Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato
Part 45
Così dicendo si avvicinò alla tavola, che vedeasi in mezzo della sala, imbandita d'ogni genere di reficiamenti. Empiè tosto un bicchiere di vino, ed avendo fatto altrettanto Cedric e gli altri due cavalieri, si bevè congiuntamente alla risurrezione dell'ospite, che continuò indi il racconto della sua storia. Erasi intanto accresciuto notabilmente il numero degli uditori; ed Editta giubilante, dopo dati nel castello gli ordini che la nuova apparizione del figlio suo rendea necessarii, avea già raggiunto il morto vivo nella sala assegnata agli stranieri, e la seguirono ivi tutti quelli che poterono capire in quel luogo. Il rimanente delle persone affollate lungo la scala ricevevano da chi trovavasi più vicino alla porta le notizie dell'avvenimento, che passando da labbro a labbro, si fecero a mano a mano più apocrife, e ad ogni gradino della scala medesima, colorandosi di nuove ingrandite particolarità, giunsero affatto adulterate al cortile.
«Rottasi la mia catena presso al muro» continuò Atelstano «dovetti trarmela dietro, salendo le scale con quella prestezza che può essere d'un uomo infiacchito da tre giorni di digiuno a pane ed acqua, e pervenni ad una stanza ove trovai il degno sagristano scordatosi a tavola con un grosso frate incappucciato, di larghe spalle, avvinazzato quanto basta, e il quale più che di frate avea l'aria di scorridore. Il lenzuolo, vestimento ch'io conservai, e lo strepito delle catene, divenute a me una spezie di coda, mi fecero credere non vi ha dubbio un abitante dell'altro mondo; perchè il frate straniero mi contemplò con bocca ed occhi spalancati, e fe' un gran segno di croce. Ma poichè vide ch'io rinversai il sagristano con un sonorissimo pugno, ei fece per menarmi un colpo col nodoso bastone che aveva a canto.»
«Ho capito; egli era frate Tuck, il nostro giocondo eremita» disse Riccardo ad Ivanhoe.
«Fosse il diavolo o un frate, poco mi importa. Per buona ventura costui non mi colse. Mi lanciai sopra il suo bastone, di cui non giudicò a proposito disputarmi il possesso, e scese le scale facendo a quattro a quattro i gradini per uscire, m'immagino, del convento. Anzichè perdere tempo ad inseguirlo, afferrai un mazzo di chiavi che il sagristano tenea presso di sè, e avendo trovata quella che apriva il lucchetto della mia catena, m'affrettai a spacciarmene. Mi sentiva il prurito di spaccare il cranio a quel furfante del mio carceriere, ma il rimembrarmi la fetta di pasticcio e la boccia di vino ch'ei mi regalò commosse l'animo mio e gli fe' salva la vita. Bevei in fretta alcuni bicchieri di vino, e lasciando costui steso sul pavimento, corsi alla scuderia, ove trovai un palafreno, certamente serbato all'onore d'essere cavalcatura dello scellerato abate di sant'Edmondo. Partii immantinente, prendendo di gran galoppo la strada di Coningsburgo, chè ciascuno fuggia nel vedermi, giudicandomi uno spettro, poichè per tema d'essere riconosciuto, e di ricadere nelle mani di questi frati assassini, ebbi l'avvertenza di avvolgermi con tutta accuratezza entro il mio lenzuolo. E credo per verità, che in tale acconciatura non m'avrebbero nè manco lasciato entrare nel mio proprio castello, se non m'avessero creduto il compagno d'un bagattelliere, che qui da basso ha la carica di far ridere la gente unitasi a piangere su i miei funerali. Si è pensato che tal mio abbigliamento fosse essenziale a qualche burlevole rappresentazione ideata dal ciarlatano. In somma, quasi furtivamente son giunto ad introdurmi sin qui, e prima di cercar voi, mio nobile amico» diss'egli a Cedric «non ho messo altro indugio che quanto voleasi ad abbracciar mia madre e a prendere alcun poco di cibo.»
«E voi mi trovate» disse Cedric «pronto a riassumere i nostri gloriosi divisamenti, pronto ad osare qualsisia cosa per l'onore e per la libertà. Al sorgere di domani gli è d'uopo darsi all'opera di liberare dalla schiavitù la stirpe de' Sassoni.»
