L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto

Chapter 16

Chapter 163,687 wordsPublic domain

«Senza nostalgia, senza languori, senza abbandoni mistici, lontano dalle Madonne e dai campanili! Ricordati che nelle città, altre campane prostitute vorrebbero aizzare con falsi annunzi di pace prematura gl'interni salvatori dell'Austria passatista! Sia il tuo canto un martellare, preciso, rettilineo che scalando il cielo, su, su, colpisca le vetrate delle chiese perchè il cristallo infranto si sganasci anch'esso annunciando la nostra vittoria! Su, slanciati, mio cuore motore, su questa bella strada che taglia le più ricche, eleganti variopinte campagne della terra! Sono i capelli sparsi dell'Italia Divina! Noi ne conquistiamo il seno, le belle spalle, su su, verso le due braccia tornite, tanto tempo incatenate e la mano sinistra inanellata di mare: Trieste!... e la mano destra più rude e muscolosa: Trentino!»

O Italia, o femmina bellissima viva - morta - rinata, saggia - pazza, cento volte ferita e pur tutta risanata, Italia dalle mille prostituzioni subìte e dalle mille verginità stuprate ma rifiorite con più fascino di verde pensoso e di ombrie pudiche. Sono io, io il futurista che primo ti libero il petto baciandolo col mio delirante amore!

Cosmica fusione del mio corpo col tuo! Ti sento, ti sento, ti sento! Ti prrrrendo, ti prrrrrendo, ti prrrrrrrrendo! Sei grande, grande, lo so, e non ti posso tutta contemplare!

Eppure, senza sognare senza perdere la ragione, t'immagino tutta, ti vedo! Questa rosea carta geografica, che ho fra le mani, vibra, vibra, mentre io corro nella mia blindata. Vibra l'elegante forma rosea sulla carta! Non è più carta, diventa carnosa! Freme, respira, palpita e spalanca sempre più le braccia nella crescente e trasfigurante velocità del mio motore in sogno! L'impeto virilissimo di questo mio motore che è insieme cuore, sesso, genio ispirato e volontà artistica, entra in te, con rude delizia per te, per me, lo sento! Sono lo strapotente genio--sesso futurista della razza tua, il tuo maschio prediletto che ti ridà penetrandoti la rifecondante vibrazione!

Ah! se potessi avvilupparti tutta in un unico immenso bacio, sintesi ultima di tutti i baci che la tua bellezza florida ha suscitato nei padri, dei padri nostri e in quelli morti per te e nei 500 mila eroi dell'Isonzo, del Carso, del Piave.

Non sono pazzo! Nè allucinato! Creo, creo il tuo fantasma, la tua statua che non è di bronzo, nè di terra, ma umana, viva, di carne. E' forse un pazzo, lo scultore geniale? Tale io sono, ispiratissimo, ma con lucido controllo tenace e sapienza di mezzi! Con questo bollore di sangue che ridipinse il mondo, con questa respirante carta geografica, e con una piccola lettera d'amore bagnata di sudore sotto la mia giubba, e forse di lagrime, poichè è la lettera di un'amante ideale, una italiana, che mi scrive il suo pazzo desiderio di cancellare Caporetto!... Con questo, con questo, io compio il miracolo!...

Sì, sì, Italia! Ho sotto la giubba una lettera d'amore! E' lei che mi scrive! Una Italiana! Bellissima! Non la ricordi? E' tua figlia. Ti somiglia. I suoi capelli hanno la morbida serica fluidità dei tuoi boschi. Pensa al più sognante declivio della tua più languida collina e ti sarà facile immaginare quelle guance tenere sensuali calde di pesca e magnolia. Soltanto certe curve dei tuoi fiumi ricordano un poco l'invito sinuoso delle sue labbra! La sua voce evoca il canto delle onde notturne nello stretto di Messina udito da un areoplano volante a 1000 metri. Lenti archetti di dolore su violoncello d'oro giocondo. Glauche chitarre di roccia con lunghi accordi d'acque che s'infrangono. Arpe elastiche di vento con pizzicati di lampi allegrissimi. E piangenti clarini smarriti in meandri di pazzie colorate.

Lei! Lei! Se cammina, ondeggia come un fumo lieve innamorato del cielo.

E' tua figlia, o Italia! Le parole carezzevoli della letterina sua tremano sul mio petto, insorgono, susurrano, suonano. Sono le sue tenerezze che odo, ma anche le tue, le tue! Sei tu che rispondi ai miei baci, tu, Italia, che mi gridi con le sue parole: Amore, amore, amore!

