L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto

Chapter 14

Chapter 143,761 wordsPublic domain

Dobbiamo rallentare. Tutta la popolazione è addosso. Passione passione che ci soffia sul viso come un forno acceso. Siepe di contadine, intrico di braccia alzate, mani striscianti sulla blindata e unghie che la graffiano con delirio affettuoso.

Bevo questo entusiasmo tragico e selvaggio. Cuore mio, fèrmati, se non sei un cuore di donna!

Io grido, forzando la voce per dominare il fragore:

--Grazie, grazie! Viva l'Italia! Abbiamo fretta, lasciateci passare!

Ma la messe gioconda di braccia e facce impetuose non cede, s'infittisce, vorrebbe fermarci, abbracciare, strangolare d'amore la blindata. I miei occhi pieni di lagrime che non riesco a domare ammirano per la prima volta il fantastico Giardino delle Gioie. Tutte le gioie della Terra e del Paradiso: Gioia di quella faccia di vecchio con le sue rughe finalmente distese, riposate stirate come dal massaggio di una contentezza assoluta. Gioia di quegli occhi verdi di bambina sedicenne che beve, beve colla bocca e sui denti brillanti la pioggia continua delle lagrime. Gioia della madre che mescola il suo pianto al pianto del suo pupo rosso. Anch'esso sgrana gli occhi davanti al dolce sovrumano, sognato nella culla della fame invernale. Gioia di quella faccia maschia che si apre ancora tutta tôrta, spremuta dalle mani dell'accanita nera Lavandaia! E i cani ispirati che si arrampicano a leccarmi le mani. Zazà si slancia con invidia e li morde. E quel vecchio dal viso come venuto di lontano, dissepolto. Mi guarda dal fondo nebbioso del suo anno di dolore che attendeva. Ha le spalle affrante cadute giù, le braccia aperte come le madonne, le mani morte sorto il peso della gioia di piombo!

Cristo, Rabbi vestito di miracoli e di pazzia benefica, Tu che hai mutato in vino l'acqua delle giarre e moltiplicato i pani e i pesci nel convito dell'amico tuo, Cristo, Cristo, tu che hai bevuto a larghi sorsi la gratitudine delle folli guarite, guarda guarda il giardino stupendo delle Gioie sovrumane che abbiamo creato! Certo tu c'invidii, noi liberatori di città! Devi, devi invidiarci! Sento che devi invidiarci!

Hai mai veduto simile fioritura di gioia?

Non l'acqua, ma il fiele, il fango e la bile avevamo, e tutto mutiamo in roseti! Per noi, con noi, il Sole liquefa i suoi raggi in sovrabbondanti capigliature di liquido fuoco sulle campagne beate. Tonde reti di raggi. Guizzano, si slanciano, mille corridori felici: corrono, corrono incontro a noi, Erba felice che si mescola di gioia ai capelli ricciuti dei bimbi nei capitomboli d'oro. Capelli foglie mani palpebre di gioia! Agili arbusti vibranti come quella bambina pazza di gioia alla terrazza. E ciglia lunghe imbrillantate dalla linfa d'amore che sale dal centro della terra a dissetare le città arse dal Dolore:

--Largo, largo, vi prego lasciateci passare, lasciateci passare, abbiamo fretta di prendere quelle canaglie!

--Sì, sì signor tenente, ma vi potete fermare.

Si sono trincerati sull'altra sponda del Cellina. Sono partiti di qui ieri sera... Sono sul Cellina, li ha visti mio marito.

Menghini fa rombare il motore e si apre un varco. Via, via a tutta velocità fra le penne di gallo e le facce scintillanti di sudore dei bersaglieri ciclisti che ci hanno raggiunto. Rrrrombi, rrrombi burbanzosi dei motori fra il zin zin zin zin delle biciclette tascapani e baionette sbatacchiate.

--Massacrateli, massacrateli tutti, grida una donna coi pugni tesi.

--Vivaaaaaa Italiaaaa!

Fuori dal paese sui globi rotolanti del polverone dorato una visione ci magnetizza. E' una chiesuola, un'umile chiesuola sopra un poggio che domina la strada, ma è bagnata d'una luce spiritica estatica, lunare e solare insieme, una luce d'eclisse o di terremoto. Realmente vediamo, vediamo realmente la chiesuola presentare le armi con tutte le croci e tutte le lapidi del suo piccolo cimitero arrampicate in fila lungo il muricciolo, metalli arruginiti e marmi antichi, così raggianti di gioia al sole da sembrare nuovi e un po' ebbri di sfarzosa novità!

