L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto
Chapter 4
Imposi dolcemente silenzio a Rosina che si accaniva a dimostrarmi l'imbecillità paurosa di suo marito notaio, pedante germanofilo, disfattista, imboscato malgrado una buona salute e i suoi 25 anni, e le dissi:
--Cara Rosina, sei troppo bella per coprirti con una camicia, toglitela. Voglio analizzare la tua bellezza con cura e prendere delle note.
Salto dal letto prendo il mio libretto di note dispongo bene il corpo nudo e coricato di Rosina:
--Chiudi gli occhi. Bene!... ora aprili!
Occhi meravigliosi. La cornea lievemente azzurrina venulata agli angoli da piccolissime venette sanguigne, nuota in uno strano rosolio dorato. La pupilla è nera cerchiata d'oro scuro...
Rosina è stupita, trattiene la sua allegria mi lancia un'occhiata brillante e maliziosa che si lega bene al sorriso. Ecco il sorriso sboccia, mobile losanga, e fiorisce tondo sui denti piccoli, freschi, bianchi, saporiti. Penso ad una giovanissima Madonna di Raffaello, ma più calda, passionale, dietro i cristalli di una _limousine_ veloce.
Io amo i seni piccoli, vivaci, spiritosi. Questi di Rosina sono invece un po' grassi e lievemente materni. Ma la bella cupola militare del ventre è perfetta. Sotto l'ombelico una lievissima depressione perpendicolare discende, piccolo sentiero appena marcato e si perde nell'ombra triangolare fra le cosce. Ancora più ammirevoli. Hanno muscoli sodi, mascherati dalla più dolce carne. Bei cuscini soffici e nuovi con ricche molle di muscoli.
Ma Rosina si annoia di tanta estetica scultoria. Nuovi baci, nuove carezze e nuova pausa con relativo chiacchierio sul marito che Rosina critica ora come un vizioso parassita amico delle prostitute.
Il nostro dialogo è interrotto da un balzo di Zazà che vuole accucciarsi fra noi.
La mia cagnetta di guerra non conosce le donne. Ha sempre vissuto in mezzo ai soldati ed è decisamente ostile ai dissolventi profumi carnali. Mi ammonisce abbaiando, richiamandomi all'antica castità. La caccio via, rimbalza su. La mando dall'attendente nel corridoio.
Io sono ormai sufficientemente premiato. Ho centellinato e masticato deliziosamente tutte le ghiottonerie di quel letto imbandito come una tavola di re.
Nell'annotare sul mio libriccino la mollezza soave delle due bende di capelli che coprono le piccole orecchie di Rosina ho sentito gonfiarsi nel mio cuore un oceano di pensieri e ormai il mio spirito vi veleggia sopra, con le sue vele date al tondo soffio delle purezze astratte.
Dico a Rosina concludendo:
--Non ti potrò mai dimenticare, poichè sei veramente la figlia del nostro Piave devoto e della vittoria!
Poi soggiungo:
--E anche la figlia della luna augurale!
Così, sporgendomi al balconcino, salutai la luna che avevo maledetto il 27 ottobre sul Carso, tutta gialla, allora, insozzata forse a dipingere bandiere austriache.
Un'ora dopo ci accompagnava in carrozza rotolando in alto grassa, bianca e felice la luna enorme. Fresca campagna dilatata dalla gioia della vittoria. Passiamo sulla Secchia, rapita anch'essa di gioia lunare.
--Non cercarmi, non scrivermi, ti scriverò io, mormora Rosina abbracciandomi. Mio marito è geloso, ti ucciderebbe!
Sento che Rosina sta per trasformare suo marito imboscato in un ardito.
--Non venirmi a cercare, ripete Rosina, verrò io a Milano da te.
Non l'ascolto. Penso di dare al mio prossimo poema i ribollimenti e formicolii d'argento della Secchia che scorre dolcemente quasi nel mio cuore. Le vigne alte sospese a braccia spalancate, aggrappate ai gelsi mi danno colle loro grandi ombre nere animate dei consigli energetici. Il vecchio cocchiere porta ora in equilibrio sul cappello a cencio la pletorica luna piena. Vorrei affrettare il passo del cavallo. Sono stanco di voluttà. Le ruote della carrozza svegliano in me il ritmo pneumatico della mia futura blindata, nuova amante per le velocità della prossima vittoria.
V.
IL PAZZO
Sono costretto di passare 2 giorni al deposito di Scandiano.