La mia passione parla così nella velocità amorosa della mia blindata 74 che attraversa correndo i villaggi e le loro schiumanti ondate di grida, braccia, fiori, campane agitate.

--Vivaaaaaaa! Vivaaaaaaa! Dan dan dan.

Ti prendo, ti prendo, ti prendo, Italia! E sono geloso di te, geloso! Tutti ti amano, tutti ti amano, tutti ti vogliono! Io ti voglio per me! I miei soldati hanno strani visi pieghettati arsi da un forsennato desiderio di te! Sento l'acciaio di queste pareti bruciare di voluttà per te! L'occhio orizzontale di questa mia 74 d'acciaio già si muta nel delirio in una calda bocca dalle potenti labbra affamate di te! Stride e strilla tutta la mia blindata! Ha un tono quasi brutale! Non sa più contenere la sua follia per te!

--Sono io, son io che ti bacio! urrrla la mia blindata 74--Sono io che ti bacio! Io sono la bocca d'acciaio veloce che scivola sulle morbide colline del tuo seno, sulle ben tornite montagne delle tue spalle, baciandoti tutta, avidamente, con lussuria! Sono io che ti bevo e mangio tutta di baci minutissimi rapidissimi, Italia mia, donna-terra saporita, madre-amante, sorella-figlia, maestra d'ogni progresso e perfezione, poliamorosa - incestuosa, santa - infernale - divina!

In sogno ho ascoltato queste stridenti parole d'amore della mia blindata. Ma bruscamente morso dalla gelosia urlo:

--Via! Basta! non facciamo scherzi! Non ti permetto queste libertà! E' mia, è mia, comprendi? E' tutta mia, l'Italia bella! E' da tempo, da tempo, da tempo che l'amo, d'un amore preciso - confuso, eterno - istantaneo! Profondo amore spiritualissimo, religioso! Un amore in ginocchio, prosternato e insieme un amore sensuale tutto morsi, baci graffi carezze rudi! Un amore che s'infittisce e s'insuccolenta, ghiotto, ghiotto nell'Italianissimo sugo d'un buon piatto di spaghetti alle vongole napoletano! Tu non sai cosa vuol dire assaporare con mille labbra l'Italia nel giallo risotto alla Milanese e nel polisaporico minestrone! Dopo lungo girovagare di lingua e di palato fra le plagiarie insipide culinarie estere, godere un piatto italiano! Ah, ah! Questo è un amore senza confine ed ha le smisurate minuziose e chilometriche voluttà del sole quando in Agosto possiede la Terra!...

Ed anche la girante oleosa carezza d'un battello a vapore che beatamente prende in giro colla sua scia l'isola di Capri, mammella della Terra, emersa dalla tenerezza lunare come da una serica camicia ideale!

Non bisticciamoci, mia cara 74! Non sei una bocca! Tu sei l'alcova d'acciaio veloce, creata per ricevere il corpo nudo della mia Italia nuda, che ora, con grazia, per i graziosissimi piedi trascino dentro, dentro, dentro di te! E' già dentro, e fra le mie braccia!

I villaggi salutano il mio amore irruente, eloquente, e vittorioso.

--Vivaaaa! Vivaaaa! l'Italiaaaa! Dan dan dan. Han ragione quei villaggi di acclamare, elogiare la mia amante divina! Tanto bella così, assopita! Ma un po' stanca per i troppi baci e le carezze accanite! Giovane, fresca, come prima della schiavitù. Languidamente ha concesso il suo corpo al massaggio sapiente della nostra offensiva. Abbiamo subito ottenuto la rimozione delle piccole rughe che deturpavano i suoi fianchi. Le nostre ruote ora premono come pollici veloci sulla sua pelle ancora un po' insensibilizzata da un anno di nefasta cocaina. Il massaggio fu in un primo tempo feroce. A cannonate, sì, a cannonate praticammo nella palpebra destra istriana il taglio d'una piega sovrabbondante di tessuto, poi ricucimmo i margini della ferita con punti fitti e sottilissimi di spie.

L'Italia porterà gli occhiali affumicati per qualche anno, poi la cicatrice rossastra sopra e sotto la palpebra sparirà. Per affrettare, un colpo di pastello e di legislazione geniale. Intorno alla bocca che ha nome Piave vi fu gran fervore di lavoro. Con un bombardamento sul labbro superiore, Caviglia massaggiatore esperto, incise e asportò triangoli di tessuto carnoso nel punto di congiunzione tra il labbro e il naso: Vittorio Veneto. Questo massaggio non soltanto restaurò, ma abbellì. Fu così aumentata la potenza espressiva della bocca Piave.

