L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto

Chapter 20

Chapter 203,727 wordsPublic domain

Agitando il suo corpo che si frangia di rabbia e i suoi capelli tentacolari, il Vento parla con voce tonante alle lontane tribune delle prime stelle e si sgola per insolentire la pigrizia paurosa. Il Vento scande scande scande ogni sillaba con violenti colpi di pugno sui tetti delle case come su un pulpito. Ad un tratto si slancia contro il sole e lo rovescia giù dal suo trono di nuvole. A calci a pedate, correndo e remando nel cielo il Vento scopa, azzanna, impacchetta, ammucchia, scaccia, insacca, calpesta le matasse di odori in rissa che rischizzano, s'arrampicano, si rintanano nelle vallate e nei burroni. Intanto con un vasto muggito che cresce, cresce, cresce e scoppia accorrono giù dai monti e dalle fonde valli altri Venti alla riscossa.

Questo sospira sospira sospira e fischia nella stretta di due roccioni per passare ad ogni costo. E' troppo voluminoso: porta addosso una girandola di enormi polmoni gonfi d'ira compressa. Si accanisce e fiiiiischia. Sospira sospira sospira poi con uno schiaaanto d'alberi e fogliame precipita inondando di sè a ventaglio tutta la vallata. Sotto, il tetro fiume di prigionieri increspa paurosamente la sua superficie di cappotti e berretti fuligginosi. Io rialzo la testa dal volante e fiato fiato finalmente. I Venti giungono in ritardo, ma la loro fretta è vertiginosa. Pulire, pulire, pulire tutto, scuotere, sconvolgere, disinfettare. Ma non basta. Occorre inebriare al più presto la vallata di mille profumi perchè la mia blindata 74 diventi un'isola profumata sul fiume lurido dei prigionieri.

Un Vento gagliardo è lassù in cima alla montagna che chiama chiama con spiraliche sciarpe di mani altri Venti che lontano gonfiano a gara le loro pance, otri, e zampogna melodiose di tutti i profumi di rose, viole, acace, ginestre, gardenie, caprifoglio italiani, rapiti ai giardini pensili sul mare di Liguria.

Altri insaccano i voluttuosi profumi di tiglio dei sobborghi di Milano. Dovunque ferve il lavoro. Via, non perdere tempo, gonfia quell'otre di tutti gli odori salati, salubri, verde-azzurri di questo piccolo golfo di Zoagli! Tu, riempi fino all'orlo, tieni ben chiuso, porta in alto e su a tutta velocità corri a profumare la Carnia appestata!

Tre Venti smaniano, intanto, nello stretto di Messina. Sono forti e le loro invisibili propaggini muscolose sono capaci in pochi minuti di rianimare di fresco aereo velluto l'intera Sicilia carbonizzata dall'ardore d'agosto.

Ora in fondo a questo corridoio marino, i tre Venti affondano le dita nel mare e tutte grondanti le fanno scorrere, scorrere, sui giardini di Messina e su quelli odorosissimi di Siracusa perchè siano impregnate del profumo lieve danzante punzecchiante dolcissimo dei limoni, degli aranci e dei mandarini. Quei tre Venti siciliani passano nelle alte vigne fronzolute di Capri inebriandosi di fantasia rossa, poi sul promontorio polposo di Posillipo per aggiungere negli otri, pance e zampogne loro, delle erranti svenevoli mandolinate. Via a galoppo, su, su, a 70 Km. all'ora, saltando a piè pari la schiena dell'Appennino, aromatizzandosi i piedi pattinatori sulle pinete resinose, s'avventano sopra il Veneto e piombano nella valle della Fella. Ma l'Italia è vasta e tutti i vegetali d'ogni provincia vicina e lontana debbono dare il loro contributo.

Nell'oasi di Tripoli sonnolenta si alza con fatica un Simun assopito. Forte Vento africano non servo, ma innamorato dell'Italia. E' stanco di due lunghi viaggi nel deserto, ma una tromba bersaglieresca l'ha svegliato questa mattina. Sa, il Simun, che negli orti ombrosi e nei prati di orzo erba medica e lattuga, che egli ha sempre rispettato, dormono dei profumi biondi, pepati e zuccherini che l'Europa non ha. Sa il Simun che le ombrie sui pozzi orlati d'asinelli, hanno dei tiepidi profumi vanigliati che l'Europa non ha.