«Non mi parlate di liberare nessuno; gli è assai che mi sia liberato io medesimo. Il solo glorioso divisamento che or m'appartiene è punire quello scellerato di abate. Voglio vederlo appiccato all'alto della torre di Coningsburgo in cocolla e cappuccio; e se è troppo grosso da non potere passar per la scala, lo farò issare fuor d'essa col soccorso d'una corda e d'una carrucola.»
«Ma, figlio mio» disse Editta «nè pensate al suo santo carattere?»
«Ma, madre mia!» rispose Atelstano «non pensate a tre giorni di digiuno che ho sofferto grazie a costoro? Debbono sino all'ultimo perir tutti. Frondeboeuf non si meritò così bene di essere arso vivo. Egli almeno mantenea buona tavola ai prigionieri, salvo il difetto che il suo cuoco metteva troppo aglio nelle pietanze. Ma questi ipocriti, questi ingrati, questi bricconi, che non finivano mai di farmi cerimonie alla mia tavola!... mettermi a pane ed acqua! Per l'anima d'Hengist, debbono tutti morire!»
«Ma il papa, mio nobile amico!» soggiungeva Cedric.
«Ma il diavolo, mio nobile amico!» ripeteva Atelstano. «Vi dico che devono morir tutti; dopo ciò non si parlerà più d'essi; e fossero anche i migliori frati del mondo, il mondo non camminerebbe peggio senza di loro.»
«Oibò! nobile Atelstano!» tornò a dire Cedric. «Dimenticate questi sgraziati, ora che una sì bella carriera di gloria vi si schiude dinanzi, e profittate dell'occasione che ha qui radunati intorno di voi tutti i capi Sassoni più ragguardevoli. Fate conoscere a questo principe Normanno, a Riccardo d'Angiò, che _Cuor-di-Leone_ qual è, non quindi serberà la corona di Alfredo senza che gli sia disputata; non la serberà sintantochè viva un rampollo maschile del santo re Confessore.»
«Che ascolto?» Atelstano esclamò. «Questo cavaliere è il nobile re Riccardo?»
«Riccardo Plantageneto» disse Cedric; «ma non ho d'uopo dirvi ch'ei si è condotto liberamente e con fiducia fra noi; che per conseguenza è dover nostro non fargli ingiuria nè tenerlo qui prigioniere. Vi è noto quanto dovete al vostro ospite.»
«Sì, in fede mia!» Atelstano rispose «e so ancora quello ch'io devo al mio re: eccomi pronto» aggiunse genuflettendosi dinanzi a Riccardo «a prestargli fede ed omaggio.»
«Figlio mio» Editta sclamò «pensa al real sangue che trascorre nelle tue vene.»
«Principe tralignato!» continuò Cedric «pensa alla libertà dell'Inghilterra.»
«Madre mia, amico mio» rispose Atelstano rialzandosi «a parte le esortazioni! Il pane e l'acqua entro d'un carcere mal nudriscono l'ambizione. Esco della tomba con più giudizio ch'io non avea nell'entrarvi. La metà di tali follie mi erano state soffiate all'orecchio da quel furfante di abate Wolfram: ora fo giudici voi medesimi, s'egli sia un consigliere che meriti retta. Gli è solamente da quando m'hanno riscaldato il capo con tai cianciafruscole che mi lascio condurre di castello in castello, che ho corso strade e viottoli senza alcun costrutto fuorchè di fatiche, di botte, d'indigestioni, di carcerazioni, adesso di tre giorni d'astinenza, e tutto ciò per divisamenti, la cui conclusione non sarebbe stata altra che mandar al macello alcune migliaia d'uomini, i quali or che parliamo mangiano tranquillamente la loro cena.»
«Ma la mia pupilla, lady Rowena, spero bene che non avrete intenzione d'abbandonarla.»
«Siamo giusti, e voi ragionevole, mio buon padre Cedric. Lady Rowena ama più il dito mignolo d'un guanto del vostro figlio Ivanhoe, che tutta la mia persona. Ed ella è qui, se mentisco, mi può contraddire. Non arrossite, mia bella parente; non è poi sì grande vergogna il preferire un cavalier cortegiano ad un _franklin_ usato alla villa. Ma non ridete nemmeno, lady Rowena; un lenzuolo per abito e un volto dimagrato dal digiuno non possono inspirar molta gioia. Però, se avete voglia di rallegrarvi, son qui a porgervene un argomento migliore. Datemi la vostra mano, o, per dir più giusto, imprestatemela, perchè non ve la chiedo che a titolo di amicizia. Ora, a voi, Wilfrid, accostatevi, io rinunzio a favor vostro... Ebbene! dov'è Wilfrid? Se non ho le traveggole per una conseguenza del lungo digiuno, giurerei d'averlo qui veduto non è un momento.»