Aviano ci ha sentiti venire e prima ancora di scorgere laggiù il profilo del campanile e delle case sghimbesce vediamo la strada coprirsi del suo popolo accorrente.

--Benedeeeetti! Benedeeeetti gl'Italiaaaani! gl'Italiaaaani!

Entriamo nel paese in un frastuono assordante quasi sospesi sulle ondate del popolo. Il capitano Raby mi sorpassa facendosi largo colla sua vetturetta e col braccio alzato ordina di fermarci. Rifornirsi di benzina e ripulire i motori. Io scendo. Preso, trascinato via dalla folla agitata affannosa che non dà tregua, insiste, vuole, interroga, racconta, racconta, racconta. Le donne mi opprimono.

--Hanno portato via tutto tutto, tutto! Le campane! anche i parafulmini! e dicevano: Abbiamo comprato tutto il Friuli e tutto il Veneto dai vostri Generali. Non vi lasceremo che gli occhi per piangere... Oh! gli ultimi 3 giorni, signor tenente, che strazio!... Gli ufficiali hanno ordinato ai soldati di portare via tutto. Requisizioni di giorno e di notte. Sì, anche la notte. Hanno puntato la baionetta sul cuore di mia mamma! Hanno preso tutto rame, bestiame, grano, urlavano: _O ghent o caput!_ o denaro o morte! _Muss, muss_ vuol dire: per forza! Noi li chiamiamo muss quelle canaglie... Se sapesse! un anno, un anno... Fingere ogni giorno, per non morire! Ma dentro c'era l'odio, quanto odio, signor tenente! Il prete è stato buono con noi. Aveva molto coraggio. Io gli dicevo in confessione: Sono colpevole di avere molto odiato. E lui: «Chi hai odiato?» Rispondevo: «Gli austriaci» «Oh allora» mi diceva don Luigi, «allora è inutile che continui la confessione, sei perdonata di tutti gli altri peccati...» Quelle canaglie volevano prendere le ragazze. Hanno tentato, i primi giorni. Un pomeriggio i prati tutti intorno erano pieni di urli di donne violentate!

--Sì al sole, al sole, ho visto io, dice un vecchio balbettante.--Uno teneva le gambe aperte della ragazza e l'altro si metteva sopra. Ma mia figlia non l'hanno toccata. Ringrazio la Madonna. Gli ha strappato coi denti un baffo, a quel porco che l'abbracciava... Per un mese il colonnello mi ha rifiutato la sporca razione di grano e di pane nero!

--Sono io, io che gli ho portato via il baffo coi denti! Erano tanto brutti, tutti. Colle lenzuola rubate facevano vestiti bianchi per ufficiali... Colle lenzuola di grossa tela ruvida facevano le scarpe! Sembravano Arlecchini! E le donne, le loro donne, li aiutavano nelle requisizioni. Tutte puttane con la fascia d'infermiera. Ce ne sono ancora tre!

--No, sono sei, bisogna massacrarle! Le pianterò gli spilloni negli occhi. Dicono che sono triestine, ma sono slave o austriache, bestiacce!

E' una forte friulana bruna che parla così, grandi occhi azzurri nel viso sensuale infuocato dall'ira. Mi tira per il braccio. Sono in un fiume di popolo esasperato, pieno di rancori che scoppiano in moralismi esagerati. Intuisco anche basse invidie camuffate di patriottismo e sento l'urgenza d'incivilire, frenare questa massa pericolosa.

--Ecco la casa di una di quelle puttane!

Mi volto di scatto e con un gesto rude impongo alla folla delle donne di fermarsi. Riesco a contenerle sulla soglia ed entro col tenente Cenami chiudendo dietro di me la porta.

Al primo piano in un cucinone pulito troviamo una slava piangente impaurita che si precipita ai miei piedi. La rialzo e battendole sulla spalla dolcemente la tranquillizzo. Viso banale, pallidissimo, piccoli occhi celesti e capelli biondo sporco, tirati sulla nuca. E' di Lubiana. Ha una camicetta di velluto a righe gialle e nere, grembiule nero e gonna verde. Mi racconta in cattivo italiano che è stata dimenticata ad Aviano dal fidanzato ufficiale austriaco.

Le domando che cosa succeda a Lubiana. Mi risponde che a Lubiana si odiano gli Ungheresi, ma non si amano neanche i Serbi.