Due giorni di burocrazia militare aereati dalla compagnia del futurista Virgilio Marchi, granatiere valoroso, ora invalido di guerra. E' riuscito a improvvisare qui una piccola esposizione di quadri futuristi. La visito per consolarmi dell'atmosfera imboscata discutendo sull'equilibrio delle dinamiche architetture ideate da Marchi.
Spacco, sfondo e incendio la tediosa atmosfera di Scandiano con un discorso ai bombardieri e una susseguente discussione sul futurismo col generale Sacchero. Dormo male a Scandiano, assillatissimo dal desiderio di conoscere presto la bella blindata che mi aspetta, le sue forme snelle e il suo cuore carburante. Ma la mia propaganda futurista e quella degli amici Marchi e Francesco Flora sembrano aver già trasformato la piccola città ultra-passatista.
Ne sboccia l'ormai immancabile prodigio. Cosa è questo gridio di folla? Usciamo dalla mensa. Sensazione di sommossa. Tutti corrono. Redarguisco due sergenti che fuggono davanti a un pericolo inspiegabile. Sassate fitte piovono su noi. Risacca di bambini e donne urlanti. Entriamo nella vasta piazza erbosa e vuota davanti al palazzo Estense.
In fondo, vicino alla porta ducale, gesticola un pazzo. Nudo dalla testa calva congestionata ai ginocchi. Ha le fasce alle gambe e le scarpe. Il pazzo, curvo, cerca febbrilmente delle grosse pietre e le scaglia con forza contro la cancellata del palazzo, dove si agitano confusamente ufficiali e soldati.
Divertente e tragico consiglio di guerra sotto il fuoco accelerato del pazzo. La sentinella ha dovuto spostarsi cercando di parare col fucile a baionetta inastata i colpi molto precisi. La folla ondeggia allo sbocco della via Cesare Battisti, con fughe repentine, quando il pazzo si avvicina preceduto dalle sue pietre.
Appare veramente il dominatore di questa piazza lugubre, sonnolenta, austera, troppo saggiamente imboscata lontano dagli aeroplani e dal fronte. Nudità potente, forte torace, maestria di lanciatore di pietre. Il membro pendente fuor dalla nicchia dei peli neri beffeggia spavaldamente le morali freddolose, magnetizzando gli sguardi delle ragazze che strillano paura, orrore, curiosità dietro le grate vezzose delle dita sugli occhi.
Ad un tratto il pazzo si curva, prende una manata di sterco e la mangia avidamente.
Forse per insegnare gli indispensabili sacrifici dello stomaco a coloro che non si contentano di salvare la pelle ma la vogliono anche riccamente nutrire mentre i combattenti bevono e mangiano il ferocissimo fuoco solare delle battaglie.
Il pazzo ha impugnato due grosse pietre e con esse si percuote atrocemente la fronte. Vendicatore selvaggio venuto dalle lontane caverne e dalla amicizia dei mammuth egli vuole dimostrare che nella media saggezza prudente non c'è virtù. L'ora è venuta di sfondare tutti gli scrigni compreso quello della fronte, liberandone le generose pazzie. Sputa ripetutamente il pazzo contro il palazzo ducale, sputa dal fondo della sua violenza barbarica sulla mezza civiltà cauta dei restauratori di palazzi antichi e di viltà moderne. E' un uomo preistorico che dà meglio di me una lezione di futurismo agli imboscati di Scandiano.
Ecco però i passatisti alla riscossa. Sono numerosi. Li guida il tenente colonnello Tusini, piccola barba quadrata nerissima, quasi finta sul viso bruno, nervoso, collerico. Lo segue un siciliano nerboruto e bruno, il tenente Trafficante. Il pazzo indietreggia tirando sassi. E' accerchiato. Sente il muro dietro di sè. Ha un minuto di esitazione, che lo perde. Tutti si slanciano su lui, lo afferrano alla vita, lo rovesciano a terra, quasi soffocato. Mi precipito per soccorrerlo, mentre piovono sul suo capo calvo pugni violentissimi, accaniti, esasperati dalla paura.
--Basta! basta! non massacratelo!
Un caporale atletico, impazzito più del pazzo gli imbavaglia con una mano la bocca. Il pazzo tutto insanguinato torce spaventosamente gli occhi senza implorare pietà; mentre un soldato lo strozza quasi col braccio destro e dichiara solennemente:
--E' così che si tengono i pazzi.