Si scuote, e d'un balzo in piedi, vibrante burbero benefico invita piante erbe tronchi e fogliami, a spremersi d'ogni essenza. Tutta l'oasi è in tumulto. I cammelli rallentano il loro ruminare e il loro gorgogliare catarroso di grondaia, sussultano, tremano. Il cammelliere dritto alzando le braccia implora pace dal Vento che giocondamente gonfia il suo barracano come una vela, e in testa il burnus come il fiocco sul bompresso.

Ma il Simun non è contento di questi casti profumi rapiti alla capigliatura dell'oasi. Non è forse l'imperatore assoluto dell'Africa? Con un salto di montagna terremotata, rosso irto accecante scavalca la grande Sirte e in Cirenaica lungamente strofina il suo corpo ossuto e scricchiolante d'ascaro immenso in altre oasi più fitte più umide più fertili. Il Nilo l'attira con la sua vasta coltura di profumi oliati e fermentati in verdi ombre sotto soffitti spessi di banani, e pieni di gaggie. Percorre tutto il Nilo riempiendo di profumi i tre mila otri che suonano fragorosamente sulle sue spalle scattanti. Entra nel lugubre caldo foltore d'oro torrido intrecciatissimo e compresso della sua Abissinia amata. Sono mesi e mesi che non piove, e la mirra balsamica suda fuor dalla corteccia un umore inebriante e languidissimo. Questo, questo ci vuole, pensa il Simun, perchè la prima notte dei vincitori Italiani in Carnia sia simile alle notti di Allah! Subito vuota alcuni otri di profumi mediocri e con fiati lunghi accarezzando per un'ora trecento mila arbusti di mirra balsamica accumula e costringe in mille trecce strette le ondulanti capigliature del profumo assolvente.

Il Simun non è sazio ancora. Scavalca il mar Rosso e raggiunge un altipiano d'Asia dove brucano in pace cento mandre di cervi muschiati. Con boati di gioia sradicante il Simun li assale. Crollo schianto e sfasciamento di quei boschi di corna. Il Simun li caccia alla rinfusa in una valle, poi sopra, come in un tino coi vasti piedi chilometrici, li vendemmia.

Dagli addomi schiacciati schizza lo strano burro rosso-bruno. Ride, ride, il Simun, nella carneficina poichè sa la potenza quasi indistruttibile di questo profumo divino. Un granello solo basterà a inebriare 2 milioni di metri cubi d'atmosfera notturna!

Stracarico di profumi asiatici e africani, il Simun ritorna. In alto, in alto vola sopra il mare perchè i potenti spruzzatori salati dalle onde non deformino le essenze purissime che egli porta rinchiuse nei suoi polmoni, otri pance e zampogne. La sua velocità supera quella d'ogni altro Vento, tanto l'orgoglio d'essere il primo profumatore dell'Italia vittoriosa lo esalta.

Nella mia blindata lo sento venire. Tutti i Venti italiani che hanno sparso già con armoniosa delicatezza centomila profumi italiani sui declivi e sui boschi e nei burroni e nelle viuzze dei villaggi e in ogni casa come un vaso, sanno che un prodigioso Vento sconosciuto sta per giungere con nuove ricchezze delizianti. Si aggirano i Venti italiani perfezionando la disposizione dei profumi, e quelli tondi come ovi, e quelli in forma di amaca e quelli che gemono di dolcezza come divani innamorati, e quelli che saltano come ginnasti su trapezi volanti, e le bisce i mazzi le capigliature i drappeggi di profumo.

Due venti si sono inerpicati e sospesi alle costellazioni, e spalmano così di essenze l'intera volta stellare perchè il palazzo della notte sia tutto profumato e nel centro sia profumatissima la mia blindata: camera nuziale. I Venti italiani sono perplessi poichè il gran mago dei profumi tarda. Lui, lui solo potrà idealizzare con essenze speciali le acque del Fella che languide e melodiose si preparano a diventare il bagno della divina bella notturna. L'aria trema febbrile, sinuosa spasimante con lunghi bisbigli. I Venti sono ammutoliti immobili. Aspettano.

Undici minuti d'attesa angosciosa... Poi un fragor di cannonate che schiantino schiantino cento città di bronzo cristallo e colonne di giada.

Valanga giù dal cielo quasi a picco il Simun e riempie la valle della Fella d'un traballio innumerevole d'otri squassati - duri - molli - rigidi - negri - luminosi soffici dentati come crani di poeti cozzanti nelle ampie saccocce volanti di Dio.

XXVIII.

