Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato
Part 7
«Qui però» tornò a dire il pellegrino «è il sito ove dobbiam separarci. L'abito che ho indosso non mi permette di rimanere più lungo tempo di quanto il voglia necessità, in compagnia d'un Ebreo. Per altra parte, come potrebb'egli un pacifico pellegrino difenderti contra due uomini armati?»
«Oh prode giovine! So ben io che potete difendermi, e son certo che lo farete. Comunque mi vediate povero, posso ricompensarvi, non dirò con danaro perchè ne son privo, e ne attesto il mio gran padre Abramo, ma.....»
«Già mi spiegai abbastanza ch'io non voglio da te nè danaro nè ricompensa. Quanto poi alla tua inchiesta... ebbene! sia come brami. Ti accompagnerò e ti difenderò anche, se sarà d'uopo, perchè finalmente non vedo che si possa imputare come delitto ad un Cristiano il difendere dalla violenza d'un Saracino un altr'uomo, sia questi pur anche Ebreo. Noi non siamo lontani dalla città di Sheffield. Ti condurrò dunque fin là. Ivi rinverrai, non ne dubito, qualcuno de' tuoi fratelli per ricoverarti.»
«Oh! che la benedizione di Giacobbe piova sopra di voi, giovine valoroso! Troverò a Sheffield il mio congiunto Zareth, da cui spero ottener modi per continuare senza pericoli il mio cammino.»
«Andiamo dunque, e giunti colà ci divideremo: non ci rimane più che una mezz'ora di strada.»
Mezz'ora che fu da entrambi trascorsa in un perfetto silenzio; perchè il pellegrino disdegnava di parlare, senza che ve ne fosse il bisogno, all'Ebreo, nè questi ardiva volgere primo il discorso ad un uomo, che a motivo del pellegrinaggio fatto in Palestina godeva innanzi al pubblico gli stessi privilegi di chi è in concetto di santo. Fermatosi sull'altura d'un poggio — «Ecco Sheffield» disse il pellegrino ad Isacco, additandogli le mura della città. «Qui dobbiam separarci.»
«Ma non prima che abbiate accettati i ringraziamenti del povero Ebreo, poichè non oso pregarvi che m'accompagniate alla casa del mio parente Zareth. Egli potrebbe mettermi in grado di compensare il servigio che mi prestaste.»
«Deggio ancora ripeterti, che non voglio ricompensa? Se però riandando la lunga lista de' tuoi debitori credi per amor mio di risparmiare i ferri e la prigionia a qualche sfortunato Cristiano di questo novero, lo avrò in conto di larghissima ricompensa.»
«Aspettate, aspettate!» sclamò l'Ebreo tenendolo pel mantello. «Vorrei fare alcuna cosa di più che fosse immediatamente gradevole a voi. Dio sa che Isacco è povero, e null'altro che un mendicante della sua tribù. Nondimeno.... Mi perdonerete voi se indovino la cosa che in questo punto bramereste di più?»
«Quand'anche tu la indovinassi non potresti darmela, a meno che non fossi ricco altrettanto quanto pretendi essere creduto povero.»
«_Pretendo!_ Mio Dio! gli è che lo sono di fatto, nè solamente povero, ma assassinato, rovinato, indebitato, in somma la creatura più miserabile che viva su questa terra. La crudele rapacità de' miei persecutori non mi lasciò nè mercanzie, nè danaro, nè suppellettili, nulla in fine di quanto io possedeva. Con tutto ciò ho l'onore di dirvi che posso procurarvi la cosa or più desiderata da voi: un cavallo di battaglia ed un'armatura da cavaliere.»
Altamente commosso dalle parole ultime il pellegrino, si volse con vivacità all'Ebreo, domandandogli: «Chi può averti inspirata una tal congettura?»
«Poco monta il chi e il come» rispose sorridendo il Giudeo. «Negatemi ch'ella sia giusta... Dunque, se ho indovinato il vostro bisogno, sappiate ancora che ho il modo di soddisfarlo.»
«Ma e può venirti in mente, che sotto queste mie vesti?...»
«Oh! Oh! conosco i Cristiani, e so bene non esservi uom nobilissimo fra essi, che mosso da spirito di superstizione religiosa disdegni prendere il bordone, mettere zoccoli, e andar piè scalzo a visitare il sepolcro di colui....»
