L'alcòva d'acciaio: Romanzo vissuto
Chapter 10
--Credi, caro Franci, dico io, le macchine di guerra, cannoni a tiro rapido, mitragliatrici, areoplani e auto-blindate hanno reso assurdo il Don Chisciottismo della cavalleria. E' il passatismo che si difende. Non vuole morire, ma deve morire. Questa guerra ha esautorato il fucile, immaginiamoci se non esautora il cavallo. Il cavallo è un milionario, nato gran signore per non fare niente. L'altro giorno c'erano lì nei prati 250 cavalli. Bisognava vedere che bersaglio per l'artiglieria! Ora vedi, caro Franci, i comandi supremi della cavalleria italiana che erano tutti più o meno dei germanofili, sicuri che la loro cara Germania conservatrice e militarista avrebbe certamente vinto, sono oggi agitati, sbalorditi dalla piega degli avvenimenti. Vedendo crollare la Germania sognano archi di trionfo per il ritorno dell'esercito e vogliono ad ogni costo coprirsi di qualche prestigio.
Non disprezzano più le macchine veloci. Molti sono felici di pedalare. Gli squadroni sono pieni di biciclette e motociclette. Gli speroni si impigliano nei raggi di bicicletta, poco importa. Ora vogliono arrampicarsi sulle nostre auto-blindate. Hanno incorporato nella divisione di cavalleria biciclette, motociclette e auto-blindate. Ci metterebbero sopra, se potessero, soltanto ufficiali di cavalleria. Lascerebbero volentieri i cavalli nei depositi purchè si dica che la divisione di cavalleria ha forzato, sfondato, inseguito, accerchiato il nemico. Dimenticano che ciò non è facile senza ruote, stantuffi, pneumatici e benzina. Mi dispiace, caro Franci, di dichiararti che il bel cavaliere elegante e romantico non ha più ragione d'essere fuori degli album delle signorine. Finite le lance con banderuola blu! Oggi ci vogliono le nostre mitraglianti auto-blindate in velocità. Se lo Stato Maggiore italiano avesse avuto al principio della guerra questo senso pratico di adattamento agli uomini e alle cose e si fosse liberato dal concetto teutonico stupidamente importato con relativa meccanizzazione di tutti gli organi, avremmo forse evitato Caporetto. Ne risultò una continua falsa valutazione della responsabilità e un assurdo particolarismo burocratico. Tutto si riduceva a queste frasi lanciate da comando a comando:
«_Non mi faccia difficoltà--Si arrangi--Ricevuto l'ordine aspettare il contrordine--Dare assicurazione_».
Nulla di più assurdo della concezione aprioristica professionale, tedesca, secondo la quale il nemico deve prendere una tale o tal'altra decisione solo perchè questa si presenta come la più logica. Questa concezione elimina l'enorme valore guerresco dello spirito creatore. In una razza come la nostra, carica d'individui geniali, ingabbiare così burocraticamente lo spirito improvvisatore è stato un delitto. Abbiamo inoltre disprezzato per molto tempo il fattore umano nelle truppe logorando così, avvilendo, e anemizzando i reparti. La Germania ci aveva regalato la stupida teoria delle formazioni ammassate che conducono ad attacchi frontali con forze sempre insufficenti, urti ripetuti digradanti per intensità e senza veri effetti.
La battaglia moderna invece si riduce quasi sempre a una lotta sui fianchi. Vince colui che dispone di una riserva potente, pronta, non nelle lontane retrovie dietro il fronte, ma nelle retrovie immediate di una delle due ali. Questa riserva non deve esservi condotta nel momento grave della battaglia, ma molto tempo prima. Lo Stato Maggiore tedesco nella battaglia della Marna, settembre 1914, non ragionò così e fu sconfitto. Il centro del fronte ha pure bisogno di riserve, ma la massa delle riserve non deve mai essere disposta dietro il centro fintantochè esiste una possibilità di accerchiamento. In settembre-ottobre 1914 in Fiandra l'esercito tedesco tentò di avviluppare l'esercito francese. Questo comprendendo il pericolo allungò il suo fronte. L'esercito tedesco allungò ancora di più il suo, e la doppia corsa per avvilupparsi l'un l'altro il fianco finì al mare.
