L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto

Chapter 17

Chapter 173,700 wordsPublic domain

Facce di terracotta sull'ardore della vampa. Vetrificazione di occhi ebbri di fatica che si tuffano nell'al di là divino della pace prossima imminente. Facce rovesciate all'indietro come di nuotatori che facciano il morto nella corrente felice, sicura della vittoria.

Bosca entra:

--Bisogna assolutamente vegliare, Marinetti! Raccontaci una tua avventura originale, ma veramente originale!

--Preferisco raccontarvi un'avventura del mio amico Fiordalisi. Un bel tipo, Fiordalisi! Sempre allegro. Sottotenente effettivo, venuto della bassa forza. Ha ricevuto al primo passaggio dell'Isonzo a Plava nel 1915 una palla che gli ha attraversato il collo e spaccato la mascella. Ha sul labbro inferiore una grossa, tonda protuberanza che gli permette, dice lui, di baciar meglio le donne. In realtà le bacia con la sua ferita. Sensazione interessante per una donna patriota e sensuale. Quella bizzarra protuberanza gli serve a trasformare la sua bocca in una vera orchestra. Imita a meraviglia animali, insetti, fucileria, bombardamento. Un vero numero da caffè concerto e un ottimo declamatore di parole in libertà! Suo padre, colonnello dei carabinieri, si distinse nella lotta contro i briganti e specialmente contro Musolino. Forte razza avventurosa; ma il figlio supera il padre. Dai venti ai ventiquattro anni ha girato tutto il mondo con suo fratello, facendo mille mestieri; dal decoratore in cemento al dilettante questurino. Rimase mezzo morto per tre giorni a Odessa dopo una terribile bastonatura. E' un attaccabrighe simpaticissimo. Anche un magnifico narratore. Peccato che non sia qui: ve la racconterebbe stupendamente la sua buffa avventura in Russia! Dunque Fiordalisi era l'amante fortunato di una bella signora russa che lo riceveva ogni notte nella sua casa di campagna a parecchi chilometri dalla città. Una strana casa di campagna, enorme, con innumerevoli camere e corridoi pieni di mobili d'ogni specie e d'ogni stile senza ragione estetica, nè utilità apparente. Date le continue assenze del marito panciuto e ubriacone, Fiordalisi ci passava anche le giornate bighellonando e curiosando di camera in camera, perdendosi talvolta nel labirinto dei corridoi senza spiegarsi perchè i numerosi amici che venivano a trovare la signora si accalcassero sempre nella camera da letto, unica camera abitata e dotata di illuminazione. Una notte, poco prima dell'alba vocio e trambusto nel cortile:

«--Mon mari!... Mon mari! grida la signora, cache-toi! vite!

«Fiordalisi nudo non trova nella camera che una tenda troppo corta e si nasconde dietro di essa. Il marito entra sbuffando, spingendo avanti con passi rapidi il suo gran ventre, come una prua, apre un baule come per scegliere delle armi, discute violentemente colla moglie, la respinge con un pugno e si mette a frugare nella camera. Poi si ferma, sembra convinto, si sdraia in una poltrona e accende un sigaro. Fiordalisi sospeso sulla punta dei piedi per nascondersi meglio sotto la tenda troppo corta, era anche disposto a rimanere così tutta la notte. Disgraziatamente la donna sapendo l'amante in quella dura condizione e vedendo il marito sprofondato in poltrona, comincia a seccare quest'ultimo per indurlo a mettersi a letto. Il marito rifiuta, discute, poi d'un tratto insospettito ricomincia a frugare. Fiordalisi scoperto si slancia nel corridoio. Terribile inseguimento tragicomico e pericoloso per le stanze buie. Il marito era armato di una vecchia scimitarra che completava operettisticamente lo strano palamidone imbottito che gli serviva di giacca e cappotto. Ad ogni svolta Fiordalisi caccia contro la pancia dell'inseguitore un mobile preso a caso con relativi ninnoli, cristalli, vasi e vasetti crollanti. Corsa di ostacoli con frastuono infernale. Dietro al marito ansava la moglie scarmigliata, in camicia, con pianti, singhiozzi e braccia in convulsione. Fiordalisi, però, ricorda che quelle manifestazioni, pur nell'ansia della fuga gli apparivano strane, poco sincere, certo affettate. Ma la scimitarra minaccia ed egli fugge, fugge con salti acrobatici.

«--Avevo, dice Fiordalisi, una stanza di vantaggio.