«Giudeo» sclamò con grand'impeto il pellegrino, «guardati, vivadio! dal bestemmiare.»
«Perdonate; parlai inconsideratamente, lo vedo. Del restante ieri sera e sta mane ancora, vi siete lasciato sfuggire certe parole, che furono per me come la scintilla uscita della pietra focaia, scintilla che fa prova del metallo racchiuso entro la selce[9]. So di più che questa vostra veste di pellegrino nasconde una catenella d'oro, quali son soliti portarle i cavalieri. Ne ho veduto poche ore fa lo splendore quando vi stavate chino sopra il mio letto.»
Non potè ritrarsi dal sorridere il pellegrino. «Se un occhio indagatore, siccome il tuo, sperimentasse la propria finezza per entro quelle tue vesti, farebbe cred'io a sua volta qualche scoperta.»
«Non parlate così» disse l'Ebreo cambiando colore, indi dato di piglio al calamaio colla fretta di chi vuol troncare un discorso che non gli garba, ne trasse la penna e un foglietto di carta rotolata su di cui si pose a scrivere senza discendere della sua mula ed essendogli leggìo la parte superiore del suo berrettone. Terminato ch'ebbe, consegnò il biglietto scritto in ebraico al pellegrino, sì dicendogli: «Tutta la città di Leicester conosce il ricco Ebreo Kirgath Jairam di Lombardia. Portategli questo scritto. Egli ha da vendere sei armature di Milano fine sì, che la inferiore di esse non disdirebbe ad un principe, e dieci cavalli da guerra, dei quali il men bello sarebbe degno d'un re che andasse a dar battaglia per assicurarsi del trono. Voi potrete scegliere l'armatura e il cavallo che vi converranno meglio, e domandare in oltre al mio corrispondente qualunque altra cosa di cui abbisognaste mai nel torneo. Vi sarà data. Dopo la giostra gli restituirete fedelmente il tutto, semprechè in allora non foste in istato di pagarne il prezzo.»
«Ma, Isacco» soggiunse il pellegrino, «t'è forse ignoto che in un torneo, l'armi e il cavallo del vinto appartengono al vincitore? Tale è la legge di questo genere di combattimenti. Se avessi quindi sfortuna, non potrei nè restituire nè pagare le cose avute.»
L'Ebreo impallidì soprappreso dall'idea di questa contingibile combinazione. Ma poi fattosi nuovamente coraggio: «No, no, no,...» sclamò «Questo è impossibile..... O almeno non voglio pensarci!.... La benedizione del nostro celeste padre starà sopra di voi. La vostra lancia sarà forte, lo spero, come quella di Gedeone.»
Dette le quali cose ei volgea la testa della sua mula alla parte di Sheffield; ma il pellegrino a sua volta lo prese per una falda del mantello: «Isacco» gli disse «tu non conosci ancora tutti i rischi a cui ti commetti. Supponi che l'armatura si sconci, che il cavallo rimanga ferito o morto; perchè certamente se fo tanto di trasferirmi al torneo, non risparmierò nè l'armi nè il corridore. La gente della tua tribù, ti è noto, non dà nulla per nulla. L'uso almeno delle cose prese ad imprestito dovrei pagarlo!»
L'Ebreo si contorse sopra la sella, com'uom tribulato da un accesso di collica: ma i sentimenti che lo animavano in quell'istante vinsero gli altri a lui più abituali. «Poco rileva» diss'egli «poco rileva... Lasciatemi partire. Se qualche danno accadrà, non dovrete pagarlo voi. Kirgath Jairam vi presterà senza interesse quanto vi sarà necessario, e ciò per amore del suo concittadino Isacco. Addio!... Ascoltatemi,» aggiunse tornando addietro «abbiate cura di non cimentarvi troppo nel calor della mischia. Risparmiate... non dico tanto l'armatura e il cavallo... ma la vostra vita, giovane valoroso. Addio.»
«Ti ringrazio del tuo consiglio» il pellegrino rispose. «Profitterò della tua cortesia, nè sarà colpa che della cattiva sorte se non mi verrà fatto di dartene il guiderdone.»
Allora si separarono, entrando ciascuno per diversa strada in Sheffield.
CAPITOLO VII.
