L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto
Chapter 18
Ma sento che nell'allontanarsi col maggiore il colonnello pronuncia la parola «téléphone».
--Signor tenente, mi dice un borghese, ora il colonnello va su nella camera della gendarmeria a telefonare a Stazione per la Carnia. Là a quel primo piano.
--Fatutto, prendi il moschetto, baionetta innestata. Sali e taglia il telefono!
Fatutto sale per la scala di legno. Ma in alto vi sono degli ufficiali che discutono impedendogli di passare. In quattro balzi raggiungo Fatutto spingendo tutti dentro a pugni.
Il colonnello col microfono all'orecchio mi volta la schiena seduto. Lo strappo indietro prendendolo alle spalle. Rompo il filo e consegno l'apparecchio al borghese che mi aveva seguito.
--Te lo regalo, via! E voialtri, tutti, giù, fuori!
In fondo alla camera vi sono due ungheresi sdraiati su due brande.
--Anche voi, veri o finti malati, vi farete curare all'Ospedale di Tolmezzo!
Quando ridiscendo giù, spingendo davanti a me gli ufficiali austriaci, la situazione in piazza è peggiorata. Arruffio di gesti e troppe voci tedesche altisonanti. Ghiandusso che avevo sguinzagliato nei vicoli mi dice:
--Signor tenente, in fondo al vicolo, in un gran cortile, più di mille uomini prendono il rancio. Non vogliono lasciarsi disarmare.
--Vedremo. Menghini, vieni avanti colla macchina. Locatelli, punta in fondo a quella via. Supplemento di fuoco. Tira in alto.
Ta ta ta ta ta ta ta.
--Basta! Basta! Voialtri continuate a disarmare, presto! Armi a destra, uomini a sinistra! Dell'ordine, per Dio, dell'orrrdine! Ghiandusso, prendi il tascapane coi petardi, e vieni.
In fondo alla viuzza sporgendoci su un muricciolo basso, vedo a venti metri sotto, in un immenso cortile un migliaio di bosniaci. Confusione intorno alle marmitte. Grida di ufficiali, ordini incomprensibili. Alcuni caricano i fucili. Io grido con voce tonante:
--Arrendetevi!
Silenzio. Centinaia di facce attonite che mi guardano. Pochi alzano le braccia. Ghiandusso dietro di me scaraventa una bomba nel mezzo del cortile.
Sgraa--graaang.
Una ventina di feriti, nessun morto, tutte le braccia si sono alzate con un lungo ruggito di belva.
--Aprite la porta, e fuori tutti!
I soldati carnici accorrono per questo nuovo disarmo. Ma un colpo di revolver vicinissimo mi fa voltare.
Ghiandusso ha sparato nella spalla del colonnello che non voleva mollare le briglie dei suoi due magnifici cavalli. Meravigliosa razza di quei due animali da guerra che scalpitano orgogliosamente cercando di strappare le briglie dalle mani di Ghiandusso.
Davanti alle scuole, Bosca mi dice:
--Non possiamo fermarci. Bisogna giungere al più presto a Stazione per la Carnia.
Giungono a tutta velocità le due blindate di Volpe e Sacco. Da un prato basso salgono vociando uomini disarmati.
--Praga! Praga! Boemia libera! Austria caput! Viva l'Italia!
In segno di devozione si strappano dal berretto i due bottoni di metallo e lo stemma imperiale.
Fuori di Amaro la strada corre dominando i prati e le boscaglie che costeggiano il torrente Fella. Siamo 4 blindate lanciate a tutta velocità. Ci raggiunge il capitano Raby che nella sua vetturetta scoperta e senza blindatura si mette alla testa della squadriglia. Appare spavaldamente intrepido e strafottente accanto al suo volantista. Tiene fra le mani, sulle ginocchia una gabbia di colombi viaggiatori.
