipide preziosissime salse spirituali. Una di quelle tipiche sibille a rovescio, come io chiamo, i numerosi culturali falsi profeti che sbagliando sempre nelle loro profezie diventano involontariamente degli ottimi indicatori del futuro. Basta credere esattamente al contrario di ciò che profetizzano: si coglie sempre nel segno.
Con mosse untuose da prelato Missiroli cerca d'inocularmi un po' della sua ammirazione sconfinata per la Germania. Rifiuto brutalmente l'iniezione. Egli colla piacevolezza di un cataplasma mi dichiara:
--Avete torto di parlar male di Benedetto Croce poichè egli è il padre di tutte le vostre libertà futuriste.
Rispondo:
--Ho sempre avuto una profonda pietà per Benedetto Croce, malinconico carabiniere che predica la libertà rivoluzionaria.
Entrano la contessa e il conte Bosdari nostro ambasciatore ad Atene. Spingo a poco a poco la conversazione ad una precisa valutazione della Grecia.
Bosdari dice:
--Il popolo greco è un popolo antiguerresco. Voleva rimanere neutrale. E' stato strappato alla neutralità da Venizelos. Ora l'esercito greco organizzato per forza dai francesi non vuole assolutamente battersi. Venizelos non ha un vero seguito, nè un vero partito. Non vi sono nazionalisti, nè patrioti in Grecia. Venizelos ha perduto il contatto del suo popolo perchè ha fatto la rivoluzione con le forze degli alleati, cioè con forze forestiere. _L'entente devait le laisser pourrir dans sa neutralitè._ E' un popolo incurabilmente neutrale, pacifista, ma non germanofilo. Non ha mai creduto nella potenza della sua Regina tedesca. E' un'oca. I famosi schiaffi e la famosa pugnalata della Regina al Re sono fiabe. Per molto tempo Venizelos non è riuscito, neanche coi denari, a trovare 50 individui che gridassero: morte a Costantino! Ma i francesi hanno una grande influenza ad Atene, una vera prepotenza, spadroneggiano.
Comprendo che Bosdari si è urtato profondamente con Venizelos. Bosdari ha un fondo d'incurabile germanofilia. Conclude:
--Ho fatto capire a Venizelos che l'unica potenza la cui amicizia può permettere alla Grecia di non essere la misera vassalla dell'Inghilterra e della Francia è l'Italia.
Donna Maria Mazzoleni che sa meglio di Madame di Sevigné dirigere il suo salotto intellettuale con varietà e contrasti interessanti mi prega di declamare le mie parole in libertà «_Treno di soldati turchi ammalati_».
Rompo con forza decisiva l'atmosfera di finezze diplomatiche. Vivo successo di declamatore. La conversazione è orientata ormai sulle demolizioni utilissime compiute dal movimento futurista e sulla rivoluzione pittorica creata da noi in tutto il mondo col predominio lirico, plastico del genio nostro. Altri invitati sopravvenuti raccontano le leggendarie cazzottature del teatro Costanzi, le burrascose esposizioni futuriste a New York a S. Francisco. Un attaché a l'ambasciata Cinese spiega l'influenza decisiva del pittore Boccioni sull'arte dell'estremo oriente. Si parla molto di una grande festa che il conte Primoli darà domani nel suo palazzo napoleonico in onore dei mutilati.
* * * * *
Vi partecipai colla marchesa Casati che mi presentò al famoso Loulou Primoli. Raffinatissimo, colto, intelligente, ma tragicamente passatista figlio di una Bonaparte, maestro d'ogni cortesia e d'ogni bizzarria erotico-sentimentale.
Salgo colla Marchesa per una scaletta piena di fiori e di statuette di Napoleone. Il guardaportone, personaggio dell'impero, saluta tutti e lascia passare tutti.
Siamo in casa del Passato. Passato vinto, indulgentissimo, disilluso e nostalgico. La scala sale girando con grazia e portando faticosamente la sua balaustra carica di stoffe rosso e oro. Infilata di camere rosso-oro. Vere cappelle asfissianti di fiori e di profumi artificiali. Fiori, fiori, falsi e naturali in scatole, scrigni, vasi e vassoi. Ritratti, ritrattini, ninnoli intimi preziosissimi, ricordi, album, fotografie d'ogni dimensione, autografi enormi come di giganti e flebili sbiadite calligrafie di regine morte. Tutte le cose sacre d'una vita sontuosa che preferisce il ricordo alla crudele realtà presente, tutto marcato dall'affetto e dal tempo messo in vetrina spudoratamente, con ostentazione quasi oscena. Ultima offensiva d'un passatismo disarmato che utilizza le sue fragili armi senza grazia alla rinfusa per fermare ad ogni costo il futurismo vittorioso e le sue velocità furenti. Questa sala contiene due pezzi di chiese distrutte, tre portantine pregne di profumi imperiali, due madonne di bronzo decapitate e una grande grata panciuta di vecchio legno dorato tolta dal coro di una chiesa di Siena.