Questi concetti in parte anteriori alla guerra hanno assunto un valore speciale data la possibilità attuale di velocizzare il trasporto di truppe, il vettovagliamento, e il munizionamento.
Nella guerra futura però non si potranno equipaggiare milioni di uomini. Vi saranno piccoli eserciti di 100 mila uomini agguerriti e scelti, in azione dinamica davanti alla nazione che tutta lavorerà a produrre per loro.
Questi piccoli eserciti saranno costituiti di truppe celeri e specialmente di artiglieria d'assalto cioè tanks terrestri e tanks anfibie che colla solita striscia scabra o ventre di bruco supereranno boschi, colline, fiumi sorprendendo il nemico. Vi saranno inoltre areoplani-fantasmi carichi di bombe e senza piloti, guidati a distanza da un areoplano pastore. Areoplani fantasmi senza piloti che scoppieranno con le loro bombe, diretti anche da terra con una tastiera elettrica. Avremo dei siluranti aerei. Avremo un giorno la guerra elettrica.
Grideremo allora: «Finiamola coi vecchi esplosivi! Noi non sappiamo che fare, ormai, della ribellione dei gas imprigionati che sussultano rabbiosamente sotto i pesanti ginocchi dell'atmosfera!»
Vedo in sogno, sul confine di due popoli avanzarsi, dalle due parti, rotolando sui binari le enormi macchine pneumatiche--elefanti d'acciaio irti di proboscidi scintillanti puntate sul nemico.
Quei mostri bevitori d'aria sono guidati facilmente da macchinisti appollaiati su in alto, come _cornacs_, nelle loro cabine tutte a vetri. Le loro piccole figure sono arrotondate da una specie di scafandro che serve loro a fabbricare tutto l'ossigeno necessario per la respirazione.
La potenzialità elettrica cosciente e raffinata di quegli uomini, sa utilizzare l'amicizia e la forza dei temporali, per vincere la stanchezza e il sonno.
Ad un tratto il più agile dei due eserciti ha bruscamente rarefatta l'atmosfera del suo avversario mediante la violenta aspirazione delle sue mille macchine pneumatiche.
Queste filano via, subito dopo, a destra e a sinistra, sui loro binari, per lasciar posto a delle locomotive armate di batterie elettriche. Eccole puntate come cannoni verso il confine. Degli uomini, ossia dei domatori di forze primordiali, regolano il tiro di quelle batterie che lanciano fra le dighe di un nuovo cielo irrespirabile e vuotato d'ogni materia, grandi grovigli di fulmini irritati.
Li vedete voltolarsi nell'azzurro, codesti nodi convulsivi di serpenti tonanti? Strangolano gli innumerevoli fumaiuoli branditi delle città operaie; infrangono le mascelle aperte dei porti; schiaffeggiano le cime bianche delle montagne, e spazzano il mare color di bile, il mare urlante, che s'incava e si rizza follemente per atterrare le città marittime. Venti esplosioni elettriche nel cielo, smisurato tubo di vetro pneumaticamente vuoto, hanno riassunti gli spasimi coraggiosi di due popoli rivali, coll'ampiezza e lo splendore delle formidabili scariche elettriche interplanetari.--
Il mio sogno di guerra suscitò un uragano di applausi. Intervenne pacatamente Raby:
--Oggi la nostra cavalleria medioevale può avere un impiego tattico. Ad ogni corpo d'armata uno squadrone per il servizio di arginamento nelle retrovie e per impedire alla fanteria di cedere. La cavalleria può servire, data la forza di coesione disciplinata che la caratterizza. Credo anche a dei colpi di mano isolati con plotoni lanciati che appiedandosi combattono coi ciclisti. I plotoni di cavalleria sono adatti al collegamento dei corpi d'armata. Nella fitta rete stradale rotta da canali e fossi del Veneto una divisione di cavalleria in massa diventa un elegante suicidio.
--D'altronde, concludo io, nulla di più assurdo che polemizzare contro la cavalleria oggi. E' tardi per perfezionare. L'offensiva è ormai cotta a puntino, bisogna servirla in tavola. Sono convinto che è imminente.
--Macchè, macchè! gridano tutti, sei un illuso. Preparati a rimanere tutto l'inverno in questa palude.