Davanti a noi, a un chilometro, il ponte di Stazione per la Carnia. E' certamente minato ma ce ne infischiamo. Dalle boscaglie dell'altra riva partono dei colpi di fucileria, sparsi, poi più fitti. Una, due mitragliatrici ci bersagliano. Entriamo sul ponte distanziandoci. Davanti alle case di Stazione per la Carnia sbuffano due locomotive. Si scorgono due treni interminabili, sovraccarichi. Tutto il bottino carnico di una armata di ladri. Una gioia acuta ci trafigge le carni, le lacera, quasi vorrebbe sventolare i brandelli della nostra carne patetica. Alt sul ponte. Puntiamo le nostre mitragliatrici giù contro le boscaglie che nascondono le mitragliatrici austriache.
Ta ta ta ta ta giaaaa ta ta ta ta ta giaaaa.
Sono bosniaci cocciuti non ancora convinti dell'irrimediabile sconfitta. Spariamo avanzando lentamente. Ad un tratto le due locomotive si mettono in moto.
Ta ta ta ta ta giaaaaa
giaaa giaaaa giaaaaa giaaaaaa
Ridono gli echi della valle. Ridono, ridono al vedere i piccoli macchinisti neri precipitarsi giù dalle due locomotive e nascondersi sotto le ruote.
Quando sbocchiamo fuori dal ponte fra le case di Stazione per la Carnia, il lato destro delle nostre blindate suona sotto una rude raffica di pallottole strimpellanti. E' una mitragliatrice austriaca vicinissima, nascosta fra le erbacce. Le nostre rispondono ferocemente tempestando il greto.
Ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta Giaaaa giaaaaa giaaaaaa
Ridono, ridono, giocano, strillano e beffeggiano gli echi della valle in coro. Ridono di gioia sotto il sole, cerchio radioso che le nuvole bambine fanno correre a colpi di raggi nelle liete praterie azzurre del cielo.
Ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta ta Giaaa giaaaaa giaaaaaaaa
Ridono gli echi della valle nel vederci tutti scendere dalla blindata e correre come ragazzi prendendo a calci, a pugni, a schiaffi i bosniaci, bestioni che non vogliono mollare le loro mitragliatrici. Si arrendono come cani ringhiosi o meglio come professori passatisti idioti che cedono a malincuore i vecchi dizionari della gloria austriaca tramontata sotto i nostri calci futuristi.
Davanti a me sulla strada la vetturetta di Raby si ferma. Il capitano, dritto in piedi:
--Arrendetevi!
Si sente un vasto e profondo scalpiccio. La mia blindata corre per venti metri e posso contemplare la testa del grande Corpo d'Armata che s'avanza lentamente verso di noi.
Precedono a piedi, funerei, i generali di brigata, i colonnelli e i maggiori. Unico spavaldo un colonnello grassoccio, mani sui fianchi, gomiti in fuori, testa alta. Ondeggia sopra, avviluppante, l'immenso puzzo nauseoso acido e dolciastro degli eserciti austriaci. Puzzo di fogna, stiva, iodio, sudiciume, orina fermentata, latrine, becchi, e serraglio. Raby in piedi grida:
--Siete tutti prigionieri!
Ma gli ufficiali austriaci e ungheresi discutono fra di loro animatamente. Corriamo col revolver in pugno.
--Monsieur le capitaine, dice un generale alto, secco, magro, dal viso pallidissimo solcato da due lente lagrime. Nous avons le droit de passer et de continuer la route vers Chiusaforte. L'Armistice est signé.
--L'armistice n'est pas signé! risponde Raby con voce dura. Rendez-vous avec toutes vos troupes! Vos deux trains ne partiront pas!
--Pardon, monsieur le capitaine, il faut que je demande des ordres au commandant de notre corps d'armée.
--Quelle chance! grida Raby. Nous ferons prisonnier aussi le Commandant de Corps d'Armée!
