Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato
Part 9
Dopo che gli assalitori ebbero date a conoscere tal loro intenzioni, più pacifiche di quanto la maggiorità le avrebbe volute, si ritrassero all'altra estremità della lizza, ed ivi ordinati in linea ristettero, per dar tempo ai tenitori di abbandonare le proprie tende e mettersi a cavallo. Marciando primo fra questi Brian di Bois-Guilbert, scesero dal pianerottolo, ponendosi in atto di rispondere alla disfida che a ciascun d'essi era stata intimata.
A suon di trombe e di chiarine si lanciarono di gran galoppo gli uni contro degli altri, e tal fu la prevalenza in destrezza, o la buona sorte de' tenitori, che gli antagonisti di Bois-Guilbert, di Malvoisin e di Frondeboeuf votaron gli arcioni. L'emulo di Glentmesnil, anzichè indirigere la sua lancia contro l'elmo o lo scudo dell'avversario, deviò siffattamente dalla mira diritta, che ruppe a vuoto la stessa lancia: circostanza che avessi per più obbrobriosa dell'essere scavalcato, perchè in tale sventura poteva aver parte la sfortuna, ma l'abbaglio del primo genere era da accagionarsi unicamente a goffaggine, e a poca perizia nel maneggio dell'armi. Il quinto assalitore fu il solo che sostenesse l'onore della sua parte; egli e il cavaliere di S. Giovanni, ruppero entrambi la loro lancia, separatisi indi senza che il vantaggio fosse dell'un piuttosto o dell'altro.
Le grida del popolo, le acclamazioni degli araldi, il suon delle trombe annunziarono il trionfo de' vincitori, la disfatta de' vinti. I primi si ritirarono sotto le proprie tende; gli altri confusi e umiliati uscirono dall'arringo per negoziare coi loro antagonisti il riscatto dell'armi e de' cavalli, che giusta i regolamenti del torneo, appartenevano ai vincitori. Il quinto assalitore solamente dimorò brevi istanti nell'arena a raccogliere gli applausi degli spettatori, il che divenne maggior mortificazione ai suoi colleghi sconfitti.
Una seconda ed una terza banda d'assalitori successivamente comparvero in lizza, e benchè alcuni d'essi avessero il vantaggio, la vittoria in generale fu pei _tenitori_, de' quali un solo non perdè sella, sventura cui ne' tre scontri non evitò mai qualcuno degli assalitori. Costanza di buon successo in quanto a' primi, che rallentò non poco l'ardor de' secondi. Laonde quando fu l'ora del quarto cimento, tre assalitori soltanto mostraronsi nella lizza, ed evitarono nella disfida di toccar gli scudi de' due _tenitori_ reputati i più formidabili, cioè di Bois-Guilbert e di Frondeboeuf, limitandosi ad aver tenzone coi tre altri soltanto. Ma meglio non tornò ad essi da tal politico stratagemma, perchè due caddero da cavallo, il terzo _mancò la posta_; vale a dire la sua lancia, perdendo la mira diritta, non giunse a toccar l'avversario.
Una lunga pausa succedè al quarto scontro; nè parendo che alcun cavalier fosse voglioso d'entrar oltre in arringo, un sordo bisbiglio fe' manifesto lo scontento della maggior parte degli spettatori, perchè i _tenitori_ non erano in favor presso il pubblico. Bois-Guilbert e Frondeboeuf si erano conciliato odio per l'indole loro altiera e tirannica; niun si curava degli altri perchè stranieri, se si eccettui Glentmesnil.
Il dispiacere adunque era pressochè generale; ma niuno il sentiva con maggior forza di Cedric il Sassone, che in ogni vantaggio riportato dai Normanni, _tenitori_ del torneo, scorgeva un obbrobrio dell'Inghilterra. Ben egli in molti incontri avea date prove di valore, ma unicamente usando l'armi solite a maneggiarsi da' suoi maggiori; nè conoscea poi di sorte alcuna la scienza delle giostre cavalleresche. Laonde a quando a quando lanciava inquiete occhiate sopra Atelstano, segnalatosi qualche volta in tal genere di lotte, e parea volesse con queste occhiate esprimergli il desiderio di vedergli operare uno sforzo per istrappar la vittoria di mano al Templario ed a' suoi colleghi. Ma comunque il discendente de' re Sassoni non mancasse di coraggio, nè tampoco di vigore e di robustezza, troppa era in esso l'indolenza e poca l'ambizione, onde indurlo sì presto all'atto di prodezza, che Cedric mostrava aspettarsi da lui.
«Mio nobile vicino» gli disse finalmente Cedric «la fortuna in tal momento non si palesa favorevole all'Inghilterra. La vostra lancia si terrà inoperosa quest'oggi?»
«Credo meglio aspettare a domani» rispose Atelstano «combatterò nella _mischia_. Quanto a impugnar l'armi quest'oggi, non ne vedo il prezzo dell'opera.»
Due cose spiacquero altissimamente in tale discorso a Cedric: la voce normanna _mischia_, usatasi da Atelstano, e cotanta indifferenza ch'ei mostrava per l'onore del suo paese; ma avea in troppa venerazione il regal sangue da cui discendeva il suo amico per osar rampognarnelo. Nè avrebbe avuto il tempo di farlo, perchè subito dopo le ultime parole di Atelstano, Wamba con una delle sue esclamazioni ruppe ogni parola che Cedric avesse voluto profferire.
«Sicuramente! Ella è cosa più gloriosa trionfare in mezzo a cento combattenti, che vincere corpo contra corpo il suo avversario.»
Atelstano prese per complimento fattogli sul serio tale sarcasmo, ma Cedric che leggea meglio in cuore del matto, lanciò un severo guardo sopra di lui, che dovette forse ringraziare soltanto il tempo ed il luogo, se non ebbe prove più segnalate della collera del suo padrone.
Intanto gli araldi d'armi gridavano: «_Amore alle dame! Onore ai prodi!_ su via, generosi cavalieri, entrate in lizza: pensate quai begli occhi vi stan contemplando.»
La banda musicale dei _tenitori_ intonava a quando a quando i concerti trionfali. Quasi tutti gli spettatori si querelavano di veder trascorrere nell'inerzia un giorno che doveva esser consacrato a nobili gesta; i vegliardi sospiravano gli andati tempi, deplorando a voce sommessa lo scadimento dello spirito militare, ma tutti poi erano ad una nel sostenere, che non si vedevano più per animare i combattenti donne di sì esimia avvenenza, siccome quelle che furono in più bei tempi il fregio miglior de' tornei. Il principe Giovanni ordinava già alle persone del suo seguito di trasferirsi ad imbandire la mensa, ed annunciava ai suoi cortegiani, come ei fosse per aggiudicare il premio a ser Brian di Bois-Guilbert, che senza rompere una sola lancia, valse a scavalcare tre competitori.
La musica aveva appunto terminata una di quelle arie consacrate a celebrare i trionfi, quando una sola tromba si udì intonar suono di disfida alla parte di tramontana; ver la qual parte si conversero tutti gli sguardi curiosi di osservare qual novello campione si presentava. E videsi con lento passo entrare in arringo un cavaliere di mezzana statura, nè di complessione troppo vigorosa, quanto almen si potea giudicare a malgrado dell'armatura che il nascondea. Era questa d'acciaio riccamente damaschinata d'oro, nè il suo scudo presentava altro stemma che una quercia svelta dalle radici; erano impresa il vocabolo spagnuolo, _desdichado_, diseredato. Montato sopra bellissimo corridore di mantello nero, attraversò l'arena, salutando coll'abbassare la punta della sua lancia il Principe e le matrone, nel che pose moltissima leggiadria. La destrezza ond'ei guidava il cavallo, una non so qual grazia e cortesia che da ogni modo suo traspirava, gli conciliarono tal generale favore, che alcune persone dell'infima classe non sapendo come manifestargli meglio la lor propensione sclamarono: «Toccate lo scudo di Ralph di Vipont, del cavaliere Ospitaliere. Egli è fra tutti i tenitori il men fermo in arcione; vi troverete più il vostro conto.»
In mezzo a tali grida e ad altre esclamazioni ben augurose, il nuovo campione salì il pianerottolo, e a grande sorpresa di tutti quanti gli spettatori, si trasferì in dirittura alla tenda di mezzo, e forte percosse col ferro della sua lancia lo scudo di Brian di Bois-Guilbert, segnale, come dicemmo, di disfida ad ultimo sangue. Maravigliò ognuno di tal atto che prosontuoso parea, nè altri più ne maravigliò del superbo Templario che uscì tosto della sua tenda.
«Sei tu in istato di grazia?» costui gli chiese con amaro sorriso; «ascoltasti la messa questa mattina, o tu che vieni a mettere in tal pericolo la tua vita?»
«Meglio di te son preparato alla morte» rispose il cavaliere Diseredato, chè tal fu il nome sotto cui si fece ascrivere nel novero degli assalitori.
«Va dunque a prender sito nell'arena, e guarda il sole per l'ultima volta, poichè questa sera dormirai in paradiso i tuoi sonni.»
«Son grato alla tua cortesia; e per dartene un compenso ti consiglio provvederti di cavallo fresco e di lancia nuova, perchè sul mio onore abbisognerai dell'una e dell'altra di tali cose.»
[Illustrazione: IVANHOE]
Dopo avere mostrata cotanta sicurezza, fe' scendere a ritroso dal pianerottolo il suo cavallo, e lo costrinse a traversare in un tale andamento tutta l'arena fino alla porta di tramontana, ove stette fermo ad aspettare l'arrivo dell'avversario; prova di maestria nel maneggio de' cavalli che gli procacciò nuovi applausi.
Benchè mosso a sdegno dalle cautele alteramente consigliategli dall'avversario, Bois-Guilbert non quindi le trascurò. Troppa sciagura sovrastava al suo onore dal non riportare vittoria, ond'ei volesse porre in non cale ogni via che gliela poteva agevolare. Prese adunque un nuovo destriero ardentissimo e brioso, e parimente nuova lancia per tema che il legno della prima avesse sofferto dai replicati colpi portati ne' precedenti tre assalti. E poichè anche lo scudo usato da lui fin allora era alquanto malconcio, un altro ne ricevè dalle mani de' suoi scudieri. Nello scudo che dimise non vedeasi altro stemma se non se quello del suo ordine: vale a dire due cavalieri che cavalcavano un cavallo medesimo, emblema dell'umiltà e della povertà primitiva de' Templarii, che indi posero in luogo di tali virtù l'arroganza e la cupidigia delle ricchezze, divenute finalmente origine dell'abolizione di tale congrega. Lo stemma del secondo scudo presentava un corvo che volava a tutto volo tenendosi un teschio fra gli artigli e n'era impresa: _Guardati dal corvo_.
Stavano oltre quanto può dirsi impazienti gli spettatori, allorchè a ciascuna estremità della lizza videro i due campioni, l'uno al cospetto dell'altro. Pressochè i voti di tutti erano pel cavaliere Diseredato, ma non fuvvi chi ardisse presagirgli in cotal giostra buon esito.
Non appena le trombe ebbero dato il segnale, i due combattenti si lanciarono l'un contra l'altro colla rapidità del lampo, e parve colpo di tuono il primo scontro d'entrambi in mezzo all'arena. Ne andarono in pezzi le lancie, e si credè per un istante vederli ad un tempo rinversati, perchè la violenza di quell'impeto fe' piegare i garretti posteriori dei loro cavalli, e se non caddero i cavalieri, il dovettero a comune perizia di adoperare briglia e speroni. I due rivali di gloria si fisarono scambievolmente con occhi che sembrava lanciassero fuoco per traverso delle visiere, indi ritrattisi ognuno alla sua estremità del ricinto, presero nuova lancia apprestata loro dai propri scudieri.
L'unanimità delle acclamazioni fe' manifesta la vaghezza ch'ebbero gli spettatori di questo assalto, il più eguale, il più brillante fra tutti quelli della giornata. Le matrone faceano sventolare le loro ciarpe e i loro fazzoletti per dare a divedere quanto ne fossero soddisfatte. Ma poichè i due cavalieri tornarono in luogo ed atteggiamento di nuovamente affrontarsi, succedè ai clamori un sì profondo silenzio che sarebbesi detto non essere in tanta moltitudine chi osasse nemmen respirare.
Fu conceduta ai campioni una pausa d'alcuni minuti, per dar tempo di riprendere fiato così ad essi come ai lor corridori. Indi ad un cenno messo dal principe Giovanni, le trombe intonarono il suon dell'armi, e i due combattenti vennero al mutuo scontro coll'impeto, col vigore, colla maestria di cui pompeggiarono dianzi, ma non colla stessa fortuna.
In questo secondo assalto il Templario drizzò la sua lancia verso il mezzo dello scudo dell'altro, e con tanta aggiustatezza e con tanta forza il colpì, che il cavaliere Diseredato dovette cadere addietro sulla groppa del suo cavallo, ma non votò quindi l'arcione. Che anzi, avendo egli parimente, fin dal principio di far carriera, portata la sua mira allo scudo dell'antagonista, la cambiò in quell'istante, indirigendone contra il cimiero la lancia, il qual bersaglio quanto più difficile da toccarsi, tanto più, toccato, toglieva al percosso ogni possibilità di resistere. Ad onta però d'un tanto svantaggio, il Templario non dismentì la rinomanza da lungo tempo acquistatasi; e se la violenza dello scontro non ne avesse rotta la cinghia del destriero, sarebbesi forse tenuto fermo in sua sella. Che che ne sia, il cavallo e il cavaliere caddero rinversati, e si avvoltarono nella polvere.
Spacciarsi dalle staffe, rimettersi in piedi fu un solo istante per Bois-Guilbert. Furioso oltre ogni dire in veggendo il guasto che tale avvenimento arrecava ai suoi allori, e in udendo gli applausi unanimi che si tributavano al vincitore, sguainò la spada, facendo cenno al cavaliere Diseredato di mettersi in parata. Questi colla massima leggerezza saltò da cavallo, sguainando parimente la spada; ma i marescialli del torneo, accorsi a tutta briglia, li separarono pronunziando che tal genere di combattimento non era lecito in sì fatto giorno.
«Noi ci rivedremo, lo spero» disse il Templario al suo vincitore lanciando sovr'esso tali sguardi che tutta l'intera rabbia ne disvelavano «e ci rivedremo in tal luogo ove non si troverà chi venga a separarci.»
«Non sarà per mia colpa, se ciò non accade» rispose il cavaliere Diseredato «a piedi, a cavallo, colla sciabola o colla lancia, mi troverai pronto tutte le volte a misurar colle tue le mie armi.»
Nè le cose sarebbersi contenute in tai detti, se i marescialli incrocicchiando le loro lancie fra i due campioni, non gli avessero costretti a disgiugnersi. Il cavaliere Diseredato tornò alla porta di tramontana, e Bois-Guilbert alla sua tenda, ove passò il rimanente del giorno in preda alla disperazione e alla rabbia.
Senza scendere da cavallo il vincitore chiese gli si portasse vino, indi aprendo la parte inferiore della visiera notificò che beveva alla salute di tutti i cuori veramente inglesi, e alla confusione de' tiranni stranieri. Poi tostamente ordinò al suo trombetta di sonar la disfida agli altri tenitori, incaricando l'araldo d'armi di annunziare a questi come fosse mente di lui combatterli un dopo l'altro, e seguendo quell'ordine qualunque in cui fosse piaciuto ai medesimi presentarsi.
Fidando in sua forza e gigantesca statura, Frondeboeuf fu il primo a scendere nell'arringo. Lo scudo di lui mostrava in campo d'argento una testa di toro nero, cancellata per metà dai molti colpi che avea sopportati. Ne faceano impresa queste voci latine spiranti arroganza: _Cave, adsum_. Il cavaliere Diseredato riportò sovr'esso un vantaggio lieve sì ma conchiudente, perchè rottesi ad entrambi e in un sol urto le lancie, Frondeboeuf perdè in quello scontro le staffe, laonde vinto il chiarirono i marescialli.
Nè in guisa molto dissimile terminò la lotta tra lo sconosciuto e ser Filippo di Malvoisin, giudicato perditore, poichè un forte colpo di lancia vibratogli sull'elmo dall'avversario, ruppe le stringhe che tal parte d'armatura annodavano, onde rimase scoperto il capo del combattente.
Nel cimentarsi con ser Ugo di Glentmesnil il cavaliere Diseredato fe' prova d'altrettanta cortesia, quanto negli antecedenti scontri ne avea dati di destrezza e valore. Perchè sendo giovane ed impetuoso il cavallo di Glentmesnil, caracollando s'impennò nel far carriera per modo, che tolse ogni abilità di valersi della sua lancia al cavaliere. Lo sconosciuto lungi dal vantaggiare di questo incidente, levò la lancia quando gli fu da vicino, e la fe' passare al di sopra dell'elmo dell'avversario, quasi per dargli a comprendere come sarebbe stato in proprio arbitrio il colpirlo. Indi voltando il corridore ritornò alla porta settentrionale, d'onde inviò l'araldo d'armi per domandare a Glentmesnil, s'egli era in grado di ricominciare l'assalto; ma questi gli fe' rispondere protestandosi vinto così dalla maestria come dalla destrezza del suo antagonista.
Compiuto fu il trionfo dell'incognito da Ralph di Vipont, rinversato da cavallo con tanto impeto, che gli uscì il sangue dalla bocca e dalle narici, sicchè i suoi scudieri dovettero trasportarlo semivivo fuor dell'arena.
Fra mille evviva che continuarono per lungo tempo, venne accolta la dichiarazione unanime del Principe e de' marescialli, i quali attribuirono al cavaliere Diseredato l'onore di questa giornata.
CAPITOLO IX.
»Ogni beltà più altera e peregrina »Che adornava quel loco, ad una cesse »Che gli atti e 'l volto promulgar reina. _Il fiore e la foglia._
William di Wyvil e Stefano di Martival, marescialli del torneo, furono i primi ad offerire al vincitore le loro congralulazioni; e il pregarono ad un tempo permettere gli si levasse l'elmo, o volesse almeno alzar la visiera per trasferirsi a ricevere dalle mani del principe Giovanni il premio del torneo. Ma il cavaliere Diseredato li pregò con cavalleresca cortesia a dispensarlo da ciò, adducendo come non potea per allora farsi conoscere, mosso da cagioni che già prima d'entrare in arringo avea palesate agli araldi d'armi. Nè i marescialli insistettero oltre, perchè fra i voti singolari cui s'obbligavano in quel secolo i cavalieri, non ve n'avea di più usato quanto quello di rimanersi incogniti sino all'istante di aver compiuta una data impresa, o mandata a termine una tal avventura. Que' marescialli pertanto astenutisi dal volere indagare i segreti del cavalier vincitore, annunziarono la brama di lui al Principe, e gli chiesero di poterlo presentare celato in volto a ricevere il guiderdone dovuto al valore.
Il misterioso velo, in cui pretendeva avvolgersi lo straniero, punse vivamente la curiosità del principe Giovanni, scontento già della conclusione d'un torneo sì sfavorevole ai _tenitori_, partigiani di lui, e vinti successivamente da un sol cavaliere. Laonde voltosi in tuono altero ai marescialli. «Per gli occhi della Madonna!» sclamò «questo cavaliere fu diseredato di cortesia come degli altri averi, se brama comparire col viso coperto alla nostra presenza. Cavalieri» soggiunse poscia indirigendosi ai cortegiani «avvi tra voi chi potesse indovinare qual sia l'incognito che si comporta d'una maniera così stravagante?»
«Non io al certo» disse Bracy «e in fede mia non credeva trovarsi in tutta Inghilterra un campione capace di vincere cinque cavalieri in un giorno. Non dimenticherò mai sin ch'io viva la vigorosa botta che diè il mal rovescio a Vipont. Quel povero ospitaliere fu levato d'arcione come una pietra lanciata fuor della frombola.»
«Non menate di ciò tanto rumore» rispose un cavaliere di S. Giovanni ivi presente «il vostro amico Templario affè non ha corso miglior fortuna. Ho ben visto io Bois-Guilbert a far tre rivolte, una dietro l'altra, in mezzo alla polvere.»
Bracy grandemente affezionato ai Templarii era in procinto di replicare, ma il principe Giovanni si pose di mezzo: «Silenzio, cavalieri! Che cosa son tali dispute?»
«Il vincitore» allor si fece a dire Wyvil «aspetta il beneplacito di vostra Grazia.»
«Il mio beneplacito!» rispose Giovanni. «Lo aspetti finchè sappiamo almeno se v'è qualcuno che possa far congetture sul nome e sulla condizione di questo straniero. Quand'anche aspettasse fino a notte, ha avute, parmi, assai faccende per non patire il freddo.»
«La Grazia vostra non userà al vincitore que' riguardi ch'ei merita» soggiunse Waldemar Fitzurse «se lo fa aspettare tanto d'indovinare noi una cosa che non possiamo sapere. Per me almeno non so prendermi tale assunto... quando mai non fosse qualcuna delle buone lancie che seguirono in Palestina il re Riccardo; poichè quegli individui adesso tornan fra noi a guisa di veri cavalieri erranti.»
«Sarebbe mai il conte Salisbury?» soggiunse Bracy. «Egli è appunto della statura medesima.»
«Piuttosto ser Tomaso Multon, cavalier di Gilsland» riprese a dire Fitzurse. «La complessione di Salisbury mi pareva molto migliore.»
E Bracy: «Può averla lasciata in Terra Santa.»
«E se fosse lo stesso re?» s'udì altra voce senza potersi discernere da chi venisse.
«Riccardo-Cuor-di-Leone!» ripeterono tutti gli altri a mezza voce, e in tuono pauroso.
«Oh! Dio nol voglia!» disse il principe Giovanni volgendosi involontariamente, e tremando come se il fulmine fosse scoppiato a' suoi piedi «Waldemar, Bracy, prodi cavalieri, rammentate le vostre promesse.»
«Ma questo è un timore panico affatto» soggiunse Fitzurse. «Dimenticaste, o principe, la statura gigantesca del fratel vostro? Potevate mai ravvisarla sotto quell'armatura? Wyvil, Martival, affrettatevi a condurre il vincitore a' piedi del trono, così sarà dileguato un errore che ha scolorate le guancie del signor nostro. Guardatelo con più attenzione» continuò volgendosi al principe; «vedrete che gli mancano almeno tre pollici ad avere la statura di Riccardo. Poi il re ha le spalle più riquadre del doppio. Il cavallo dello sconosciuto, sotto il peso di Riccardo, non avrebbe potuto reggere alla prima giostra.»
Aveva appena finito sì fatto ragionamento, allorchè i marescialli condussero il cavaliere Diseredato nanti i gradini del trono. Il principe soprappreso tuttavia dall'idea che potesse trovarsi in quello sconosciuto il proprio fratello, un fratello ch'egli aveva offeso sì gravemente, ch'ei tentava spogliare del regno, senza por mente che sole prove di fiducia e d'affetto ne avea ricevute, soprappreso, dissi, da tale idea, non credè abbastanza dileguato il timore concetto dalle osservazioni di Fitzurse; laonde nel tempo stesso che indirigeva al cavaliere Diseredato alcune frasi intese a commendarne il valore, nel tempo che ordinava fosse presentato al medesimo il palafreno di mantel nero, premio della riportata vittoria, tremava di riconoscere in quanto stava per rispondergli il vincitore la voce maschia e sonora di Riccardo-Cuor-di-Leone.
Ma il cavaliere Diseredato non rispose una sola parola al complimento fattogli dal principe, limitandosi a salutarlo profondamente.
Due scudieri condussero nell'arena il cavallo riccamente bardamentato, ornamento che ne aumentava di poco il pregio ad occhi capaci di valutare il merito intrinseco del corridore. Appoggiata una mano sul pomo della sella, lo sconosciuto vi montò sopra senza valersi di staffa, e brandendo la sua lancia, compiè due volte il giro del recinto, facendo fare al destriero tutte quelle prodezze che l'arte del cavallerizzo conosce.
Alcuno avrebbe potuto attribuire questo contegno dello sconosciuto a vanagloria e a desio di accrescersi lustro coll'offerire tal nuovo esperimento di sua abilità; ma fu supposto ch'ei volesse rendere in cotal guisa manifesto agli spettatori quanto fosse il pregio del dono compartitogli dalla munificenza del principe; quindi anche una volta divenne scopo degli applausi unanimi di quella vasta arena di spettatori.
Nel qual tempo il priore di Jorvaulx, sempre faccendoso, disse alcune parole all'orecchio del principe a fine di ricordargli che il vincitore dopo aver date prove di coraggio, dovea darne una del proprio senno, scegliendo fra le matrone che trovavansi nelle logge la meritevole del seggio assegnato alla Regina della Beltà e degli Amori, quella dalle cui mani aspettava la propria corona il vincitore del dì successivo. Laonde quando il cavaliere passò dinanzi al principe, la seconda volta, questi gli fe' un cenno, dopo il quale lo sconosciuto volgendo e fermando con eguale rapidità il suo destriero, rimase innanzi alla loggia del trono, immobile e colla punta della sua lancia bassata a terra. La destrezza posta nell'eseguire tale fazione, sì istantaneo passaggio da uno stato di agitazione vivissima alla immobilità di una statua equestre gli meritaron nuovi applausi di quella numerosa assemblea.