«Vedi in bell'ordin molti cavalieri, «Cui maggior turba di scudier fa scorta; «E chi d'essi le lancie, chi i cimieri, «Qual le corazze, qual gli scudi apporta; «Squillan le trombe. All'armi orsù guerrieri! «L'alba foriera a voi di lauri è sorta. «Scalpita impazïente il palafreno, «E fa prova di cor rodendo il freno. _Vecchia ballata._
Lo stato della nazione Inglese a quei giorni era misero oltre ogni dire. Il re Riccardo mancava dal suo paese, chè lo tenea prigioniero la dura politica del duca d'Austria. Ignoto era lo stesso luogo di sua cattività, e il destino di lui non sapeasi che in confuso dalla maggior parte de' suoi sudditi gementi sotto l'oppressione d'ogni genere di tirannidi subalterne.
Il principe Giovanni, collegato con Filippo di Francia, il giurato nemico di Riccardo, s'adoperava a tutta possa col duca d'Austria, onde prolungare la prigionia d'un fratello, che quanto gli avesse largheggiato di beneficenze dimenticò. Intanto affortificava la propria fazione nell'interno del reame, apparecchiandosi, allorquando fosse morto il Re, a disputarne il trono al legittimo erede Arturo, duca di Brettagna, figliuolo di Goffredo Plantageneto e fratello primogenito di Giovanni; usurpazione che in appresso tornò, come è noto, a seconda delle sue mire. Leggiera, licenziosa e perfida era l'indole di costui. Si fece partigiani non solamente coloro che, per la condotta avuta intanto che il re Riccardo era assente, doveano temerne il ritorno e la vendetta, ma eziandio quella numerosa classe di persone risolute ed indocili ad ogni freno di legge, che reduci dalle crociate, aveano portati in patria con tutti i vizi acquistati nell'Oriente un cuore indurito, e il divisamento di restaurare i danni sofferti ne' lor patrimonii, restaurazione che speravano unicamente fra le turbolenze d'una interna sommossa.
A queste cagioni di pubblico disordinamento e disastro vuolsi aggiungerne diverse altre. Alcuni uomini tratti a disperazione dagli atti oppressivi de' feudatari, e dalla severità con cui venivano poste in pratica le leggi normanne intorno la caccia, s'erano uniti in bande, e conduceano sempre nelle foreste vita di cacciatori, sovente di malandrini, avendo in assoluto non cale l'autorità delle territoriali magistrature. E per parte loro i feudatari, affortificatisi ne' loro castelli; e ognun d'essi prendendo tuono di sovrano ne' piccoli suoi dominii, assoldavano bande non da temersi men delle prime, e inobbedienti alla legge quanto il possono essere masnadieri di professione. Or dunque, e per istipendiar quelle truppe che li facean forti, e per sostenere il proprio lusso, e per appagarsi di tutte le stravaganze in cui l'orgoglio lor li traeva, prendeano danaro dagli Ebrei, che sol con esorbitanti usure il fornivano; ulcere struggitore delle loro sostanze, cui non vedeano miglior rimedio dell'usar atti di violenza contro gli stessi creditori ogni qualvolta il destro se ne appresentava.
In tale stato di cose, grande era il patimento del popolo inglese, cui l'avvenire offeriva una prospettiva di mali anche maggiori. E quasi poche fossero le noverate calamità, aggiugneasi un morbo pericoloso e pestifero che regnava nel paese, la cui malignità veniva aggravata dall'immondezza delle classi inferiori, dall'insalubrità de' loro alloggiamenti e de' lor cibi. Molti perivano, e gli stessi sopravvissuti invidiavano ai defunti un destino onde ponean fine a sciagure, che minacciavano di aumentarsi.
Ciò nondimeno, in mezzo a tante accumulate calamità, così i nobili come il popolo avean tal vaghezza dei tornei, il grande spettacolo di questo secolo, quanta ne ha del combattimento de' tori la plebaglia di Madrid, comunque talvolta presaga di coricarsi digiuna. Nè doveri da adempiersi, nè debolezza d'età o di sesso, nè infermità, rattenevano ogni sorte di persone dal trasferirsi a tai feste. _La posta d'armi_ (così chiamavasi) che stava per aprirsi ad Ashby nella contea di Leicester, avea[10] per _tenitori_ i campioni i più rinomati a que' giorni nell'armeggiare, e dovea onorarla di sua presenza lo stesso principe Giovanni. Laonde niun pensava più che a questo giorno, arrivato il quale fu immenso nella mattina il concorso delle persone d'ogni età e d'ogni grado, condottesi nel luogo assegnato al torneo.
