L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto
Chapter 19
Con allegria pazza due volte, tre volte, quattro volte Pagiolin capriolò abbandonando le ali come un nuotatore nell'onda e nella schiuma del canto. Poi giù a capo fitto nel suono più denso. Le sue ali sfioravano le lunghe corde d'oro tese dai raggi solari. Ruzzolò giù. Era troppo ebbro e il sudore gli scorreva sugli attacchi delle ali.
--Come mai ho dimenticato la mia santa missione? Mezz'ora perduta! Impenitente bambino che sono! Ma il tubetto è ben saldo e anche il dischetto. Giù! Giù! Bisogna scendere, scendere. Che fresco! Che fresco!
Per alcuni minuti Pagiolin seguì una impetuosa corrente gelatissima, che con ritmo uguale lo trascinava. Ora rideva della sua paura di poc'anzi. Ad ali aperte filava con crescente velocità cercando a destra e a sinistra col becco la decifrabile varietà degli odori.
--Questo è odor di menta selvaggia. Questo è il timo asprigno. Oh! che buon odore di resina. Saporito, questo viluppo di moscerini agonizzanti! Mangiamo. Bisogna pur rinfrancarsi lo stomaco, in viaggio.
Ad un tratto la corrente gelata modificò il suo ritmo equilibrato! Ora tumultua, schizza, cicloneggia, spalanca dei buchi come botole traditrici. Pagiolin riprende a volare con tutta la forza delle sue ali. Sente una pressione contraria. Vento duro a scatti che lo soffoca. Deve più volte chiudere il becco. «Accidenti! Ho perduto quel branco volante di moscerini saporitissimi!».
La corrente contraria che s'insinua nell'immensa corrente gelata che egli segue lo assale con tanti odori salati, diversi per forma e intensità. Ovuli giranti di odori amarissimi. Un odore oblungo e trasparente di iodio. Un gomitolo irto di ammoniaca. Un blocco massiccio di bromo. E miliardi di aghi di sale luccicante e buoni da ingoiare. La salubre spruzzaglia delle onde del mare, laggiù, alla foce del Tagliamento.
Pagiolin non esita più. A destra, a destra, con raddoppiata frenesia di ali, vince rimbalzato, rimbalzante, vince travolto e resistente, la grande corrente gelata. Questa decresce sugli orli, cede, cede. Pagiolin è fuori. Schizzando via si slancia in una atmosfera quieta come una morbida amaca smisurata. L'aria è dolce come il respiro di Vluuruuum quando gli dorme vicino, col suo vuuruuuum, vuuruuum... Pagiolin vuole riguadagnare il tempo perduto. Egli sa che l'aria stagna queta e senza bizzarrie di correnti sopra i boschi, poichè i fogliami pompano i capricci dell'aria. Sente a destra l'odore acido bruciaticcio delle brughiere e piega a sinistra abbassandosi. Non vuole stancarsi a lottare con quelle insensate cavallerie di venti che devastano le brughiere.
A sinistra giù giù, ecco dove bisogna volare! Su quei fogliami dove l'aria è immobile e più giù ancora su quegli orti dove l'aria è un letto di piume. Quel fresco odore di insalata e i filamenti di profumo di quel giardino pieno di rose, e quel rimescolio d'odori cotti che con rumore di stoviglie grasse sale da quel villaggio. Non è sgradevole quella acredine di fieno, anzi eccitante! Pagiolin la beve, a becco aperto, nel rasentare a precipitosa velocità i ciuffi d'erba che ornano un nero campanile. Fuori dalla gonna sventolante della prima campana calcia un tumulto di bronzo acciabattante, che spaventa Pagiolin. Spavento misto di curiosità. Ecco un altro campanile. Via, via, via, con folle entusiasmo Pagiolin lo aggredisce quasi si schiaccia sopra. Affascinante batacchio. Gamba perduta di danzatrice pazza. Battito diventato proiettile fuor dal cuore sonante.
Pagiolin è troppo ebbro. S'irrita, smania di non poter riprendere la sua calma precisa di volatore lampo.
--Mi hanno chiamato colombo-lampo! Sei un treno lampo, diceva la moglie del colonnello. Presto li rivedrò, i treni, e li sorpasserò!.
