Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato

Part 42

Chapter 423,852 wordsPublic domain

Il Cavaliere avendogli risposto che la udirebbe con diletto, Wamba cantò la seguente ballata:

_La Vedova e i suoi tre Amanti._

Corteggiavano tre amanti Una vedova vezzosa, E ciascun la fiamma ascosa Le svelava co' suoi canti. Facciam la prova Se ciò ti giova; Qual è che vedova Dica di no?

L'un guerrier: sacri i trofei A te fian de' miei sudori; Più bel serto fan gli allori Giunti ai mirti amatuntei. Non vo' far prova. Ciò non mi giova; E son tal vedova Da dir di no.

Trovador l'altro: i miei voti Deh corona! Più dell'armi Val la lira: eterna i carmi Fan beltade ai dì remoti. Non vo' far prova. Ciò non mi giova; E son tal vedova Da dir di no.

Vecchio il terzo: ah! tu mercede Dà al mio cor; son miei vanti Campi e scrigni di contanti. Io ti fo di questi erede. Facciam la prova. Così mi giova; Nè son tal vedova Da dir di no.

«Credo, Wamba» disse il Cavaliere «che que' bravi ospiti, dai quali avemmo buona accoglienza sotto certa grande quercia, darebbero ragione alla tua vedova che ha preferiti i campi e i contanti. Mi piacerebbe che avessero potuto ascoltare la tua ballata.»

«Ed io non me ne curerei niente affatto» disse Wamba «se non vi vedessi pendere dal collo quel corno da caccia.»

«Sì» disse il Cavaliere «desso è un pegno dell'amistà di Locksley, benchè gli è probabile ch'io non ne faccia mai uso. Ma poche note intonate con tale strumento bastano a mettere sotto il mio comando una truppa di valorosi arcieri, semprechè sieno in tal distanza da poterle ascoltare.»

«Direi piaccia a Dio che non gl'incontriamo di sorte alcuna, se questo corno da caccia non fosse una spezie di passaporto per noi.»

«Che intendi con ciò? Credi forse che senza questo pegno di buona intelligenza ne assalirebbero?»

«Non so nulla io» soggiunse Wamba guardandosi intorno e con aria inquieta: «gli alberi possono avere orecchie come le case. Ma rispondetemi voi medesimo, ser Cavaliere, e ditemi quand'è che è meglio avere la mezzina e la borsa vote anzichè piene.»

«In verità, a quel che penso, questo quando non è mai.»

«Vivadio! meritereste di non aver mai piene nè l'una nè l'altra, voi che mi fate tale risposta. Gli è meglio aver votata la mezzina prima di passarla nelle mani d'un imbriacone, e la borsa innanzi di mettersi in viaggio per mezzo ai boschi.»

«Capisco ora: vuoi dire che i nostri amici son ladri.»

«Prendo questi alberi a testimonii che non ho detto nulla di ciò» rispose Wamba alzando la voce. «Ma si presta servigio talvolta ad un cavallo scaricandolo d'un peso inutile, e ad un uomo togliendogli ciò che è la sorgente di tutti i delitti. Non conviene adunque ingiuriare coloro che si prendono assunto di usar buoni ufizi ai viandanti. Ripeto unicamente che se trovassi queste degne persone vorrei aver lasciata a casa mia la borsa, per risparmiare ad essi l'incomodo di caricarsene.»

«A malgrado della buona veste che tu fai loro, è nostro dovere, o Wamba, di pregare il cielo per essi.»

«Pregherò per essi di tutto cuore quando sarò giunto a casa, ma non vorrei farlo in fondo d'un bosco, come l'abate di San-Bees che costoro sforzarono a cantare un salmo entro la cavità di una quercia, divenutagli la sua cattedra del coro.»

«Ad ogni modo, o Wamba, non puoi negare che in Torquilstone essi prestarono un grande servigio a Cedric tuo padrone.»

«Siam d'accordo, ma ciò è una specie di traffico ch'essi fanno col Cielo.»

«Traffico col Cielo! Spiegati meglio.»

«La cosa però è semplicissima. Hanno instituito col Cielo un bilancio, come lo chiama ne' suoi conti il nostro vecchio intendente, bilancio simile a quello che ha intavolato co' propri creditori l'ebreo Isacco. Pari ad esso danno poco e prendono molto, ma il conto va sempre bene, poichè mettono in linea di credito la promessa contenuta nel sacro testo di rendere sette volte la somma impiegata in atti caritatevoli.»