La portantina sussurra che le donne del tempo che fu sapevano meglio amare. Dalla grata panciuta cola come da una chiusa la cadenza morbida d'un canto chiesastico. Ma le due Madonne tendono sinistramente le mani vuote come per ridomandare ai rigattieri ebrei le loro teste probabilmente vendute a parte.
L'odore di muffa aggredisce le nari. Polvere, polvere. Bricabrac di cose vecchie, morte affastellate. Sembra la vendita all'asta di una reggia che l'ultimo erede reale offre per necessità ad un popolo rivoluzionario. Questo però non compera, invade, devasta e brucia. Infatti le stoffe rosse danno l'illusione delle fiamme e i profumi densi si inacidiscono fino all'acredine dell'odore di bruciato e di sangue.
Folla di signore. Dominano le cretine:
--Oh ma chère, chère, chère madame, quelle joie de vous revoir!
Tipica frenesia balorda e grottesca delle signore spalmate di falsa aristocrazia, orgogliose tacchinescamente di trovarsi in un salotto alla moda select unico. Tutte un po' seccate di trovarsi così numerose. Sarebbero raggianti di potere compiangere molte amiche assenti. Ma non avrebbero allora il piacere di vedere il loro privilegio notato da molte.
La maschera di cera di Napoleone assiste impassibile a questa nuova ritirata di Waterloo.
Tutto in vetrina, anche i gloriosi mutilati da festeggiare. Sono seduti immobili nelle poltrone rosso e oro del grande salone. Visi rudi cotti e riplasmati dalle carezze ferree corrosive delle rose granate. Visi scabri, tipici come il Carso. Pezzi di sole ancora fumanti e vibranti. Ora sono un po' pacificati, ma vi passa sopra il brivido di una irritazione. Perla il sudore su quella fronte. Sentono il peso insopportabile di quel lusso sfarzoso ammucchiato con boria. Nei loro occhi oscilla l'anima tra le preoccupazioni di denaro e il piacere inusitato dei ricchi omaggi mondani. Intorno accaparranti fastidiosi tutti i brusii mormorii delle donne che vorrebbero essere materne e invece urtano sbadatamente tutti gli spigoli doloranti di quelle sensibilità troncate.
Silenzio! silenzio! Il celebre Battistini canterà una canzone napoletana.
Vola con grazia lentamente poi si slancia patetica in alto la grande voce del cantante meraviglioso, un po' sciupata, ma piena ancora di magie. Si gonfia, si arrotonda, cerca di spalancare l'angoscia appassionata del golfo di Napoli, rompendo e travolgendo pareti, stoffe, soffitti di oro fuor dal bricabrac passatista, per toccare le vivide, fresche, elettriche stelle d'Italia che brillavano certo nella battaglia su quei soldati come su dinamo instancabili dalle scosse micidiali. Gli applausi e le approvazioni sventagliano mille idiozie ma hanno il rumore della risacca notturna sui Faraglioni tetri, eroici di Capri.
Ora si aggira, in mezzo ai busti, statue, statuette, il Bonaparte padrone di casa e direttore di questo immane esibizionismo d'intimità napoleoniche. Cortesissimo, pieno di grazie delicate, ma tozzo, stanco, grosse spalle finite, tirate giù dall'enorme _tight_ verde-blu scuro e il cravattone quadrettato grigio-perla e blu.
Loulou Primoli ringrazia i suoi invitati con molti sorrisi nella faccia rossa un po' cotta dai liquori, baffi grigi, gote gonfie, cascanti, occhi scuri sagaci d'antiquario.
Esco colla Marchesa Casati, felice di rivedere all'aperto la mia amica futurista in un'altra serra calda che abbia per soffitto l'arco caldo azzurro del cielo romano.
XIII.
I VELENI DEL GOLFO
Sono stanco di artifici e di snobismi esasperati. Bianca mi aspetta a Napoli!
