Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato
Part 41
«Per il giusto Iddio, vi è un sortilegio gettato sopra di me» sclamò il Templario «e quasi incomincio a credere che quello scheletro ambulante del nostro Gran-Mastro abbia detta la verità. La ripugnanza ch'io provo in lasciandovi è d'indole più che naturale. Avvenente fanciulla» diss'egli avvicinandosi a lei nel modo il più rispettoso «così giovane, così bella, così sublime sprezzatrice della morte, pur dannata ad una morte obbrobriosa e crudele! Chi non gemerebbe sul vostro destino? Son venti anni che una lagrima sola non ha inumidite le mie pupille; pure nel contemplarvi il pianto scorre a torrenti sulle mie guance!... Ma la sorte è gettata, e nulla omai può salvarti. Tu ed io siam divenuti soltanto i ciechi strumenti d'una fatalità che entrambi persegue, simili a due vascelli spinti l'un contra l'altro dalle ondate di una tempesta, e nel tempo stesso inghiottiti in mezzo ai vortici dell'abisso. Perdonatemi adunque, e separiamci almeno da amici. Invano ho cercato cambiare le vostre deliberazioni. Le mie sono immutabili come i decreti del Fato.»
«Ed è appunto in tal guisa, che gli uomini incolpano il Fato di quanto è conseguenza delle loro passioni, de' loro errori.... Pur vi perdono, Bois-Guilbert, benchè siate voi la cagione dell'immatura mia morte. La vostra anima era capace di azioni nobili e grandi, ma fatta simile ai campi degl'infingardi, il loglio vi ha spento il buon grano.»
«Sì, Rebecca, sono altero, imperioso campo privo di coltura; è vero quanto voi dite, e lo confesso io medesimo. Ma tai circostanze appunto m'innalzarono al di sopra degli spiriti deboli, degl'imbecilli, degli uomini superstiziosi che mi circondano. Le armi fin dalla prima giovinezza furono la mia professione. Portai sempre alti i miei divisamenti, sempre gli ho seguiti con fermezza e costanza, sempre sarò quel che or sono, altero, inflessibile, incapace di cambiamento, e il mondo ne avrà una prova... Ma voi, mi perdonate, o Rebecca?»
«Volentieri fin dove è possibile che una vittima possa perdonare a chi la sagrifica.»
«Addio dunque» disse il Templario, e precipitoso abbandonò quella stanza.
Intanto in una stanza contigua il commendatore di Malvoisin aspettava impaziente il ritorno di Bois-Guilbert.
«Voi vi faceste ben lungo tempo aspettare» gli disse in veggendolo. «Io stetti finor sulle brage. Che cosa sarebbe avvenuto se il Gran-Mastro o il suo esploratore Corrado, fossero giunti sin qui? Avrei pagata ben caro la mia compiacenza.... Ma che avete dunque, o fratello? Appena voi m'ascoltate, e la vostra fronte è ingombra di nubi.»
«Io sono» rispose il Templario «simile ad un miserabile malfattore condannato a morire fra un'ora, e forse più ancor da compiagnere, perchè avvi chi è pronto a spacciarsi della vita come d'un logoro vestimento. Ne attesto il cielo, Malvoisin! Questa giovinetta m'ha disarmato d'ogni mia risoluzione; e son quasi in procinto di correre a trovare quell'ipocrita del Gran-Mastro, a dire a lui, a lui stesso, che abbiuro l'Ordine, che rifiuto sostenere il barbaro incarico addossatomi dalla tirannide di costui.»
«Siete pazzo? Questo è un volere assicurare la vostra rovina senza averne quindi la menoma probabilità di salvar questa Ebrea, cui siete avvinto in guisa fuor del credibile. Beaumanoir nominerà un altro campione che sostenga in vece vostra la giustizia della pronunziata sentenza, e l'accusata perirà egualmente come se aveste adempiuti i doveri che vi furono prescritti.»
«Non è vero» replicò impetuosamente Bois-Guilbert. «L'accusata non perirà, perchè sarò io medesimo il suo difensore. Potreste voi dirmi, o Alberto, qual è il cavalier del nostr'Ordine, a cui non possa io darmi vanto di far votare l'arcione?»