Un'altra corrente pure gelata taglia purtroppo la strada a Pagiolin. Ma, furbo, sente che è meno alta della prima e su, su, Pagiolin la scavalca con disinvoltura per ripiombare due minuti dopo nella quiete solenne dell'atmosfera. In realtà è una quiete compressa tra pericolose agitazioni. Pagiolin ricorda, prevede, intuisce che altre correnti gelatissime lo aspettano. Non vuole perder tempo in continue scalate: decide di salire a duemila metri per poi dare la sua massima velocità senza scosse, deviazioni, nè saliscendi. Si sente bene. I muscoli delle sue ali hanno un ritmo forte, uguale, scattante e i suoi nervi ripercuotono fino all'orlo estremo delle penne la sua precisa volontà timoniera. Nel salire Pagiolin che non conosce indecisioni nota distrattamente che l'atmosfera si condensa invece di alleggerirsi. Una lieve nebbia senza importanza, pensa, sarà presto attraversata. Sale, sale per un quarto d'ora. La sua velocità è grande e il suo umore sereno, ma l'oscurarsi dell'aria lo incomincia a preoccupare. Dove mai è andato il sole? Ah! vedo, là a sinistra! Come è scialbo! Sembra quel focherello di legna verde che i soldati accendevano d'inverno a tre metri dalla colombaia, a forza di polmoni, soffiando lagrimando e bestemmiando.
--Accidenti! grida Pagiolin, il Sole si è spento! Lo prevedevo. A furia di coprirmelo con tutta questa nebbiaccia l'hanno soffocato! Nebbiaccia infame!... Macchè nebbia! Sono in un nuvolone di pioggia!
Pagiolin scivola giù dieci metri poi risale nel grigio e nel nero. Accelera i colpi d'ala. Ad un tratto sente sotto di sè un gorgo che lo pompa, e da destra a sinistra, sente cento mille mille mille zanne di pioggia e un mitragliamento di grandine. Pagiolin non perde la calma. Fiuta, e decide di salire ancora. Una battaglia ferocissima di vento lo fa traballare. Uno, due, tre capriole vertiginose, poi Pagiolin si tuffa nel vento più potente che ha vinto gli altri venti, imponendo il suo ritmo di smisurato serpente fluido fra cento serpentelli rischizzati via e sgominati.
Non è il caso di lottare. Pagiolin si abbandona colle ali chiuse come un proiettile, in questo vento che irrigidisce la sua corrente. Profondissima volata di un cannone senza pareti che spara continuamente.
Fu così che Pagiolin proiettile vivo fu lanciato in mezz'ora nel cielo di Venezia. Grigio, ombra carbonosa e spaccamenti sulfurei di cielo, e lunghissime colonne isteriche di fuoco che salgono, scendono solcano e subitamente crollano sull'invisibile calma del mare. Ad ogni minuto, Pagiolin che ha tenuto fino ad ora le ali chiuse, tenta gli spessori del vento con una cauta mossa dell'ala destra. A poco a poco, gli spessori rallentano la stretta. Si slabbrano davanti dei piccoli varchi di azzurro. Pagiolin vorrebbe raggiungere il sereno, ma teme di smarrirsi sul mare. E' tardi! E' tardi!
A mille metri, in alto, davanti a sè, Pagiolin vede una macchia nera che gli viene incontro rapidamente. Ingigantisce, ingigantisce. Non è un nuvolone, non è uno spessore d'aria. Sembra quella strana costruzione di originalissima colombaia di tela su palafitte piena di uomini nudi che egli aveva ammirato in un'alba famosa sulla costa di Pola dove aveva viaggiato nascosto e talvolta al balcone della tasca d'una spia italiana! Ma come diavolo ora volava quella strana colombaia di tela? Pagiolin la osserva a cento metri su di sè. Non è una colombaia di tela! E' una di quelle gigantesche aquile di ferro e tela tante volte contemplate ad Abano quando si slanciavano in alto, portando uomini imbottiti di penne che poi lasciavano cadere degli sterchi neri scoppianti.
Pagiolin ha molto meditato, e finalmente compreso la bontà di quelle aquile benigne che non uccidevano i colombi, ma uccidevano per amor di libertà aerea, quelle brutte gabbie d'uomini che sono le città.
Ora egli sente che quest'aquila di ferro e tela che vola lassù ha forse bisogno di lui. Strani questi uccelli, pensa Pagiolin, hanno ali larghe dieci metri, ma non hanno il fiuto decifratore di odori contradditorii. Non possono distinguere l'odore che rivela la curva di una costa a duemila metri di distanza, dall'odore che indica lo spessore di un vento e tante altre cose che egli sa. La loro ampiezza d'ali esaspera la superbia dei venti che se le abbrancano, le squartano. Sono aquile bonaccione e i venti sono pessimi. Non possono quelle aquile di ferro e tela diventare come lui docili proiettili, schizzar fuori dalle mani dei venti se per caso distratti rallentano la stretta.