Intanto la colonna giallo-verdastra puzzolente delle truppe austriache appoggiava sulla sinistra della strada per lasciar passare una automobile piena di ufficiali. Fra questi, il generale comandante del Corpo d'Armata, muscoloso e panciuto. La faccia tonda naturalmente olivastra era terrea, con una febbrilità di palpebre e d'occhi un po' smarriti che rivelavano il crollo di un'anima militare.
--Ho l'ordine, signor generale, dice il capitano Raby, di fermare qui il vostro corpo d'armata. Siete tutti prigionieri. Quando avrò dato i miei ordini voi verrete con me in questa automobile al comando della prima Divisione di Cavalleria.
Venivano intanto dalla strada di Chiusaforte, in bande fitte, i prigionieri italiani che si erano liberati quando l'annunzio del crollo del Grappa aveva segnato il primo sgretolarsi dell'impero. Uno di questi prigionieri più affranto degli altri oscilla tragicamente a tre passi da me poi si abbatte sul naso, svenuto dalla stanchezza e dalla fame. Menghini si slancia e inginocchiato scuote quel povero corpo svenuto urlando:
--Guardate! Guardate come hanno conciato i nostri fratelli! Ecco! Ecco cosa hanno fatto della carne nostra!
Si alza furente; poi come preso dal delirio, tendendo i pugni ai prigionieri austriaci si scaglia e percuote nella faccia un maggiore austriaco. Questo non comprende, bestemmia, vuole difendersi, ma Menghini lo atterra mordendogli le braccia. Il groviglio rotea, strilla, contro la blindata dove la mia Zazà abbaia impaurita. Sopraggiungono i primi bersaglieri ciclisti a tutta velocità agitando gli elmetti piumati.
Scompiglio e marea fragorosa. Gli austriaci si sparpagliano. Zuffe, corpi che rotolano. Cacofonia di cento lingue diverse: italiana, tedesca, slovena, boema, russa, ungherese, ecc. Mi slancio col revolver in pugno fra quell'abbaiare di cani e riesco a fermare i nostri mitraglieri e bersaglieri inferociti.
Un motociclista infila come un proiettile il ponte e si ferma in mezzo a noi gridando:
--La _Viribus Unitis_ è saltata!
Scoppio di urrà frenetici. Il mio cuore si rifiuta di accogliere questa gioia massacrante. Non è preparato a questo galoppo furente di notizie giganti. Faticosamente, dolorosamente, il mio cuore ingoia godendo ma sofffrendo come una gola lacerata. Sento gonfiarsi nel cielo un altro blocco di Felicità sovrumana. Blocco rotolante che precipita giù sui declivi delle nuvole per colpirmi in pieno petto. Ha un rumore battente come di mitragliatrice, ma allegro, allegro. Non è il ta ta ta ta micidiale, ma il top top top top delle grandi ispirate velocità. E' una seconda motocicletta. La guida un sergente bersagliere, che rallenta, agitando col braccio sinistro il suo fez rosso, gli occhi schizzati fuori dall'entusiasmo:
--I nostri sono entrati a Trieste e a Trento!
Un impeto selvaggio mi scuote. Mi slancio, lo afferro pel braccio, e lo tengo fermo. Si ribella, quasi cade. Cado quasi con lui e la sua motocicletta.
--Se menti, ti brucio le cervella! gli urlo. Dimmi! Spiegami! Giurami! Che è vera, sicura, la notizia!
--Lo giuro, me lo ha ripetuto tre volte il generale in persona!
--Giura!
--Giuro.
--Su tua madre!
--Su mia madre.
--Aaaah! aaaaah!
Mi comprimo colle due mani il cuore che si gonfia, si gonfia dilatando, spaccando, le sue pareti che sono ora quelle enormi montagne, mentre la mia bocca spalancata beve, con trionfale voluttà lo smisurato fetore dei prigionieri austriaci, tutta l'infinita anima fetente dell'impero nemico sconfitto.