Tirammo a pulimento e riducemmo a forma rettilinea colline rincagnate. Colle mitragliatrici, fra poco, faremo abbondanti iniezioni per correggere le depressioni della linea frontale. Il piombo iniettato si trasformerà in tessuto connettivo. Livelleremo gli incavi e le depressioni morali del bel collo pieno di volontà. Tramuteremo il mento, un po' molle, in mento pronunciato, volitivo audace insieme e piacevole. Ora la squadra ci aiuta cannoneggiando incisioni nelle regioni capellute sopra gli orecchi - golfi Adriatici.

Presto, presto, si spianino a cannonate le rughe frontali scavate dal dolore. Un colpo di lancetta qui, uno strofinamento di ruote là, e sarà compiuto il perfezionamento dei suoi connotati femminili. Voglio ridare al viso della mia Italia la tinta dei cieli di Sicilia. Già mi scivolano fra le mani gli aliti africani usi a fasciare i fianchi dell'Etna. Ho anche a mia disposizione questo morbido cielo, panno impregnato di soavità misteriose... Non sono forse io il padrone assoluto di questo universo diventato per me un prodigioso Istituto di bellezza? A 50 o 60 chilometri sulla mia destra posso prendere il mare, morbidissima spugna azzurra inzuppata di lozioni orientali. Ecco col mare-spugna azzurro cancello le lividure e le arsure del viso dell'Italia che riprende la freschezza saporosa della gioventù. Poi l'accarezzo con questo cielo di panno imbevuto d'Oriente illanguidito. Il viso si assopisce.

--Menghini, come va il motore?

--Senta, signor tenente; canta come un flauto. Tuvvvvvvvv Tuvvvvvv vrrrrrr vrrrrrrr.

Il motore aveva come me sete, sete, dopo tanta passione bruciante.

Fiuto la maestosa, freschissima bevanda saporosa d'azzurro: il Tagliamento! Se il ponte del Torrente Arzino è ancora in piedi saremo presto al Tagliamento. Presto, giù per le discese a zig-zag e nelle grandi S temerarie della strada, correva la mia 74 girando intorno alle colline sempre più aspre e rocciose che prendevano arie di montagne imprevedute con roccioni strapiombanti, svolte, svolte, e svolte.

Ad una spasmodica velocità, come il sangue corre nelle vene, correvamo nelle vene dell'Italia, su e giù per i suoi muscoli saldi. Era fuori di noi l'Italia, ed era anche nella blindata, addormentata fra le mie braccia, col suo placido respiro melodioso. Tuvvvvv Tuvvvv....

XXIV.

UN PARTO IN BLINDATA

In volata coi bersaglieri ciclisti che corrono a destra e a sinistra delle blindate sentiamo tutti che s'avvicina per noi l'ora di un urto violentissimo col nemico. Sentiamo che sull'Arzino e sul Tagliamento gli Austriaci ci sbarreranno la strada di Stazione per la Carnia, tentando così di impedire la cattura d'un'armata di circa 50.000 uomini e relativo carreggio cavalli e bestiame in marcia da Gemona verso il corridoio di Chiusaforte e Tarvis.

La partita è magnifica. Una frenetica passione sportiva ci invade. Il record da vincere è allettante. Siamo pronti a qualsiasi combattimento, ma preoccupati sopratutto di velocità. Evitare ad ogni costo qualsiasi fermata. I bersaglieri ciclisti vogliono quanto noi giungere ad ogni costo prima che i ponti siano fatti saltare. Non ci curiamo più delle spalancate acclamazioni di popolo accalcato nei villaggi.

--Vivaaaaaaa! Dan dan dan.

Abbiamo altro da fare che intenerirci. Il colonnello De Ambrosis che comanda l'intera colonna è in testa con la sua motocicletta, e dietro con noi i bersaglieri ciclisti tuffano in avanti sul manubrio le loro facce arroventate che brillano di sudore fra i globi rotolanti del polverone.

Per la strada che su e giù serpeggia fra colline boscose, roccioni e montagne formiamo uno strano treno impazzito in fiamme, che disprezzò i binari e i tunnel per sfrenato amore d'ogni bella curva italiana.