Romantico veramente era tal luogo. Ai confini di una foresta situata in mezzo alla valle d'Ashby, vedeasi una grande prateria ammantata di bellissima verzura, cui facea da un lato lembo la stessa foresta, dall'altro molte querce sparse qua e là e venute a smisurata altezza. Parea che natura avesse preparato quel terreno allo spettacolo marziale di cui doveva essere arena, perchè d'ogn'intorno alzavasi questo in dolce declivo a guisa d'anfiteatro. Il vasto ed uniforme spianato che stava nel mezzo, campo della giostra, vedeasi cinto di forti palizzati. Quadrilunga ne era la forma, benchè gli angoli ne fossero stati ritondati per dare agli spettatori miglior agio di contemplare le pugne. A tramontana e ad ostro gli stessi palizzati avevano pel passaggio de' combattenti due aperture chiuse da porte di legno, e larghe sì che due cavalieri potessero entrar per queste di fronte. Ad ognuna delle medesime stavano due araldi d'armi, accompagnati da sei trombetti e da un forte distaccamento di truppe intese a mantenere il buon ordine, e a ricevere i cavalieri al loro arrivo.
Sopra un pianerottolo innalzato dietro la porta situata ad ostro eran poste cinque tende magnifiche, ornate di banderuole brune e nere, colori scelti dai cavalieri _tenitori_ del torneo. Dinanzi a ciascuna d'esse stava sospeso lo scudo del cavaliere, al quale apparteneva la tenda, e in guardia di questo lo scudiere messo in abito bizzarro, e di tale strana foggia che dipendea dal gusto del suo padrone. La tenda di mezzo, qual sede d'onore, era stata assegnata a ser Brian di Bois-Guilbert, accolto con premura fra i _tenitori_, ed elettone anzi capo, così per la sua rinomanza cavalleresca, come per essere collegato in amicizia coi cavalieri institutori di questa giostra. A sinistra della sua tenda si vedeano quelle di ser Reginaldo Frondeboeuf e di ser Riccardo Malvoisin; dall'altro lato la tenda di Ugo Glentesmenil, nobile barone di que' dintorni, famoso per noverare fra' suoi antenati un lord, che fu grand'intendente dell'Inghilterra sotto i regni del conquistatore, e del figlio di questo, Guglielmo il Rosso; poi la tenda di Ralph di Vipont, cavaliere dell'ordine di s. Giovanni di Gerusalemme, che possedeva antichi dominii ad Heather presso Ashby-De-la-Zouche. Uno spazio vuoto di trenta piedi di larghezza, messo dolcemente in pendio, guidava dalla porta dell'arena al pianerottolo su di cui stavano collocate le tende, ed era chiuso d'entrambi i lati da un palizzato, che circondava lo spianato posto rimpetto alle tende medesime.
Il predetto intervallo che dicemmo largo trenta piedi, conduceva alla porta di tramontana, terminando dall'altro lato in un grande ricinto chiuso nella stessa guisa, luogo de' cavalieri che si offerivano quali assalitori. Più addietro erano alcune tende, sotto le quali stavano allestiti reficiamenti di tutte le sorta. Altre tende pur si vedeano per collocarvi gli armaiuoli, i maniscalchi e vari artigiani il cui ministerio poteva divenire opportuno. All'intorno dell'arena erano elevate logge temporanee, ornate di tappeti ove molte sedie coperte da cuscini vedeansi allestite per la nobiltà d'entrambo i sessi che voleva assistere a questo spettacolo militare. Un angusto spazio frapposto tra le logge e la lizza veniva occupato da spettatori del medio ceto e potea paragonarsi alle platee de' nostri teatri. La plebaglia empiea le vette della collina, alte abbastanza perchè chi vi si collocava potesse al di sopra delle logge dominare coll'occhio l'arena. Più centinaia di giovani in oltre scorgeansi appollaiati su i rami della prima fila degli alberi della foresta, e v'erano spettatori sin sulla cima d'un campanile che vedevasi di lì a qualche distanza.