Il giorno dopo alle due del pomeriggio appena entrato nello scompartimento soffocante sono preso da un'ansia inaspettata. Il treno è zeppo. Quasi tutti napoletani. Sono forse le loro voci cadenzate che mi spremono i nervi mutando completamente la mia sensibilità. Il mio cuore raddoppia i suoi battiti. Vorrei aprire la mia giubba grigio-verde per respirare, respirare il grande alito passionale del golfo. Ma è ancor lontano, molto lontano. Perchè non parte il treno? Sono pigiato sul mio sedile, ma non sento più nulla, tutto assorto nella visione interiore bruciante di Bianca. Dunque l'amo pazzamente? Forse. Sono strabiliato dalle bizzarrie della mia anima che porta con se in guerra ridendo e combattendo spensieratamente un amore sepolto, ma vivo ora scattante.
Il treno parte accelerando col suo ritmo il ritmo del mio cuore che s'avventa per frugare nei ricordi, precisare le sensazioni. Completamente isolato nel mio sogno, vedo Bianca, la sento!
Bionda, bionda, gracile, flessuosa con quei suoi occhi pieni d'oro verde, bellissimi occhi che ridono e bruciano sotto la capigliatura di scintille e polvere d'oro. Chissà se mi sarà possibile vederla un po' a lungo a Napoli? Sua zia bisbetica e provinciale ha una franca antipatia per me. Ma Bianca saprà dovrà superare ogni difficoltà per vedermi!...
La risento nelle mie braccia come la prima volta in casa mia nel mio appartamento di Chiatamone 5 anni fa. Aveva un vestito leggerissimo, sembrava nuda. Io l'ubriacavo di poesia. In un attimo i miei baci travolsero ogni sua volontà. Scapigliata, languida, eccitatissima! Invocava un pettine per ravviarsi i capelli. Ricordo ancora di aver chiamato la mia cameriera Giulia che offrendomi il pettine mi spaventò col suo viso inferocito dalla gelosia.
Andammo a pranzare insieme. Pioveva. Bianca si abbandonava sul mio braccio felice della pioggia che ci isolava dal mondo. La marea d'una passione violenta mi portava sulle vette acute delle fantasie più suicide. Le dicevo:
--La mia vita è lì sulla tua bocca... tutta la vita in un tuo bacio!
Le proposi di partire per Sorrento. Non volle. Ma in carrozzella semi-aperta sentii che ogni sua difesa era vana. Tutte le forze della luce, dei profumi, dei suoni e dei rumori si coalizzano, impongono, esigono che ogni ritardo sia abolito. I baci nostri sono fitti, precipitati, affannosi. Sembrano incalzati dalla pioggia in una elettrica furia di vibrazioni. Scendiamo dalla carrozzella. Nel giardino le nudità pericolose troppo bianche delle statue sembrano uscite dal coito acre mordente schiaffeggiante di quel mare virile.
Convinco Bianca che docile viene dove voglio. Ansando come un ladro la guido per la mano nel buio della scala, poi nel buio appartamento, piego il suo corpo che trema sul letto nel buio, svestendola febbrilmente con le mie mani convulse che si sbagliano, strappano, strappano le ultime barriere davanti alla piena irruente della mia passione.
Bianca è quasi nuda. Non vuole la luce. Io esigo lo splendore illuminato di quel corpo ed eccolo finalmente tutto da baciare con mille elogi deliranti, carezze che frugano si arrampicano insistono divorano. Velocità d'incendio che nessuno potrà spegnere.
--Stiamo al buio, te ne prego...
Io rifaccio la luce. Ma lei implora:
--No! No! che scandalo! che scandalo! Sei cattivo! Caro, caro, mi piaci tanto! Mi piace il tuo temperamento impetuoso, ma Dio mio! non ti calmi mai! Fermati con questo tuo dinamismo!
Bianca ride.
Io rispondo:
--Dinamismo plastico!
Ridiamo insieme. Risate che sfumano nelle strette feroci dove le nostre anime si spremono.
--Ho paura, dice Bianca, penso che mi farai soffrire, terribilmente soffrire.
Si rituffa nell'incosciente abbandono, soffocando le sue grida sotto le ondate pesanti del piacere. Poi un tremito convulso l'assale. Mi ricordo che questo tremito non cessava più. Mormorava e implorava:
--Ho freddo, freddo, tanto freddo, riscaldami, amore!
Io la riprendo. Eccola beata, rapita, bambina. La sua anima alla deriva nuota come in una scia di bollore lunare. Con precisione ricordo i suoi piccoli strilli di spavento-pudore mentre girava cercando le sue vesti nella camera, nuda, minacciata dalla luce che io accendevo e spegnevo.