Io gli grido:
--Ma i saggi come voi fanno schifo!
VI.
UN'ESPOSIZIONE FUTURISTA NAVALE
La caserma di S. Benigno a Genova ha tutti i difetti delle caserme, ma una qualità eccezionale che la rende forse unica al mondo ed è quella di cavalcare con la sua mole rossa il promontorio montagnoso del Faro. Domino così facendo colazione su una delle terrazze: a sinistra l'anfiteatro di Genova coi suoi vetri in fiamme, tetti d'ardesia verniciati di argento solare, e pensili giardini tropicali. Davanti, il colmo alto mare di cobalto; a destra, le criniere di fumo di Sampierdarena; e sotto, il porto formicolante irto e fumoso.
Mi pare di essere sulla terrazza di un meraviglioso grattacielo italiano. Giù, giù, il porto lavora energicamente per la guerra mondiale. Grande bocca d'Italia aperta ai carboni che cortei di navi le portano sfuggendo ai sottomarini, microbi circolanti nelle vene-arterie del mare.
Uno di questi cortei di navi si abbozza confusamente, sull'arco dell'orizzonte. I carboni ingoiati dai treni corrono facendo correre le forze che nutriranno il fronte congestionato di fuoco. Sotto di me, navi e treni mescolati.
I treni s'intrufolano fra le navi. Simmetrie eleganti disinvolte di rotaie a fasci argentei. Le rotaie luccicano imperative come leggi davanti ai treni lentissimi asmatici, sotto fumi rivoluzionarii. Peso delle chiatte incastrate nell'acqua carbonosa. Sono scaricate da omini microscopici che portano velocemente sulla testa coffe di carbone correndo sull'oscillare elastico delle assi sospese. Andirivieni degli omini fra le chiatte e i cumuli di carbone alti e cosparsi di brilli. Brillano pure i torsi nudi sudati.
In alto il sole comanda, dirige tutto, meccanico sanguigno dalle roteanti braccia d'oro dirigendo le antenne, le gru e gli elevatori elettrici che viaggiano su ponti di ferro pattinando oleosamente e portando a braccio teso mascelle metalliche ghiotte di carbone.
Una dura volontà solidale di guerra fa gonfiare i bicipiti degli elevatori che girano orgogliosamente sui piedi uniti per farsi ammirare come buoni patrioti da tutte le case attentissime dell'anfiteatro-porto.
Ribollimento frenetico d'oro solare fra le navi. Spirali, fantasie, ramificazioni dei fumi bianchi-grigi, perlacei che salutano i lontanissimi combattenti.
Ma insiste la pressione dell'alto mare colmo di cobalto che vuole straripare sull'orlo della diga: cobalto freschissimo che schizza, balza dai moli al mio colletto di mitragliere S. Etienne, e si frange blu sui vetri dell'ultimo piano di S. Benigno. Questi vetri si offrono bersaglio ai cannoni di una possibile squadra nemica.
S'avanza invece e si delinea in alto mare un corteo amico di navi variopinte.
12. No! 22. Altre ancora si sbozzano. Sono 29.
Il sole le vernicia. Balzano, lingueggiano, s'intrecciano le linee colorate dinamiche sui loro scafi alberi e ciminiere. Tutte camuffate. Poichè non possono entrare nel porto già pieno, esse si dispongono in lunga fila parallela alla diga. Lo spettacolo mi gonfia d'entusiasmo. Volo coi miei sguardi che si avventano gioiosi verso le navi. Grido ai miei amici mitraglieri tutti in piedi, tutti presi al collo dal blu inebriante dell'alto mare:
--Ecco la prima grande esposizione futurista! Una sala alta 50 Km. dal pavimento di cobalto. Ventinove giganteschi quadri e complessi plastici colorati in movimento. Guardate! Quella linea rosea sulla prima nave a destra, quella linea slanciata che si arrotonda suggerisce l'idea di una poppa di nave mentre ne copre il ventre in realtà. La vera poppa essendo colorata in turchino, come vedete, vien presa a distanza per il turchino dell'alto mare... Sulla seconda nave l'angolo acuto nero quasi a fior d'acqua suggerisce l'idea di un basso bompresso di piccolo veliero. Queste navi furono camuffate dagli armatori inglesi sui disegni del pittore futurista inglese Newinson allievo e ammiratore di Balla e di Boccioni. Così il genio futurista italiano, imprimendo attraverso le sue esposizioni europee i suoi ritmi dinamici e le sue volanti colorazioni all'ingegno plastico inglese, può vincere la cubatura pesante tedesca e i suoi pericolosi sottomarini. Ogni nave così trasfigurata contiene 4 o 5 illusioni di mezze o piccole navi da trascurare o da sbagliare tirandoci sopra.
