Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato
Part 46
Giunse il corteggio avanzandosi lentamente allo steccato di cui compiè il giro andando da destra a sinistra, dopo di che fermatisi il Gran-Mastro e tutti gli altri della comitiva di lui, eccetto il campione e i due patrini, scesero a terra, e consegnarono i lor cavalli agli scudieri che li custodirono nella parte esterna della lizza.
L'infelice Rebecca venne condotta presso uno scanno dipinto a nero, posto a fianco della fatale pira. Al primo volgere il guardo sugli spaventosi apparecchi dell'orrendo supplizio che le era serbato, fu veduta scuotersi e chiuder gli occhi, orando senza dubbio a bassa voce, perchè movea le labbra, quantunque niun suono ne uscisse. In termine d'un minuto, riaperse le pupille, fisandole sopra il rogo, quasi per addimesticarsi col destino che l'aspettava; finalmente ne stolse gli occhi del tutto.
[Illustrazione: _..... che a lenti passi ma con fermezza s'incamminava al luogo ove tutte le cose eran preste pel suo supplizio. _ pag. 402.]
In questo mezzo il Gran-Mastro avea preso luogo sopra il suo trono, e allorquando tutti i suoi cavalieri gli si furono posti a canto, o dietro di lui, giusta il grado di ciascheduno, lo squillo delle trombe annunziò aperta l'adunata. Allora Malvoisin, siccome patrino del campione dell'Ordine, mosse verso il Gran-Mastro, ponendo a' suoi piedi il pegno della battaglia, intendo il guanto della giovane Israelita.
«Il cavaliere» chiese il Gran-Mastro «ha prestato giuramento, che la tenzone è giusta e onorevole? Fate portare il Crocifisso.»
«Venerabile Gran-Mastro,» si affrettò a rispondere Malvoisin, «il cavaliere nostro fratello ha già prestato giuramento fra le mie mani intorno la giustizia di questa causa, e voi converrete con meco, non ne dubito, che sarebbe cosa sconvenevole il fargli reiterare il giuramento medesimo in questa assemblea, perchè la parte avversaria, che è una donna Infedele, non può essere ammessa a sua volta a prestarlo.»
Luca di Beaumanoir si arrendè a sì fatta considerazione, e n'ebbe assai contento Malvoisin, che prevedendo quanto sarebbe stato malagevole, e forse impossibile, l'indurre Bois-Guilbert a prestare sì fatto giuramento alla presenza di quella assemblea, inventò egli medesimo tal sotterfugio per evitare la necessità d'una cerimonia in cui vedea tanto rischio.
Poichè il Gran-Mastro ebbe chiarito che la formalità del giuramento era stata sufficientemente adempiuta, comandò ad un araldo d'armi facesse quanto era suo debito. Le trombe squillarono nuovamente, e l'araldo innoltrandosi in mezzo all'arringo sclamò ad alta voce: «_Ascoltate! Ascoltate! Ascoltate!_ Ecco il cavaliere Brian di Bois-Guilbert, pronto a combattere all'ultimo sangue, di lancia e di spada, qualunque cavaliere di nobil sangue che vorrà assumere la difesa dell'ebrea Rebecca alla quale fu permessa l'appellazione al Giudizio di Dio. Se v'è tal cavaliere, il valoroso e reverendo Gran-Mastro qui presente gli concederà _il giusto parteggiamento del sole e del vento_ e tutto quanto può assicurare l'uguaglianza dell'armi.» Le trombe squillarono una seconda volta, e un profondo silenzio regnò per alcuni minuti.
«Nessun campione si presenta a favore dell'appellante» disse Beaumanoir. «Araldo, andate a chiederle se aspetta qualcuno che assuma le sue difese.» L'araldo mosse ver lo scanno su di cui stava seduta Rebecca, e Bois-Guilbert, ad onta di tutte le rimostranze che Malvoisin e Montfichet gli presentarono, spronò il suo cavallo, e giunse presso la giovane ebrea nel tempo stesso che vi giunse l'araldo d'armi.