Ho uno strano viso feroce, violento, aggressivo ma i miei occhi sono pieni di lagrime di gioia. Le povere contadine sfinite di fame stanchezza che s'avanzano piegate sotto la gerla lungo il treno pieno del loro bestiame rubato, mi commuovono fino al singhiozzo e insieme arricchiscono le mie mani di artigli vendicativi. Vorrei baciare sul viso quelle povere vecchie italiane e poi stemperarmi sul pane le lagrime del generale austriaco vinto. Primitività stramba del mio temperamento vergine, selvaggio, schietto, elastico, pieno di barbarie crudele e di profonda umanità civilizzata. Temperamento che s'avventa, colpisce ma subito comprende perdona tutto, con alta bontà indulgente e serena.
XXVI.
PAGIOLIN, COLOMBO VIAGGIATORE
Il disarmo incominciò. A sinistra si accatastavano i fucili, a destra le mitragliatrici. Nel centro i prigionieri austriaci abbrutiti, dondolanti nei loro cappottoni giallo-sporchi procedevano ordinandosi fra la spavalda e muscolosa giocondità dei bersaglieri ciclisti.
I prigionieri istintivamente ricercavano la loro antica disciplina, aspettando i comandi dei loro ufficiali che vinti conservavano ancora tutta la loro autorità tanto era ferrea la compagine del potente esercito che avevamo sfasciato.
Subito gli ufficiali austriaci trasmisero coi loro urli aspri di sciacalli l'ordine d'incanalarsi lungo le nostre automitragliatrici blindate e di infilare il ponte sul Fella per Amaro-Tolmezzo. Ma sopraggiungevano continuamente incontro a loro bersaglieri ciclisti a tutta velocità. Si vedevano girare laggiù sulla strada curva correndo verso di noi, e altri, altri ancora, lanciati come frecce alate di penne di gallo. La colonna dovette fermarsi. Un minuto di confusione: poi tre bersaglieri, abbandonando le biciclette, saltarono in sella su dei cavalli catturati, potenti bestie tutte ad archi di muscoli scattanti, e domandoli fra le forti ginocchia presero la testa e il comando della prima colonna marciante. Il primo, un siciliano dal viso rossastro polveroso di scugnizzo con occhiacci neri sotto il fez rosso moschetto ad armacollo. Sul suo grande cavallo bestemmiava: Accidenti! Cavallo irlandese e ungherese io non so! Ma i miei muscoli sono siciliani!
Anche i nostri soldati nomadi di Carnia comandavano colonne di prigionieri. Erano laceri e sporchi, ma tutti montavano senza sella cavalli stupendi.
Uno aveva una specie di turbante azzurro in testa e un grosso zaino da turista sulla schiena. Sembrava un generale turco. Sul fianco della strada le nostre blindate dominavano con le loro 18 mitragliatrici puntate tutta la divisione austriaca che si avanzava. Sss sss lento monotono stropiccìo di piedi stanchi. Zin zin tric gring zin di fucili che cadevano sulla catasta. «Fetente, vattenne, cammina! A cauci te faccio camminà, porcaccione!»
Cinquanta metri più giù davanti al Municipio nelle due automobili del comandante del Corpo d'Armata austriaco e del suo Stato Maggiore, gli ufficiali prigionieri seduti immobili guardavano con occhi che certo non vedevano. Intorno, i miei mitraglieri con moschetto e baionetta innestata montavano la guardia con facce ingenue di bambini intorno ad una enorme torta natalizia.
--Vuole che le faccia la barba? mi domanda un prigioniero in italiano, bruno, magrissimo e baffuto.
--Sì, ma a tutta velocità!
--Sarà servito. Sono napoletano, e primo parrucchiere. Sono anarchico, ma amo l'Italia.
--Non tagliarmi la faccia, perchè sono più rivoluzionario di te!