Una loggia posta nel mezzo dal lato di levante meritava osservazione per essere e più alta dell'altre, e più riccamente adorna, e fregiata d'una specie di trono, sormontato da un baldacchino che presentava gli stemmi dell'Inghilterra. Scudieri, paggi, guardie, tutti vestiti di sfarzosi abiti, stavano in bell'ordine attorno a questa sede d'onore, preparata al principe Giovanni ed al suo corteggio. Di contro verso ponente si presentava altra loggia, non meno alta della prima, e se non era tanto sontuosa, certamente maggior eleganza e ricercatezza vi si scorgea che non in quella assegnata al principe. Donzelle e giovani paggi, fra i più leggiadri che si fossero rinvenuti, tutti ornati di fantastiche vesti di color verde e di rosa, accerchiavano un trono fregiato dei colori medesimi. Sul baldacchino che copria questo trono, sventolavano parecchie banderuole le cui imprese erano cuori feriti o infiammati, frecce, archi, turcassi ed altri comuni emblemi soliti a rimembrare l'amore. Un'iscrizione a grandi lettere dorate indicava come quel seggio si riserbasse ALLA REINA DELLA BELTATE ET DELLO AMORE. Ma chi esser dovesse tale _Reina_ tutti ancora ignoravano.
In questo mezzo, gli spettatori d'ogni grado si affrettavano a prendere le sedi che lor pertenevano, nè ciò accadde senza molti litigi per definire i diritti a ciaschedun competenti, litigi che per lo più e senza molte cerimonie venivano composti da uomini d'armi, i quali coi bastoni delle labarde menavano colpi alla cieca su i temerari che pretendevano appellarsi dai loro giudizi. Se però si presentavano persone di maggior distinzione, intervenivano gli araldi d'armi, e talvolta anche i due marescialli del torneo, William di Wivil e Stefano di Martival, che armati di tutto punto trascorrevano l'interno di quel ricinto per mantenere fra gli spettatori il buon ordine.
A poco a poco le logge s'empirono di nobili cavalieri, cogli abiti de' quali pomposi ma pressochè uniformi, faceano gradevole chiaroscuro le acconciature eleganti e variate delle matrone, concorse ivi in maggior numero che non gli uomini stessi, comunque si fosse potuto credere che il ribrezzo di vedere scorrere umano sangue le avrebbe fatte schife di un tale spettacolo. L'intervallo posto fra le logge e la lizza si trovò colla stessa prestezza occupato affollatamente da borghesi ed arcieri, ed anche da nobili d'una classe inferiore, cui la modestia o la povertà impedivano il pretendere a sedi più distinte. Pur fu tra questi che insorsero le maggiori dispute di preminenza.
«Cane d'un miscredente!» disse un vecchio, la cui tonaca spelata faceva prova dell'indigenza di cui n'era vestito, come la spada e una catenella d'oro annunziavano le pretensioni ch'egli aveva alla nobiltà. «Osi tu toccare un Cristiano, un gentiluomo normanno, che ha nelle vene il sangue di Mondidier?»
L'uomo a cui volgeasi tal complimento era appunto quell'antico nostro conoscente, Isacco d'York, ma vestito questa volta d'abito sontuoso e magnifico; e si adoperava questi ad ottenere due posti avanti nelle logge, uno per sè, l'altro per la sua figlia. L'avvenente Rebecca dopo avere raggiunto ad Ashby il padre suo, lo teneva pel braccio, nè ella, e nemmeno Isacco, atterrirono poco o assai de' modi brutali che usava questo discendente di Mondidier. Perchè gli è vero, che vedemmo in altra occasione e sommesso e vile l'Israelita; ma ben sapeva egli che in questo luogo non avea da temer cosa alcuna. Una festa pubblica, al cospetto di tutti gli ordini della nazione assembrati, non era tal occasione ove la malevolenza o la cupidigia d'un nobile fossero pericolose agli Ebrei. Perchè li sicurava primieramente la legge generale, e quand'anche questa non fosse stata assai salvaguardia per essi, accadea quasi sempre, che in sì fatte adunanze si trovassero alcuni baroni, propensi per motivi d'interesse ad assumere le giudaiche difese. Quanto ad Isacco poi, egli avea un'altra cagione di starsi tranquillo. Non ignorava che assister doveva al torneo il principe Giovanni, da cui era conosciuto di persona. Allora appunto il ridetto Principe negoziava cogli Ebrei per ottenere una insigne prestanza che voleasi assicurata sopra terreni, e guarentita in oltre col deposito di preziose suppellettili; e toccava ad Isacco somministrare la parte più forte di sì fatta prestanza; onde questi non dubitava che la brama di conchiudere un tale affare gli avrebbe ad ogni brutto evento procacciato un proteggitore nel Principe stesso.