--Scommetto ciò che volete... scommetto con te Raby che il 27 ottobre prossimo, anniversario di Caporetto, noi sferreremo una offensiva generale, formidabile. Sarà decisiva e vittoriosa. In novembre la guerra è finita.
Grida, fischi, schiamazzo.
--Scommetto una succolenta cena con donne eleganti al Cova di Milano.
--Accetto! risponde il capitano Raby, mi preparo alla tua bella cena con digiuno e castità.
Volpe si avvicina e sotto voce:
--Forse hai ragione. Mando subito un telegramma al mio agente di cambio a Genova. E' il momento di comprare.
L'indomani sera ero invitato a pranzo dal generale Filippini comandante la prima divisione di cavalleria. Speravo di apprendere qualcosa di preciso, ma in realtà ero già convinto da una voce intima che non ammetteva discussione.
A tavola sono seduto in faccia al generale Grazioli comandante il corpo d'armata d'assalto. Ha sul petto un giardino multicolore di medaglie. Alto, elegante, viso lungo intelligente addolcito come da una sensualità soddisfatta, bell'uomo quarantenne d'aspetto giovanile.
Parlo a Grazioli degli arditi, esponendogli le loro inquietudini, la loro aspirazione sempre contrariata verso dei privilegi ai quali essi hanno diritto. Morale altissimo. Ma soffrono di non essere nettamente distinti dalla fanteria. Vogliono una disciplina elastica, un riposo assoluto quando sono nelle retrovie. Rifiutano le marce, le esercitazioni quotidiane e le corvées. Esigono di essere portati in autocarro sulla linea del fuoco. Concludo:
--Sono dei cavalli da corsa, che non vogliono prepararsi alla corsa fra le stanghe di una carrozzella.
Il generale Grazioli e il generale Filippini sorridono, e con tono militare mi espongono la loro volontà di disciplinare ad ogni costo gli arditi.
--Pensate, mi dice Grazioli, 200 arditi di Reggio Emilia sbandati dopo Caporetto, venuti dagli ospedali hanno lanciato alcuni mesi fa delle bombe in una stazione e l'hanno saccheggiata. Sentendosi troppo pigiati sul treno che li portava si sono arrampicati sul tetto dei vagoni. Viaggiarono così 50 Km. Si dovette fermare il treno prima di un tunnel per non massacrarli. Io credo che gli arditi vanno trattati come fanteria scelta. Tanto più che molti degli arditi attuali non sono mai stati al fuoco! Disciplina, disciplina, questa è la migliore garanzia del loro massimo rendimento nella offensiva futura.
--Quando, generale?
--Diaz è tornato da Parigi, dice Grazioli, senza avere ottenuto i 300 mila americani richiesti. Clemenceau Foch e Loyd George hanno risposto che per ora non era il caso d'impegnare nuove forze sul fronte italiano. Noi non abbiamo molti uomini, oggi. Il ministero d'altra parte esita a decretare l'operazione obbligatoria per gli erniosi, che ci darebbe cento mila uomini di più in un mese. La Francia à ottenuto così 350.000 uomini!
--Eppure, generale, questo è il momento di attaccare l'Austria.
--Vede, risponde Grazioli, se si potesse essere sicuri che la guerra finisse prima dell'inverno, noi potremmo impegnare tutto il nostro esercito in una offensiva finale conservando come riserva la sola classe del '900. Cioè giuocare tutte le nostre carte. Ma se la guerra dovesse durare come è probabile, ancora un paio d'anni, la partita si convertirebbe in un fallimento.
--Ma, generale, chi non risica, non rosica!
Tornando alla fattoria di Barchessa, sono più che mai convinto che sferreranno la grande offensiva il 27 ottobre. Penso che dei generali di alto valore, come Grazioli, sono purtroppo isolati e resi insensibili da ciò che chiamo guerrismo o mestiere della guerra. Monotona abitudine del fronte da tenere senza colpi audaci, senza carte giuocate, nella speranza che la guerra finisca lentamente da sè. La guerra, invece, è l'unica cosa al mondo che non ammetta l'abitudine. Bisogna giocarla. Chi vince vince, chi perde perde, e buona notte, non ne parliamo più!
XVI.