In un attimo, miracolosamente, la cassetta che egli portava sulle spalle partorì sapone, pennello, salviette e boccetta da profumo. Seduto su una mitragliatrice austriaca, constatai l'arte delicatissima di quella mano italiana.
--Che «salone» originale! disse il barbiere; è decorato a destra e a sinistra con montagne azzurre e ha un _plafone_ che sembra il cielo di Napoli!
Quando ebbe finito, lo salutai con queste parole:
--Ora che da barbieri futuristi abbiamo rasoiate via la testa all'impero austro-ungarico, ti potrai permettere il lusso di fare la barba anarchicamente agli italiani.
--Contropelo?
--Sì, contropelo. Non dimenticare però di sciacquar loro il viso con l'acqua melodiosa del golfo di Napoli!
Il capitano Raby, che distribuisce ordini a destra e a sinistra, mi chiama.
--Marinetti! Marinetti! Siamo noi! Siamo noi che abbiamo catturato l'intero Corpo d'Armata! E' una gloria nostra! E' la gloria dell'ottava squadriglia! Vieni, vieni, ora mando il colombigramma al Comando Supremo!».
Seguiamo per alcuni metri il binario lungo il treno. Cataste di cucine da campo, mitragliatrici, fucili, stracci, paglia, sterco, carogne di cavalli. Nel fetore qua e là come cani randagi, delle montanare con gerla, sacchi e lanterne. Sono venute qui a frotte per riprendere la loro roba. Sono paurose. Ma si fanno audaci. Il loro numero aumenta. I vagoni saccheggiati, sventrati, bollono confusamente perdendo le budella.
Entro con Raby in un vicoletto. Fra due casupole troviamo la vetturetta. Sul sedile, una gabbia di legno bianco contiene i quattro colombi viaggiatori, che tubano.
Il sole tiepido di questo pomeriggio alleggerito da una brezza indolente e soddisfatta inebria i quattro colombi. Due, candidi. Uno col collo sfumato azzurro-viola. Il quarto brizzolato. Ma tutti avevano il caratteristico soprabecco bianco imbottito dei colombi viaggiatori.
_Vuruvuru curru guruu guruu guruu._
Certo godevano i sottilissimi profumi muschiati e il gorgoglio di quel ruscello, ma non si illudevano. Sapevano certo di essere lontani dalla bella colombaia di Abano con le sue ampie scodelle piene di miglio e granoturco e i cestini per le covate, elegantemente sospesi e bene spaziati.
Questa è una terra diversa, rude e selvaggia e rimbombante di fragori più forti che le tempeste del cielo. Alzarono tutti e quattro il becco guardandoci con gli occhietti umani cerchiati di rosa.
--Raby, sono pronti! Guarda, hanno tutti capito! Vogliono tutti essere scelti. Quello lì si chiama Bianchetto. Quello Lulù. Ecco Pagiolin! Scegli Pagiolin! E' il più forte, il più intelligente.
Pagiolin si lasciò prendere, felice, con un _vuruuuuu vuruuuuu vuruuuuu_ melodiosissimo, di mano bagnata che freghi un giunco. Tre battevano la testa contro il legno della gabbia con furia invidiosa. Ma Pagiolin era veramente degno della nostra scelta.
Coricato nella mano aperta di Raby, bianco, snello, vivacissimo, ringraziava coi dolci occhietti umani cerchiati di rosa e offriva con languore femminile quasi impudico le zampette rossicce semivestite di soffici calzoncini di piume.
Un dischetto d'alluminio col numero 11 matricola e il numero 22 colombaia brillava sulla zampetta sinistra. Lo presi nelle due mani anch'io, e una tenerezza acuta, dolce, amara, mi portava quasi le lacrime agli occhi nel sentire battere con ritmo rapido quel piccolissimo cuore di bell'uccello veneto già ebbro di portare per le vie del cielo la grande parola Vittoria.