Pagiolin accelerando convulsivamente il battito delle sue ali si slancia e sfiora con ghirlande di volo la grande aquila nera, che ora barcolla, mostruosamente fra gli spintoni e le zampate dei venti. Ha le due ali lacerate tutte a brandelli fumosi, come la baracca incendiata che bruciò tutta la notte vicino alla colombaia di Abano. L'aquila di ferro e tela arranca e si sforza di equilibrarsi con disperati colpi di reni. Sembra perduta. Gli uomini che porta sul dorso sono affaccendati nell'accarezzare il suo cuore di gas esplosivi. Cuore frenetico che a furia di battere ora s'infiamma di viola e blu. Cuore virulento che ha forato la carne e le ossa della schiena e schizza fuori, vampe e fruste di scintille.
Come soccorrerla? Fra poco certamente il cuore appiccherà il fuoco alle ali.
Pagiolin vola a destra, a sinistra, sotto, sopra pazzamente sfiorando gli uomini che lavorano, intrico nero di braccia sul dorso sobbalzante. «Mi vedranno! Finiranno col vedermi! Se la bufera non sbraitasse tanto forte, gemerei, griderei nelle orecchie di quegli uomini. Non mi sentono, ma mi vedranno! Gioia! gioia! gioia!!! Mi vedono, sento che mi vedono! Ora mi seguiranno. Io so il varco. Di quì, di quì, venite!». Pagiolin si precipita contento di sentire dietro di sè la grande aquila ferita col suo cuore in fiamme: «Viene, viene dietro di me! Ecco il varco, giù giù! Con me, a capofitto!» Fuori dalle tenaglie del vento e dal nebbione! Fumo grigio-perla, azzurro, azzurro, azzurro. A sinistra, l'immensa pelle fremente del mare in allegria dorata sotto le lunghissime dita del sole tramontante che gioviale si diverte a farle un innumerevole solletico.
A destra, la generosità sparpagliata d'acque verdi azzurre che il Piave regala al mare. Giù, scendiamo. Pagiolin si volta di distanza in distanza per constatare che la grande aquila ormai equilibrata ha ripreso il battito regolare del suo cuore con le sue due ali eroiche, torce spente con lunghissime scie di fumo.
Come un cane fedele guida un cieco, Pagiolin ha guidato l'aquila di ferro e tela accecata dalla bufera. Ora volano insieme a trecento metri sopra i lavori febbrili d'un ponte ferroviario sul Piave. Pagiolin vede le grandi gabbie di ferro che partoriranno i pilastri. S'accendono le lunghe lame azzurro-violette dei proiettori che tagliano geometricamente la notte. Sembrano raggi solari nelle vetrate di una cattedrale rovesciata.
Pagiolin sa le insidie delle luci e crede soltanto agli odori. Vede le forme agili dei lavoratori bollire in oro caldo sui due bracci di ferro tesi del ponte rotto. Ma preferisce studiare gli odori di sterco e di legno bruciato che salgono da quel vasto braciere formato da mille fuochi, ognuno orlato di facce e mani di terracotta. Accampamento di prigionieri. L'aria s'imbruna rapidamente. Presto, presto, poichè la notte sarà molto gelata. Un altro accampamento, più fitto, di fuochi. Ogni metro un fuoco fra le rovine caricaturali delle case sventrate. Pagiolin ha capito. Piega a sinistra moltiplicando la sua attenzione perchè ogni battito delle sue ali sia efficace. E' gonfio di gioia. Porta l'annunzio della vittoria totale dell'Italia e insieme l'onore d'aver salvato una grande aquila di ferro e tela.