«Stamattina, inseguendo gli austriaci, ho pensato che essi hanno una stanza di vantaggio e mi è venuta in mente l'avventura di Fiordalisi. Bisogna domani costringerli a saltare dalla finestra. Fece così Fiordalisi quando si vide perduto e cadde per fortuna su un pergolato. Era nudo, si scorticò tutto il corpo e rimase quasi infilzato. Ma dopo un attimo, alzò la testa e vide con sbalordimento alla finestra il marito, che guardandolo con faccia rasserenata e gioviale sentenziava:

«--Ces amoureux sont de vrais sauvages! Pas civilisés du tout! De véritable cannibales. Si je continue a me souler chaque soir, ils finiront par me manger toute ma femme! Ah! ah!...

«Fiordalisi si lasciò scivolar giù dal pergolato. Trovò in una stalla un palamidone del genere di quello del marito, imbottito e sudicio come quello, e se la svignò. Questa è una storia simbolica, amici. Accidenti ai ritardi! Appena il capitano tornerà, bisogna subito saltare addosso agli austriaci prima che se la svignino come Fiordalisi!»

XXV.

UN ESERCITO IN TRAPPOLA

Il capitano Raby è tornato irritatissimo. Alla Divisione non si parla affatto di armistizio; ordine di continuare l'inseguimento senza tregua. Col tenente Bosca e il capitano, al lume delle torce nell'acqua gelatissima, cerchiamo un guado praticabile. Il letto dell'Arzino è pieno di bombe a mano, migliaia e migliaia buttate via dai reparti austriaci fuggenti. Prima di spingere le blindate nell'acqua bisogna fare una scarpata nella riva opposta che è scoscesa. Tutti all'opera con zappe e badili. Notte accanita, ma faticosissima al lume incerto delle torce, rallegrata soltanto da una gara esilarante di bestemmie formidabili contro la slealtà austriaca e la dabbenaggine italiana poichè di giorno si lavora meglio e si fa presto. Ai primissimi pallori del cielo siamo tutti tesi sulle corde. Sentiamo che laggiù un giorno eletto stira le lunghe braccia di luce, un giorno che incoronerà tutti gli eroismi. La corrente è forte, ma i motori moltiplicano i poderosi colpi di reni e le ruote non si incagliano. Tutto procede con precisione miracolosa. Nell'uscire dall'acqua sento piangere Zazà nella blindata, mi volto temendo che la povera bestiola si slanci fuori, inciampo e cado sul naso. La mia mano ha afferrato una strana forma morbida e villosa che stupisce il mio tatto. La stringo e rimettendomi in piedi la osservo.

Il sole si spacca all'orizzonte come un uovo di prestigiatore giapponese e subito la brezza con dita agilissime ne fa scorrere fuori cento nastri di seta rosei - rossi - verdi - viola - argentei - bianchissimi che salgono verso lo zenit impadiglionando il paesaggio. La magia di quest'aurora mi preoccupa. Temo una allucinazione dei miei occhi che fissano attentamente la strana erba molliccia che ho fra le mani. Ha un colore quasi dorato. Non è un vegetale. E' una cosa umana, quasi viva. Orrore! Ho realmente dei capelli fra le mani. Una intera capigliatura di donna, strappata, certamente strappata! Questo è il cuoio capelluto, un po' di cuoio capelluto, insanguinato!

--Amici! Amici! Guardate l'infamia commessa da quei bruti! Certo dei Croati! Nel fango della riva vi deve essere anche la testa della povera donna italiana che ha pagato così gli sputi e i morsi coi quali si sarà rifiutata alle voglie di uno di quei porci! Soldati! mitraglieri! e voi bersaglieri ciclisti! Sia bandita per oggi ancora ogni bontà umanitaria! Ogni capello strappato di questa donna italiana sia ferocemente pagato! pagato! Avanti! in macchina, contro le carogne!

Cara! cara! cara! Questa dolce parola italiana mi sale naturalmente alle labbra nel bere il respiro amoroso della campagna riposseduta. Ebbrezza di godere sempre meglio il corpo dell'Italia, molleggiando sulle tarantelle gli strambotti i mottetti i crescendo e le cadenze ampie della mia blindata sempre più musicale. Godo la grande musica della velocità col suo intreccio armonioso di ritmi insolenti, dolci, caparbi cocciuti infantili casti e lussuriosi mentre assaporo con fame crescente la buona marmellata che estraggo dal barattolo colla punta del mio pugnale.