Venne cercato Ivanhoe, venne chiamato per ogni dove, ma invano; egli era sparito. Si seppe unicamente, come un Ebreo avesse chiesto parlargli, e che dopo un colloquio brevissimo con lui, Ivanhoe si era messo a cavallo, e seguito da Gurth aveva abbandonato il castello.
«Bella lady Rowena» soggiunse Atelstano «se mi fosse lecito immaginare che la subitanea partenza d'Ivanhoe non fosse prodotta da motivi possentissimi, riprenderei i miei diritti io medesimo....»
Ma sendo che ei non la tenea più per mano fin d'allora che la partenza d'Ivanhoe fu nota, lady Rowena, il cui animo si trovava in uno stato di non lieve imbarazzo, avea colta sì fatta occasione per uscir della sala.
«In verità» sclamò Atelstano «hanno ragione quelli che dicono essere la donna fra tutti gli animali la creatura su di cui meno si può fidare, eccetto però gli abati ed i frati. Voglio essere un pagano, s'io non m'aspettava qualche ringraziamento ed anche un amplesso da lei. Convien dire che con questo maladetto lenzuolo sia stregato; pare che tutto il mondo mi fugga. Nobile re Riccardo, a voi dunque mi volgo, offerendovi nuovamente la fede e l'omaggio che qual vostro buon suddito....»
Ma il re Riccardo era sparito egli pure, e niuno sapeva ove fosse andato. Finalmente Wamba raccontò averlo veduto scendere la scala, chiamare a sè l'ebreo che avea parlato ad Ivanhoe, e dopo due minuti di colloquio, prendere il suo cavallo, costrignere l'ebreo a salir sopra un altro, e girsene con lui «d'un tal passo» aggiunse Wamba «che non darei un soldo delle ossa dal vecchio Israelita.»
«Sull'anima mia!» disse Atelstano «gli è evidente che Zernebock si è impossessato del mio castello durante la mia lontananza! Torno coperto d'un lenzuolo, pegno della vittoria da me riportata sopra il sepolcro, e tutti quelli a' quali volgo il discorso par che sfumino al suono della mia voce. Non ardisco più parlare a nessuno; e mi limito dunque ad invitare quei miei amici che non sono ancora spariti a seguirmi nella sala del banchetto. Spero lo troveranno degno d'essere stato preparato pe' funerali d'un nobile Sassone che avrà gran diletto nel gustarne la propria parte. Ma spicciamoci, perchè mi aspetto che il diavolo porti via anche la cena.»
CAPITOLO XLII.
«Possano i rei misfatti, onde fu lordo «Gravarne il palafren sì che sdegnoso «Del peso insopportabil, sull'arena «Spento il malvagio cavalier rinversi. _Shakspeare._
Fa or di mestieri che i nostri leggitori si trasferiscano nuovamente a Templestowe, o per meglio dire sul campo di S. Giorgio, pertenenza della Commenda, e che ne era poco distante. Ivi doveva accadere il combattimento giudiziario, da cui pendea il destino della sfortunata Rebecca, semprechè si fosse presentato un campione ad assumerne le difese, e già il fatale istante era giunto. Tutti i villaggi all'intorno stavano in moto, e da ogni banda si accorreva a tale spettacolo, come sarebbesi fatto ad una festa o ad un passatempo. Già, per vero dire, quantunque in tale età fosse cosa istraordinaria il vedere prodi cavalieri perire gli uni per mano degli altri, sia ne' particolari scontri, sia ne' tornei, quella specie d'inumano diletto, che l'uomo trova nel pascere lo sguardo di scene sanguinose, non è un rimprovero da opporsi unicamente a que' secoli d'ignoranza, perchè anche a' dì nostri, ne' quali si conoscono meglio le leggi della morale e i diritti della umanità, un combattimento a pugni, una assemblea di _riformatori radicali_, o una esecuzione di morte, bastano a radunare molta folla di spettatori, i quali senza avere nessun interesse all'avvenimento in sè stesso, vi si conducono soltanto per la curiosità di contemplare come termineranno le cose.