Siamo anche divenuti una fantastica macchina dell'anno 3000 composta d'un serpeggiante tubo mostruoso, forato da mille bocche fumanti e corrente sopra la sua infinita orologeria di ruote.

--Il Tagliamento! Il Tagliamento! Il Tagliamento!

Potente nome italiano ultra magnetico, tante volte bevuto in sogno dopo Caporetto. Ne vedo scintillare i nastri argentei nell'occhio orizzontale della blindata. Danzano quei nastri, diventano lettere d'argento svolazzanti, le lettere stesse di questa parola forte e sonora: Tagliamento.

Ad uno svolto rallentante cento voci di donna:

--Il ponte è rotto! il ponte è rotto! Gli Austriaci! Viva l'Italiaaa!

Tre secondi dopo Dzing dzaang dzing, la mia blindata suona sotto le prime pallottole. Mi volto per verificare la chiusura delle feritoie. I miei mitraglieri puntano con due mitragliatrici in cupola. Do l'ordine a Menghini di mettere il motore in seconda e di avanzare lentamente.

A destra e a sinistra i ciclisti sono tutti calati giù nei fossi, e riparandosi dietro le biciclette e i paracarri rispondono con una fucileria violenta alle mitragliatrici austriache. Siamo sulla curva della strada, fra le case di Flagonia spaziate sulla riva dell'Arzino. Il ponte è saltato. Ne vedo i due segmenti crollati giù nell'acqua fresca, argentea, azzurra, placida, che scorre col suo mormorio pacifico.

gggggg ssssss gggggg.

Breve pausa di silenzio. Feroci grandinano tempestano le mitragliatrici austriache. Due, quattro, sei. Sono almeno sei. Ci bersagliano dall'altra riva, che è montagnosa e ci domina.

ta-ta-ta-tatatatata tatatatata

giaaaaa giaaa giaaaa di echi

pic pac pam pam paac

giaaaa vuluit vrit vrit.

Il colonnello De Ambrosis ritto accanto alla sua motocicletta; bell'uomo forte, muscoloso, testa rude, con una serra multicolore di medaglie sul petto, alza il braccio sventolando la mano.

I suoi bersaglieri hanno capito. Agilmente si squagliano giù dalla strada per le scarpate cosicchè avanziamo soli noi sulla riva dell'Arzino. Autoblindate tutte chiuse ognuna con le due mitragliatrici che sputano fuoco rabbioso fuor dalla cupola fasciata di bianco, rosso, e verde.

Siamo sei piccoli forti neri d'acciaio, con vibranti, rombanti bronchi metallici e catarro inesauribile. La mia 74 è giunta davanti al ponte crollato. Vedo a cento metri sulla destra e sulla sinistra del ponte ricomparire i bersaglieri ciclisti che guadano in ordine sparso l'Arzino. Ognuno corre colla sua bicicletta a mano, per dieci, venti metri, poi si appiatta dietro un masso, nell'acqua e fa fuoco. Stupidamente le mitragliatrici austriache non si curano di loro, accanendosi tutte contro di noi, con ruvidissimi sventagliamenti e feroci spazzolate di proiettili sulle nostre blindature che tintinnano. Miagolii delle giunture. Nitriti dei parafanghi colpiti.

Infernale strimpellamento di note chiare, argentine. Questa, nota, però, sorda, si spacca. Ho la sensazione di essere in un enorme tamburo sudanese martellato da un magdi che chiami a raccolta cento tribù per una guerra sacra.

Ghiandusso mi porge gli occhiali d'acciaio paraschegge. Ma io li do a Menghini. Preferisco comandare cogli occhi nudi fissi nel grande occhio orizzontale della blindata. Vedo e controllo tutto. La strada intorno schizza polvere sotto la grandinata di ferro che prende di mira la mia 74.

Mi sembra di essere l'impiantito di una platea durante un veglione. Ho come una pressione di acqua sul capo. Sono forse in fondo al mare, palombaro preso a codate da squali di bronzo? Però, dentro, tutto procede con ordine perfetto. La mia mitragliatrice di cupola spara rubinettando i suoi bossoli vuoti contro il mio gomito destro. I nastri si seguono filando nelle mani sollevate di Ghiandusso. Ad un tratto, una mitragliatrice s'inceppa. Ripiglia. Poi, secondo inceppamento. Le mie due mitragliatrici tacciono. Approfitto della sosta per salire in cupola. Caccio la testa nella botola-osservatorio.