LE VILLE NOSTALGICHE
Sulla strada Ferrara - Padova le nostalgiche ville venete nascondono la faccia nel fresco dei loro parchi tenebrosi voltando la schiena impaurita alla furente trepidante azzannante velocità degli automobili di guerra.
La villa De-Concilis ha tutte le eleganze settecentesche in questo atteggiamento tremante di bella coricata, un po' sotto la strada, con la faccia tuffata nella tenerezza avviluppante del suo giardino intenso, pieno di passioni verdi-rossastre violacee che l'autunno punge di acredini tragiche. Teme nella schiena il rombo precipitoso e i blocchi sconquassati del rumore e i rotolanti globi del polverone solare.
Un brivido passa sull'acqua patetica delle vasche cosparsa di foglie che sembrano le bucce di molli cuori femminili trascinati via pei piccoli canali dalla corrente delle lagrime. Brividi, sospiri, febbrili contatti di foglie come di mani leggere in amore... Ma non è la solita brezza che anima il bosco sentimentale. L'atmosfera è turbata. Il silenzio non sa dove rifugiarsi poichè tremendi scossoni d'aria valangano giù dalla strada.
Sono, per un giorno, ospite della marchesa De Concilis buona e indulgente amica della mia amica Maria Baldini. Questa abita con suo marito in una villa vicina e verrà fra poco.
L'aspettiamo in giardino. La marchesa De Concilis elegantemente vestita di nero, seducente col suo languore carnoso e le sue curve delicate che non guastano la linea generale. Corto-vestita, nella sedia a dondolo, mostra per indolenza il polpaccio tornito che dalla caviglia affusolata e spiritosa sale sensualizzandosi con promesse-offerte di morbide-sode cosce affettuose. Intuisco e fiuto la forza sana del dorso quasi groppa di bella fattrice resistente.
Il viso pallido, d'un pallore giovane ma intriso di piacere. Gli occhi neri un po' grossi di bel gatto angora che finge di sognare pur sorvegliando il canestro dei pesci. Deve essere ghiotta, tutta consacrata ai piaceri della tavola dopo una rinunzia semi-forzata quasi totale agli adulterii aspri turbolenti che bruciano. Il corpo s'appesantisce. Forse lo stomaco è un po' stanco d'avere goduto tanti pranzi saporosi.
Ora, dopo la lauta colazione, la bellezza della marchesa è più languida.
Il viso vorrebbe disfarsi nella pace buia fresca del sonno.
Le guance di pesca succosa prendono nel sorriso accogliente ombre sfumate di placido ardore. Il sorriso si scioglie in tenerezza digestiva distrattamente erotica e materna. Ha il braccio sinistro abbandonato sui fianchi di sua figlia Gisella dodicenne, vivo ritratto suo più colorito, più ardente con languori irrequieti. Quella fresca miniatura lega la figura della marchesa al corpo del marchese De Concilis che continua virilmente le curve della moglie nelle sue guance un po' flosce di seduttore maturo sensuale pigro e raffinato. Il marchese musicista mi parla d'una sua opera inedita, che darebbe se fosse energico, se non ci fosse la guerra, e se il bosco non avesse tante ombre snervanti.
Con le mani irrequiete la piccola Gisella abbottona e sbottona la fondina del mio revolver voltando i grandi occhi neri indagatori verso la strada ad ogni urlo di automobile che s'avvicina prima flautato quiii, quiii, quiiiiii implorante, esasperato demente... Eccolo. Eccolo. La macchina rapida invoca minaccia esige un varco, un varco ad ogni costo, presto; perchè il delirante spasimo della velocità guerresca non sia rallentato...
Con arrogante slancio danze baldanze da spaccamonti viene una seconda automobile. Tremano le foglie. Rompe l'aria una terza macchina. Petulante schiamazzare di fischi. Passano così, incalzandosi infilzandosi forse laggiù, 6 automobili diaboliche spazzole sulla stoffa della polvere arroventata. Il parco assalito geme e Gisella trema:
--Mi porti con lei in blindata. Sa, non ho paura.
--Povera piccola, mormora sonnecchiando la mamma; non ha più i suoi amici per giuocare. Ormai è grandicella, disprezza le bambole e si fa far la corte dagli ufficiali... Ma è piena di saggezza. Fa da sè il suo letto ogni mattina. Sa, Signor Marinetti, non abbiamo più quella brava cameriera. Siamo privi d'ogni comodità: niente burro e niente zucchero...