«Dammi un esempio, o Wamba, di quanto ora t'intendi dire, perchè non capisco nulla ne' tuoi conti e ne' tuoi bilanci.»

«Poichè il Valor vostro ha l'intelletto sì duro, vi dirò che queste oneste persone bilanciano una buona azione con una... con una azione che non è buona: per esempio, rubano cento bisanti d'oro ad un ricco abate, e danno per carità una mezza corona ad un frate mendicante. Spogliano sulla strada maestra una vecchia, e in compenso accarezzano una giovinetta in una parte recondita della foresta. Un'azione compensa l'altra, e la bilancia si trova in equilibrio.»

«E quale di queste azioni è la buona, e qual è quella... che non lo è tanto?»

«Bello scherzo! eccellente! Non v'è nulla che comunichi acume d'ingegno agli altri quanto la compagnia di coloro che assai ne possedono. Vi fo sicurtà, ser Cavaliere, che non avete detto alcuna cosa sì spiritosa, quando recitavate il mattutino del diavolo in compagnia del devoto eremita. Ma per tornare a quel ch'io diceva, se i nostri galantuomini della foresta abbruciano un castello, costruiscono parimente una capanna; se spogliano una chiesa, danno qualche cosa per la riparazione d'una cappella; se assassinano uno sceriffo, un uffiziale incaricato di mantenere l'ordine pubblico, liberano per altra parte un povero prigioniere; finalmente per venire al punto della nostra quistione, se bruciano vivo un barone normanno, son larghi di soccorso ad un _franklin_ sassone. Tutte queste cose si compensano insieme. In una parola son bravi ladri, onesti assassini; nondimeno il buon punto d'incontrarli si è quando la loro bilancia non è in equilibrio.»

«E perchè ciò?»

«Perchè allora pensano a rimetterla, e siccome non piega mai dalla buona banda, vi è allora minor pericolo a cadere nelle lor mani. Ma guai chi gl'incontra quando i lor conti sono in regola! Posso promettere ai primi viaggiatori che li troveranno dopo la buona azione per essi fatta a Torquilstone, che saranno scorticati vivi. Pure» aggiunse egli accostandosi al Cavaliere «si può incontrare in questi boschi compagnia ancor più cattiva.»

«E chi dunque? Io credo che non vi si trovino nè lupi nè orsi.»

«Gli armigeri di Malvoisin. Sappiate che in tempo di turbolenza una mezza dozzina di essi è peggio di una banda di lupi arrabbiati. Costoro sono stati reclutati da quegli armigeri di Frondeboeuf che si sottrassero alla morte in Torquilstone, e se ci scontrassimo in alcun di loro, ne farebbero pagar caro le precedenti nostre prodezze. Permettetemi adesso, ser Cavaliere, di chiedervi che cosa fareste se li trovaste?»

«Gl'inchioderei contro terra colla mia lancia, se fossero tanto arditi d'assalirci.»

«Ma se fossero quattro?»

«Li farei bere tutti nella medesima tazza.»

«E se fossero sei, mentre noi non siamo che due, non ricorrereste al corno da caccia datovi da Locksley?»

«Che dici? io chieder soccorso contra tale ciurmaglia, che un buon cavaliere costrigne a fuggire dinanzi a sè come il vento disperde le foglie secche? Non mai!»

«Vorrei però, ser Cavaliere, esaminar più da vicino questo strumento in cui sta la virtù di far venire i soccorritori che voi ricusereste.»

Il Cavaliere non pensando che a soddisfare tale curiosità del suo compagno, staccò dal pendaglio il corno da caccia, e lo consegnò a Wamba che tosto sel mise al collo. Poi dandosi a gorgheggiar sotto voce le note convenute con Locksley, soggiunse: «Credo saperne di musica al pari di qualsisia altro.»

«Che vuoi tu dire, o furfante? Restituiscimi tosto il corno da caccia.»

«Contentavi, ser Cavaliere, di saper che è in sicuro. Quando il valore e la follia viaggiano insieme, la follia deve impadronirsi degli strumenti di fiato, perchè sempre ha miglior vento.»

«Wamba» disse il Cavaliere «ciò è più di quanto è permesso. Guardati dall'abusare della mia sofferenza.»

«Non venite innanzi colla violenza, ser Cavaliere» riprese a dir Wamba, allontanandosi dal compagno «ovvero la follia vi mostrerà che ha un buon paio di gambe, e lascerà che il valor cerchi da sè medesimo come lo potrà le vie di questa foresta.»