Ad ogni svolto della strada ci assale un vocio di popolo festante. Questo però è più violento dei precedenti. Inneggia all'Italia strepitando, ma vi scorgo molte braccia tese col pugno chiuso verso quelle pattuglie austriache che laggiù sotto gli alberi bersagliano la mia blindatura d'una raffica tintinnante di pallottole. Entriamo nella vera rivolta della Carnia che già povera fu tutta derubata, spogliata, dissanguata dagli austriaci in ritirata. Mille sentimenti e sensazioni si incrociano contemporaneamente nella mia coscienza.

Sono motivi spirituali e materiali che sorpassano nelle loro combinazioni ogni polifonia vagneriana, raggiungono un'eccezionale simultaneità futurista.

Sento simultaneamente:

1.--Gli arpeggi delle pallottole sulla blindatura sonante.

2.--La gioia di assaporare una buona marmellata, pescandola col pugnale nel barattolo.

3.--I singhiozzi repressi che mi strappa questa radiosa Italia calpestata.

4.--La gioia della vittoria che dal mio cuore rimbalza negli occhi pieni di lagrime dei popolani che ci salutano al passaggio.

5.--I tonfi d'amore fraterno che il loro vocio angosciato fa nel mio sangue.

6.--L'odio-vendetta della mia mano sinistra che impugna il revolver.

7.--La strada che i miei occhi d'automobilista studiano minutamente.

8.--Tutti i rumori del motore che martella preciso, felice.

9.--Il volante nelle mani di Menghini.

10.--Il gelo delle mie gambe inzuppate dall'ultimo guado.

11.--La febbre assolutamente sportiva di giungere prima degli altri italiani e prima che gli austriaci se la svignino. Record!

A Trasadis riceviamo, Bosca ed io, l'ordine di lanciarci soli alla massima velocità verso Tolmezzo prima che il ponte sul Tagliamento sia fatto saltare. La piazza di Alesso è tutta ingombra di bersaglieri ciclisti. Sono uomini e biciclette tutti sdraiati a terra affranti, sfiniti dalla corsa sovramuscolare. Vorrei elogiare cantare i battiti burrascosi di quei cuori giovanili, l'ansare di quei polmoni, il respiro di quelle bocche bruciate e nutrite di polvere e il sudore grondante di quelle facce smaniose. Ci guardano con invidia, quasi con ira. Il colonnello De Ambrosis con lo sguardo malinconico, e la voce dura ci grida:

--Una sezione di blindate, soltanto, a tutta velocità!

Vedo molti bersaglieri ciclisti, mordersi a sangue le dita. Speravano di vincere la gara. Altri avranno la preda, magnifica. Alcuni si alzano. Un tenente bersagliere parla concitatamente a De Ambrosis. I suoi occhi implorano, e mentre con elastico colpo di reni la mia blindata riparte, vedo il tenente bersagliere slanciarsi fra le biciclette e urlare:

--Primo plotone; con me, via!

Tremenda festa di muscoli esasperati dalla gioia per l'ultimo sforzo degli sforzi al di là di ogni forza umana. Durante i primi minuti i bersaglieri ciclisti a destra e a sinistra tengono testa alla mia velocità. Ma la strada si precipita giù e la vediamo a 100 metri inerpicarsi polverosa nel sole. I ciclisti sono diventati proiettili. Debbono con lo slancio di una valanga acquistare nelle discese l'impeto per aggredire le salite. Piombano infatti giù quasi rischizzando poi scopati su da quella riserva di velocità. Tutti su... su... su... ci siamo! E le facce roventi dei bersaglieri si placano bevendo a larghi sorsi il vento inebriante della nuova discesa.

Divina strada che scende con molle arabesco, si tuffa nel verde, inoculandosi!

Siamo il sangue tonante rivoluzionario e sportivo d'Italia, che scorre scorre giù nelle intricatissime arterie della montagna Carnica!

--Somplago! Somplago! grida Menghini. Conosco quel paese!

Menghini è raggiante. Le sue mani al volante sono contratte dall'emozione.

--Fa attenzione, Menghini! C'è benzina? Per carità, non possiamo più permetterci delle fermate. Via, via!