«Tal cosa è ella regolare?» chiese Malvoisin al Gran-Mastro. «È ella conforme alle leggi de' combattimenti giudiziarii?»
«Sì, Malvoisin;» rispose Beaumanoir. «In un'appellazione al Giudizio di Dio non si debbe impedire alle parti di avere comunicazione l'una coll'altra. Sì fatte combinazioni possono giovare a scoprire la verità.»
Intanto l'araldo si volse a Rebecca con questi accenti: «Ebrea, l'onorevole e reverendo Gran-Mastro chiede se tu sia presta ad offerire un campione che sostenga la tua causa, o se ti riconosci giustamente e legalmente condannata alla morte.»
«Dite al Gran-Mastro» rispose Rebecca «ch'io protesto d'essere innocente, ingiustamente condannata, e che non voglio rendermi colpevole io medesima della mia morte. Gli domando pertanto quell'indugio, che le leggi sue possono concedere, onde vedere se Dio, per cui nulla è il tempo, vorrà suscitarmi un liberatore, dopo di che sia fatta la sua volontà.»
L'araldo andò a portare al Gran-Mastro una tale risposta.
«A Dio non piaccia» soggiunse Beaumanoir «che alcuna persona, sia di religione pagana od ebrea, debba rimproverarmi mai d'ingiustizia. Fino a che l'ombra sia passata dall'occidente all'oriente, indugeremo tanto da vedere se si presenti o no verun campione a difendere questa femmina. Trascorso tale intervallo, ch'ella si prepari alla morte.»
Tornò l'araldo colla risposta del Gran-Mastro a Rebecca, la quale chinò sommessamente il capo, e sollevò gli occhi al cielo, tenendo incrocicchiate al petto le braccia, come per implorare dalla divinità quel soccorso che non potea omai più sperare dagli uomini. In tale istante le feriron l'orecchio gli accenti di Bois-Guilbert, e quantunque ei parlasse con voce affatto sommessa, questi le fecero assai più impressione di quanto le avea detto l'araldo.
«Rebecca» le disse il Templario «odi tu la mia voce?»
«Non ho orecchie per te, uomo crudele, cuor di macigno.»
«Nondimeno mi udisti, e il suono della mia voce spaventa me stesso. So appena in qual luogo noi siamo, e per qual motivo qui ci troviamo. Questo steccato, questo scanno funebre, questo feral talamo! Sì, comprendo tutto ciò che tai cose mi dicono all'animo, ma mi sembra un sogno, una visione terribile che inganna i miei sensi, nè posso convincermi della realtà di tutto quanto pur vedo.»
«Il mio spirito e i miei sensi sono parimente convinti» Rebecca rispose. «Essi mi dicono, che questo rogo è serbato a consumare le mie spoglie mortali, e a condurre per una via tormentosa, ma breve, l'anima mia ad una gloriosa eternità.»
«Frivoli sogni, o Rebecca, vane speranze, che persino i più saggi fra i vostri Sadducei abbiurarono! Ascoltami» continuò egli con tuono più animato. «La tua vita è ancora nelle tue mani, a dispetto di questi fanatici sciagurati. Mettiti in groppa del mio cavallo, di Zamor che non mi mancò mai all'uopo, ch'io conquistai in un combattimento a petto a petto col sultano di Trebisonda, che nessun cavallo può seguire alla corsa; salisci dietro di me, ti dico, e fra brevi istanti noi saremo sicuri d'ogni persecuzione. Un nuovo mondo per te di diletti, per me di gloria, si schiuderà innanzi a noi. Che costoro pronunzino sentenza di me a grado loro! io la disprezzo. Ch'essi cancellino il nome di Bois-Guilbert dal novero de' loro schiavi: io saprò registrarlo in quel degli eroi. Laverò nel sangue la macchia che eglino oseranno improntar sul mio scudo.»