I pittori futuristi nei quadri precedenti creavano compenetrazioni e simultaneità di linee e colori nel tempo e nello spazio. Volumi e colori dell'esterno-interno apparente-reale lontano-vicino, colore, peso, odore, rumore da suggerire a noi che li guardavamo.
I pittori futuristi che dipinsero queste grandi navi o complessi plastici-naviganti vogliono anch'essi con le loro linee compenetrate e le loro simultaneità di colore e forma, suggerire ciò che non c'è, nascondere ciò che c'è, traendo in inganno e beffeggiando i sottomarini in agguato! Ah! ah! ridiamo, amici, ridiamo di gioia poichè tutti i simboli si armonizzano e si perfezionano. I sottomarini altro non sono che critici passatisti di questa grande esposizione futurista navigante. Critici pieni di bile compressa e d'invidia, che sognano di uccidere le lampeggianti sfolgoranti creazioni del genio novatore. Inutile spiegare! Il sole è il più sollecito e più eloquente dei conferenzieri e il più chiaro illustratore.
La fila delle navi-quadri s'immobilizza, a 3 Km. da Sampierdarena, nel mare. Andiamo, amici, a visitare a nuoto la prima grande esposizione futurista!
Mezz'ora dopo tutti in costume da bagno entravamo in mare allo stabilimento Colombo vera tonnara di donne e bambini. Cento salvagenti verdi, costumi neri, cuffie rosse. Vasto guizzare e anguillare di braccia e gambe. Grassi mappamondi rammolliti. Corrono bambini come piccole stelle di carne. Migliaia di scimmie scimmioni scimmiette. Donne e bambini aggrappati alla corda, sono violentemente strappati dall'ondata schiumante pigiati, spremuti come frutti banani pere o datteri sopra un unico gambo investito dal vento. L'ondata si precipita sui bagnanti come la voluttà si slancia sui nervi. Colle mani pesanti di schiuma, rotola, impasta, strizza, pesta, spalma questa pasta di femmine, d'imbelli e d'imboscati per insegnar loro un po' di guerra. Tra le potenti dita bianchissime del mare la pasta umana sprizza il suo lievito di paura.
iiiiiiiii ui ui iii iii nitriti gridiii guaiiiti.
L'umanità subisce il coito delle forze. Ecco, donne e bambine si avanzano con paura-coraggio, frenetica allegria e isterico terrore contro l'urto dell'ondata... Voglio, non voglio, temo, ho paura scappiam, restiamo, pigliamola in faccia. Dio! i capelli!... Tutta bagnata!... Che freddo! l'acqua sulle gambe e sul ventre! Mi do a te, mi apro tutta a te, mare rude, potente invadente massiccio, mare sverginatore, uccidimi possiedimi mare guerra, eroismo massacro! Ho paura, mi fai male, sei troppo brutale, mi piaci, ti odio!...
Aiii Aiii Siii Siiii Aaaaaaaaa iiiii
Una mamma va incontro all'ondata portando fra le mani un grosso tondo bambino nudo. Sembra volerlo lanciare con un calcio di foot-ball contro l'irruente alta schiuma, che crolla
Taaaraagiiiiuuu gggiiii uuuu giaaaa.
Disinvolta, quella mamma! Sembra snaturata. Eroica certo e il destino la ricompensa poichè il suo tondo marmocchio ruzzola nell'onda, capriola ed eccolo più sano di prima sulla sabbia. Vorrei l'Italia fosse così disinvolta nel lanciar la sua prole contro il nemico che schiuma di rabbia e d'odio eterno come il mare.
--Amici! grido allora, usciamo da questa coloratissima tavolozza che ha per colori donne e bambini e ondate schiumose!