Nel cucinone entra un'altra donna che spiava dalla camera vicina. Si precipita anch'essa a baciarmi le mani, in ginocchio. E' una falsa magra, agile, audace, bocca carnosa, bellissimi denti, grandi occhi neri lucenti. Corpo senza pudore, sessualità insolente, il caratteristico marchio del bordello, malgrado l'accuratezza seria del vestito.

--Io sono friulana, signor tenente, sono italiana. Nel paese dicono che sono slava, non è vero. Mio nonno era di Aviano. Ho ospitato questa povera diavola, per carità.

--Non è vero, non è vero, urla la folla nella strada. Non ascolti, signor tenente. Sono puttane, tutte e due! Bisogna massacrarle, sventrarle!

--Non credo che tu sia friulana. Tu sei senza dubbio o ungherese o austriaca. Parli troppo male l'italiano. Ad ogni modo niente paura, noi non siamo dei barbari come i tuoi fratelli.

Esco sul balconcino e mi sporgo verso la folla che ormai è diventata enorme. Tutti urlano, gridano, agitano le braccia, tendono i pugni, si mordono le dita. Risento e rivedo nel cielo sfolgorante le tonde forme di nuvole d'oro massiccio irte di raggi della spaventosa Forza cosmica, la Vendetta.

--No! no! italiani, non gridate morte! La morte ha già lavorato abbastanza! Gridate Vittoria! Non è degno di un popolo civile come il nostro, il massacrare delle donne!

--Non sono donne; puttane, puttane, puttane! A morte! Morte! urla la folla.--Sono venute con gli austriaci a rubare tutto nelle case nostre. Facevano la spia! Spie! Ci hanno sputato sul viso, hanno sputato sul nome d'Italia!

--Lo so, lo so. Sono convinto che sono delle luride prostitute. Siete italiani e perciò non potete mentire! Ma come italiani non saprete certo colpire dei vinti. Sono femmine cioè deboli e senza difesa! Noi ufficiali italiani, non rubiamo il mestiere agli austriaci. Queste due austriache scontano oggi le loro colpe nel vedere la nostra bandiera sventolare su Aviano e nell'apprendere da me, da questa bocca e da questi polmoni, l'irrimediabile sconfitta dell'Austria. L'esercito dei loro fratelli, padri, sposi o amanti è stato da noi sconfitto per sempre. Italiani! Noi ufficiali che abbiamo avuto l'onore di entrare per primi in Aviano, vi ordiniamo di non toccare un solo capello di queste due donne. Andate, e festeggiate con canti di gioia la liberazione di Aviano.

Un urlo feroce salutò il mio discorso. Ma gli applausi scroscianti dei bersaglieri ciclisti e dei miei soldati si propagarono, e lentamente, con gesti minacciosi e borbottamenti, la folla si staccò ringhiando, dalla piccola casa mentre io consegnavo le due donne atterrite e spettrali a due bersaglieri ciclisti nerboruti.

--Conducetele indietro con gli altri prigionieri austriaci. Se la folla le tocca, io vi denuncio al Tribunale di guerra. Capito?

Quel salvataggio mi costò un cicchetto dal mio capitano che mi cercava.

--Vieni con me.

Partiamo in bicicletta. Il capitano mi annuncia che la 12ª squadriglia è stata massacrata a cannonate a 3 chilometri da qui, nella brughiera di Santa Foca. L'angoscia accelera la nostra corsa. Vasta pianura sconfinata, senza alberi. Desolatissimo paesaggio spagnuolo. Quando giungiamo a S. Foca non troviamo nessuno da soccorrere. I contadini stanno seppellendo i cadaveri in tre vaste fosse. I feriti sono già stati trasportati in autocarro. Oltrepassiamo un sipario di alberelli fronzuti e vediamo le tre blindate piegate sul fianco destro sull'orlo destro della strada, in fila, a 20 metri l'una dall'altra. Tutte e tre sventrate. La terza incendiata. Ha dei colori rossicci e canarino. Il cofano sembra masticato da mascelle titaniche. Fuma ancora. Odore di panno cotto nell'olio e di carne arrostita. Comprendiamo l'errore del comandante che in un terreno scoperto non ha distanziato le blindate in marcia offrendo così un facile bersaglio al fuoco d'infilata dei cannoni mascherati dal sipario d'alberi di Santa Foca.

Nulla da fare. Uno sguardo affettuoso alle fosse, e raggiungiamo pedalando l'8ª squadriglia sull'ultimo tronco di strada che scende nella ghiaia del Cellina.