«Tu sai trovare il luogo ove punge la sella, e per altra parte non ho tempo da perdere: conserva dunque se vuoi il corno, ma andiamo avanti senz'altri indugi.»

«Mi promettete voi di non maltrattarmi?»

«Te lo prometto.»

«Parola di cavaliere?» domandò Wamba avvicinandosi adagio adagio e con cautela.

«Parola di Cavaliere! ma non perdiam più tempo.»

«Ecco dunque riconciliati insieme valore e follia» disse Wamba mettendosi a fianco del Cavaliere. «Ma in fede mia! non vorrei un pugno qual lo regalaste al bravo eremita che si avvoltò sull'erba come un birillo. Però ora che la follia s'è impadronita del corno, converrà che il valore allestisca le armi, poichè, se non m'inganno, per entro quella macchia vi è compagnia che ne aspetta.»

«Perchè pensi questo?»

«Perchè vedo per traverso a quegli alberi uno splendor come d'armi. Se coloro che le portano fossero galantuomini andrebbero sul sentiere diritto, e quelle boscaglie sembrano fatte a posta per nascondere i cherci di s. Nicolò.»

«Affè! hai ragione» soggiunse il Cavaliere calando la visiera «vedo molti uomini armati.»

Ed era ben tempo ch'ei si cautelasse, perchè nell'istante medesimo lo colpirono ad un punto tre frecce venutegli dalla parte sospetta. L'una d'esse lo ferì in fronte e gli avrebbe trapassato il cervello, se la visiera dell'elmo fosse rimasta sollevata. Parò le altre due frecce lo scudo che gli pendeva dal collo.

«Ti ringrazio, mia buona armadura!» sclamò il Cavaliere. «Presto, Wamba, coraggio, piombiamo su di questi sciagurati» e spinto il cavallo ver quella macchia, vi trovò sette armigeri che colla lancia in resta fecero impeto sopra di lui. Tre di questi ferali strumenti lo toccarono andando in pezzi come se lo scontro fosse stato in una torre d'acciaio. Alzatosi sulle staffe sclamò con intrepido tuono: «Che dunque significa ciò, miei padroni?» Ma gli assalitori non risposero che traendo la spada, e cignendolo d'ogni parte e gridando: «morte al tiranno!»

«Ah! Sant'Odoardo! San Giorgio!» sclamò il cavalier Nero atterrando un uomo a ciascuna di sì fatte invocazioni «qui dunque siamo fra i traditori!»

Quantunque risoluti fossero que' che assalivano, si tenevano ad una tal qual distanza dal braccio d'un uomo che non sembrava ferire se non se per dare la morte; e sarebbesi giudicato che il cavalier Nero solo bastasse a mettere in fuga tutti i suoi nemici, allorquando altro guerriero coperto d'armi azzurre, e tenutosi addietro fino a quel punto, si lanciò contr'esso colla lancia sollevata, la quale anzichè percotere il Cavaliere, piombò sul corridore, che cadde mortalmente ferito.

[Illustrazione: _Ah! Sant'Odoardo! San Giorgio! — Sclamò il cavalier Nero atterrando un uomo a ciascuna di sì fatte invocazioni — qui dunque siamo fra i traditori!_ pag. 372.]

«Questo colpo è vibrato da un uom codardo e fellone» sclamò il cavalier Nero, trascinato a terra dalla caduta del suo cavallo.

Tai cose avvennero sì rapidamente che Wamba ebbe soltanto il tempo di mettersi al labbro il corno da caccia, e all'istante in cui cadea il suo compagno dava fiato allo strumento in tal modo da farne rintronare a molta distanza quel suono ch'egli udì più volte ripetere, e che non aveva egli dimenticato; cupo suono onde indietreggiarono nuovamente quegli scellerati, i quali temettero essersi avventurati con uomo che avesse molto seguito con sè a poca distanza, e Wamba, sebbene mal armato, non tardò ad accorrere in difesa del Cavaliere per aiutarlo a rialzarsi.

«Sciagurati! codardi» sclamò il Cavaliere Azzurro. «Nè vergognate fuggire al solo udire lo squillo di un corno da caccia?»