«Ritirati, o tentatore! ardirei dieci volte salire sul rogo prima di fare un passo per seguitarti. Circondata di nemici ovunque io mi volga, io ti considero come il più crudele, il più velenoso di tutti. In nome di Dio vivente, ritirati!»
Alberto di Malvoisin, impazientito e atterrito della durata di un tale colloquio, si trasse in vicinanza di essi a disegno di interromperlo.
«Ha ella confessata la sua colpa?» chiese a Bois-Guilbert «o è sempre risoluta a negarla?»
«Sì: ella è _risoluta_» rispose con amaro sorriso Bois-Guilbert.
«Orsù, mio nobile confratello, tornate al vostro luogo per aspettare l'esito delle cose. Il sole comincia ad affrettarsi all'occaso. Venite, prode Bois-Guilbert, speranza del nostro Ordine, ed in breve suo capo.»
Nell'atto medesimo ch'ei cercava blandirlo co' detti, ponea la mano sulla briglia del cavallo di Bois-Guilbert, come per ritrarlo quasi a forza di lì.
«Sciagurato!» sclamò con furore Brian. «Osi tu portar la mano sulle redini del mio cavallo!» Indi, respingendolo con indignazione, tornò a rimettersi al luogo che gli era stato assegnato.
«Ei non manca d'entusiasmo» disse Malvoisin a Montfichet «ma è mal regolato. Questo entusiasmo è il fuoco greco; arde le cose che tocca.»
Erano trascorse due ore dacchè si aprì l'adunata, nè verun campione si presentava.
«Non è da maravigliarne» dicea il frate Tuck ad uno de' suoi vicini «ella è ebrea. Nondimeno, per san Dunstano! è cosa crudele il veder perire una sì giovane e bella creatura senza che alcuno pensi ad assumerne le difese. Fosse ella dieci volte una strega, se la potessi credere solo un pochino cristiana, questo mio bastone vorrebbe sonare i bei mattutini sullo scudo d'acciaio di quel feroce Templario, prima che potesse vantarsi della sua vittoria.»
Nondimeno l'opinione generale era che nessuno vorrebbe imprendere la difesa di una ebrea condannata siccome fattucchiera, e i commendatori, posti in vicinanza del Gran-Mastro, incominciavano, così instigati da Malvoisin, a susurrargli all'orecchio che era tempo di promulgare, non aver Rebecca ricuperato il pegno della battaglia. Pure in quell'istante medesimo fu veduto comparire nello spianato un cavaliere che correva a tutta briglia avvicinandosi allo steccato. L'aria rimbombò del grido: _un campione! un campione!_ E ad onta delle opinioni pregiudicate della moltitudine venne accolto fra le unanimi acclamazioni, allorchè entrò in lizza. Ma un secondo sguardo portato sovr'esso annientò le speranze che avea fatto nascere l'apparizione del medesimo. Il suo cavallo coperto di sudore sembrava stremo per la fatica, e il cavaliere, quantunque si presentasse con aria di fiducia e d'intrepidezza, mostrava appena la forza ch'era necessaria a reggerlo sull'arcione.
Un araldo d'armi tostamente mosse ver lui domandandogli il grado, il nome, il disegno che lo conducea: «Io sono nobile e cavaliere» rispose egli alteramente; «qui vengo per sostenere colla lancia e colla spada la causa di Rebecca, figlia d'Isacco d'York, per far chiarire ingiusta, illegale la sentenza pronunziata contro di lei, e per disfidare a combattimento condotto all'ultimo sangue ser Brian di Bois-Guilbert, qual traditore, assassino e mentitore, come lo proverò coll'armi alla mano, se mi soccorrono Dio, la Beatissima Vergine, e Monsignore san Giorgio, il cavalier valoroso.»