Letto smisurato di fiume torrentizio con tre filoni d'acqua. Non siamo più in Italia, neanche in Spagna, forse in America. Desolazione, monotonia di linee tristi. Dune africane. Alla nostra destra gli alti pali telegrafici, soli segni di civiltà, misurano con precisione nel deserto del letto asciutto le distanze nebbiose. La loro geometria metallica da disegno d'ingegneria taglia le piumose sofficità delle lontananze grige, affamatissime di sprofondarsi ancor più lontano, calamitando i nostri pensieri e i nostri sguardi. Non scorgo nulla sull'altra riva.

Sulla nostra appare l'automobile del Conte di Torino comandante della cavalleria. Snellezza elegante aristocratica. Dentoni gialli di vecchio cavallo di razza, sorriso ironico nelle gote di viveur.

--E' impossibile, capitano. Vede? il mio autocarro arenato. Se non passano gli autocarri vuoti come vuol fare lei a passare con le blindate?

Noi passeremo lo stesso, lo sento. Il Conte di Torino non ha la mia sensibilità divinatrice. Questa guerra cominciata col lento rosicchiare d'un terreno conquistato a palmo a palmo tenendo ogni metro con la lunghezza di un cadavere, deve finire per un prevedibile capriccio delle Forze in una velocità aggressiva di 10 giorni. Le Forze della Fortuna amano sorprendere, rovesciare tutte le previsioni, distruggendo ogni logica. Bisogna come me dare una fede ottimistica illimitata e un credito assoluto alla Fortuna. Questa vuole ad un tratto avere tutto l'infinito da respirare, per riempire tutto di prodigio.

Davanti a questo guado che non può fermarci sento la Fortuna in alto respirare, respirare a pieni polmoni. Vuole la Fortuna divertirsi con una generosità di doni sempre più stupefacente.

Se l'Italia si è insanguinata la bocca e i denti nell'addentare il Carso, dura pagnotta, ora riceverà nella bocca aperta tutti i pani enormi e bianchi e divini del suo sogno. Cuore mio, apriti, apriti per ricevere la smisurata gioia.

Lo potrai?

--Ci sono! ci sono! Trincerati sulla cresta! mi dice un tenente dei bersaglieri ciclisti che iniziano il passaggio del primo filone d'acqua.

Molti bersaglieri muscolosamente portano in alto, sulla testa, la bicicletta. Alla nostra sinistra il ponte della ferrovia è spaccato in due pezzi crollati giù neri nel secondo filo d'acqua azzurro. Il primo guado è difficile. Ho l'acqua alla pancia mentre spingo il culo della mia blindata che si siede ogni tanto, ringhia con tutta la rabbia del motore, si disimpantana per sei metri, poi di nuovo si siede. Ma la liberiamo. Salto dentro e si corre per un chilometro serpeggiante di strada sabbiosa nel letto infinito del Cellina.

Ogni blindata coi suoi uomini che la reggono nello sforzo, coll'acqua ai ginocchi o alla pancia, col viso grondante sudore e i piedi gelati. A destra e a sinistra due lunghi cortei di bersaglieri ciclisti in fila indiana. Strani arabeschi molli formati di innumerevoli ruote e arruffii di penne di gallo sul letto ghiaioso grigiastro del fiume. Quei due lunghi formicolii di bersaglieri evocano l'esercito di Napoleone sul letto gelato della Beresina nelle celebri stampe.

Top, top, top, top. Il crik! No! no! la binda! Presto un pezzo di legno. Ora colla corda, un nodo forte. Issaaa oooh. Issaaa oooh! State dietro alla macchina. Forza alla corda! Tien fermo il legno sotto la binda! Imballa il motore, per Dio, imballa! Rrrr forza! Rrrrrrr Fooorza! Personalità del motore, umano, patriottico che vuole, vuole vincere la resistenza aggrapparsi, sollevarsi fuori dalle rotaie di fango saponaceo. Il motore suda sbuffa. Fumo acre del suo sudore. Rrrrr Rrrrrrr.

Fra le gambe gelate il morbido serico sssss frusciare dell'acqua coi glugluglu got gatt glan.

--Un badile! No! no! la pala! Togli le pietre dal parafango sotto la ruota! Rrrrr! Accidenti non vuol venire! Su forza, un gran sforzo insieme!

Subitamente pam pam pam scoppia la fucileria sulla cresta a 300 metri. I primi bersaglieri sono già appiattati e sparano dietro le loro biciclette coricate mentre i due cortei d'altri elmetti piumati e biciclette continuano con calma a passare.