Raby scrisse su un foglietto:
«_Truppe celeri, Stazione per la Carnia, 8ª squadriglia autoblindate hanno occupato stazione. Fermato e catturato due treni, truppe e comando 34ª divisione austriaca.--Immenso bottino e comandante Corpo d'Armata austriaco prigioniero._
Capitano Raby».
Il capitano introdusse il piccolo foglio in un tubetto di mezzo centimetro di diametro, lo chiuse introdusse il tubetto in un altro munito di due branchette di alluminio. Pagiolin si lascia torcere le due branchette che ecco stringono la sua zampetta destra.
--Guarda... mi dice Raby, i muscoli forti delle ali. Con qualsiasi vento, 60 chilometri all'ora! Il dischetto bilancia bene il peso del tubetto!
Facciamo largo intorno a Raby che con forza slancia in alto il colombo.
--Viva Pagioliiiin! Addio Pagioliiiin!
Ma Pagiolin non s'innalza molto. Dà qualche colpo d'ala e si posa sopra un tetto. Bianco, saltella sulle tegole rosse girando la testa. Momento d'ansia, doloroso.
--Cosa fai, Pagiolin? Cosa fai? Cosa fai?
Accorrono i soldati con applausi, saluti consigli... Pagiolin leva il becco al cielo. Dieci secondi gli sono bastati a fiutare le correnti aeree. Con uno slancio improvviso si proietta in alto obliquamente. Sale, sale, sale, piccolissimo arruffio bianco, fiocco di neve nell'azzurro. Ora si libra a picco sul torrente Fella. Punta su Amaro, scompare.
Ma un altro invisibile colombo viaggiatore che batteva le ali nella gabbia del mio torace l'ha seguito con eguale velocità. Ora vola con lui fra due grandi cirri bianchi accecanti. Pagiolin non ama le nuvole. Hanno un insidioso monotono odore d'acqua schiava. Tutte quelle gocce condensate lo bagnano pericolosamente. Teme di appesantire le proprie ali, e non ha sete. Le nuvole gli ricordano quella brutta macchina moto-aratrice che gli appesta spesso la colombaia di Abano coi suoi sbuffi di vapore acqueo...
Senza contare i maledetti scherzi che fanno i raggi del sole nelle matasse delle nuvole! Sembrano forbicioni d'oro, brutti come quelli del giardiniere che tagliano i bei rami d'acacia fiorita sulla colombaia! Ogni volta che il giardiniere s'avvicinava con quel brutto ordigno la bella Vluruuum s'immalinconiva non tubava più. Pagiolin pensa a Vluruuum... Tra due ore! due ore e mezzo al massimo, quanti baci piccoli, piccoli, minuti, minuti e quanti smorfiosi strofinamenti di collo per togliersi l'un l'altro amorosamente gl'insettucci! E quante ciarle! Trionfo! Pagiolin potrà raccontare! Tutti gli amici della colombaia a becco aperto dimenticheranno le voluminooose, voluttuooose, vorticooose gare del loooro tubare. Anche i conigli, quei vili imboscati col loro culo a molla di lepri degenerate, abbasseranno le foglie candide dei loro orecchi tremando e ammirando.
Ma Pagiolin accelerando i suoi colpi d'ala si tuffa nell'ultimo globo d'argento filigranato del cirro. Non finisce mai, per Dio!... Gioia! Gioia! Finalmente può patinare col petto sull'azzurro levigato, invitante. Più nulla intorno. Può respirare e godere. Pagiolin punta il suo volo contro il Sole, favoloso colombo di fuoco, dal becco aperto nell'arruffio splendido delle sue smisurate penne d'oro. Gli rammenta Krukrù, colombo dell'equatore che aveva pure le penne a spirali, ma bianche. Morì un anno fa in colombaia il povero amico! Pagiolin gli voleva bene e l'inverno molte volte aveva lisciato e riscaldato col becco le povere penne freddolose. Nella luce sembravano d'argento.