Rianimati da questi accenti tornarono a far impeto, ed una seconda volta assalirono il cavalier Nero, ch'ebbe solo scampo nel mettersi contra un albero e difendersi colla spada alla mano. Allora il fellone capo degli aggressori, impadronitosi d'un'altra lancia, prese campo a spiare il momento, che il suo formidabile avversario si trovasse più angustiato onde marciare contr'esso di gran galoppo, e infiggerlo come sperava contro di quella pianta; ma Wamba mandò a vôto il costui divisamento. Supplendo con altrettanta agilità ove gli mancava la forza, e francheggiato dallo sprezzo medesimo in cui lo tenevan gli armigeri, facea artificiose giravolte a qualche distanza dai combattenti; pure pervenne ad accostarsi tanto al corridore del cavaliere Azzurro, che ne tagliò i garretti col fendente del suo coltello da caccia, onde colla bestia stramazzò chi la cavalcava. Ma non quindi a men perigliosa condizione trovavasi il cavalier Nero, incalzato d'ogni banda da uomini armati di tutto punto, ai quali era impossibile che resistesse a lungo, estenuato da' continui sforzi di parar botte vibrate sopra di lui senza posa. E già si accorgeva che le sue forze stavano per tradirlo in un sì disuguale conflitto, allorquando una freccia lanciata da invisibile mano trafisse quello tra' suoi avversarii che lo stringeano più da vicino; e quasi nel medesimo tempo una truppa d'arcieri condotti da Locksley e dall'eremita uscirono fuori del folto della selva, e piombando sugli assassini non tardarono a farne giustizia, stendendoli, quai morti, quai mortalmente feriti, sullo spianato.

Il cavaliere Nero nel ringraziare i suoi liberatori pose un tuono di dignità che non si saprebbe assai esprimere co' detti, e che nessuno avea dianzi osservato in lui, perchè fin qui sarebbesi piuttosto creduto esser egli soldato di ventura, ch'uomo insigne per eminente dignità.

«Amici, prima ch'io vi manifesti quant'è la mia gratitudine, mi rileva il sapere quai sono i nemici che m'assalirono in tal guisa senza essere provocati. Wamba, alza la visiera dell'elmo a quel Cavaliere Azzurro condottiero, siccome sembra, di cotesti sciagurati.»

Wamba corse tosto verso costui che, malmesso dalla caduta e imbarazzato sotto il cavallo, non potea nè fuggire nè far resistenza.

«Valoroso e cortese cavaliere» gli disse «concedetemi essere vostro valletto d'armi dopo essere stato vostro scudiere. Vi ho aiutato a scendere da cavallo, gli è giusto che vi spacci del vostro elmo.»

Così parlando, ne sciogliea senza molta cerimonia le coregge; laonde cadendogli il cimiero, lasciò vedere al cavalier Nero tai lineamenti che in quell'istante non si aspettava mai ravvisare.

«Waldemar Fitzurse» sclamò egli sorpreso. «E qual motivo potè condurre un uomo del tuo grado e del tuo legnaggio ad un simile atto di scelleratezza?»

«Riccardo» rispose il cavalier prigioniero, alzando alteramente gli occhi sopra di lui «tu non conosci gli uomini, se nol sai a quali delitti l'ambizione e la sete della vendetta può condurre i figli di Adamo.»

«La vendetta! E in che mai t'ho offeso? qual vendetta hai tu da usare contro di me?»

«Non disdegnasti tu la mano di mia figlia? Non è forse questa una ingiuria tale che un Normanno di sangue nobile al pari di te non può perdonare?»

«La mano di tua figlia? E tale è la cagion del tuo odio? E per questo volevi togliermi la vita? No, no.... Amici, allontanatevi alquanto; mi giova parlargli in segreto... Or che siam soli, la verità, Waldemar! Chi ti spinse a questo delitto?»

«Il figlio di tuo padre, fattosi vendicatore della tua figliale inobbedienza.»

Gli occhi di Riccardo scintillaron di sdegno; ma riprese tosto la sua calma; ed appoggiando alla fronte la mano, rimase un istante cogli occhi fisi sopra Fitzurse, nella cui fisonomia si vedeano lottare la vergogna e l'orgoglio.

«Tu non chiedi grazia, o Fitzurse?» disse Riccardo.

«Chi sta fra gli artigli del leone sa non doverla aspettare.»