--Io non mi curo del burro, interrompe Gisella, nè dello zucchero! Voglio andare in blindata, alla battaglia, con Lei. Mi porti in blindata.
Sento che la tragedia del burro e dello zucchero opprime l'anima zuccherina e burrosa di tante belle dame veneziane come la marchesa De Concilis costretta a consumare ora tutte le riserve d'adipe nutritissimo delle floride braccia mammelle e cosce.
Il marchese si allontana con Gisella. Subito la Marchesa si sveglia per interrogarmi sulla nostra amica Maria che ritarda.
--Strana, la vostra passione! Maria è intelligente, anzi geniale, adorabile. Ma quel suo neutralismo è assurdo. Non capisco come possiate andare d'accordo voi due...
--Non è neutralista Maria!... Ma ama di contraddirmi, bizzarria e capricci... E' anche influenzata da quello stupido marito odioso pedante vero professore di tedesco.
--Alle tre, mi mormora la marchesa, noi andiamo in automobile a Padova. Parte con me anche Gisella. Resterete solo con Maria tutto il pomeriggio. Sono o non sono una buona amica?
--Una amica eccezionale, unica! Vorrei ricambiarvi il favore. Non avete bisogno d'un confidente segreto?
--Oh no! sospira la marchesa abbandonandosi sulla sedia a dondolo. Per me, ogni poesia è finita.
La sua anima è già ripresa dall'incubo doloroso: zucchero, burro, burro, zucchero!
--Ecco Maria!
Saluti, baci, abbracci, chiaccherio.
--Ti lascio con Marinetti. Noi andiamo a Padova, torneremo presto.
Rimango solo con la mia amica ansante, febbrile. Ha dovuto fare in fretta, inventare mille bugie per liberarsi dal pedantissimo e professorale marito e dai suoi lunghi piagnistei sulla guerra. Maria Baldini è un bel tipo di falsa magra milanese fine nervosa pungente e smorfiosa. Viso asciutto, occhi azzurri vivissimi. Ma i fianchi rivelano una mollezza passionale e la bocca una praticità volitiva.
La villa è assolutamente deserta. Il giardiniere è in fondo al bosco. Nella camera da letto della marchesa, colla mia disinvoltura di guerra io abbraccio e svesto Maria.
E' convulsa di desiderio, scossa da brividi felici, allegrissima, pur dichiarandomi insistentemente che è stanca di vivere.
--Credimi, credimi, sono stanca, stanca! (poi tra due baci lunghi avviticchiati). Neanche il mio piccolo Adolfo adorato mi attacca alla vita!... Tu solo, tu solo dài un sapore alla vita! Ma la vita con mio marito è insopportabile. Figurati, è diventato ardente, ora! Che orrore! Una volta almeno passava le giornate al Pedrocchi coi suoi amici germanofili... Sai, tutti contro la guerra quei professori!... Anch'io sono contro la guerra. Se non ci fosse la guerra saresti sempre con me a Padova. Invece, ora mi devo sorbire mio marito! Gliene faccio di tutti i colori. Certamente il mio contegno deve esasperarlo. Scenate terribili. E' così pesante, minuzioso, meschino! Osservazioni miserabili su ogni cosa! E avaro, avaro, sino alla pazzia. Noi stiamo bene, lo sai. Ebbene, se la piglia colla guerra e mi rifiuta tutto. Bisogna che io gli dica: «Ma guarda il tuo vestito. Un professore non deve avere le scarpe rotte. Quando ti decidi a comprarne un paio? Risponde che costano caro. Poi fa le smorfie amorose. Dio, che schifo! Quando non posso proprio rifiutarmi gli dico: «Spicciati!» Oppure: «Dal momento che la cosa mi annoia voglio essere pagata per le mie prestazioni. Ti faccio un prezzo ridotto: 500 lire».
Maria ride, si agita, coricata sul letto, gesticola colle belle gambe nude tornite che lancia freneticamente da tutte le parti. E' un temperamento isterico di bambina viziata, tutta bizzarrie, capricci, scatti nervosi incomprensibili e assurdità assolutamente pazze. Mi dice:
--Ti ho scritto ieri una lunga lettera, per finire tutto fra noi.