Dietro le case di Flagonia una folla di popolo segue coraggiosamente allo scoperto le sorti della lotta. Più lontano, sul bianco della strada, un galoppo di cavalli nel polverone dorato. E' la nostra batteria a cavallo che giunge.

Danza di corpi grigio-verdi su groppe tumultuose, criniere al vento, scintillii e grondare di luce sulle ruote-raggiere. Con rapida manovra si ferma. Il primo cannone ha già puntato la sua volata lucente contro gli austriaci. Tutti gli uomini a terra dietro l'affusto.

Sulle pariglie che ripartono il polverone s'innalza spiraleggiando, sino al sole che certamente comanda in persona la batteria. La sua tonda faccia di metallo in fusione tutta divorata dalla sua stessa bocca urla:

--Fooc!

Squarcia di vampa rossa-blu fra le case.

Spraang spraaang di granate sulle creste verdi. Un secondo pezzo è puntato. Le mie due mitragliatrici riprendono il loro ritmo di laminatoio. Tatatatatatatatatata.

--Fermate il fuoco!

Mi volto e fermo i miei mitraglieri, mentre nell'occhio orizzontale della blindata vedo uno spettacolo inatteso: Bianche sbocciano 2, 3, 4, 5, 6 bandiere nel verde dei boschi alti occupati dagli Austriaci. Il sole completa il tricolore. Mentre il nostro fuoco a malincuore rallenta e si spegne vedo fra i paracarri della strada sull'altra riva un tenente ungherese che s'avanza seguito da un trombettiere. Questo si ferma e voltato verso di noi, suona male tre lunghe note fesse. Dietro la tromba che scintilla un bandierone grottesco, lenzuolo bianco un po' sporco attaccato a un lungo ramo, è portato da un caporal maggiore mingherlino in uniforme verde, che regge male il peso.

Noi ridiamo in blindata. Breve silenzio morbidamente spazzato dal fruscio delle acque. Ghiandusso grida:

--Signor tenente, la Zazà partorisce!

Emozione travolgente. Vocio e tumulto all'interno. Feritoie e sportello, tutto è aperto. Ed ecco fra le coperte, che Ghiandusso solleva maternamente, la mia piccola Zazà coricata sul dorso tutta tremante, cogli occhietti neri pieni di implorazioni, colla lingua fuori, palpita affannosamente. Tra le gambe aperte della povera bestia un grappoletto nero viscido si agita. Bosca che è entrato nella blindata vicino a me, dichiara con autorità:

--Lasciami fare: io me ne intendo.

Si rimbocca le maniche e lentamente, con maestria, afferra bene il grappolo vivo tirando fuori così a poco, a poco una piccola forma lurida, nera, molle, scivolosa di cagnolino che sembra fatto di liquerizia.

--Già morto! dice Bosca.

--E' naturale! sentenzia Ghiandusso. Un padre austriaco non può mettere al mondo che dei cadaveri!

Poi accarezzando la testa dolorante della Zazà che trema a zampe aperte, come se volesse partorire ancora:

--Imparerai, puttanella, a far l'amore col nemico!

Fuori nella vampa del sole meridiano urla, schiamazza gesticola tutto il popolo di Flagonia. Tre donne mi si avventano contro:

--Signor tenente, non creda a quelle canaglie!

Intanto il tenente ungherese col trombettiere, il caporal maggiore e relativo bandierone di tela sporca, si sono arrampicati su per i rottami del ponte ed hanno raggiunto la nostra riva.

Il colonnello De Ambrosis e il capitano Raby bendano il tenente parlamentare e lo fanno salire nella nostra vetturetta. Il capitano Raby che prende il volante mi dice:

--E' un trucco! Pretendono che l'armistizio sia già firmato. Io non ci credo! Vogliono guadagnar tempo e sfuggirci dalle mani. D'altra parte, capirai, De Ambrosis vuole rispettare le norme internazionali. Vado col parlamentare al Comando.

Mentre Raby fila in vetturetta, un borghese di Flagonia si precipita ai miei piedi:

--Le do mille franchi, signor tenente, mille franchi, se mi lascia ammazzare quel porco!

Io lo calmo con un gesto. Soldati, mitraglieri e bersaglieri si accalcano.

Sull'altra riva s'avanza un corteo pomposo, formato da un maggiore dagli ussari ungheresi, tre trombettieri e tre ussari tutti a cavallo. Le tre trombe marzialmente alzate a bere il sole, stonano 6 note sbilenche derise dagli sghignazzamenti meridionali degli echi e dalle furbe risatine gazose dell'acqua dell'Arzino. Scoppia intorno a me una fucileria di pernacchi napoletani.