Una folla considerabile di popolo erasi collocata in vicinanza della Commenda per vederne uscire il corteggio, ed una folla anche maggiore scorgevasi assembrata vicino al campo di S. Giorgio, ove dovea compirsi la sanguinosa tragedia. Avea la figura di parallelogrammo un tal campo, assai esteso, livellato con molta cura, perchè i Templarii vi andavano ad armeggiare, come dicemmo, e circondato di palizzati. Non dispiacendo poscia a quei cavalieri l'avere quanti potevano spettatori delle loro prodezze, aveano fatto costruire tutt'all'intorno vaste logge in forma d'anfiteatro, le quali erano atte a contenere un immenso numero di curiosi.
All'estremità di questo ricinto, dalla parte dell'oriente, venne collocato un trono pel Gran-Mastro e le occorrevoli sedie pe' commendatori e cavalieri. Al disopra del trono sventolava il sacro stendardo nominato _Beauséant_, l'insegna dell'Ordine, siccome il suo nome era il grido di unione per que' guerrieri.
All'altra estremità del ricinto sorgeva il rogo, nel cui mezzo vedeasi un palo, cui erano sospese catene di ferro per attaccare ad esso la vittima che dovea venire immolata. In piedi presso al rogo stavano quattro schiavi neri, il cui colore e i lineamenti affricani, in quell'età pressochè sconosciuti nell'Inghilterra, empiean di terrore la plebaglia, che parea riguardasse que' servi siccome demonii presti a rientrare nel loro elemento. Questi quattro uomini rimanevano in uno stato di perfetta immobilità, da cui non si stoglievano che allorquando un quinto uomo dello stesso colore, capo di essi, a quanto sembrava, dava loro alcuni ordini per aggiustare le legna che servivano alla costruzione della catasta. Costoro non volgeano mai gli occhi alle turbe circostanti, nè parea tampoco s'accorgessero d'avere spettatori attorno di loro, intesi unicamente a ben eseguire le fazioni di quell'orribile ministerio. Allorchè essi parlavano insieme aprendo quelle grosse labbra, e mostrando quindi i candidissimi loro denti, quasi sorridessero anticipatamente all'idea della tragedia in cui doveano sostenere una parte, i contadini atterriti poteano appena starsi dal credere, che quegli uomini straordinarii fossero que' medesimi spiriti dell'abisso, co' quali aveva avuto commercio la strega che stava aspettandosi, spiriti dell'abisso venuti ivi per essere pronti ad incominciare il supplizio serbatole nel mondo di là, appena terminato l'altro che in questo mondo le si preparava. Argomento de' discorsi d'ognuno era la possanza del diavolo, che in tale occasione avrebbe avuto torto lagnandosi di non vedersene attribuita abbastanza.
«Compare Dennet» dicea un giovane contadino ad un altro più attempato «avete udito dire che il diavolo ha portato via in corpo e in anima il gran _thane_ Sassone, Atelstano di Coningsburgo?»
«Sì, sì,» rispose Dennet «ma, per la grazia di Dio e di san Dunstano, è stato obbligato a riportarlo in questo mondo.»
«Che cosa v'intendete voi dire?» lor chiese un giovane ben fatto, vestito d'un giustacuore verde ricamato d'oro, e di cui si ravvisava la professione allo scorgere dietro di lui un facchino robusto che portava un'arpa. Questo nuovo interlocutore parea d'una condizione al disopra dei menestrelli ambulanti, poichè oltre al ricamo che ne fregiava le vesti, portava al collo una catenella d'argento, e sospesa ad essa la chiave, di cui valevasi ad accordare la sua arpa. Gli stava attaccata al braccio destro una piastra d'argento, ma invece di vedervisi l'impresa di qualche barone, alla famiglia del quale ei pertenesse, vi si leggeva unicamente la parola _Sherwood_. «Che cosa v'intendete dire?» egli chiese pertanto ai due contadini, frammettendosi al loro colloquio «io qui venni per cercare un argomento di ballata, ma non andrei in collera se ne trovassi due.»
«Tutti sanno» disse Dennet «che quattro settimane dopo la morte di Atelstano di Coningsburgo....»
«Che dite voi di quattro settimane?» sclamò il _menestrello_ «la cosa è impossibile. Io l'ho veduto in ottimo stato di salute alla posta d'armi d'Ashby, e sono pochi giorni.»