Mangiammo insieme delle frutta nella sala da pranzo, poi la ricondussi in carrozza alla casa della zia, senza pensare che non l'avrei riveduta per un anno. Che schianto! Per un anno la cercai senza ritrovarla, invocando il suo ritorno disperatamente. Il mistero di quella lontananza e di quel silenzio mi tormenta oggi più che mai.
Bianca non seppe non volle spiegarmi nulla, quando la rividi, un anno dopo. Mi parlò di un fidanzato. Compresi che non poteva essere sincera. Certo avrebbe aperto tutto il suo cuore se avesse potuto. Mi disse:
--Ho fretta questa sera. Domani mattina alle 10. Avremo tutta la giornata per noi.
Bianca è un'amante strana. In fondo la credo una innamorata dell'amore. Sensuale e cerebrale. Odia le ore d'amore rubate in fretta alla vita. Le piace organizzare bene le voluttà. Ha un corpo ideale d'amante predisposto a tutte le raffinatezze del piacere. Non lo dimenticherò mai. Ho bisogno di lei. Che occhi mutevoli! Occhi di carnevale! Era felice di questa immagine e l'accoglieva aprendo la sua bocca ardente come per mangiarsela fra i dentini bianchi... Sento, sento che se avessi qui Bianca con le sue labbra che si liquefanno fra le mie la soavità del nostro bacio sarebbe tale da fermare di colpo questo treno.
Dunque, sono innamorato come un pazzo di Bianca. Perchè, perchè non la prendo con me, strappandola alla sua vita ambigua di signorina che ha un amante, ne ebbe forse già due, sotto la sorveglianza balzana di parenti ostili, libera e prigioniera inesplicabilmente?
Bianca è capricciosa. Ogni volta che io ebbi il dono del suo amore la trovai diversa. Ricordo il nostro quarto convegno a Palermo. Sembrava ridiventata pura come una vergine. Per un nulla le vampe al viso. Mille pudori e la lunga difesa di ogni angolo del suo corpo. Poi dopo il primo amplesso riapparve la fragorosa luce dei suoi occhi di carnevale che ridevano offrendo la bocca come un fiume di delizia nel paradiso, la sua bocca nuda, aperta e inquietante. Una strana sensualità quasi oscena nel sorriso di quel viso roseo, ardente fra i capelli biondi, sparpagliamento di scintille sul guanciale.
Ricordo un'altra volta: Bianca benchè legata dalle abitudini signorili e sdegnose della sua vita semi-aristocratica, venne con me felice in un piccolo albergo da marinai piuttosto sporco. Unico albergo che non fosse pieno, in una città marittima. Era elegantissima, nasino al vento, quel nasino all'insù birichino e francese. Volle portare da sola la mia valigia fra i camerieri stupefatti, per dimostrarmi la forza dei suoi muscoli. Le dissi:
--Questa stanza è brutta, ma vale cento paradisi.
Mi rispose spensieratamente:
--Somiglia a una camera d'albergo di Alessandria d'Egitto.
Sapevo che Bianca aveva già molto viaggiato con sua zia in Oriente. Più volte mi aveva parlato di Costantinopoli. Nondimeno la sua allusione ad un albergo simile a quello che ci ospitava mi turbò, quasi mi fece male.
Quel giorno a letto più nitidamente mi si conficcò nel mio spirito questa verità spaventosa! Bianca aveva due anime. Mi offriva la prima ingenua, fresca, fremente, pudica, tutta in lacrime e confusioni soavi; poi al secondo amplesso mi spalancava una seconda anima di lussuria gogliardica, ironica quasi clownesca, un'anima da caffè concerto di secondo ordine. Diceva con mille scatti buffi:
--Mi piacciono, mi piacciono i tuoi baci sulla schiena, ma non li voglio... Per carità non toccarmi il puff... Il mio puff è scemo, resterà scemo, non capisce nulla... In quanto a lei, lei! Elle est très délurée... Lei è pazza, pazza da legare. Colpa tua! Ora è pazza!... Veramente pazza!
Allora Bianca diventava frenetica, moltiplicava i suoi baci e le sue carezze rivelando di tanto in tanto una sapienza sensuale da cortigiana. Diceva con voce puerile:
--Queste sono le rotelle del carrettino!
Poi facendomi ammirare il suo ventre perfetto e, con un dito sull'ombelico, soggiungeva:
--Questa è la piccola buca delle lettere tutte per me.