LA PIU' BELLA NOTTE D'AMORE

Il Simun colmò la valle di profumi e volò via.

Le acque del Fella si offuscarono un attimo, poi rischiarandosi come lunghe vasche tranquille cullarono di nuovo le stelle.

Allora la mia voce rotta da singhiozzi cantò:

--Vieeeeni! Vieeeeni! Italia mia! Vieeeeni Amooore! Italia, forma perfetta, ardore sovrumano, voluttà grazia, eleganza, poesia, incendiante passione, ventaglio piumato di sguardi e carezze, sintesi di tutti gli ideali arabeschi del canto, riassunto d'ogni dolcezza femminile, madre - sorella - amante - figlia, tenerezza sommergente, snello ottimismo audace, cascata di luce, rada beata sulle coste del Paradiso, ideale corpo plasmato di nuvole onde spume sogni, forza che si frange in soavità fragilità per rinascere più forte.

Vieeeni, tutti i tuoi nervi tutti i tuoi muscoli pronti sotto la tua pelle bianca, rosea che odora di caprifoglio, ciclami, gaggie! Pelle divina dell'Italia lambita dai mari di seta e sospiri! Ramificazioni di vigne e di vene che sono bizzarre fontane di fantasia!

Italia, sei la più bella! Tutti lo sanno, e ti invidiano. Molti ti odiano, ma tu non li temi e verrai lo sento in questa mia alcova d'acciaio profumata ma insidiata da una doppia corrente di luride forze nere, puzzolenti e bieche. Queste non potranno mai sommergere la mia isoletta, poichè è sradicata, galleggia, su tutte le navigazioni e tutte le velocità. Quando tu sarai qui dentro, nelle mie braccia, potrai abbandonare i tuoi capelli ai forti dinamici Venti italiani che te li profumeranno delicatamente. E tu godraai fra le mie braccia la mia passione fatta di mille passioni. Vieni!... Vieeeeni! Vieeeeni!

La mia preghiera è esaudita. Mentre visito con lo sguardo zelante l'interno della piccola alcova d'acciaio sento la tiepida passione lattea del suo corpo. Ecco il suo profumo di caprifoglio, ciclami, gaggie! Ecco sulla feritoia aperta, la luna... Non è la luna! E' il suo ventre bianco, liscio di verginità incorruttibile, eppure così sensuale.

--Vieeeeni! Vieeeeni! Amoooore! Scendi, entra!

Così l'Italia, amore fatto di mille amori, entrò abbandonandosi con morbidi scatti fra le mie braccia. La prendo, la stringo e i miei baci affannosi la svestono per meglio goderla. Urlo di tutti i miei pori felici. Esitazione, terrore delle mie labbra che non possono, non potranno forse inebriare tutta, tutta la sua carne e raggiungere tutte le sue fibre e in fondo in fondo cogliere il fiore dello spasimo assoluto.

Ma il mio cuore vampante centuplica battendo le sue furenti calorie per incendiare tutto in me, muscoli, vene, nervi, tendini, fibre, visceri, pensieri, sogni e meati capillari. Bruciare, bruciare, ardere, arroventarmi liquefarmi in un lago torrente mare Oceano di lava appassionata! Cingerla così del mio conflagrante amore liquefatto!

Sì, sì, diventerò un oceano di lava, più vasto e più cocente degli oceani di fuoco rabbioso che l'Etna e il Vesuvio mal contengono sotto montagne pesanti! Il mio oceano d'amore fumante sarà libero, libero, libero! Ogni capriccio sarà concesso! Ogni sanguinaria carezza potrà sollazzarsi in libertà! Torrido, torrido per te o Italia! Ma quell'oceano di lava prodigiosamente sotto i ventagli della mia poesia si addolcirà trasformandosi in un purissimo mare ingenuo tutto imperlato di tenerezza e gratitudine lagrimanti.