«Gli è d'uopo primieramente» disse con acerbo tuono Malvoisin «che lo straniero provi di essere cavaliere e di nobil legnaggio. Il santo Ordine del Tempio non permette a' suoi campioni di battersi con uomini sconosciuti e privi di nome.»
«Alberto di Malvoisin» rispose il cavaliere sollevando la visiera dell'elmo «il mio nome è più noto; il mio legnaggio è più puro, del tuo nome, del tuo legnaggio. Sono Wilfrid d'Ivanhoe.»
«Io non mi batterò teco» sclamò con alterata voce Bois-Guilbert «va a curare le tue ferite, e ti munisci di miglior palafreno; forse allora potrò scendere a darti castigo condegno alle tue millanterie.»
«Orgoglioso Templario!» Ivanhoe rispose «dimenticasti forse che per due volte giacesti sotto il poter della mia lancia? Rammenta il torneo d'Acri, rammenta la posta d'armi d'Ashby! Rammenta la disfida che m'intimasti nel castello di Rotherwood, e i pegni della battaglia, che l'uno e l'altro abbiam rassegnati, tu la catenella d'oro, io il mio reliquiario. Per questo reliquiario, o Brian, per la santa reliquia ch'esso contiene, se tu non consenti a batterti meco sull'istante, io ti divulgo siccome un vile per tutte le corti d'Europa e per tutte le Commende del tuo Ordine!»
Bois-Guilbert si volse con aria irresoluta verso Rebecca. Indi col pugno, battendosi violentemente la fronte, sclamò con interrotta voce, e com'uomo soffocato dalla rabbia: «Cane di Sassone! ebbene, mi batterò teco. Prendi la tua lancia e preparati dunque alla morte!»
«Il Gran-Mastro mi conferisce il diritto di combattere?» chiese Ivanhoe.
«Non posso negarvelo» rispose Beaumanoir «se questa giovane vi accetta per suo campione. Vorrei nondimeno che foste meglio in istato di cimentarvi; perchè desidero comportarmi onorevolmente con voi, benchè vi siate sempre manifestato nemico del mio Ordine.»
«Domando il combattimento all'istante» rispose Ivanhoe. «Questo è giudizio di Dio; in Dio dunque io pongo la mia confidenza..... Rebecca» soggiunse indi avvicinandosi alla donzella «mi accettate voi per vostro campione?»
[Illustrazione: _«Risparmiatelo, ser Cavaliere» sclamò il Gran Mastro «concedetegli il tempo di pentirsi; non fate morire ad una volta il corpo e l'anima sua.»_ pag. 407.]
«Sì» sclamò essa con tal commozione, che il timore stesso della morte in lei non avrebbe prodotto «sì, vi accetto come il campione mandatomi da Dio!... Ma, no, no, le vostre ferite non possono essere ancora sanate; non assalite quest'uomo feroce.... È egli d'uopo che il mio crudele destino trascini voi pure?»
Ma Ivanhoe più non l'ascoltava. Egli avea già preso il luogo suo nella lizza, e ricevuta la propria lancia dalle mani di Gurth; già s'era ascoso il viso entro l'elmo. Fece lo stesso Bois-Guilbert; e mentre chiudea la visiera, il suo scudiere osservò come il volto di lui, che nel durare di tutta quella mattina fu coperto di pallor mortale, erasi d'improvviso tinto d'un color carico di porpora, sicchè parea essergli risalito tutto il sangue alla testa.