«Ciò non impedisce ch'ei sia morto o sparito da questo mondo» soggiunse il giovine contadino, «perchè ho udito i frati di sant'Edmondo cantar l'ufizio da morto per lui; vi è stato, com'era ben di dovere, un magnifico banchetto funebre al castello di Coningsburgo, e non mi sarei trattenuto dall'andarvi, se Mabel Parkins che...»
«Sì, sì. Atelstano è morto» soggiunse dimenando il capo Dennet «e la è una grande disgrazia, perchè ecco l'antico sangue sassone...»
«Ma la vostra istoria! continuate la vostra istoria!» sclamò impazientendosi il _menestrello_.
«Sì, sì, raccontateci questa istoria» soggiunse un gagliardo frate, il quale stava vicino ad essi appoggiandosi sopra un bastone, che non potea dirsi nè bordone da pellegrino nè clava del tutto, ma che probabilmente ad un bisogno facea tutti due gli ufizi. «Tirate innanzi dunque, noi non abbiamo tempo da perdere.»
«Ebbene! col beneplacito della Reverenza vostra» continuò Dennet, «il sagristano di sant'Edmondo stava a bere nella sua cella in compagnia d'un imbriacone di frate...»
«La _Reverenza mia_ non dà il suo _beneplacito_, perchè vi sieno frati imbriaconi, e se ve ne fossero starebbe male ad un laico il nominarli con tal predicato. Impara a non far giudizi temerarii. Questo sant'uomo, così devi credere, sarà stato assorto sì fortemente nelle sue meditazioni, che gli occhi di lui avran veduti doppii gli oggetti, e le gambe gli avran tremato sotto, come se avesse bevuto vino nuovo. Tal cosa è fra le possibili, ed io lo so per esperienza.»
«Ebbene dunque!» riprese a dire Dennet «un sant'uomo si è condotto a far visita al frate sagristano... Questo sant'uomo per altro è un frate scorridore, che ammazza la metà dei daini che vengono rubati nella foresta, cui piace più il _glu glu_ del fiasco che il suono del mattutino, che preferisce una fetta di prosciutto al breviario; del restante un buon diavolo, allegro in brigata che non la cede ad alcuno della contea d'York nel tirar l'arco, nel fare il molinello col suo bastone, nel ballar una giga.»
«Quest'ultima frase, o Dennet» gli disse a bassa voce il menestrello. «ti ha salvate una o due coste.»
«Oh! oh! non temo nulla. È vero che non sono più giovane, ma mi restano due buone braccia, e quando mi sono battuto a Doncaster per...»
«Ma l'istoria!» ripetè il _menestrello_ «l'istoria!»
«Ebbene, l'istoria è che Atelstano di Coningsburgo è stato sepolto a Sant'Edmondo.»
«Falsità!» sclamò il frate «grossissima falsità! Ho veduto io medesimo quando lo trasportarono al suo castello di Coningsburgo.»
«Ebbene, se sapete l'istoria voi, contatela dunque voi» soggiunse Dennet con tuono di mal umore. Nondimeno l'altro giovine contadino e il _menestrello_, a furia d'instanze, lo indussero a continuare. «Questi due frati, che non erano imbriachi, perchè ciò non va a sangue del Reverendo, aveano trascorsa buona parte della giornata a bevere non so se _ala_ o vino, allorchè d'improvviso udirono gemiti, un grande strepito di catene, e videro comparire lo spettro d'Atelstano, che disse loro con voce di tuono: «Cattivi pastori!...»
«Falso!» sclamò il frate «non disse una sola parola.»
«Ah! ah! frate Tuck» disse il _menestrello_, traendolo in disparte «gli è dunque così che tu ti lasci prendere il lepre al covo? Ti sei venduto da te medesimo.»
«Ti assicuro, Allan-Dale» soggiunse l'eremita di Copmanhurst «che ho veduto co' miei propri occhi lo spettro d'Atelstano, e tanto distintamente quanto tu possa mai avere veduti uomini vivi, coperto di un lenzuolo, che mandava un odor di sepolcro!... Ah! una botte di malvasia non basterebbe a cancellare dalla mia memoria una tal ricordanza!»
«Contale ad altri, frate Tuck, contale ad altri. Non son io buon terreno per piantarvi queste carote.»
«Ti dico che gli ho allungato un colpo di bastone, applicato come si doveva, ben aggiustato, che avrebbe spaccata la testa ad un bue, e il bastone gli è passato a traverso del corpo come avrebbe fatto a traverso d'una colonna di fumo.»