«Voglio concedervi questo. Ma dimenticate voi che non avrete nè il tempo nè i modi per mandare a termine un sì stravagante divisamento? Correte a presentarvi a Luca di Beaumanoir, a protestargli che rinunziate ai vostri voti d'obbedienza, e mi saprete dire se il vecchio tiranno vi lascia due minuti di libertà. Appena avrete voi profferiti questi accenti inconsiderati, ei vi fa mettere cento piedi sotterra nelle prigioni della Commenda, perchè siate giudicato qual cavaliere fellone; o se pel vostro meglio continuasse ancora a giudicarvi ammaliato, posseduto dal demonio, non sarete forse rinchiuso per costui cenno in un convento, ove diverranno vostro letto la paglia, vostri alimenti pane ed acqua, vostri sollievi gli esorcismi, ove sarete a tutte l'ore inondato d'acqua santa per discacciare lo spirito infernale che vorranno impadronitosi di voi? Non vi resta che una via, Brian di Bois-Guilbert. Comparir nella lizza, o siete irremissibilmente disonorato e perduto.»
«Fuggirò senza far motto di nulla al Gran-Mastro; andrò in qualche lontano paese, ove non sieno ancor penetrati la follia ed il fanatismo. Ivi saprò farmi una rinomanza novella. Ma almeno le mie mani non saranno macchiate nel sangue di questa creatura innocente.»
«Non potete più fuggire, o Brian. I vostri discorsi inconsiderati hanno fatta sospetta la vostra persona, nè vi è oltre permesso uscire della Commenda. Nol credete? Fatene la prova. Presentatevi alla porta, e vedrete qual _chi va là!_ vi faranno le sentinelle poste a custodire il ponte levatoio. Tale espediente vi sorprende e vi irrita! Ma ben per voi, che sia stato preso! Se perveniste a fuggire che ne accadrebbe? Voi diverreste l'obbrobrio della vostra prosapia, voi rimosso inonoratamente dal vostro grado, vedreste offuscata in un istante tutta la gloria che per belle imprese vi meritaste. Fermatevi in tale considerazione. Ove andranno a nascondersi i vostri fratelli d'armi che finora vi sagrificarono i lor voleri, i loro affetti, allorchè udranno chiarire Brian di Bois-Guilbert qual cavaliere traditore e fellone? Qual duolo ne avrà la corte di Francia? Qual gioia pel superbo Riccardo in ascoltando come il Templario che osò resistergli in Palestina, che giunse quasi a minorargli la fama, or perdè onore e rinomanza per amore d'una giovane ebrea, cui nemmeno con tai sagrifizi potè salvare la vita?»
«Vi ringrazio, Malvoisin» sclamò Bois-Guilbert; «voi avete toccata la più viva di tutte le corde. Accada quanto sa accadere, i predicati di fellone, di traditore non verranno mai aggiunti al nome di Bois-Guilbert. Piacesse a Dio che Riccardo in persona, o alcuno degl'Inglesi suoi favoriti si presentassero nella lizza! Ma niuno si presenterà. Non saravvi chi voglia avventurarsi a rompere una lancia a pro di questa giovane innocente, di questa giovane derelitta!»
«E allora tanto meglio per voi! Se niun campione si presenta per difendere questa giovane infelice, voi non avrete contribuito in guisa alcuna alla sua morte. Non si potrà di questa accusar che il Gran-Mastro, egli solo ne sopporterà il biasimo, come si arrecherà a gloria e ad onore d'esserne biasimato.»
«Sì certamente! se niun campione comparisce nello steccato, io non sarò in questo atroce spettacolo che un figurante montato sul mio cavallo e coperto della mia armatura; io non avrò alcuna parte nelle conseguenze che ne verranno.»
«No, senza dubbio, non vi avrete maggior parte di quanta ne abbia, quando viene portata nelle nostre processioni, la bandiera di san Michele armato da capo a piedi.»