--Forza, ragazzi! Forza che andiamo su a mitragliarli. Niente paura. Tirano male, troppo alto!

Le trecce dell'acqua sembrano cavi metallici. Strappano le mie gambe gelate. Sento sulle ginocchia le zampine tremanti gelatissime della mia Zazà che ritta mi implora di prenderla in braccio. Me la metto come un pacco sotto il braccio sinistro meentre la mia blindata con un gran colpo di reni balza rrrrombando, rrrrombando fuori dall'acqua. Tutta fangosa; ma la cupola porta superbamente il fascione tricolore coi lunghi becchi irritati delle due mitragliatrici che si muovono a fiutare il nemico.

--Tutti in macchina presto! e pronti a sparare!

A 100 metri la mia prima mitragliatrice spara, screstando colle sue pallottole l'orlo della trincea in collina, tutta vampe, scoppi e pennacchietti di polvere e fumo. A destra al di là degli Austriaci un grande aaaaa! Sono i bersaglieri che li prendono alle spalle. Mi volto di scatto e fermo Locatelli che spara. Ta ta ta ta ta ta.--Feeerma!--Gli echi ampi e golosi del letto smisurato giocano a palla volubilmente col rumore della fucileria che ingoiano e sputano liquefacendo gli ultimi pim pam pam pac pam. Una colonna di prigionieri scende incontro a noi e ritraversa il fiume. La salutiamo in coro con un ilare: Austria caput, Austria caput! Poi ci slanciamo sulla strada. A una svolta da una parte e dall'altra della strada due grandi roghi di fieno incendiato con spirali altissime di scintille salgono su, su ad arrostire le nuvole rosse scorticate vive come agnelli, infilzate dai lunghissimi schidoni del zingaresco sole al tramonto.

--Via, via Menghini, dentro, tra le fiamme!

XXI.

LAVAMI! LAVAMI, O AMORE!

Entriamo in Maniago sotto un arco di fiamme. Tutte le facce ne sono riverberate.

Vivaaaaa Italiaaaaaa!

A Maniago passeremo la notte.

Chiaccherio, saluti, abbracci, fiori. Tutte le famiglie vogliono ospitarci. Pranzeremo in casa del Sindaco. Poi finiremo la serata in un'altra famiglia piena di ragazze vispe e loquaci d'una giocondità affettuosa avviticchiante.

Si mangia bene, dal Sindaco. Patriota intelligente, forte, solenne, sessantenne. Faccia italiana con baffoni grigi, occhi neri. La sua bella figliola agile moretta occhi furbi vivacissimi collaborò col padre sindaco, per difendere il popolo, nutrirlo, incoraggiarlo. Dirigeva La casa, turlupinando i comandi austriaci. Dopo pranzo si gioca a tombola. La figlia si chiama Assunta Siega Riz. Mi racconta colla melodiosa verbosità friulana le mille astuzie e gli sforzi muscolari per sotterrare, nascondere in campagna e nelle grotte ogni cosa preziosa. Ha salvato quasi tutto. Aiutava le famiglie amiche a murare le porte delle cantine e delle stalle e a rientrarvi ogni tanto per nutrire alla meglio asini e buoi. Acrobatismi pericolosi, prima colle gambe nude fino alla pancia, poi le spalle e finalmente la testa.

Assunta Riz racconta:

--Malgrado le requisizioni feroci, io ero stranamente contenta, in questi ultimi giorni. Vedevo gli ufficiali austriaci salire sul campanile e restarvi delle lunghe ore a spiare l'orizzonte. Quando il generale Boroevic partì fui sicura della vittoria. Ma l'anno passato dopo Caporetto, che orrore! I germanici imposero a tutti i bambini dai 6 ai 10 anni di andare ogni giorno a fare la ginnastica in una palestra! Bella idea, una ginnastica obbligatoria per bambini affamati! Ma c'è di più. Tutte le donne furono costrette a cantare in una messa solenne in onore della imperatrice Zita! Volevano imporre ai preti di cantare una messa perchè Dio aveva liberato questa terra dagli italiani! I preti rifiutarono e furono tutti internati. Alcuni spogliati e denudati dovettero pulire le scarpe agli ufficiali! I bosniaci erano gli esecutori di queste canagliate. Poi vennero gli austriaci. Banda di ladri e di speculatori militarizzati. E che ubriaconi, tutti! Ho visto io sei soldati annegati nel vino di una cantina inondata. Sventravano le botti a baionettate. Facevano carezze ai bambini per strappare il segreto dei nascondigli. Ma i nostri bambini fuggivano gridando come gatti. Che differenza fra la ritirata di Caporetto e quella degli Austriaci! Gli Italiani se ne sono andati buttando via tutto come gran signori, mentre gli Austriaci hanno rubato tutto, partendo, come ladri e pezzenti!