Entriamo in Somplago come una pugnalata di velocità. Il paesello è come spento, chiuso inchiavardato dal terrore, e cacciato sotto delle coltri di pericolo e di morte. Presto, presto, correre, correre virare, scansare. Quel carretto abbandonato! Quel pietrone! Quel cumulo di ghiaia! Gli ostacoli sono innumerevoli. Agilità anguillesca della mia blindata 74 che sfiora tutto senza agganciare. Io prego, supplico, imploro il motore perchè collabori senza posa. Basterebbe un po' di grasso e un po' di polvere di più! Ma il motore è fedele, pronto, obbediente e la sua quarta velocità è veramente alata, aerea, come se il vento prestasse alle ruote infiniti trampolini imbottiti di nuvole. Le 4 gomme sono sane, con gonfiezza utile, ma il loro ardore equatoriale s'è liberato qua e là della tela che a brandelli rumoreggia lugubremente contro i parafanghi. Rumore minaccioso poichè i brandelli delle gomme di dietro sbattono e sbandierano convulsivamente. La mia 74 sembra una donna che corra nella sua vestaglia svolazzante.

Due uomini gesticolanti sulla strada a 100 metri, non si scansano. Rallentiamo.

Sono due tenenti alpini, due di quei numerosi italiani sfuggiti alla cattura nella rotta di Caporetto e che vissero nelle caverne di queste montagne come belve e come briganti in guerriglia.

--Presto! mi gridano. Il ponte è in piedi ma lo faranno saltare fra pochi minuti! E' già minato! A Tolmezzo ci sono due battaglioni austriaci che prendono il caffè.

--Lo berremo noi! risponde Menghini. Qui sono in casa mia, conosco anche i ciottoli.

Come un vincitore di circuiti, magistralmente Menghini prende le svolte pericolose senza rallentare. Le aggredisce con delle girate di volante audacissime, che si immensificano nel mio sogno come quelle dei volantisti celesti nel guidare i pianeti alle svolte immense e sfolgoranti della via Lattea. Non ha forse l'ampiezza maestosa della Via Lattea questo letto del Tagliamento che svolge davanti a noi i suoi meandri d'argento vivo, e le ramificazioni cerebrali dei suoi filoni azzurri-verdi? Correre, correre, correre! Gioia di correre come ragazzi su questo alto, spettacoloso balcone che la strada prolunga strapiombando a 50 m. d'altezza sul letto piatto immenso e le sue lunghe acque verdi coricate e i solchi caldi delle acque fuggite.

Occhieggiano le acque sonnolente e camminano come in sogno placidamente, mentre l'ansia esaspera, accende morde le mie ruote assetate di polvere, morde morde di rabbia bruciante la gomma arroventata, stringe strozza la collera dei gas irti dal desiderio. La strada tortuosa dinoccolata, fa 2 o 3 moine coi suoi ventagli di polvere accecante e ci svela finalmente il ponte di Tolmezzo. Menghini urla, urla:

--Il ponte è in piedi! Il ponte è in piedi! Il ponte è in piedi!

Sembra quasi impazzito. Le sue mani scuotono rabbiosamente il volante come per sradicarlo. L'afferro per il braccio, rudemente:

--Menghini! Menghini! Calmati! Non perdere la testa. Il momento è grave. Il ponte è minato. Bisogna traversarlo nel minor tempo possibile. Ti senti sicuro del motore?

--Sì, signor tenente.

Siamo a 100 metri dal ponte che slancia elegantemente le sue arcate attraverso il fiume. I miei occhi distinguono perfettamente dei grovigli di fili lungo il parapetto e delle botti legate sui capitelli dei piloni. Ma la grazia italiana di quegli archi, che non possono tradire noi italiani, mi riempie di ottimismo. Con un atto di fede potente entriamo sul ponte. Menghini dà tutta la benzina. Apro completamente l'occhio orizzontale di prua alzando la palpebra metallica. A destra, giù, nel letto del fiume, fra le erbacce, dei cappottoni grigi che fuggono.

Il meriggio ci soffia in faccia un vento infuocato e insieme un urlio delirante. Sono i nostri soldati di Carnia scesi giù dal loro nascondiglio montano. Lunghe barbacce, vestiti a brandelli, ceffi di briganti. Quasi tutti armati. Mi fermo in mezzo a loro, a 50 metri al di là del ponte.

--Viva l'Italia! Signor tenente, ci sono molti austriaci sotto quelle tettoie! Ma i due reggimenti e il comando debbono essere in Amaro a quest'ora. Se fa presto li raggiungerà sulla strada.

Intanto il mio sergente fa funzionare una mitragliatrice di cupola contro le tettoie in fondo al prato a destra della strada. Gli austriaci rispondono con qualche fucilata poi si vedono fuggire verso il greto del fiume.