--Perchè?... Non capisco.
--Ho stracciato la lettera; non pensarci... Quando mio marito non sa cosa fare mi parla male del futurismo. Non sa nulla, ma ti odia. Crede che ci sia un semplice flirt fra di noi. Cioè, non vuole sapere. Ha il terrore di sapere. Scherza ironicamente su me e su te. Che pachiderma! Talvolta mi guarda negli occhi, paurosamente. Forse vede spuntare nel mio sguardo la possibilità d'una confessione e cambia discorso! Sa che sono capace di questi colpi di testa. L'altra mattina disapprovava la scelta del collegio per Adolfo. Lo trova costoso. In realtà è un collegio per bambini snob, con dei sistemi di educazione troppo chic, un collegio come direi puf puf... puf. Insisteva. Mi sono seccata, gli sono saltata addosso e craac colle due mani gli ho graffiato le guance. Tutto insanguinato! ah! ah! ah! Che ridere! Lui, il professore, così preoccupato della sua pelle. Subito panni freddi, compresse gelate!... Dopo le mie sfuriate però si calma, non mi secca più. E' un uomo lento, ha bisogno di essere trattato male... Anche tu hai bisogno di essere trattato male. Se ti dicessi per esempio che io desidero la sconfitta dell'Italia cosa mi faresti?
Io la prendo, la stringo, la bacio, la stritolo. Implora pietà. Si abbandona all'amplesso e mi grida nello spasimo!
--Caro! Caro! Sarò buona! Sarò docile! Farò tutto quello che vuoi! Ho scherzato. Penso tutto ciò che vuoi. Amore! Amore!.... Amore! Viva la Guerra! Viva la guerraaa! Viva la guerraaaa!...
Quell'ora d'amore è stata così assorbente e intensa che non ci siamo accorti dell'uragano.
Fuori con Maria Baldini godo il crepuscolo limpido gioioso sulla campagna fresca e soddisfatta. Ogni verde di pianta e d'erba ha il suo tono preciso. A sinistra le voluttà dilatate brillanti dei giardini sotto le manate di viola porpora e d'oro che l'autunno il vento e il sole al tramonto rimescolano buffamente. A destra il canale Battaglia con un ritmo lento d'acqua verde ammonisce ironicamente la veemenza delle automobili militari e degli autocarri che si incrociano sulla strada come vampe di grossi calibri. Con ritmo lento il canale Battaglia ci accompagna sino al ponte. Un carabiniere. Tre carabinieri. Altri carabinieri qua e là vigilano quella villa dove abita il generale Diaz. La placida Villa Bondi dell'Orologio, facciata a colonnine, architettura piena di grazia e moine, parco folto e invitante all'amore, contiene il pensiero ordinato della nostra guerra mentre il canale Battaglia ha il ritmo sicuro della Nazione e la strada scaglia automobili, autocarri e motociclette verso il ponte, sotto un Caproni maestoso inghirlandato dal volo capriccioso di tre caccia.
Sento l'offensiva prossima. In Albania e in Macedonia gli Austriaci avevano 4 divisioni contro 2 e mezza dell'Intesa. Ora ne hanno 6 poichè ne hanno ritirato 2 dalla Romania. Non potendo facilmente fermarsi sulla linea di Nisch gli austriaci debbono formare una linea salda sul Danubio. Questa linea esige 20 divisioni per lo meno.
Stanno racimolandone 6 in Ucraina e ne ritirano 8 dal fronte Italiano. Fra pochi giorni vi saranno dunque circa 50 divisioni Austriache contro le nostre 50 divisioni.
XVII.
DUELLO FRA CAVIGLIA E LA PIOGGIA
--Su, Ghiandusso, non fare l'imbecille. Sei ubriaco da far schifo. Non ho bisogno di te in questo momento; farò io.
Ghiandusso si allontana barcollando, col sergente Locatelli. Hanno bevuto in due un'intera bottiglia di grappa rubata alla padrona della fattoria. La certezza dell'offensiva, la speranza di rivedere la sua bella terra friulana hanno sconvolto dalla gioia Ghiandusso. Ho dovuto fare la mia cassetta da me ed ora sto disponendo con cura i petardi nell'interno della mia 74, illuminato di luce elettrica.