Il Sole è però un colombo enorme le cui penne spiraliche d'oro potrebbero covare una montagna! Come risplendono, lunghe, lunghe! Bisogna salire, salire, salire ancora! Voglio vederle bene, vicino, vicino, sempre più vicino! Per sentire il loro rumore! Devono fare un delizioso rumore d'acqua nell'accarezzare quel nuvolone a destra. Oh! che brutto nuvolone! Sembra il fantoccio di stoppa di Peppino il figlio del giardiniere!
Volerò ancor più su. Ma cosa hanno mai le mie ali? Rabbia! Ho troppo caldo sotto le ali. Sono tutto bagnato. Su, su con forza! Ecco! Ecco il suono che volevo udire! E' il sole che tuba. Che piacere sentirlo! Le sue lunghe penne spandono ora una dolcissima voluttà mescolata di rumori serici e liquidi che grondano l'uno sull'altro e si intrecciano con mille spasimi acuti.
--Oh! me ne intendo, me ne intendo, grida Pagiolin; io che sono il miglior cantore della colombaia. Col mio canto ho innamorato di me la bella Vluruuum. Che ridere! Bianchetto e Lulù non sanno cantare come me... Lo ha detto la moglie del colonnello, quella bella signora vestita di colori rumori fruscianti. E' vestita anche lei di penne, ma morbide, morbide che il giardiniere chiama seta, velluto, pelliccia... Nel muoversi intorno alla colombaia la signora batteva le mani con gioia dicendo: «Pagiolin, Pagiolin, tu sei il primo cantore!» e mi regalò un miglio speciale! La sua veste di seta e velluto cantava come me e come il Sole. Il Sole però tuba più forte di noi!
Nell'entusiasmo Pagiolin raddoppiò il battito già celere delle sue ali, entrando nella polifonia solare. Strimpellavano con gesti immensamente circolari i Venti sui mille raggi del Sole come su corde tese incendiate dal lirismo.
Certo la vittoria aveva commosso il Sole! Il Sole, grande occhio attento di arpeggiatore seguiva sulle lunghe sue corde tese i galoppanti accordi i maliziosi pizzicati e le molli frange di vibrazioni sbocciate nel cielo. Il Sole si moltiplicava nell'ampio cielo orchestrale. Volubilmente si innalzavano delle nuvole, tortili come canne d'organo e mantici profondi nei quali il Sole comprimeva a forza di pedale i Venti globulosi. Questi diventavano soffii melodici e salivano salivano ad inaffiar di fantasia le infinite orecchie attente, invisibili, delle invisibili stelle. Il calore dei suoni era tale che le nuvolose canne d'organo s'incendiavano al passaggio d'ogni nota fondendosi qua e là per eccessiva ebrietà. Sopraggiunsero volando sciami di nuvolette rosse, snelle piene di trilli, rimbalzelli, giuochi, scherzi, schianti di cristalli coralli trallalera tralla la, come aeree serenate di chitarre, mandolini e spumanti bottiglie trallalera tralla là.
Milioni di bottiglie del più spumante Asti sonoro schizzavano, decapitate ma allegrissime sulla tavola imbandita del cielo, fra le ondate orchestrali dei raggi, lunghi archetti d'oro che spremevano giù nelle profonde cavate il terrificante cuore dolcissimo di Dio.
--Dio! Dio! Dio! Dio! gridava Pagiolin. Dio è luce! Dio è musica! Dio è profumo! Sono a mille metri a picco su quella vasta ferita terrestre. Cosa è mai? Cosa è mai? Certo le folgori hanno squarciato così la terra! I fulmini nemici del Sole! Ma il Sole oggi stravince. Sono l'amico del Sole! Ma più in alto del Sole c'è Dio, ed io voglio navigare nel suo respiro sublime!