--Signor tenente, veniamo con lei ad Amaro!

--No, amici! Alcuni vadano alla caccia di quelle canaglie. Se si rivoltano io li mitraglio da qui. Voialtri, una ventina bastano, restate alla guardia del ponte.

Tutta Tolmezzo si svegliava. Gridio confuso, infiniti richiami, porte sbattute. I balconi traboccano di donne e bambini. Sembra un popolo che si dissotterra. Prati e praterie trasudano popolo.

Gli spavaldi e briganteschi soldati di Carnia improvvisano una violenta fucileria al cielo per festeggiarmi. Le donne accarezzano, abbracciano la mia 74. Sono accecate dalla gioia.

--Viva il nostro liberatore! Viva il liberatore di Tolmezzo! Viva l'Italia! Veniamo con lei ad Amaro! Gli Austriaci sono partiti 2 ore fa! Hanno detto che si sarebbero trincerati ad Amaro!...

A pochi metri scoppia un tumulto inesplicabile intorno a tre donne vestite di bianco.

Crollano ai miei piedi abbracciandomi le ginocchia.

--Signor tenente, ci salvi, ci salvi! Lei lo può dire, non siamo slave, non siamo austriache, siamo triestine! Quante sofferenze! Tutto un anno di torture!

Non ho tempo da perdere. Salto in macchina e mi apro la strada con la mia blindata nella folla vorticosa.

--Largo, largo, ci lascino passare!

Una vecchia è caduta davanti a noi e Menghini deve con scatto pronto virare per non arrotarla. Poi via per la strada d'Amaro sotto le alte, voluminose forze concentrate del Monte Festa. A un chilometro piombiamo su una colonna di carreggio.

--Giù Ghiandusso con me! Prendi due bombe e revolver. Tu, Locatelli, pronto alla mitragliatrice!

Poi di corsa con Ghiandusso verso il sergente ungherese che segue l'ultimo carro.

--Tutti giù! Arrendetevi! Volta i cavalli e indietro!

Il sergente, esita un attimo poi cede. Tutti gli uomini del carreggio sono disarmati.

--Indietro! grido. Via! Troverete a Tolmezzo la colonna di prigionieri.

Faccio fiutare al sergente il mio revolver e la mia bomba a mano, poi salto in blindata. Ho il corpo quasi tutto fuori dallo sportello aperto, il revolver in pugno. La strada sale e scende. Le prime case di Amaro. Sorpresa: una mitragliatrice spara da un bosco alto sulla destra! Contro chi spara, quella mitragliatrice austriaca? Non è austriaca. Vedo correr giù gli ormai famigliari nostri nomadi di Carnia. Urlano:

--Amaro è piena di austriaci, sono più di quattromila! Veniamo con voi! Abbiamo una mitragliatrice sulla montagna. Ora la portano giù!

Sulla prima piazzetta la mia blindata si ferma presa da una folla irruente. Non si muove più, come una nave stretta dai ghiacci. L'immagine mi è suggerita dalle enormi masse di crisantemi che le donne portano fra le braccia. Bocche squarciate dalla ressa delle parole. Bocche che balbettano incretinite. Mani che graffiano macchinalmente le vesti, mani alzate di vecchi che mi benedicono. Torrente di folla gioiosa che si gonfia fra le casette fragili. Sembrano beccheggiare le casette tanto pesano a prua e a poppa i balconi sovraccarichi di edera umana.

Verso il Sole, punto matematico del problema di guerra risolto, salgono le spirali delle respirazioni sibilanti e della polvere dorata. Salgono i coni dell'entusiasmo lanciati su steli invisibili dai nostri cuori fontanieri. Cozzano insieme le sfere volanti delle voci e i triangoli dei gridi fra le geometrie ubriache dei tetti che si sfasciano dalla gioia.

Un uomo cinquantenne dal viso rossastro, baffuto mi abbraccia per forza spiaccicandomi sulla bocca un bacio che non riesco a scansare. Dice con voce rotta:

--Ero alla finestra... quando ad un tratto ho visto arrivare la sua macchina sulla strada. Sono caduto in ginocchio, ho alzato le mani al cielo e ho gridato: L'Italia è qui! L'Italia è qui, Dio cane!

Cammino a fianco della blindata che avanza lentamente verso la piazza principale. Ho il revolver nella mano sinistra; e la mano destra nel tascapane pieno di bombe.