Incoraggiato da simili considerazioni l'Ebreo, continuò a spignere e a dispensar gomitate al Cristiano normanno senza prendersi briga della discendenza ch'ei vantava, della religione, o del grado. Le lagnanze del vecchio nobile eccitarono l'indegnazion de' vicini. Tra questi un arciero, uom vigoroso, e ben complesso, vestito d'un giustacuore verde, con pendaglio guernito d'una piastra d'argento, e che tenea in mano un arco alto sei piedi, e dodici frecce al suo cinturino, si volse di repente all'Ebreo, e manifestando tal collera, che gli fe' rosso il volto comunque abbrunito da molti soli apparisse:
«Non dimenticarti» sclamò in anglo-sassone «che tu non sei nulla meglio di un ragno. Se le ricchezze che hai accumulate succhiando il sangue delle tue infelici vittime, ti facessero montare in boria, pensa che sol tenendoti nell'oscurità possiamo scordarci di te. Ma se ti mostri in piena luce, per Dio! ti stritoliamo. Non sei che un ragno.»
Tal discorso, cui sosteneva un tuon di voce minaccevole e fermo, fe' abbassar non poco l'ali all'Ebreo, che certamente avrebbe fuggito alla presta una vicinanza tanto insalubre, se in quel momento gli sguardi d'ognuno non si fossero vôlti al principe Giovanni che entrava nell'arena, accompagnato da numerosa scorta di cavalieri, di cortigiani, e d'alcuni ecclesiastici che in ricercatezza di vesti ai cortegiani non la cedevano. Scerneasi fra questi il Priore di Jorvaulx, messo in tanta eleganza quanta gliene permettea l'ordine cui spettava, sfoggiando d'oro e di ricchissime pellicce il suo abito, e le punte de' suoi stivali, conformandosi, persino con caricatura all'usanza ridicola di que' giorni, gli risalivano sì fattamente all'insù, che gli toglievano ogni possibilità d'appoggiare il piè sulle staffe. Ma sì fatto inconveniente non lo era pel vezzoso nostro Priore, cui non dispiaceva, crediamo, tale occasione di dar saggio di sua destrezza nel cavalcare al cospetto di sì brillante assemblea, e soprattutto di quel sesso che ne facea il più bell'ornamento. Il rimanente del corteggio del principe Giovanni era composto de' capi principali delle sue bande stipendiate, di molti baroni dediti alla rapina e al mal vivere, che erano l'ordinaria sua compagnia, e d'alcuni cavalieri, Ospitalieri e Templarii.
Osserveremo a tal luogo che gli anzidetti cavalieri venivano riguardati come nemici del re Riccardo, perchè entrambi questi ordini si erano posti dalla parte di Filippo di Francia nelle lunghe contese fra questo monarca e il re d'Inghilterra, contese di cui fu campo la Palestina. Pochi non sanno che a tal discordia de' due sovrani vuolsi attribuire il niun frutto delle vittorie replicatamente riportate dal re Riccardo; quindi ne andarono a vuoto i tentativi operati per impadronirsi di Gerusalemme, e quindi gli allori di cui si coperse nulla meglio germogliarono d'una dubbiosa tregua ch'ei conchiuse con sultan Saladino. Conformandosi alle stesse politiche massime, che furon quelle dei lor confratelli di Terra Santa, i Templarii e gli Ospitalieri dell'Inghilterra e della Normandia, avevano abbracciata la fazione del principe Giovanni, ben lontani per conseguenza dal desiderare o il ritorno del re Riccardo nell'Inghilterra, o la coronazione d'Arturo, erede legittimo di Riccardo. Non di tale avviso erano le poche famiglie sassoni ragguardevoli che trovavansi tuttavia nell'Inghilterra; e il principe Giovanni, ben sapendo come queste fossero avverse alla sua persona, e a tutt'altro inclinate che a favorirne le pretensioni, contraccambiava le stesse famiglie d'odio e di disprezzo, nè risparmiava opportunità di procurare loro umiliazioni ed affronti. Nè più dei predetti nobili erano propensi al principe Giovanni i borghesi, presi da tema che un sovrano di tale tempera, dedito affatto alla licenza ed alla tirannide, fosse per gravitare con usurpazioni novelle su i diritti e i privilegi del popolo.