Quei fuochi, quei piccoli fuochi, diversi da ogni altro fuoco! Pagiolin li riconosce. Sono le lanterne cieche dei carabinieri che vegliano al controllo di Abano. Secondo controllo. Altre lanterne cieche con piccoli annaffiatoi di luce gialla. Finalmente il Comando Supremo. L'immensa casa è illuminatissima. Trecento occhi di bragia. L'officina centrale della guerra lavora. Sembra a Pagiolin la colombaia incendiata che aveva abbandonata un anno prima a Udine, quando c'era tanta confusione di Comandi, e non c'era mezzo di fare un volo utile. Ora tutto procede bene. Una folata di odori fedeli affettuosi lo investe. Il suo odore, l'odore di Vluuruuum! Divina miscela di odori zuccherini, freschi-caldi, quasi una polvere di pelurie odorose e di sterchi cotti dal sole e volatilizzati. Una emozione spasmodica spreme il cuore di Pagiolin mentre spalanca il becco per bere a larghi sorsi i moscerini saporiti che salgono dalle gore predilette. Guarda, guarda e vede un'ombra nera muscolosa in una finestra accesa. La quadratura di spalle rudi e maschie del capo di tutti gli uomini che il giardiniere chiama: Badoglio. Pagiolin lo ammira chino su una grande carta rossa, blu, rosa, illuminata. Sopra quella carta misteriosa vi sono delle forme simili a quelle che fanno gli sterchi di Pagiolin cadendo sull'impiantito della colombaia, quando appollaiato in alto gode il tepido rosmarinato pomeriggio, liberandosi il ventre dal peso soverchio.
Al di là del palazzo del Comando, Pagiolin per gioia e per dovere, fece strepitare le sue ali. Tutti dovevano vederlo, applaudirlo. E' lui! E' lui che porta l'annunzio celeste! E' lui il colombo fortunato fra tutti i colombi! Ha osato, lottato, conosciuto, vinto tutto. Sa tutto. Potrà raccontare tutto! E si precipita giù nel profumo dei profumi adorati della sua colombaia.
Grande frullo frullo frullo d'ali. Rimescolio, balzi e traslochi di pennuti. Si sveglia la bella Vluuruuum e si slancia al cancelletto. Tra i fili metallici, i due beccucci innamorati si incontrano, si sfiorano, sfiorano, sfiorano, sfiorano. Pagiolin è un maschio fiero, quasi un veterano del cielo. Pochi baci gli bastano, e tendendo il becco tuba, tuba, tuba, tuba, con eloquenza morbida, gorgogliante, vellutata, rumorosa, ruvida, voluttuoosa, vorticoosa e insieme rorida di lagrimette eroiche felici.
--O mia Vluuruuuum faremo all'amore stanotte. Prima ti debbo raccontare. In quanto a voialtri, ali rammollite, imboscati senza fiato nè fiuto nè frullo, finite il vostro strepito! Voglio il silenzio. Un silenzio assoluto. Ho visto, ho visto grandi cose. Ho visto i grandi italiani come gattacci imprigionare in una trappola di montagne mille le mille e mille e mille e cento volte mille brutti topacci austriaci che avevano rubato tutto il formaggio...
Ma la stanchezza lo vinse. Quando, dieci minuti dopo, una mano venne ad accarezzarlo e tirandolo fuori dalla colombaia lo rivoltò, lo rovesciò per liberare la sua zampetta destra dal tubetto pieno di vittoria, Pagiolin sonnecchiava.
Non fece all'amore quella notte, era troppo stanco; e la sua fedele Vluuruuuum si accontentò di vegliare il suo sonno quieto, ma di quando in quando scosso da un sogno convulso e angoscioso. Pagiolin sognava la tragedia della grande aquila di ferro e tela salvata dalla ferocia dei venti.
XXVII.
UN'ISOLA PROFUMATA NEL FIUME PUZZOLENTE.
Il quattro novembre al tramonto, sulla strada di Chiusaforte, nella mia blindata ferma prua che divideva il nerastro filosofico puzzolente fiume di prigionieri austriaci.
Vinto il nemico tanto giustamente odiato, mi sento vuoto vuoto e disoccupato e m'addormento sul volante, straricco di vittoria, fra un'immensa straccioneria di eserciti disfatti. Beato. Con lagrime dolcissime fra le ciglia. La mia fame sognò un'elegantissima tovaglia, infinita serica fuga di morbidi perlacei riflessi che fluttuavano. Ed era, uscito fuor dalla passione del tramonto e dai suoi laminatoi, il mare siciliano metallo lucidissimo che cullava elasticamente undici vulcani-isole dal fumo distratto. Sognavo.
Presto dentro più presto più dentro un'acuta parola girante: Vittorrrria, mi trapanò il cranio e via pel cielo volando scavalcò il mare e rimbombò nei capaci polmoni ovoidali dello Stromboli Stromboli Stromboli. Sognavo.