L'araldo, poichè vide i due campioni a luogo, sollevò la voce e ripetè per tre volte: «_Fate il dover vostro, o prodi cavalieri._» Proibì indi sotto pena di morte a chiunque il disturbare i combattenti sia con grida, sia con parole o con gesti, dopo di che si ritrasse all'estremità della lizza. Il Gran-Mastro, che tenea fra le mani il pegno della battaglia, il guanto di Rebecca, lo gettò allor nell'arena, pronunziando il segnale della battaglia con queste voci: «_Lasciate campo._»
Squillaron le trombe, e i cavalieri si lanciarono l'un sull'altro. Il palafreno rifinito d'Ivanhoe, e il padrone d'esso, ben lungi dall'avere ancora ricuperate le proprie forze, non poterono resistere all'impeto della lancia formidabile del Templario, onde cavallo e cavaliere s'avvoltarono nella polve, avvenimento che ciascun prevedea; ma la cosa che fece a tutti sorpresa si fu vedere Bois-Guilbert, il cui elmo non era stato che leggermente toccato dalla lancia dell'avversario, cader da cavallo in quello istante medesimo.
Ivanhoe tosto si rialzò è brandì la spada, ma il suo antagonista rimase giacente; onde Wilfrid, mettendogli un piede sul petto, e la punta della spada alla gola, gl'intimò di riconoscersi vinto se non volea ricevere il colpo di grazia. Bois-Guilbert non rispose cosa veruna.
«Risparmiatelo, ser Cavaliere» sclamò il Gran-Mastro «concedetegli il tempo di pentirsi; non fate morire ad una volta il corpo e l'anima sua; noi lo promulghiamo vinto.»
Indi, s'innoltrò nello steccato, dando ordine che si sciogliesse l'elmo al Templario. Aperti ne erano gli occhi, ma immobili e spenti; il sangue gli usciva fuor del naso e fuor della bocca; non era più. La lancia dell'inimico non poteva avergli dato la morte, ei periva vittima della violenza delle sue passioni.
«Gli è veramente il giudizio di Dio!» sclamò il Gran-Mastro alzando gli occhi al cielo. «_Fiat voluntas tua._»
CAPITOLO XLIII.
«Terminò come le fole, «Che la vecchia nonna suole «Presso il foco, in verno algente «Rugumar della sua mente «Ne' consunti magazzini «Per tener cheti i bambini. _Webster._
Dopo il primo istante di sorpresa Ivanhoe domandò al Gran-Mastro, siccome giudice dell'arringo, se trovava che si fossero da lui, Ivanhoe, serbati i doveri prescritti ad ogni cavalier leale e cortese.
«Non ho a ridir nulla su di ciò» rispose il Gran-Mastro. «Chiarisco la giovane donzella innocente dell'accusa portata contro di lei; ella è libera di ritirarsi. Le armi e il corpo del defunto cavaliere appartengono al vincitore.»
«Non voglio le sue spoglie» rispose Wilfrid «nè è mia mente disonorare il suo corpo. Ei combattè per la Cristianità nelle terre di Palestina. Fu la mano di Dio, non braccio d'uomo che lo colpì in questo giorno. Gli si facciano funerali ma non pomposi, che mal s'addirebbero ad un cavaliere morto per causa ingiusta.... Quanto a questa giovane...»
Ne fu interrotto il dire dallo strepito d'una truppa numerosa di cavalieri che in quel punto entravano nella lizza. Si volse, e riconobbe essere loro duce il re Riccardo, sempre coperto della sua nera armadura, e seguito da un numeroso corpo d'armigeri, e da molti cavalieri armati di tutto punto.
«Giungo troppo tardi» diss'egli guardandosi d'intorno. «Spettava a me il punire Bois-Guilbert. Questo colpo io m'era serbato. E come vi avventuraste voi, o Wilfrid, a tale cimento, or che siete appena in istato di sostener le vostr'armi?»
«Il Cielo» rispose Ivanhoe «si è preso egli l'assunto di punire l'uomo superbo, immeritevole della morte gloriosa che volevate arrecargli.»
«Sia con lui la pace, se ciò è possibile!» disse Riccardo nel volger l'occhio al corpo esanime che giacea sull'arena. «Egli era un valoroso cavaliere, e morì da prode, coperto delle sue armi... Ma non abbiamo tempo da perdere... Bohun fate il vostro dovere.»