--Grazie, grazie, ma fate largo, largo!

Le donne non ascoltano e rovesciano fasci e fasci di crisantemi sulle ruote, sul motore.

--Basta! basta! Questi sono fiori di morte. Oggi è giorno di vita. Scansatevi, allontanatevi!

Confusione indescrivibile, rimescolio di pentola bollente. A pugni apro un varco alla mia blindata che si ferma nella piazza centrale.

--Là, a quel primo piano hanno preparato la mensa degli ufficiali, mi dice un borghese. Vi si affaccia un maggiore ungherese, strepitando giù ordini incomprensibili.

--Locatelli, punta quella finestra, fuoco!

Ta ta ta ta ta gring grang di vetri rotti crollanti.

--Vieni con me, Ghiandusso! Guardami le spalle! E tu, Locatelli, fa fuoco contro quelle finestre.

Mi slancio verso la porta dalla quale escono in tumulto molti ufficiali.

--Giù le armi, arrendetevi!

Il primo, un tenente, è agile, muscoloso, ma pallidissimo. Gli strappo la baionetta-pugnale dalla guaina che porta al fianco. Al secondo che si avanza minaccioso scarico un tremendo pugno nello stomaco. Lo prendo per il colletto colla mano sinistra, mentre la mia destra strappa la baionetta-pugnale che nel gesto dal basso in alto sfiora la sua bocca che trema. Potrebbero sgozzarci. Siamo 14 uomini con 6 mitragliatrici in mezzo a 4 mila nemici con circa 50 mitragliatrici. Ma le nostre Autoblindate terrorizzano. Portiamo sul viso la schiacciante spavalderia della vittoria e i nostri occhi sono degli invincibili proiettori di forze.

Il mio compagno tenente Bosca con la sua blindata va in fondo al paese. Rimango solo fra il tumulto degli ufficiali che non vogliono lasciarsi disarmare. Il colonnello ungherese discute con un maggiore austriaco. Balzo fra di loro. Tolgo la baionetta-pugnale al maggiore e il revolver al colonnello. Rimangono impietriti.

--Via le donne, per Dio!... Menghini, Locatelli, Ghiandusso, cosa fate? Basta coi fiori e con le donne!... Salis, gira intorno alla blindata, sorveglia le gomme, e scarta le donne!... Locatelli! Gira la torretta, punta le due mitragliatrici di cupola verso l'ingresso del paese! Ghiandusso, va su a quel primo piano, apri tutte le porte, fruga bene e caccia giù tutti gli ufficiali che troverai!

Poi mi rivolgo ai soldati carnici.

--Su, disarmate quegli uomini!... Le armi a destra! Gli uomini a sinistra!... Se quelle carogne si muovono, sparate!

Il colonnello ungherese disarmato, si presenta a me, con solennità. Atletico, sessantenne, enormi baffi uncinanti.

--Prego, signor tenente... dove è il vostro colonnello?

--Qui sono io l'unico comandante italiano. Non fatemi perdere del tempo. Siete sconfitti. Arrendetevi senza tante chiacchere. Siamo seguiti da grandi forze che saranno qui fra pochi minuti. Altre blindate, cavalleria e bersaglieri ciclisti.

--Prego, prego. Io credo che ora è firmato armistizio.

--Non credo alle vostre parole. L'armistizio non è firmato. Ho l'ordine di farvi tutti prigionieri.

Interviene il maggiore, grassoccio, gesti melliflui, fronte bassa, viso porcino.

--Je vous prie, monsieur le lieutenent.

--Ne m'embetez pas! Vous êtes des voleurs, des canailles, des cochons! Si je vous abandonnais à la population de Amaro, vous seriez tous égorgés! Vous leurs avez tout volé! Quand on n'a pas d'argent, on ne fait pas la guerre! Vous avez compris? Quand on n'a pas d'argent, on ne fait pas la guerre!

Una donna mi tira per la giubba urlandomi freneticamente sulla mano che bacia:

--Coppèli, Coppèli! Signor Tenente, mi lasci uccidere quella canaglia del colonnello! stupratore! Mia figlia, mia figlia!

Io scarto la donna e col dito nel naso al colonnello:

--Vous êtes un lâche, un bandit, vous aussi, monsieur le major! Vous ne savez que mentir et voler! Vos faux parlementaires nous ont couté 30 bersaglieri! Vite, finissez! Tout le monde doit être désarmé, dans une demi-heure.