--Sei felice, sei felice?... Guarda, ho sospeso la tua veste di trasparenze fluviali sul rullo dei nastri di cartucce perchè veli di mansuetudine la volontà di luce tagliente della lampadina elettrica. La notte sarà fredda: ho posto nel cruscotto un elmetto austriaco pieno di bragia. L'ardore della bella vittoria tua riscalderà i tuoi piedini che gareggiando in corsa con le code delle comete si sono un poco gelati. Ho fatto puntare le due mitragliatrici della cupola contro le ultime stelle dell'ironia e del pessimismo. Ma sdraiati! Sdraiati! Sdraiati, e riposa in pace. Ho steso sotto i tuoi bei fianchi tre pellicce di generali austriaci. A destra e a sinistra potrai scegliere in quegli scaffali pieni di nastri di destini la più bella fra le molte collane e cinture di cartucce che nelle tue dita si trasformano in preziosi ori - argenti - smalti cesellati. Vengono dalla fabbrica francese di Saint-Etienne. Furono foggiati per adornare la morte dei tuoi nemici, ma le tue dita più sapienti delle onde dell'oceano Indiano riceselleranno quei nastri di cartucce trasformandoli in monili per la tua bellezza in amore... Ti piacciono, ti piacciono i miei baci, lo sento! Vieni! Vieni! Vieni! Entrami nel cuore, o Italia! Godi, godi, godi, amore mio. Sento l'anima tua più intima che dal fondo mi chiama, vuole tendermi le braccia, ma non può, è troppo giù giù, nello imperscrutabile mistero degli amori sovrumani. Dal fondo la tua anima implora una stretta, una piccola stretta delle mie mani! Mi tuffo, affondo nella tua carne per toccarle, toccarle quelle tue piccole mani bianche, tremanti! Ti tendo le mie! Sono vicine, vicine alle tue. Un torrente di baci ancora ancora! Perchè più non vi sia ostacolo al mio slancio. Ora quasi le tocco, le piccole mani della tua anima... le tocco... le ho toccate. Un attimo, ancora ancora! Un altra stretta... Felicità, felicità, felicità!... Ogni segreto rivelato. So finalmente perchè ti ho tanto amata! So perchè si può morire, e rimorire e rimorire cento, mille, un milione di volte per te!

Ora dorme fra le mie braccia la bella innamorata col suo sorriso di rosa bianca che tremi estatica tra brezza e raggi all'alba nei giardini. Nel cruscotto sotto i suoi piedini bianchi, langue e agonizza la bragia rossa di crudeltà guerresca nell'elmetto austriaco.

Sull'Italia e su me riposanti veglia la dura volontà futurista della lampadina elettrica. E' irritata di sentirsi avvolta nella veste di notturne trasparenze obliose.

Fuori scorre il fiume monotono di bestiami sanguinari balordi e cocciuti, ormai vinti e domati con la loro anima puzzolente in dissoluzione. Anima che vorrebbe ancora ammorbare con lingue vendicative l'indulgente e generosa respirazione umana del nostro divino amore nella nostra alcova di acciaio. Ma quell'anima irta di mille tanfi bestiali non penetra più...

In alto sui monti vegliano i Venti, i grandi Venti italiani strapotenti e profumanti distributori di Libertà spirituale, fantasie interplanetarie e assoluta bontà umana.

XXIX.

A MENSA COL VINTO FRA I ROTTAMI DELL'IMPERO AUSTRO-UNGARICO

Don Jacopo, parroco di Resiutta, è un simpatico e fervido patriota italiano. E' stato felice di accogliere nella sua casa parrocchiale il comando dell'8. squadriglia cosicchè impiantiamo la mensa nel vasto cucinone affumicato le cui finestre sono aperte sulle strada di Chiusaforte gibbosamente ingombra dei rottami della ritirata austriaca.

Volpe dopo aver spedito mediante un motociclista un ordine bancario da telegrafare in Borsa a Genova mi fa ammirare i magnifici porcelli e le oche catturate che si sbattono e rumoreggiano nella navicella di un draken-ballon austriaco custodito da Ghiandusso. Ha trovato anche farina e zucchero e molte casse di sigarette ungheresi.

Ogni mio soldato ne fuma tre alla volta, tre piccole torce di gioia al balcone della bocca.

Il prete, alto segaligno, faccia di montanaro ossuta, occhi celesti vivacissimi, forti mascelle da mangiatore e piede veloce, si affaccenda dalla cucina alla sua vigna che egli proclama la prima vigna d'Italia. Da Resiutta a Vienna non si trova più una vigna. E' indubbiamente una vigna straordinariamente fertile, piena di nascondigli, forse di sotterranei, poichè il prete ricompare ogni tanto con qualcosa di nuovo fra le braccia a maniche rimboccate: pentole, cassette, sacchi, sacchetti, salami, ecc. La sua serva Maria, grassa, quarantenne, dal viso roseo primaverile e dagli occhietti furbissimi neri un po' avari, brontola; ma ogni volta che nel cucinone entra un nerboruto bersagliere ciclista col ruvido viso patinato di polvere-sudore, quegli occhi brillano stranamente inumiditi. Non so se per insoddisfatta sensualità o per patriottismo commosso. Il mio ottimismo riassume tutto in questa frase:

--Maria, sono belli i soldati d'Italia!