Giunto in faccia a noi, sull'altra riva, il maggiore scende da cavallo, e inizia una serie di buffi equilibrismi giù per il segmento crollato del ponte, poi su, in bilico, lungo il parapetto dell'altro segmento. Appare sull'orlo della muratura. Si sforza di scavare col piede una base piana, poi rimane curvo protendendo la faccia magra, nervosa, verdastra, astuta, e appoggiandosi colle due mani sul bastone. Un vuoto di 20 metri lo separa da noi.

Un bersagliere napoletano grida:

--Bisogna buttarlo cape 'e sotto e piedi in cielo!

Il maggiore con cattiva pronuncia francese dice:

--Je suis herr major Paxis de Pakos... L'armistice a été déjà signé! J'ai reçu l'ordre par telephone.

Menghini che ha un'irrefrenabile allegria infantile trasforma le parole _herr major_ in _armaiol_, e attacca il ritornello.

--E' venuto l'armaiol, è venuto l'armaiol! Paxis de Pakos! Ah! Ah! Questo è infatti la pace delle pacche!

Lo faccio tacere e rispondo all'ungherese:

--Non crediamo ai vostri trucchi... Comprenez-vous l'Italien? L'armistice n'a pas encore été signé.

--Je vous donne ma parole.

--Vous n'avez jamais eu de parole! Ces drapeaux blancs sont un traquenard pour sauver le corps d'armée de Gemona. Mais nous vous prendrons tous comme dans une souricière.

Sull'altra riva appare un automobile. Ne scende un ufficiale di stato maggiore austriaco con pentolino celeste, che si accinge alle ormai aspettatissime e divertenti discese e salite in equilibrio sui segmenti crollati del ponte. Questo secondo ufficiale è molto vecchio e un po' frollo. Incespica, ruzzola, si rialza, afferra le mosche per non cadere. Tutta la nostra riva crepita di risate e pernacchi.

Il vecchio ufficiale ha il viso congestionato, ansa, s'aggrappa, bestemmia in tedesco, perde il pentolino che ruzzola celeste nell'acqua blu. L'ilarità raddoppia nelle gallerie e anche in piccionaia sui tetti delle case di Flagonia, dove donne e bambini applaudono e fischiano. Ogni atmosfera di guerra è scomparsa: siamo veramente in un circo equestre.

Il maggiore Paxis de Pakos guarda anche lui i buffi esercizi del suo collega e quando questo si è rimesso sul capo il pentolino celeste grondante, frena a mala pena una risata.

Tutti i soldati urlano: «Austria caput, Austria caput! Austria caput!»

Il maggiore ungherese ne è convinto quanto noi, e il suo viso assume un'aria umile e melliflua nell'indicarmi con la mano una nostra motocicletta:

--Zer gutt... Bonne, cette machine!

--Tout ce que fait l'Italie, rispondo io con tutti i polmoni, est excellent! Nous autres Italiens nous faisons la guerre et les machines mieux que les autres! Aves-vous compris?

La nostra irritazione sale, con la notte gelata, verso le prime stelle che ironiche deridono la leggendaria buona fede credenzona italiana. Bestemmiando, bersaglieri e mitraglieri accendono i fuochi sulle due rive, a destra e a sinistra degli ungheresi che accendono anch'essi dei fuocherelli timidi. Il freddo notturno aumenta. Un bersagliere, tendendo il pugno, grida:

--Se, come è certo, si tratta di un semplice trucco, le sgozzo io quelle carogne!

Ma il colonnello De Ambrosis ha dato ordini severissimi: Non saranno toccati ma fatti prigionieri, appena saremo convinti della loro malafede. Ormai la vittoria è certa, completa, assoluta. Concederemo loro al massimo un'abbondante dose di calci nel sedere.

Nel cucinone di un casolare mi corico nel fieno fra Volpe e Lattes. Al centro un grande fuoco, con lingue smisurate e roteanti criniere di scintille. Lo circondano le corpulenze nere di bersaglieri e mitraglieri accoccolati, seduti o in piedi. Alcuni pietrificati dal sonno. Tortuosi sforzi di gambe gonfie di stanchezza che cercano di allungarsi.

Un bersagliere dorme con la testa fra le braccia incrociate sulla spalliera della seggiola. Non si sveglia benchè il suo polpaccio-gambale fumi abbrustolito dalle fiamme e i suoi scarponi siano cotti.