«Per sant'Uberto! è una storia maravigliosa; voglio comporne una ballata sull'aria
«Che disgrazia pel povero frate!»
«Tu puoi ridere finchè n'hai voglia, e componi pure, se n'hai coraggio, una ballata su tale argomento; ma sto a patto che uno spirito o il diavolo stesso mi porti via se mi metto mai a cantarla. No! no! dopo una tale apparizione ho risoluto di fare qualche opera buona, ed è per questo che vengo a vedere bruciar una strega.»
Intantochè questi così parlavano, la maggior campana della chiesa di s. Michele di Templestowe, venerabile edifizio situato in un villaggio poco distante dalla Commenda, si fece udire, e pose fine a tal genere d'intertenimenti. I lugubri suoni ne giugneano lentamente all'orecchio perchè l'eco terminava di ripetere lo squillo del bronzo, quando questo veniva una successiva volta ripercosso. Tal solenne e tetro segnale, che annunziava l'incominciamento della cerimonia, fe' volgere ver la Commenda tutti gli sguardi impazienti di vedere il Gran-Mastro, il campione dell'Ordine, la condannata.
Abbassato finalmente il ponte levatoio, si apersero le porte, e fu scorto uscire dal castello un cavaliere, che portava il grande stendardo dell'Ordine, preceduto da sei trombette, e seguito dai commendatori e dai cavalieri, che marciavano a due a due. Veniva indi il Gran-Mastro montato sopra un superbo corridore, la cui bardatura era della massima semplicità. Dietro a lui vedeasi Brian di Bois-Guilbert armato di tutto punto, cui tenean dietro due de' suoi scudieri, portandone la spada, la lancia e lo scudo. Il volto di lui, benchè ombreggiato in parte da un grande pennaccino che gli sventolava sopra il cimiero, annunziava un cuore tutto in preda alle passioni le più crudeli, e dentro cui l'orgoglio combatteva l'irresolutezza; coperto di mortal pallore, conseguenza di molte notti che senza chiuder palpebra aveva trascorse. Pur conduceva il suo palafreno con quanta agilità e grazia poteano aspettarsi dalla migliore fra le lancie dell'Ordine de' Templarii. Altera e dignitosa se ne scorgeva la fisonomia; ma chi attentamente la contemplava per mezzo a que' cupi lineamenti leggea l'espressione d'un'angoscia che facea ritorcer da lui gli occhi con una compassione mista d'orrore.
A canto d'esso venivan Corrado di Montfichet e Alberto di Malvoisin, incaricati del ministerio dei patrini del campione. Non armati questi, portavano la bianca vesta del loro Ordine. Dopo di questi gli aspiranti, seguiti da numeroso corteggio di paggi e scudieri, tutti vestiti di nero. Finalmente una truppa di guardie a piedi che aveano la stessa divisa, lasciavano scorgere per mezzo alle lor partigiane la sfortunata Rebecca, pallida ma piena di dignità, timida ma non invilita, che a lenti passi ma con fermezza, s'incamminava al luogo ove tutte le cose erano preste pel suo supplizio. L'aveano spogliata di tutti i suoi ornamenti per tema non si trovasse fra questi alcuno di quegli amuleti, col soccorso dei quali si supponeva che il demonio privasse i suoi partigiani della forza di far confessioni, anche in mezzo ai tormenti della tortura. Invece degli abiti orientali che prima vestiva le era stata addossata una tonaca bianca di drappo ordinario, e grossolanamente foggiata; ma scorgeansi in quel volto la rassegnazione e il coraggio accoppiati in guisa sì commovente, che anche sotto quelle vesti, e priva d'altra acconciatura fuor delle sue lunghe trecce nerissime, ella costrigneva alle lagrime gli occhi di tutti i riguardanti; e persin coloro, cui la superstizione e il fanatismo aveano più indurito il cuore, non poteano ritrarsi dal deplorare amaramente che il nemico del genere umano avesse convertito in un vaso d'obbrobrio e di perdizione una fanciulla tanto alle apparenze perfetta.
Un drappello d'uomini d'inferior grado, e che adempievano diversi ufizi nella Commenda, chiudea tal processione, e seguiva la vittima serbando il massimo ordine, colle braccia incrocicchiate e cogli occhi fisi sul suolo.