Maria ride e corre su al piano superiore per la scala di legno, chiamata da una voce femminile piacevole malgrado il suo accento straniero.

--Maria, Maria, preego preego un momento.

Don Jacopo che entra mi spiega l'enigma:

--Volevo precisamente parlarle, signor tenente, la prego anzi di fare le mie scuse al signor capitano comandante la squadriglia. Mi sono permesso di ricoverare al primo piano un colonnello austriaco ammalatissimo. Colonnello della Croce Rossa. Non è un combattente. Oh! una persona assolutamente compita, certo un brav'uomo. Deve avere 55 anni circa, ma ne dimostra 70, tanto è sfinito dalla stanchezza. Stanotte aveva 40 gradi di febbre. Ora sta un po' meglio. Ha voluto confessarsi appena fu ricoverato. Ha con sè una bellissima signora che pare sia sua nipote. Pure della Croce Rossa.

--Ah reverendo! Lei ha fatto molto bene. Approvo la sua opera di carità. Gli Austriaci sono stravinti. Non è più il caso di preoccuparci di spionaggio.

--La signorina mi ha domandato, implorando, una tazza di caffè per il conte. Poichè è conte, il colonnello, e appartiene all'alta aristocrazia viennese.

Io chiamo il mio attendente:

--Ghiandusso, porterai tu stesso un buon caffè al colonnello austriaco. Fallo parlare, cerca di sapere esattamente chi è.

Poi vado a raggiungere il capitano Raby sulla strada e lentamente trascinati dalla curiosità ci inoltriamo fra gli avanzi dell'esercito austriaco, come due compratori in uno smisurato negozio di antiquario. Non compreremo nulla. Tutto questo tragico bricabrac è stato già da noi pagato coi 500 mila morti eroici dell'Isonzo, del Grappa, del Piave.

Davanti a noi sulla strada incassata tra le alte montagne e che corre col torrente Fella fino a Chiusaforte e a Tarvis, è tutto un tumulto pietrificato di carri sbilenchi, affusti di cannoni, cucine da campo, fucili, draken-ballon, carrette, mitragliatrici, ruote, carogne di cavalli, masse luride di cappotti infangati, stracci, stracci, stracci, vagoni rovesciati, auto-carri ruote all'aria e motore nel fosso, sterco. Immane lerciume che incensa l'azzurro con lugubri zaffate di puzzi di stiva grasso iodio sangue corrotto ammoniaca e pidocchi.

Questi rottami dell'impero austro-ungarico sfasciato evocano in me l'immagine di un triste, polveroso, sconfinato magazzino di roba vecchia. Sembra anche un interminabile villaggio di cenciaiuoli.

Ad uno svolto della strada un vagone appare goffamente impennato su tre carri sfasciati. Sembra volerli assalire e fecondare con un ultimo colpo di groppa taurina. Fetore rivoltante. Sotto imputridiscono tre carogne di buoi.

Mentre ci scostiamo, un lungo disperatissimo niiiiiitrito lacera l'aria tiepida di questo pomeriggio autunnale che la corrente gelata del Fella invernalizza a quando a quando un poco.

--Un cavallo agonizzante! dico a Raby.

Il nitrito si rinnova più straziante e lugubre per modo che intorno a noi la vasta marea di questi enormi rottami di guerra ci appare ad un tratto come una spaventosa agonia di carovana assalita, accecata da una bufera satanica in fondo a una gola maledetta. Ci avviciniamo al punto da cui parte il nitrito. Eccolo. In fondo a quel fossato, in quel marciume verde d'acqua e fango un gran cavallo ungherese rovesciato allunga enormemente il collo sforzandosi di far leva per sollevarsi. Ma il sangue e la vita gli colano, e anche l'intestino, fuor dallo addome tagliato. Ha le 4 zampe impigliate fra le cinghie e le ruote di un cannone. Evidentemente degli austriaci affamati non hanno perso tempo ad accopparlo. Hanno strappato un pezzo di carne poi chiusi nell'incubo cieco e sordo della fuga-fame sono ripartiti senza ascoltare il nitrito disperato della bestia. Ma il cavallo con un lungo tremito febbrile riapre le froge arricciate e masticando il fango coi dentoni trascina trascina un nuovo niiiiitrito.