Uno de' cavalieri che seguivano il re uscì della fila, e facendosi incontro al commendatore Malvoisin, gli battè colla mano la spalla, sì dicendo: «Alberto di Malvoisin, vi arresto come colpevole d'alto tradimento.»
Il Gran-Mastro, già fatto muto dalla sorpresa di vedere tanti uomini armati entrar in lizza, in questo istante ricuperò la parola.
«Chi è l'audace» sclamò «che osa arrestare un cavaliere del Tempio di Sion, nel ricinto della propria Commenda, e alla presenza del Gran-Mastro? Chi può farsi lecito un tale oltraggio?»
«Io» rispose il cavaliere, «io, Enrico Bohun, conte d'Essex, gran Contestabile d'Inghilterra.»
«E arresta Malvoisin» aggiunse il Re, sollevando allor la visiera «per comando di Riccardo Plantageneto, qui presente... Corrado Montfichet, è tua gran ventura il non essere nato mio suddito!... Quanto a te, Malvoisin, preparati prima del termine d'otto giorni a morire insieme col tuo fratello Filippo.»
«Resisterò a tal sentenza» sclamò il Gran-Mastro.
«Voi nol potete, orgoglioso Templario,» rispose il Re. «Alzate gli occhi alle torri di Templestowe, e vedrete sventolar sovr'esse lo stendardo real d'Inghilterra in vece della bandiera del vostro Ordine. Vi consiglio essere prudente, Beaumanoir. Abbandonate le idee d'un'inutile resistenza. Il vostro braccio è in bocca al leone.»
«Ne porterò appellazione alla corte di Roma; vi citerò come reo d'usurpazione sopra le immunità e i privilegi del nostro Ordine.»
«Acconsento, ma per ora, e pel vostro bene, non ripetete le parole d'usurpazione. Sciogliete la vostra adunata, e ritiratevi in qualche altra commenda, se ne trovate una che non sia stata albergo de' tradimenti e delle congiure divisate contra il re d'Inghilterra e la pubblica tranquillità. Se volete restar qui, nol potete che come ospite di Riccardo, e sarete spettatore degli atti di sua giustizia.»
«Ricevere ospitalità in un luogo dove ho diritto di comandare! Non mai!... Cappellani intonate il salmo: _Quare fremuerunt gentes_.... Cavalieri, aspiranti, scudieri, preparatevi a seguire la bandiera di _Beauséant_.»
Il Gran-Mastro pronunziò questi accenti con tal maestà, come se fosse stato il sovrano d'Inghilterra egli stesso, e inspirò coraggio ai suoi cavalieri, dianzi perplessi ed attoniti. Si raccolsero questi attorno di lui come agnelli attorno al cane che li protegge, allorquando odono gli ululati del lupo, colla differenza che i cavalieri non imitavano nella timidezza gli agnelli. Parea che con audace fronte sfidassero il Re, e gli occhi loro esprimevano quelle minacce, cui non osavano pronunziare alla presenza del Gran-Mastro. Usciti dello steccato risalirono a cavallo, e schierandosi in ordine di battaglia e impugnata la lancia, si sarebbe detto che aspettavano soltanto un comando del lor superiore per incominciare atti ostili. La moltitudine, che sulle prime mandò contr'essi grida d'imprecazione, al vedere questi apparati di pugna, si ritrasse in silenzio, collocandosi ad una prudente distanza, onde osservare l'esito degli avvenimenti.
Non appena il conte d'Essex s'accorse di tali apparecchi nimichevoli de' Templarii, corse a tutta briglia a raggiugnere la sua truppa per metterla in ordine di difesa. Riccardo in vece si avvicinò ad essi com'uomo che godea nell'affrontare i pericoli: «Cavalieri» sclamò «fra tanti valorosi non ve ne sarà alcuno che voglia venire al paragone dell'armi con Riccardo? Convien dire che le vostre innamorate abbiano le guance ben arse dal sole, o prodi soldati del Tempio, se non ve n'è una che meriti si rompa una lancia a suo onore.»