Su quel vasto letto, in quella brutta camera d'albergo si esercitava la pressione del porto tutto catrame, fumo, carbone, antenne, sole accecante ruvidissimo nelle alberature, polvere salata, scricchiolio di ruote, carri, carrucole, peso dei cavalli monumentali e dei carriaggi sul selciato di bragia, treni di piombo ripiombanti sulle rotaie e odori furenti.
Ero torturato, inquieto. Ma il mio petto si sfasciò dalla delizia quando Bianca mi ridonò la sua prima anima infantile, vergine, con queste parole:
--Ed ora stiamo buoni. Voglio soltanto che tu mi mangi un po' la boccuccia.
Nello scendere dal treno a Napoli io constatai che una lotta si era scatenata fra il mio cervello volitivo pieno di idee di guerra e di prossima offensiva e il mio cuore tremante, vinto, liquefatto, napoletano. Irritatissimo, sconvolto, con le lagrime in gola, traballavo nella carrozzella traballante pei vicoli notturni.
Napoli nei primi anni di guerra, fu sempre sfacciatamente illuminata negozi e caffè. Ora imitava finalmente le altre città mascherandosi di azzurro per paura di un secondo bombardamento di aeroplani. Per difendersi e nascondersi i napoletani hanno riempito le strade di piccole lune graziose copiate sulla grande loro luna speciale.
Piccole lune da strada! Piccole lune quasi tascabili! Questa arrotonda una fresca volta di grottazzurra di Capri. Vi tremano sotto liquide turchesi e gioielli d'acqua.
In quest'altra piccola luna da strada scintilla il fondo abisso del mare con palombaro e lampadina elettrica fra guizzi fulminei di pesci. Ma la giocondità rossa bianca napoletana schizza fuori dalle botteghe radendo il selciato. Una giocondità tutta a risate represse, occhiate, sghignazzamenti, baci veloci, strette di mani incandescenti, gomitate d'oro, luci schiacciate, spremute fra i battenti delle porte sulle soglie nei buchi del marciapiede.
L'allegria napoletana cede un poco, ma non troppo, alla severità della guerra. E' ottimista il vasto golfo carnale, indulgente e distratto. Sa che dopo i malefici iettatori aerei con relativo sterco esplodente ritornerà la pace pei soldati vittoriosi carichi di passione da spandere in canti larghi tali da colmare tutti i pozzi del terrore materno.
Così io penso che nel mio cuore la guerra di ferro e fango saprà vincere la dolce e velenosa guerra dell'amore. Molleggia la mia anima in carrozzella per le strade spaccate forse dalla passione. Quanti buchi affettuosi! Il mio spirito virile somiglia al mio cocchiere che tira ferocemente, tira a strappi brutali il cavallo sfiancato fuor dai binari. Ma il cavallo sfiancato come il mio cuore va dove vuole, a destra, a sinistra, resistendo alla mano violentissima che lo strappa. Non m'ispira pietà quel cavallo, tanto è di caucciù indifferente sotto le frustate tremende in testa, atroci.
Il selciato è più che napoletano, svaccato. Il cocchiere accanito sradica fuor dai binari il cavallo, sturacciolando la carrozzella che balza come un fa bemol fuori dalle righe musicali. Arpeggio violento strappato nelle corde tese delle strade notturne, molli di languore erotico, arpe coricate degli abbandoni carnali.
Povera carrozzella dell'amore e del canto nostalgico che con schianti e singhiozzi si strappa dai binari ferrei della vita di guerra.
Il cocchiere bestemmia:
--Accidenti! Fetente!
In realtà dove vanno a finire le ruote del mio cuore, lo sa il Padre Eterno!
Ma i vicoli splendono sgargianti infischiandosi degli areoplani. All'imbocco di questo vicolo il viscido argento profuso dei pesci fuor dalle casseforti sfasciate del mare. Più su, tutti i fatti di sangue dei pomodori e dei cocomeri. Venti passi più innanzi crollati giù e dormenti tre rosei volumi di grassi bambini pneumatici da réclame. A destra in vetrina la morbida materna bontà cedevole delle mozzarelle troppo femminili che godono il proprio fresco immacolato candore.
Bisogna bene passar la sera in un caffè concerto. Non potrò vedere Bianca prima di domani mattina. Nello schiamazzo luminoso della sala Umberto, canta una donna in gonnellino vermiglio, pallido visetto che suda sotto ciocche nerissime, pesanti. Occhiate di liquirizia. La canzone trascina voci e anime di spettatori.