Non resisto allo strazio, punto il mio revolver sulla tempia e con tre colpi pacifico la povera bestia, per sempre. In alto il sole sta per celarsi dietro le altissime montagne, ma prima allunga un suo meraviglioso sguardo biondo-azzurro-dorato sulla strada che si svolge interminabilmente ingombra di rottami guerreschi affastellati.

Il sole, straricco antiquario, vuole prima di coricarsi rivalutare col suo sguardo minuzioso e penetrante di conoscitore tutti i frammenti d'un impero che la Morte gli regala e che ricatalogherà, coi tanti rottami di tanti imperi già immagazzinati.

Alle sette il pranzo è pronto e la mensa sorride alla nostra fame di vincitori nel cucinone odoroso di maiale ben condito. La sera è fresca e si chiude volentieri le finestre contro la risacca sinistra di puzzi ammoniacali. Nel vapore stuzzicante di un monumentale minestrone io dico a Raby e a Volpe:

--Si mangerà bene e si berrà meglio, ma mancano le donne ai vincitori! E dire che ce ne è una bellissima al primo piano. Io propongo che la generosità ultra-civile italianissima del nostro capitano inviti a tavola il conte Funk e la sua bella Rose Barn.

Approvato con entusiasmo. Ma il colonnello che ora sta meglio, rifiuta commosso l'invito inaspettato. Teme di disturbare e manda a ringraziare. Ghiandusso torna su con ordini precisi poi ridiscende e dalla porta spalancata entra esitando con cento inchini il vecchio ufficiale dal viso pallidissimo ormai tutto naso per l'eccessiva magrezza, calvo, gli occhi grigi, acquosi e tremolanti. Un'indistruttibile aria signorile d'alto comando malgrado l'uniforme bigia sciupata, e la schiena curva. Ma dietro splende magnetico un affascinante sorriso femminile.

Rose Barn è alta, snella, bruna, grandi occhi vivi, neri, lucentissimi che col tipico pallore verdino della pelle e l'elastica snodatura dei fianchi felini, rivelano quella razza interessante e tipica di ebree viennesi, crepitante perfida e seducente fusione dei sangui rumeni, boemi e austriaci.

Bellezza meridionale sì, ma senza l'affettuosità mediterranea, con sensualità raffinate dal calcolo e lussuria prodigata fuori d'ogni legge di pudore, nel bisogno di domare prontamente i maschi e sfruttarli. Donna da prendere in velocità per gustarne i mille sapori in fretta prima di scoprire la inevitabile prostituta che è celata appena dalle moine infantili, e da una maschera di verginità.

Raby, Volpe ed io guardiamo la donna valutandola e quasi pregustandola, mentre il conte Funk rinnova i suoi inchini, ossequi, esitazioni.

--Preeego, signor capitano, non posso accettare. Non vorrei che lei avesse delle noie coi suoi superiori. Sono troppo gentili, loro. Non credevo ufficiali italiani così gentili e pieni di bontà.

Il conte non vuole sedersi, si fa quasi spingere da Ghiandusso verso la sedia. Ma la sua bella amica ha già accettato e finiscono per sedersi tutti e due davanti a me, un po' distanti dalla tavola.

--Merci, merci! dice Rose Barn; Monsieur le curé nous a déjà donné a manger. Nous accepterons seulement une tasse de café. Io parlo un po' italiano, male, molto male. Il conte parla bene come tutti gli alti ufficiali austriaci. Alla corte di Vienna si parlava molto l'italiano, specialmente ora con l'attuale imperatrice.

--Si parlava e si odiava l'italiano, dico io.

--Autrefois, monsieur le lieutenant! Oggi non si odia più. Tutto è finito per noi, dice Rose Barn.

E il colonnello aggiunge:

--Con loro, signori ufficiali, posso dire tutto. Io ho cominciato la guerra con grande entusiasmo. Comandavo uno squadrone di cavalleria al fronte russo, ma contro gli italiani non ho combattuto. Ho avuto per molto tempo il comando di una colonia agricola a Oppacchiasella. Conosco bene quei posti. Ho una proprietà vicino a Gorizia, venivo spesso in Italia. Non ho mai odiato gli italiani. La guerra è la guerra!

Il capitano Raby, dopo aver assaporato l'ultima cucchiaiata del suo minestrone, dice con lentezza piemontese: