Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato
Part 8
Seguìto dalla pomposa comitiva che descrivemmo, ammantato di una veste ricamata d'oro, tenendo in pugno un falcone, e coperto il capo d'un ricco berrettone di pelliccia, cui fregiava un diadema di gemme, e fuor del quale uscivano con leggiadria le lunghe chiome increspate che sulle spalle ondeggiavangli, il principe Giovanni, cavalcando un palafreno grigio, ardente e brioso, caraccolava primo fra i suoi nel mezzo all'arena, e fermavasi dinanzi a ciascuna loggia fisando con occhio ardito quelle donne, che per la loro avvenenza si faceano più ammirare.
Que' medesimi, che nella fisonomia di questo principe leggeano l'audacia della dissolutezza unita ad estrema alterigia, e ad una compiuta indifferenza su quel che gli altri pensassero di lui, non poteano negargli quella sorte d'avvenenza che deriva da regolarità di lineamenti, conformati in oltre dalla natura a presentar l'aspetto della sincerità e del candore; laonde avea l'arte di dare al volto l'espressione della cortesia, comunque si scorgesse alcun poco lo stento di nascondere i sentimenti abituali dell'animo suo. Tale ingannevole apparenza è creduta il più delle volte nobile franchezza, ned è in sostanza se non se sicurezza d'uomo sfrontato, che la ritrae da privilegio di nascita o di ricchezze, o da altri vantaggi esterni, a' quali non curasi d'aggiugnere verun'altra sorte di meriti. Ma quanto alle persone non use ad esaminare sì da vicino le cose, e il numero di queste per lo più è di cento contr'uno, la ricchezza de' gioielli e delle pellicce che ornavano il principe Giovanni, i suoi stivali di marocchino, gli speroni d'oro, la grazia del cavalcare erano bastanti argomenti per sollecitare le tumultuose acclamazioni della moltitudine.
Entrato appena nel ricinto il Principe, avea posto mente all'alterco cui diedero origine gli sforzi fatti da Isacco per collocarsi unitamente alla figlia nelle sedi assegnate agli spettatori di seconda classe, e conobbe tosto, finissima sendone la vista, l'Ebreo; ma gli occhi suoi si fermarono, ognuno se lo immagina, con maggiore intensione sulla leggiadra figlia di Sion, che sbigottita dal tumulto si stringeva al padre suo, costretto quasi a portarla di peso.
Anche agli occhi d'un intelligente abile, qual lo era il principe Giovanni, Rebecca potea disputar di leggiadria colle più orgogliose bellezze dell'Inghilterra. La statura di lei, fornita di bellissime proporzioni, doppiamente spiccava sotto la specie di veste orientale ch'ella portava giusta l'uso delle donne di sua nazione. Un turbante di seta giallo dava spicco ad una carnagione che volgeva al bruno anzichè no, occhi vivaci, sormontati da perfettissimo arco di sopracciglio, naso acquilino d'ottima forma, denti bianchi al pari di bellissime perle, lunghe chiome nere, foggiate in trecce, che si ripartivano con artifiziosa negligenza sopra un collo ed un seno che ogni scultore avrebbe voluto per suo modello, collo e seno, cui lasciava vedere in parte una ricca zimarra di seta di Persia, d'un color porporino e ricamata di fiori che brillavano del naturale loro colore; tutte le nominate cose univano in lei tal complesso di vezzi, per cui non cedea in nulla alle più belle fra le matrone che ornavano quelle logge. Egli è vero che il gran calore della giornata fu propizio agli avidi sguardi de' contemplatori di Rebecca, obbligandola a lasciare aperti i tre primi fibbiagli della sua tonaca, che erano d'oro, e arricchiti di perle. Meglio quindi scorgeansi una collana e due pendenti di diamanti d'altissimo prezzo. Le sventolava sopra il turbante una penna di struzzo fermata ivi da una fibbia di brillanti. Le orgogliose matrone che le sovrastavano dalle lor logge, mettean sarcasmi contro la bella Giudea, mentre in proprio cuore ne invidiavano l'avvenenza, le vesti e le gemme.
[Illustrazione: REBECCA.]
«Per il cranio d'Abramo!» disse il principe Giovanni «questa Ebrea è senz'altro il ritratto vivente di quella beltà che fe' impazzire il più saggio fra quanti re siano stati... Che ne dite priore Aymer!.. Sì, per quel tempio che il mio prudente fratello Riccardo non si trovò in grado di riconquistare! colei è la sposa della _Cantica Canticorum_.»
«_La rosa di Sharon, il giglio delle convalli_» proseguì il Priore in tuono scherzevole «ma vostra Grazia si ricorderà m'immagino, che questa è un'Ebrea.»
«Che monta?» soggiunse il Principe. «Vedete là il mio Mammone d'iniquità, il mio principe dei _shekel_, il mio barone dei _bisanti_[11] costretto a lottare pel posto con cani che non possedono un soldo, che non hanno nelle loro saccocce usate una monetuccia coll'impronta della croce per vietare al diavolo di ballare attorno di essi... Per la vergine Maria, il nostro gran Tesoriere, e la sua vezzosa compagna quest'oggi sederan nelle logge... Chi è, Isacco, quest'avvenente persona?» chiese all'Ebreo avvicinandosi a lui: «È tua figlia o tua moglie? Chi è in somma questa _huri_ dell'Oriente, cui porgi il tuo braccio?»
«Principe, ella è mia figlia Rebecca» rispose l'Ebreo senza mostrare il menomo imbarazzo, ovvero sorpresa di un discorso ove l'ironia non entrava meno della compitezza.
«Uom saggio, tu cresci ai miei occhi di merito» disse Giovanni dando in uno scoppio di risa, cui non mancarono di far ecco i suoi cortegiani. «Ma figlia, o non figlia, è duopo procacciarle una sede qual si conviene a tanta bellezza. Chi è in quella loggia?» soggiunse indi alzando gli occhi alla loggia sotto cui stavasi allora «Ah! non sono che Sassoni. Ottimamente! Si stringano dunque e diano luogo al monarca degli usurai ed all'amabile sua figlia. Gli è ben fatto che imparino a spartirsi le prime sedi della sinagoga coi padroni naturali della sinagoga medesima.»
Le persone che tenevan tal loggia, ed alle quali questi inurbani detti s'indirigevano erano Cedric il sassone colla sua famiglia, e il vicino di lui Atelstano di Coningsburgo, personaggio che discendendo dall'ultimo re sassone dell'Inghilterra veniva riguardato con profondissimo rispetto da tutti i Sassoni abitatori della parte settentrionale di questo reame. Ma col sangue dell'antica real dinastia erano venuti in Atelstano molti difetti della medesima. Comunque gradevoli ne fossero i lineamenti, forte la complessione, gli anni nel fiore, scorgeasi non so che d'inanimato in quel volto, mancavano d'espressione i suoi occhi, goffo e pesante se ne vedea il portamento, e quanto allo spirito, egli era sì lento prima di risolversi a qualunque anche tenuissima cosa, che gli fu posto il soprannome portato già da uno de' suoi maggiori, ed era _Atelstano l'Irresoluto_. Gli amici del medesimo, e n'avea molti affezionati ad esso quanto Cedric, pretendevano che questa abituale perplessità non derivasse in lui nè da debolezza d'animo, nè da mancanza di coraggio, ma l'attribuivano ad un'indole meditabonda, che lo traeva a pesar lungamente il pro e il contra di ciascun affare d'onde per vero avveniva, ch'ei prendeva quasi sempre il suo partito, quando non si era più a tempo di far nulla. Altri credevano che l'uso immoderato de' liquori spiritosi, malattia in esso ereditaria, e la passione con cui si abbandonava ai diletti della mensa, avessero in cotal guisa assorte tutte le facoltà d'un ingegno non mai stato di primo ordine; e paragonavano i tratti di bontà, di generosità, di coraggio, che a quando a quando trasparivano dalla sua condotta ad alcune erbe salutari cui la natura fa nascere fra le piante nocevoli e inutili, in mezzo a tai campi a' quali mancò solamente la coltura opportuna a renderli fertili.
A questo personaggio adunque sì rispettato da tutti i Sassoni, il Principe intimò con tuono imperioso di far luogo a Rebecca. Sopraffatto Atelstano da un comando, che per le usanze e per le opinioni di que' tempi diveniva altissimo affronto, nè avendo voglia alcuna d'obbedire, nè avendo per l'altra parte una via di resistere, non oppose che la sola forza d'inerzia ai voleri di Giovanni; laonde, senza moversi, spalancò due grand'occhi grigi, e li fisò sopra il Principe con un tal atto di stupore, che poteva conciliar il riso; ma l'impetuoso Giovanni pensò a tutt'altro che a ridere.
«Questo porcaiuolo di Sassone non m'intende, oppure finge di non intendermi. A voi, Bracy (il cavaliere di Bracy che stavagli a fianco era il capo d'una compagnia franca, composta di mercenari, uno di que' così detti _condottieri_, i quali usi a prestare i lor servigi al primo principe che offeriva ad essi stipendio, militava in quel tempo pel principe Giovanni). A voi, Bracy, smovetelo colla punta della vostra lancia.»
Un tal ordine eccitò qualche bisbiglio fin tra le persone della comitiva del Principe; pure Bracy, dalla sua professione medesima fatto superiore a qualunque scrupolo, alzò la sua lancia, indirigendola al disopra dello spazio che dalla loggia separava l'arena, e senza dubbio avrebbe eseguito l'ordine di Giovanni prima che Atelstano l'Irresoluto si fosse deciso a fare un moto addietro per non essere giunto; ma Cedric, pronto ad operare quanto il suo amico era lento a prender partito, colla prestezza del lampo, sguainò il suo coltello da caccia, menando tal colpo sulla lancia che tagliò il legno, e ne fe' cadere a terra il fendente.
Divenne rosso come bragia il volto del Principe; che mise giuramenti e imprecazioni in tuono spaventevole, ed era per portarsi a maggiori violenze, ma nel distolsero le preghiere de' suoi cortigiani che il supplicarono di avere pazienza per allora, e più di tutto il distolse l'acclamazione del popolo, unanime in applaudire alla generosa temerità di Cedric. Compreso da rabbia Giovanni, girò gli occhi attorno di sè quasi cercando qualche vittima da sagrificare più facilmente al proprio sdegno, e li fermò a caso su quell'arciere di cui favellammo, che senza scompigliarsi per le occhiate minaccevoli su di lui lanciate dal Principe continuava ad alta voce applaudendo.
«A che intendono questi tuoi applausi?» gli disse il Principe.
«Fo sempre così» rispose l'arciere «se vedo un bel colpo di destrezza e vigore, o se accade che una freccia arrivi al suo scopo.»
«Molto bene! E la tua freccia sicuramente toccherebbe il bersaglio!»
«Lo spero!.... a ragionevol distanza.»
«A cento passi il bersaglio di Wal-Tyrrel» s'udì altra voce al di là dell'arciere; ma non fu possibile venir in chiaro della persona che pronunziò tai parole, allusive al destino cui soggiacque Guglielmo il Rosso, bisavolo del principe Giovanni. Fin quanto queste ne accendesser lo sdegno ciascun lo immagina; ma lo atterrirono ad un tempo, onde fu pago di comandare a quattro de' suoi armigeri che tenesser l'occhio su quell'arciere.
«Per san Grizzel» disse il Principe «voglio vedere che cosa egli sa fare, egli che è sì proclive ad applaudire quanto fan gli altri!»
«Non temo la prova» rispose l'arciere con una calma che non si dismentì un solo istante.
«Quanto a voi, o Sassoni» soggiunse il Principe «movetevi di lì; e poichè così ho pronunziato, per quel sole che ne illumina, l'Ebreo avrà luogo in mezzo di voi.»
«No, Principe, no, se piace alla Grazia vostra,» incominciò allora Isacco. «A noi non è lecito sederci fra i potentati della terra.» Se l'ambizione di costui lo avea tratto a desiderare un posto vicino al discendente della famiglia dei Mondidier caduto in bassa fortuna, non era poi sì mal accorto di volersi far brighe con que' Sassoni facoltosi.
«Oh cane d'un miscredente» sclamò Giovanni; «obbedisci ai miei ordini, o ti fo scorticare, e la tua pelle conciata sarà un'ottima sella pel mio cavallo.»
Forzato ne' propri trinceramenti l'Ebreo, insieme colla tremebonda sua figlia, si fece a salir lentamente i gradini che guidavano a quella loggia.
«Vediamo chi ardirà impedirglielo!» diceva il Principe tenendo gli occhi fisi sopra Cedric, il cui atteggiamento era d'uom preparato a precipitar giù dalla loggia l'Ebreo.
Ma tal catastrofe venne allontanata dal matto Wamba, che postosi di mezzo fra il suo padrone e l'Ebreo, gridò rispondendo alla esclamazione minaccievole del Principe: «Io, per santa Maria!» e nello stesso tempo traendosi di saccoccia una gran fetta di lardo, di cui s'era munito, senza dubbio, per tema che il torneo durasse più lungo tempo della sua voglia di digiunare, si pose con una mano in procinto d'ugnerne la barba all'Ebreo, agitando coll'altra sul costui capo la sua squarcina di legno. Isacco, sul punto di vedersi lordato di una sostanza che genera il massimo raccapriccio in ciascun buon Giudeo, fe' alcuni passi addietro, e rotolando da un gradino all'altro stramazzò sull'arena, in mezzo alle risate dei circostanti, fra' quali il principe Giovanni, dimenticando allora la sua collera, non fu quei che meno ridesse.
«Cugino Principe» disse Wamba «concedetemi il premio del torneo. Ho vinto il mio avversario colla sciabola e collo scudo.» E ciò dicendo mostrava con una mano la fetta di lardo, coll'altra la sua sciabola di legno.
«Chi se' tu, nobile campione?» chiese a Wamba il principe Giovanni che continuava ancora ridendo.
«Matto per diritto di nascita» rispose il buffone «mi chiamo Wamba, figlio di Witless, figlio di Weatherbrain,[12] figlio d'un Alderman.»
«Ebbene, si dia luogo all'Ebreo nella loggia di sotto (disse il principe Giovanni, cui forse non dispiacque un tale pretesto di ritrattare i primi ordini dati.) Ella non è cosa giusta il collocare un vinto a pari col vincitore»
«Nè di mettere un Ebreo vicino a una fetta di lardo» aggiunse Wamba.
«Matto!» sclamò il principe «m'hai fatto ridere. Gli è dovere ch'io ti ricompensi. Isacco, prestami un pugno di _bisanti_.»
L'Ebreo soprappreso da sì fatta inchiesta, nè osando dir di no, nè reggendoli il cuore di soddisfarla, trasse, non senza sospirare, un sacchetto di pelle che portava sospeso al suo cinturino, e stava forse calcolando quanti pezzi bastavano a far la figura d'un pugno di _bisanti_, allorchè il principe, impazientendosi dell'indugio, gli strappò il sacchetto dalle mani, e dopo aver gettate alcune monete d'oro al buffone, continuò il suo giro, portandosi con sè il rimanente, e lasciando l'Ebreo in balìa agli scherni de' circostanti, che però non osarono negare nè a lui nè a sua figlia di sedersi fra loro.
CAPITOLO VIII.
»Voto è l'arringo, e aspettan della giostra »Il suono eccitator molti drappelli »Di prodi; ei s'ode già; già della chiostra »Sacra al valor si schiudono i cancelli, »Desio d'onor sospigni i duellanti, »Come i lor sproni i corridor spumanti.«
Il principe Giovanni non aveva trascorsa che la metà dell'arena, allorchè fermandosi d'improvviso: «In fede mia! ser Priore» disse ad Aymer «noi abbiamo dimenticato l'affare più premuroso di questa giornata; nominare cioè la Regina della Bellezza e degli Amori che colla sua leggiadra mano presenti il premio al vincitor del torneo. Quanto a me, porto idee liberali, e i neri occhi di Rebecca m'hanno sedotto.»
«Santa Vergine!» esclamò tutto costernato il Priore. «Un'Ebrea! Noi ci guadagneremmo d'essere tutti lapidati, e non sono ancora vecchio abbastanza per volere affrontare il martirio. Poi, giuro pel mio santo avvocato, ch'ella è men bella di quell'amabile Sassone, di lady Rowena.»
«Ebrei o Sassoni, cani o porci, poco rileva» ripetè il principe «voglio nominare Rebecca, non foss'altro per mortificare que' mariuoli di Sassoni».
Un bisbiglio e scontento generale si manifestò fra le persone di quel corteggio.
«Ciò passa lo scherzo, o Principe» disse Bracy «se voi fate simile scelta, non troverete cavaliere che voglia levar la lancia.»
«Egli è un insultar con mente deliberata i vostri cavalieri» aggiunse Waldemar di Fitzurse, uno dei più vecchi cortegiani del principe Giovanni, «e se vostra Grazia persiste in tale divisamento, è come s'ella volesse vederne andare a vuoto altri ben più nobili ed importanti.»
«Barone» rispose il principe con alterigia «vi ho preso al mio servizio per seguirmi e non per guidarmi.»
«Ma quelli che vi seguono nel cammino in cui v'innoltrate» gli disse a voce sommessa Waldemar «hanno acquistato il diritto di guidarvi; perchè così per voi come per essi vi è pericolo d'onore e di vita.»
Dal tuono onde Fitzurse pronunziò questi detti, Giovanni s'accorse che non sarebbe stata cosa prudente il resistere.
«Io non voleva che scherzare ed eccovi tutti adirati contro di me. Eh! nominate quella che volete voi, dalla parte del diavolo! ed io confermo anticipatamente la vostra scelta.»
«Fate una cosa migliore, o Principe» allora disse Bracy «lasciate vacante il trono della bella nostra sovrana, sintantochè il vincitore del torneo venga acclamato. Poi permettete ch'egli medesimo indichi la donna degna d'occupar questo trono. Sarà ciò un aggiugnere splendore al trionfo del vincitore, e un avvezzar ad un tempo le donne ad avere in maggior pregio il valore, se diritto del valore diverrà l'innalzarle a gloria sì segnalata.»
«Se Brian di Bois-Guilbert vince il premio» disse il Priore «scommetto il mio rosario, che v'addito io, e non m'inganno, la Regina della Bellezza e degli Amori.»
«Bois-Guilbert è buona lancia» soggiunse Bracy «ma qui trovasi più di un cavaliere che non ne temerebbe lo scontro.»
«Silenzio» disse Waldemar «gli è ora che il Principe prenda il suo luogo. I cavalieri e gli spettatori s'impazientiscono, il tempo passa, e duopo è che incominci il torneo.»
Benchè il principe Giovanni ancor non regnasse, vedea in Waldemar Fitzurse tutti i difetti d'un ministro favorito, che vuol servir bensì il suo padrone, ma nel modo più confacevole a sè medesimo. Cedè però alla rimostranza di lui, comunque l'indole del Principe fosse tale, che la sua ostinazione diveniva appunto più grande allorchè trattavasi di bagattelle. Si collocò pertanto sul trono, circondato dalle persone del suo corteggio, e ordinò agli araldi d'armi pubblicassero i regolamenti del torneo che erano i seguenti:
1. I cinque cavalieri _tenitori_ doveano accettare combattimento, qualunque fosse l'assalitore che il proponea.
2. Ogni cavaliere che divisava combattere potea scegliersi l'emulo fra i _tenitori_, toccando il proprio scudo. Se il toccava col legno della lancia era indizio che il combattimento dovea farsi coll'armi dette _cortesi_, vale a dire colla punta delle lancie difesa da un pezzo di legno piatto, onde i giostratori non correvano altri rischi se non quelli che poteano derivare da una caduta o dallo scontro de' cavalli; ma se l'assalitore toccava lo scudo col ferro della lancia, s'intendeva che il combattimento fosse all'ultimo sangue, cioè a spada tratta, come nei veri duelli.
3. Allorchè i _tenitori_ aveano compiuto il loro voto rompendo ciascuno cinque lancie, il Principe doveva acclamare il vincitore del primo dì del torneo, e riceveva per premio un cavallo da guerra di singolare bellezza. In questa circostanza venne notificato, che oltre a tal ricompensa del suo valore egli avrebbe parimente il diritto di nominare la Regina della Bellezza e degli Amori, la quale poi aggiudicherebbe a chi dovesse spettare il premio del dì successivo.
4. Tal secondo giorno veniva assegnato ad un combattimento generale cui poteano prender parte tutti i cavalieri che lo avessero desiderato, e questi divisi in due bande eguali, avrebbero lottato sintantochè il principe Giovanni ordinasse il termine della Giostra col gettar nell'arena il suo baston del comando. Toccava indi alla Regina della Bellezza e degli Amori porre una corona d'oro, foggiata a foglie d'alloro, sul capo del cavaliere che il principe era per acclamar vincitore nel secondo cimento. Questa giornata ponea termine ai giuochi cavallereschi.
La terza veniva unicamente consacrata alla giostra dell'arco, a un combattimento di tori, e ad altre ricreazioni, fatte soprattutto pel volgo. Per simili modi il principe Giovanni cercava assicurarsi un'aura popolare che in vece gli sminuivano ogni giorno gli atti i più arbitrarii ed oppressivi.
Brillantissimo spettacolo quella lizza allor presentava. Le logge superiori venivano abbellite da quanto l'Inghilterra offeriva di ragguardevole per nobiltà, grandezza, dovizia e avvenenza; ed il confronto degli abiti di tal prima classe di spettatori con quegli altri crescea la maestà ed il diletto di quella vista. Le logge inferiori ove stavano i borghesi e molto numero d'arcieri, tutti vestiti de' loro abiti da comparsa sembravano elegante guarnizione posta all'orlo di sfarzosa veste, ed atta a farne spiccare lo splendore.
Allorchè gli araldi d'armi ebbero terminato di leggere quel bando gridarono come d'uso: _larghezza, larghezza, prodi cavalieri!_ e una pioggia di monete d'oro e d'argento cadea sovr'essi dalla cima di quelle logge, perchè lo spirito di cavalleria si faceva una legge d'onore pompeggiando in liberalità verso coloro che si riguardavano come incaricati d'assicurare il buon ordine di quelle imprese guerriere, e di consecrarne la ricordanza. Dopo avere ricevuta questa testimonianza di generosità de' ragguardevoli inglesi, gli araldi passarono all'altre consuete esclamazioni: _Amore alle dame! onore ai generosi! gloria ai prodi!_ Le medesime grida rintronava il popolo dalla cima delle colline, e molte trombe vi aggiugnevano il fragore de' loro squilli guerreschi. Gli araldi d'armi uscirono indi dello steccato, non rimanendovi che i due marescialli del torneo, che a cavallo e armati di tutto punto stavano immobili siccome statue, ciascuno ad un'estremità dell'arena. Intanto lo spazio assegnato agli assalitori ringorgava di cavalieri ardenti della brama di venire a prova coi _tenitori_, e a chi gli osservava dall'alto delle logge presentavano l'immagine d'un mare agitato, su cui vedeansi ondeggiare pennacchi, brillanti elmetti, e spade e lancie, alle quali vedeansi spesso attaccate picciole banderuole che sventolando di consueto coi pennacchi, animavano vie più quella scena.
Si aprirono finalmente i cancelli, e cinque cavalieri scelti dalla sorte a lenti passi innoltraronsi nell'arena; uno dei quali marciava primo, gli altri il seguivano, tutti splendidamente armati. Il codice da cui trassi tali particolarità descrive con tutta esattezza, e senza omettere veruna circostanza i colori, le imprese, l'armi de' campioni. Ma non crediamo utile il fermarci di soverchio su questo argomento, perchè per valerci de' versi d'un poeta nostro contemporaneo, che si spacciò dallo scriverne troppe cose:
«Son polve or sol que' cavalier cotanti; «E ruggine feral ne rose i brandi. «Possan l'anime lor starsi co' santi!»
Già il tempo ha fatto cadere dalle muraglie de' loro castelli gli scudi che vi stavano appesi, e questi castelli medesimi son diroccati; appena può indicarsene il sito, e più d'una schiatta disparve a sua volta dai luoghi, ove la feudale tirannide fece sue prove. Qual uopo ha dunque il leggitore di conoscere tutti i nomi, tutti i simboli ecclissati d'una gloria che si dissipò?
Ma nel tempo di cui favelliamo, i nostri cinque campioni che non prevedevano questa dimenticanza in cui cadrebbero avvolti i loro nomi e le geste loro, si avanzavano nell'arringo rattenendo gli ardenti corridori e costringendoli andar di passo. In questo mezzo, l'armonia di una musica orientale udissi dalla parte posteriore delle tende sotto cui stavano i tenitori del torneo; la quale armonia produceano e cembali, e diversi strumenti fin allora sconosciuti in Europa, che i crociati avean portati seco da Terra Santa. Que' concerti barbarici pareano ad un tempo e disfida degli assalitori, e congratulazioni del loro arrivo. Gli sguardi d'ognuno si teneano fermi ed immoti su i cinque campioni, che saliti sul pianerottolo ov'erano dirizzate le tende, si disgiunsero, solleciti ognun di essi di percuotere col legno della sua lancia lo scudo dell'antagonista, col quale intendea venire a tenzone. La maggior parte delle classi inferiori, alcuni anco delle superiori, e vuolsi perfino qualche matrona, videro con dispiacere che l'armi _cortesi_ fosser prescelte; poichè quegli stessi che fra noi oggidì si dilettano delle tragedie, quanto più sono atroci[13], trovano vezzo in un torneo a proporzione de' rischi affrontati dai personaggi della giostra.