«I Cavalieri del tempio di Sion» disse il Gran-Mastro uscendo fuor delle file e movendo verso Riccardo «non si battono per cagioni cotanto frivole; nè ve n'ha uno, che voglia misurar colla vostra la sua lancia, o Riccardo re d'Inghilterra. Il Pontefice e i principi dell'Europa saranno giudici della nostra querela. Essi decideranno, se un principe Cristiano dovea condursi nella guisa che voi quest'oggi vi siete condotto. Semprechè non veniamo assaliti, noi ci ritireremo senza assalire nessuno; e faremo mallevadori l'onor vostro delle armi e de' beni dell'Ordine che lasciamo a Templestowe, la vostra coscienza dello scandalo che arrecaste in tal giorno all'intera Cristianità.»
Pronunziati tai detti, e senza aspettare risposta, il Gran-Mastro diede il segnale della partenza. Le trombe rintronarono una musica orientale, solita ad indicare l'istante del marciare ai Templarii; indi i cavalieri rompendo il fronte per ordinarsi in linea di marcia, partirono seguendo a lenti passi il Gran-Mastro; lenta andatura fatta ad indicare che si ritiravano per obbedire agli ordini di questo, ma non già per alcun sentimento di tema.
La plebaglia, simile a que' cani stizzosi ma timidi, che aspettano per abbaiare l'istante del dileguato pericolo, mandò acclamazioni di gioia dopo che furono partiti i Templarii.
«Per la Madonna!» disse Riccardo «è peccato che questi Templarii non sieno sudditi fedeli altrettanto che valorosi e ben disciplinati.»
Nel durar del tumulto che accompagnò la ritratta de' Templarii, Rebecca non vide, non intese nessuna cosa. La tenea stretta fra le braccia il vecchio suo genitore, ed ella tuttavia atterrita, attonita, poteva appena persuadersi d'essere fuor d'ogni pericolo. Una sola parola d'Isacco bastò per richiamarla a sè medesima.
«Vien meco, diletta figlia» ei le disse «tesoro a me restituito, vien meco, andiamoci a mettere a' piedi del _bravo giovine_.»
«No» rispose Rebecca «oh no! non oso parlargli in tale momento. Oimè! gli direi forse più di quanto... No, no, padre mio. Abbandoniamo tostamente questo luogo funesto.»
«E che, o mia figlia?» rispose Isacco; «abbandonare in tal guisa l'uom che impugnando la lancia e la spada è venuto a riscattarti dalla cattività, a riscattar te figlia d'un popolo estraneo a lui ed a' suoi? Gli è un servigio che vuole tutta quanta la nostra gratitudine.»
«Mi punisca il Dio di Giacobbe, se il mio liberatore non possede tutta intera la mia gratitudine. Ei riceverà i miei ringraziamenti, ringraziamenti venuti dal cuore, ma non in questo punto, o mio padre!... se amate la vostra Rebecca, non in questo punto!»
«Ma» continuò Isacco, facendo un moto d'impazienza «si dirà che noi siamo ingrati peggio di cani.»
«Nè vedete, o padre, ch'egli adesso sta in faccende col re Riccardo, e che?....»
«Oh! è vero hai ragione, figlia mia; ho sempre motivo di ammirare la tua prudenza, o Rebecca. Partiamo, partiamo subito. Il re arriva di Palestina; si dice ch'esce fuor di prigione, abbisognerà di danaro, e potrebbe trovare buon pretesto per domandarne a me ne' negozi che ho fatti col principe Giovanni. Non sarebbe cosa salutare il presentarmegli ora dinanzi. Partiamo, partiam, figlia mia.»
Ed a sua volta affrettando la figlia a questa partenza la condusse con seco all'abitazione del rabbino Nathan-Ben-Samuel.