Una gioia bollente fece saltare il tappo di lava del secondo vulcano. Schizzò altissimo il suo getto di fuoco spumante. Il terzo vulcano sputò obliquamente sul mare cento luminarie di bragia a ventaglio, mille regate di diavoli, e ripescò tutte le sirene morte, galvanizzandole. Eccole, guizzano, occhieggiano, baciano, uccidono. Altalena di buio luce... buio... luce... Chi è che urrrla? Perchè piaaaaangi così?
Vulcani alcoolizzati o gigantesche bottiglie di delirio?
Il quarto vulcano sturato schizzò risate d'oro, smorfie di porpora e spiralici lunghissimi ironici smeraldi. Il quinto vulcano pareva una rosea spremuta di belle donne nude e di immense arance cigliate che guardavano. Sognavo.
Tutti quei vulcani--isole--bottiglie--cuori spararono il loro fuoco d'allegria furente con ampio frastuono di tappi e rintocchi contro il sole pallido sordo astemio morente che annega.
L'undecimo vulcano lanciò allora la sua colonna di fiamma a ventidue chilometri di altezza. Quando quando... quando vi giunse, piegò il suo pennacchio vermiglio e questo fece il giro della terra e lo seguivo in sogno mentre velava e svelava quelle tonde natiche veloci tatuate di continenti e mari.
Mi sveglio di soprassalto.
--Chi mi graffia il viso? Chi, chi?
Ghiandusso che montava la guardia in torno alla mia blindata si avvicina:
--Signor tenente, nessuno, nessuno. Lei ha fatto un brutto sogno.
--Anzi un sogno bellissimo! Ma ad un tratto mi sono sentito graffiare il viso. Ho dormito molto?
--Due ore, signor tenente, sono già passati diecimila prigionieri austriaci, tre brigate... La Zazà ha morsicato la gamba di un colonnello ungherese. Ora dorme dietro di lei. L'ho messa dentro perchè mordeva le gambe ai prigionieri. E' diventata un po' cattiva dopo il parto. Sa, signor tenente, come discutono fra di loro il cane tedesco e il cane italiano? Il cane italiano domanda: «Cosa hai in bocca?». Il cane tedesco: «Flaaaasc». Per pronunciare questa parola spalanca la bocca e lascia cadere la carne. Il cane italiano si precipita e abbranca la carne. Allora il cane tedesco: «Cosa hai in bocca?». Il cane italiano risponde coi denti stretti sulla carne che non molla: «Carrrrrrne!»
--Non è così, Ghiandusso, credo che il cane italiano tenga i denti stretti per respirare il meno possibile il puzzo terribile del cane tedesco.
Fuori: un tramonto di nuvole vermiglie lacerate come pezzi enormi e brandelli di carne macellata. A destra e a sinistra della mia blindata, che teneva il centro della strada, il fiume monotono, grigio, giallo-sporco e verde verminoso dei prigionieri spandeva un puzzo mordente esasperante fatto di mille puzzi diversi ugualmente nauseanti e insopportabili.
Visi scialbi, gualciti, spremuti con piccoli occhi celesti smarriti. Facce gonfie come nutrite di fango con gote cascanti. Facce plasmate di bile. Baffi gialli che schizzano fuori dai visi scheletrici. Bestiame umano masticato dall'uragano. Occhi vitrei che fissano senza vedere. Lerciume ondeggiante di cappottoni curvi come verniciati di sterco e piscio. Sembra veramente un fantastico fiume di putredine, spessa quasi solida, oppresso da un affastellamento di stracci luridi, e misteriosamente spinto da un'invisibile corrente che lo conduce verso lo spiraglio-gorgo di una cloaca capace.
Vi sarà poi in Italia una cloaca adatta a ricevere quel triste fiume? Il sole rosso lancia dalle brecce delle nuvole brandelli di carne su quel bollore di schiene.
Per un istante mi sforzo di distinguere con nari eroiche gli odori. Cavolo fradicio, piaga putrefatta, alga morta, piedi sporchi, vello di montone, piscio di gatto, cancrena polmonare, muffa, sterco, orina, vecchie bende insanguinate, ghetto, stiva, caserma.