A nuoto ci lanciamo nel ribollimento argenteo abbagliante verso il pavimento di cobalto della grande esposizione futurista da visitare. Lontano qua e là, a destra, teste nere d'altri visitatori. Barche nerissime irte di rematori e simili a pettini neri coi denti al cielo. Tentano di criticare, discutere nella pienezza geniale del mare che bolle sicuro di sè. Piove fuoco argenteo vivo di gioia artistica. Ogni onda ha una sua idea in cresta che fiammeggia. Per essere più degno e più intriso d'arte sublime mi arrampico su un trampolino e
Patapluum Plufff giaaaa ggggggggg di schiuma
Nuoto sott'acqua a occhi aperti, vedo in alto una volta incendiata. Scintille di rumori nelle orecchie blublublublu bloblo tlac tloc gott gluglu.
Emergo. Luce anguillante di pittura futurista in ogni onda. Elastici tessuti di riflessi viola gialli, verdi, azzurri. Si prolungano così ramificandosi i sincronismi celesti dei raggi.
Il mare è una tavolozza sovraccarica di colori. Pennello vivente, voglio nuotandovi dentro dipingere anch'io un quadro.
Comincio col nuotare alla rana. Formo così un groviglio duro di linee. Poi a destra, nuoto alla marinara sul fianco come le donne formando una capigliatura di linee molli sfumate. Balzo a sinistra e nuoto _over_ facendo ruotare il braccio sinistro col braccio destro teso in avanti. Dipingo nell'acqua una ruota. Mi slancio con un _braccetto_ vigoroso facendo ruotare alternativamente le due braccia, ma tenendo la testa fuor d'acqua.
Nel mare si dipingono così due ruote davanti alla prima ruota. Tuffo la testa nell'acqua accelerando il doppio movimento alternato delle mie due braccia rotanti. Intuisco con gioia il liquido meccanismo di orologeria colorato che nasce da me.
Vedo accendersi il rosso di quella nave camuffata come un incendio, torcersi quella spirale azzurra intorno alla ciminiera come una molla gigantesca sulla quale una nuvola elasticamente molleggia come un saluto di padre eroico al figlio combattente.
Gioia di rinvigorire il corpo perfezionandone i tessuti, aguzzandone i muscoli, perchè scattino dalla schiena ai piedi come una codata di pesce! Gioia di acquistare la potenza guizzante d'un grande pesce-spada prima di partire per il fronte. Le bocche dei cannoni nemici amano simili pesci temerari. Mi succhio un dito. Sono fresco e saporito. Il pasto dei cannoni, porrebbe essere veramente succulento. Ma la fortuna sorride ai grandi pesci audaci che ora come me si nutrono lo stomaco del buon carbone tot igienico che le navi-quadri- futuristi spargono sul mare.
A grandi bracciate, facciamo il giro solenne dei conoscitori di quadri. Intorno ad ogni nave camuffata coloratissima ride il pavimento liquido moltiplicando la bollente gioielleria dei riflessi. Chi può comperare pescecanescamente l'opera impagabile? Le navi a tinte rosee hanno intorno a loro mille riflessi di carne femminile come migliaia di donne bagnanti che applaudano. Le navi a tinte purpuree e gialle hanno intorno dei riflessi in forma di vetrate insanguinate e rotte e talvolta l'intera cattedrale di Reims sommersa. Il sole stanco di conferenze e proiezioni sulla lavagna del cielo abbandona la sala della grande esposizione. Occhiata d'oro vermiglio, fronte e calvizie di fuoco sereno!
--Somiglia alla tua! mi grida un compagno, nuotando.
Sulla calvizie del sole si posano con ali febbrili di farfalle, due idrovolanti.
Torniamo con un ampio giro che ci conduce verso gli affastellamenti di tettoie e camini e la foresta di fumi Ansaldo. Nuotiamo come squali guidati dalle gigantesche carni sanguinolente che gli alti forni sembrano masticare. Magnetismo delle colate d'acciaio. Il ritmo delle presse e dei magli titanici cadenza le nostre bracciate, mentre la nostra bocca sputa schiuma bianca come i torni sputano limatura argentea.
Entriamo sempre più nell'oceanica sinfonia dei rumori del ferro in rissa col ferro. Attacchi e contrattacchi, boxe. Fierezza dell'acciaio, Cocciutaggine di colossi in fusione. Nell'aggrovigliato paesaggio di rumori ormai quasi buio si accaniscono a quando a quando le immense fruste e i lazos delle fiamme rosse. Fiuto la presenza di mille cannoni antiaerei nuovi sui loro candelieri colla bocca al cielo pronta ai lunghi sputi precisissimi di fuoco zenitale.
Sono nuovi pennelli ultra-dinamici di Balla per ridipingere le nuvole all'aurora. Fiuto le nuove Tanks già costruite con un volantista un cannoniere e un cannone da 37, serrate, armatissime, ultrasintetiche come libri futuristi.
Vedo poi giganteggiare il cannonissimo 381 allungato che dovrà tirare da Venezia a Pola (130 Km.) simbolo perfetto del genio italiano a lunghissima portata.
VII.
LA 74
Non conoscete la mia nuova amante? Ve la presenterò. Intendiamoci, quella preferita, che escluderà tutte le altre e sarà forse definitiva.
Non ha un nome, ha un numero e ciò mi piace poichè ogni Rosina è sempre tradita dal ricordo di un'altra Rosina, ogni Maria dal ricordo di un'altra Maria. La mia nuova amante si chiama 74, 7 e 4 fanno 11, il mio numero augurale che mi segue dovunque e mi è più o meno sempre favorevole.
La mia 74 ha una salute di ferro, anzi d'acciaio, una meravigliosa sensibilità, ma blindata. E' capace d'offendere e d'uccidere. Mentre è assai difficile ferirla mortalmente. La conobbi ieri nel cortile della caserma di S. Benigno. Mi aspettava in riga con le sue sette compagne che le rassomigliano come sorelle. Con delle differenze però importanti. Sono tutte donne autoblindate color verdone scurissimo, tutte armate.
Ma la mia è la più agile di tutte, ha un cuore-motore più forte, e il fuoco delle sue ironie mitragliate non ha debolezze nè distrazioni. Fu la sorte a designarmi come compagno della bella 74. Subito le baciai i fianchi d'acciaio, la grande palpebra metallica e lei mi ringraziò con un mezzo giro della sua cupola ornata d'un fascione tricolore. Volli, allora, penetrare nella sua anima. Tutta affettuosa, la mia 74 mi aprì sportello destro e sportello di sinistra cosicchè occupando il seggiolino della sua volontà e impugnando il volante dei suoi segreti pensieri la slanciai fuori a bella velocità giù per la strada tortuosa che scende al porto di Genova. Sento la gioia gonfiare le arterie della mia 74 che mi porta cantando. Non ha una voce sola, ma un'orchestra di voci bene intonate. Ora godo il languido canto lamentoso del suo cuore-motore che fa da freno in discesa. La sua gioia cresce ed ecco flauti, clariiini, violiiini accompagnano il ritmo delle ruote.
La mia 74 ha forse un difetto; i suoi fianchi sono troppo vasti per poter anguillare e correre senza urtare nelle strade ingombre di Genova. Debbo preoccuparmi anche del suo culo di acciaio veramente poderoso armato di una mitragliatrice a guisa di pungiglione. Con mano molle, ma pronta al volante consiglio i suoi fianchi di non agganciare a destra e a sinistra tram e carrozze.
--Su presto! le grido, ti conduco a Rapallo, a salutare i miei cari e poveri amici mutilati. Vi sarà danza questa sera, belle donne e canti al chiaro di luna sul mare.
Il cuore-motore della mia 74 precipita i suoi battiti e mi risponde come un cavallo con nitriiiti, nitriiiti, nitriiiti.
La sua allegria si manifesta nel mostrarmi tutte le sue virtù. Ecco il ci-ci-cigolio di mille passeri giulivi nelle sue giunture-costole d'acciaio. Sarà bello amarla e stringerla con passione, o meglio viverle nel cuore quando si batte.
Ma sono stanco di goderla dall'interno, voglio vedere le sue forme potenti correre fra le raggere tropicali di questo pomeriggio sulla strada di Varazze.
Lascio il volante al mio volantista Menghini, che avrà pieni poteri in mia assenza sul cuore-motore della mia 74. Ho aperto lo sportello di sinistra. Seduto di fianco sul seggiolino colla schiena presa nella cinghia-spalliera ho le gambe penzoloni fuori a picco sul mare di schiaffi pugni bava e smeraldi vendicatori.
Gioia disinvolta sfrenata di darmi così alla molleggiante velocità com'è una saltatrice sul cavallo nel circo dopo il bel cerchio di carta sfondato. Mi sento preso così a mezzo corpo dall'immensa rabbia amorosa dell'orizzonte marino. La mia gamba destra allungata verso l'invisibile acceleratore della velocità spirituale; la mia gamba sinistra piegata sul predellino fuori.