«Il leone» rispose alteramente Riccardo «non si pasce de' cadaveri in cui s'abbatte. Ti dono la vita senza che tu la chieda, ma a patto che fra tre giorni abbandonerai l'Inghilterra; che andrai a nascondere la tua infamia nel tuo castello di Normandia, e che il tuo labbro non indicherà mai il principe Giovanni siccome complice del tuo attentato. Se ti scoprono in Inghilterra dopo l'indugio ch'io ti concedo, sarai punito di morte, e se mai tu pronunzi un accetto che possa compromettere l'onore della mia casa, nè manco il santuario ti metterà in sicuro dalla mia vendetta. Ti farò appiccare sulla torre del tuo castello, e rimarrai colà pastura dei corvi. — Locksley, m'accorgo che le vostre genti si sono appropriati i cavalli dei soggiogati masnadieri. Se ne ceda uno a questo cavaliere e si lasci partire.»

«Se non giudicassi che la voce di chi mi parla ha diritto di pretendere obbedienza, manderei a questo scellerato una freccia che gli risparmierebbe la fatica del viaggio.»

«Il tuo cuore è veramente inglese, o Locksley» disse il cavalier Nero. «Tu t'inganni nel credere ch'io abbia diritto alla tua obbedienza. Io sono Riccardo, re d'Inghilterra.»

A tali accenti pronunziati col tuono di maestà convenevole al grado e al carattere di Riccardo Cuor-di-Leone, tutti gli arcieri si prostrarono dinanzi a lui, prestandogli giuramento di fedeltà, ed implorando perdono delle passate colpe.

«Alzatevi, o miei amici» lor disse Riccardo, riguardandoli in cotal modo, atto a provare, come la bontà sua naturale avesse trionfato sullo sdegno inspiratogli dalla perfidia di Waldemar Fitzurse «alzatevi, i servigi che prestaste agli oppressi miei sudditi dinanzi alle mura di Torquilstone, e quello che avete or prestato a me stesso, mi fanno dimenticare i falli di cui per l'addietro possiate esservi fatti colpevoli; alzatevi, o miei amici, e procurate di condurre una vita più regolare... Quanto a te prode Locksley...»

«Cessate dal chiamarmi Locksley, o mio sovrano. Il mio Signore è in diritto di conoscere il mio vero nome, un nome che, ben lo temo, dee troppo spesso avergli ferito l'orecchio. Io sono Robin-Hood della foresta di Sherwood.»

«Ah! Ah!» sclamò Riccardo: «il re degli scorridori, il principe de' proscritti! E chi non ha udito pronunziare un tal nome? Ne pervenne sino in Palestina la fama. Ma sii certo, prode Robin-Hood, che nulla di quanto hai potuto operare nel durar della mia lontananza, e in tali istanti di turbolenza, verrà mai allegato contro di te.»

«È cosa giusta!» soggiunse Wamba, che non perdea mai l'occasione d'intromettere le sue arguzie. «Non dice il proverbio:

«Quando son partiti i gatti, «Fanno la festa in casa i ratti?»

«Ah! Wamba, tu se' qui? Non udendo la tua voce, io credea che da lungo tempo tu avessi presa la fuga.»

«Presa la fuga!» sclamò Wamba. «E quando è mai che avete veduto scompagnarsi del valor la pazzia? Ecco il trofeo delle mie armi, questo bel cavallo grigio che vorrei vedere un'altra volta su i suoi garretti, a patto che venisse nello stato di questa bestia chi n'era padrone. Ma se non ho combattuto colla punta della mia spada, voi mi concederete che ho dato con valore il segnal della pugna, e ben condotto il mio assalto dalla parte del retroguardo.»

«Sì, valoroso Wamba» rispose il Re; «i tuoi servigi non verranno dimenticati, avran ricompensa.»

«_Confiteor... mea culpa_» partì sommessamente questa intonazione da una voce poco distante da Riccardo. «È tutto quel latino che ho potuto in tal momento raccapezzare. Confesso i miei peccati e ne imploro l'assoluzione.»

Voltosi il Re, vide il gioviale eremita che stava inginocchione col suo rosario fra le mani, e avendo presso di sè un nodoso randello, che non rimase del certo inoperoso nel durar della pugna. Non gli si vedea più che il bianco degli occhi, tanto studiavasi di sollevar le pupille al cielo, e facea ogni sforzo per comporre a profondissima contrizione la sua fisonomia. Ma non so qual cosa di giocondo e burlevole che in que' suoi modi si frammettea, lasciava travedere come fossero artefatte la divozione e la tema.

«Ah! ah! sei tu, santo eremita di Copmanhurst?» disse il Re. «Qual cosa è dunque che ti cruccia? Ti rincresce forse che il tuo diocesano sia istrutto del fervoroso zelo onde presti servigio alla Madonna e a san Dunstano? Non temere di nulla. Riccardo d'Inghilterra non ha mai traditi i segreti de' suoi amici.»