Ma rissano fra di loro quei puzzi. Ora gli sterpi, i rovi e le baionette degli odori ammoniacali infilzano, lacerano, e squartano dei vasti flaccidi tondi puzzi zuccherini, simili a pance di carogne galleggianti. Sopra di loro grandinano lunghi odori proiettili che colpiscono direttamente lo stomaco e lo rovesciano. Poi domina una languida risacca di odori dolciastri che colmano ogni poro della pelle di nausea funerea e di morte. Ricordo involontariamente il puzzo tipico di cadavere-sterco-fango delle trincee della Vertoiba. Ma questo che ora mi invade è un ben più terribile puzzo impregnato di morte, ma vivo, attivo, insinuantissimo. Vuole dominare, inondare di se la profonda valle del Fella e soffocare le fresche respirazioni verdi, sane del Tagliamento.
Povere valli prostituite! Tutte le innumerevoli bocche vegetali use a fiatare nel tramonto profumi di timo e menta selvaggia sono imbavagliate! Tutti i pini coi loro incensieri di resina naufragano asfissiati nella marea di torridi puzzi avviticchianti feroci, granulosi che agganciandosi e spumando salgono, salgono ad insozzare le cime! Queste esasperate dall'orrore sembrano centuplicare la loro splendida bellezza di smisurati corpi, vivi, nudi, rosati dal sole. Non ammettono, rifiutano il tragico fiume d'immondizie umane che assale i loro fianchi. Emergono cime nevose, tornite, gonfie di salute e desiderio come belle poppe di donna con in alto il bottone di rosa montana del capezzolo offerto ad un vento maschio selvaggio tutto muscoli in velocità.
Ma questo non viene ancora.
Agli innumerevoli puzzi catalogati si aggiunge quello irto d'aghi dei pidocchi. La pelle del cielo bianca si contrae schifiltosamente con un primo prurito di stelle.
Potrò io difendermi nella mia blindata immersa come un'isola nel fiume di corpi e odori saturi di morte?
Scivolando dentro per le feritoie, penetrano gli abiti. Il grigio-verde della mia giubba ne è già inzuppato. Salgono nelle mie nari ad avvelenarmi il sangue e ad offuscarmi il cervello: le belle parole della vittoria si smembrano in un'atmosfera cerebrale d'incubo. I miei pensieri hanno il viscido colore giallo sporco-nerastro di quei cappottoni curvi che passano, passano senza fine. Ventimila prigionieri sono già passati. Ne passeranno altri trentamila. Penso che lo smisurato cadavere dell'Austria spiaghi fuori dalla sua pancia sfondata un gigantesco e terrifico budellame che per la valle della Carnia inonderà la divina penisola nostra.
Il mio cervello allucinato non riconosce più il bel sole italiano della vittoria, volante corridore nella ruota d'oro che formano le sue gambe accese moltiplicate dalla velocità!
Vedo laggiù sul Tagliamento un sole straniero e odioso: brutta faccia tonda alcolizzata e smargiassa che nei dentoni d'oro falso prominenti, e i labbroni tabaccosi, si sforza di riassumere tutta l'insolenza l'infatuazione, la megalomania, l'impudenza sanguinaria e il guittismo balordo dell'impero austro-ungarico defunto.
Quel sole ha posato le sue mani molli, effeminate, piene di anelli rubati, su quell'isoletta del Tagliamento. Strana isoletta camuffata. Con le lussureggianti ondulazioni della sua capigliatura di vigne arricciate, pettinate, impomatate disposte con troppa cura in piani successivi, come una parrucca dai mille brilli grigi-azzurri-argentei, e piccoli infiniti rubacuori. Quella isoletta riassume tutta la grazia vana e passatista di Vienna.
Il mio spirito, affondando nelle allucinazioni fra le due colate di corpi e puzzi avvelenanti, teme la pazzia. Dove sono i Venti italiani e le loro furenti scope salutari? Un dolce fiato inodoro mi risponde. Sento che un Vento italiano si è insinuato nella valle. Ecco addenta il piedestallo di nuvole color sterco insanguinato del sole! Si slancia lassù, in quella pineta. Gli scatti e le cadenze flessuose del suo corpo che si scrolla nella sua giacca attillata di nuvolette rosa rivelano la sua nobile gioventù. Ora s'affretta a rimescolare quei fogliami. Li scuote brutalmente per liberarli, dai puzzi vischiosi e con un gesto vasto fa sbattere, sbattere tutte le finestre di Stazione per la Carnia. Poi parla, parla, ingiuria, fischia, sputa. Ritto in piedi, impreca contro il cielo e chiama alla riscossa tutti i Veneti fratelli. Meraviglioso Vento-oratore!
--Dove siete, infingardi? Venite! Venite!