--Oh gli ufficiali si trattavano bene! I bosniaci, da veri bestioni, erano i più sacrificati e pativano la fame. Facevano una polenta coi bachi da seta. Un giorno divorarono tutte le candele di una chiesa!

--Io ho fatto il mio dovere. Ho nascosto tutto ed ho aiutato tutti a nascondere. Il nostro buon parroco aveva dato un'eccellente parola d'ordine: _Obbedite, odiate, nascondete_. Potevano ben venire con le calamite a frugare per scoprire il rame sepolto! Che ridere alla messa cantata in onore di Re Carlo! Gli ufficiali avevano uniformi bianche fatte di lenzuola rubate. L'altare era ornato di frasche verdi. Verde pure la croce tutta costruita di frasche. In giro, le truppe vestite di bianco. Nel centro, intorno all'altare, le nostre coperte da letto rosse. Noi ridevamo, durante la messa, ci pareva di essere in un'immensa bandiera tricolore. Ad un tratto un rumore nell'aria: tre areoplani italiani tricolori! Che spettacolo. Gli ufficiali austriaci hanno una grande paura degli aeroplani nostri. Gridavano fuggendo: «Come! come! tutto organizzato! Questo è tradimento!»

Mentre Assunta parla esaltandosi, le bottiglie sante dissepolte sparano e spumeggiano. Tutti bevono dimenticando gli austriaci. Un rettangolo sul muro meno polveroso ricorda un divano rubato. Io bevo poco. Ghiandusso oscilla beato. Devo quasi sostenerlo quando andiamo a finire la serata in casa della famiglia Martini.

Tutta illuminata in fondo a quell'orto buio. Vi bollono le danze con grida, canti e bicchieri rotti. I miei compagni mi hanno preceduto con gli ufficiali bersaglieri. Tutta la casa è invasa dalla nostra forza vittoriosa. La razza ha urgente bisogno di riprendere contatto con la razza. Aderire, aderire l'uno all'altra. Il giardino è pieno di bisbigli. Amplessi nel buio. Ogni amplesso è un punto chirurgico dato con frenesia per saldare le labbra dell'immensa ferita. Ah! ah! Bisogna che presto questo punto della carne della Patria si ricongiunga con quest'altro punto corrispondente della stessa carne. Io balzo su una tavola perchè l'eloquenza illumini acceleri perfezioni la grande voluttà.

--Quante belle donne in questa casa! quante belle Italiane! Siamo pazzi d'amore per voi! La nostra forza virile e i nostri baci sono tutti per voi! O bellezze italiane, labbra della ferita aperta che dobbiamo chiudere a forza di baci! La vecchia morale è morta! I preti hanno sempre torto poichè sono amici degli Austriaci! Il prete di Maniago è un buon italiano, lo so, egli vi perdonerà al confessionale. Ogni bacio che darete questa sera a un italiano vi procurerà un secolo di gioia, di più, in Paradiso! Amen.

Intorno a me dieci tappi di bottiglie di vino spumante trattenuti coi pollici saltano salutando il mio «Amen» con un incrocio di getti rossi biondi.

Innaffiano anche il soffitto docciando le capigliature delle ragazze che ridono pizzicate sprizzando fra le braccia grigio-verdi. Arterie e cuori che schizzano entusiasmo. Bottiglie vive, che gareggiano in scoppi di tappi scappanti. Il vino occhieggia con brilli strani nei bicchieri.

Finalmente ecco la notte delle notti, la notte che mantiene tutte le promesse di mille giorni neri e non può finire, e continuerà in mille altre notti di gioia spensierata! Tutti i cataplasmi sono strappati dal petto. Abbasso la morale e il pudore! Le donne mature sono più allegre delle giovani. I vecchi fanno il girotondo intorno a un fiasco vuoto. Sopraggiunge il farmacista, un mattacchione dal naso adunco, che canta con voce tenorile. Ha in mano una bottiglia.

--Non toccate, è veleno, tutto per me!

E beve a garganella. La nonna panciona e mammelluta gioviale e molle di ricordi amorosi presiede alla distribuzione della gioia. In cantina, sì, in cantina esige che il suo seggiolone sia trasportato.