«Graziosissimo sovrano» disse il romito, che era il frate Tuck tanto conosciuto nella storia di Robin-Hood «non è la croce ch'io paventi, ma bensì lo scettro. Abbrividisco in pensando che questo mio pugno sacrilego andò a percotere sopra l'unto del Signore.»

«Oh! oh!» sclamò Riccardo «è di lì che viene il vento? In fede mia ch'io aveva dimenticata una tal circostanza. Ma domando a tutte le brave persone che ne sono state spettatrici, se non t'ho ben pagato d'uguale moneta. Se per altro ti credi d'essere tuttavia in isborso parla, e son presto a raddoppiare la dose.»

«No, no» s'affrettò a dire fra Giocondo; «ho ricevuto quanto mi si dovea, e compresi anche i frutti. Possa la Maestà vostra pagar sempre sì compiutamente i suoi debiti!»

«Se li potessi pagare tutti così, i miei creditori non s'accorgerebbero mai d'alcun voto nel mio regio erario.»

«Nondimeno» disse ricomponendosi ad ipocrisia l'Eremita «non so qual penitenza imporre a me stesso per quella botta sgraziata.»

«Non ne parliamo più. Ne ho ricevute tante dai Pagani e dagl'Infedeli, che sarei persino sragionevole, se conservassi rancore per questa, somministratami da un religioso così santo ed esemplare come l'eremita di Copmanhurst. Però, onesto fratello, crederei ottimo espediente pel bene di te e della Chiesa il farti scappucciare, e dandoti un grado tra le guardie reali confidarti in custodia la mia persona invece della cappella di san Dunstano.»

«Mio degno monarca, vi chiedo umilissimamente perdono, e voi me lo concedereste, se vi fosse noto quanto dominio ha su di me il peccato della pigrizia. San Dunstano, la cui benedizione sia continua sopra di voi, san Dunstano, dico, non istà men tranquillamente nella sua nicchia, se dimentico di dir le mie preci per andare ad ammazzare un daino. Se passo la mia notte fuor della cella, intertenendomi in cert'altre bagattellucce, san Dunstano non dice una parola. Egli è il padrone il più mansueto, il più compiacente, il più facile da servire fra quanti se ne possano immaginare. Ma se entrassi fra le guardie del mio sovrano, onore senza dubbio massimo per me, che cosa accadrebbe? La prima volta ch'io andassi o ad ammazzare un daino da una banda, o a confortare una vedovella dall'altra dov'è questo frate scappucciato? uno direbbe. Chi ha veduto quel maladetto frate Tuck! salterebbe su l'altro. Questo can di frataccio distrugge più daini da sè solo, che la metà della contea tutta insieme, direbbe una guardia; e non la perdona nemmeno ai cervi, aggiugnerebbe una seconda. In somma, mio grazioso sovrano, vi supplico lasciarmi quale mi avete trovato, o, se vi piace estendere la vostra benevolenza sopra di me, considerarmi come il povero cherco della cappella di san Dunstano di Copmanhurst e nulla più, e in tal qualità il contrassegno anche il più lieve della vostra munificenza sarà molto per me.»

«T'intendo, e concedo al povero cherco di san Dunstano il diritto di caccia nelle mie foreste di Warncliffe. Bada però ch'io non ti permetto d'ammazzare più di tre daini a ciascuna stagione, e se questa licenza non ti basta ad ammazzarne trenta, non sono nè cavaliere cristiano nè re d'Inghilterra.»

«Vostra Maestà può star certa che, colla grazia di san Dunstano, procurerò umilmente d'operare il miracolo della moltiplicazione de' daini.»

«Non ne dubito, fratello; e siccome la salvaggina è un nudrimento che genera sete, il mio cantiniere avrà ordine di somministrarti ogn'anno un botticello di vin di Canarie, un altro di malvasia, e tre botti d'_ala_ di prima qualità; che se nemmen queste bastassero a cavarti la sete, vieni alla mia corte, e farai seco lui conoscenza.»

«E per san Dunstano?» l'eremita soggiunse.

«Farò restaurare la cappella di questo santo. Non mi piace però che le nostre follie prendano un'indole seria. Dio ne punirebbe di mescolare gli scherzi colle cose che vogliono rispetto ed onore da noi.»

«Oh vi guarentisco pel mio santo avvocato» disse in allegro tuono l'eremita.