«Ebbene, Malvoisin! riprendo tutta la mia fermezza. D'altra parte Rebecca non mi ha ella medesima rifiutato, sprezzato, oppresso co' suoi rimproveri? Perchè immolerò ad essa la stima che mi concedono i miei fratelli? Sì: mi vedrete nella lizza, ed è questa l'ultima, immutabile mia deliberazione.»
Dette le quali cose uscì dell'appartamento, ma il Commendatore lo seguì per vegghiare sopra di lui, ed afforzarlo nelle nuove intenzioni manifestate. Malvoisin prendea tanta sollecitudine agl'interessi di Bois-Guilbert, perchè sapea, che se questi fosse un dì pervenuto alla carica di Gran-Mastro, ne avrebbe conseguite per sè dignità primarie dell'Ordine. Lo spronavano in oltre a comportarsi in tal guisa le cose promessegli da Corrado Montfichet, come compenso alle cure che egli si assumerebbe per far condannare la sfortunata Rebecca. Ma quantunque nel combattere i sentimenti di pietà cui stava per cedere l'amico suo, avesse avuti sovra il medesimo tutti i vantaggi che lo spirito di maneggio e di personale interesse suggerisce a chi si trova a petto persone agitate da violenti e contrarie passioni, pur ebbe d'uopo di tutta l'accortezza a mantenerlo nel proponimento che ad inspirargli era giunto. Gli fu quindi mestieri seguirne tutte le pedate, onde assicurarsi che non gli tornassero in animo le deliberazioni di fuga, ed impedire ch'ei si trovasse alla presenza del Gran-Mastro, la qual cosa avrebbe potuto condurre una aperta rottura fra entrambi. E gli fu parimente mestieri replicare più d'una volta i ragionamenti adoperati per radicare in esso la persuasione, che comparendo nella lizza quale campione dell'Ordine, non contribuiva in nulla alla morte di Rebecca, nè avea poi altra via a salvare il proprio onore e la propria fama.
CAPITOLO XXXIX.
»Rientrate nel nulla, orrende larve, »Ardite sì, che fin del diadema »Turbar la pace osate: or vi si mostra »Riccardo, agli Angli reduce e a sè stesso. _Shakspeare._
Ripiglieremo ora il filo delle cose spettanti al cavalier Nero, il quale dopo avere abbandonato il prode Locksley e i suoi compagni, si condusse per la più corta via ad un vicino convento detto il priorato di san Botolfo, ove subitamente dopo la presa del castello venne condotto Ivanhoe per opera del fedele Gurth e del magnanimo Wamba. Gli è inutile a questo luogo il narrare le particolarità dell'abboccamento ch'ebbero insieme Wilfrid e il suo liberatore, e ci limiteremo a dire, che dopo un lungo e serio colloquio tra i due cavalieri e il Priore, questi fece partire affrettatamente corrieri per diverse strade, e che alla domane il cavalier Nero si accinse a partire con Wamba che doveva essergli scorta.
«Io mi trasferisco a Coningsburgo» diss'egli ad Ivanhoe «poichè Cedric, vostro padre, vi si dee trovare per assistere ai funerali del suo amico Atelstano. Desidero vedere i vostri amici sassoni, ser Wilfrid, e formare più ampia che in passato la mia conoscenza con essi. Voi verrete colà a raggiugnermi, e m'incarico io medesimo di riconciliarvi col padre vostro.»
Ivanhoe esternò vivissima brama di accompagnarlo, ma a questa il cavalier Nero si oppose.
«No» gli diss'egli «le vostre ferite appena son chiuse. Pretendo che qui vi fermiate tutto quest'oggi. Domani poi, quando vel permettano le vostre forze, potrete partire. Non voglio compagno fuor dell'onesto Wamba, che secondo mi prenderà la fantasia, sosterrà la parte o di buffone o di frate.»
«Ed io vi seguirò assai volentieri» rispose Wamba «perchè ho gran desiderio di trovarmi al banchetto funerale di Atelstano. Se questo non è splendido, se qualche cosa vi manca, m'aspetto vedere il Signore di Coningsburgo uscir del sepolcro per attaccar briga col cuoco, coll'intendente e col credenziere; e mi concederete che sarebbe uno spettacolo degno d'essere contemplato. Ad ogni evento, ser Cavaliere, mi fido al valore per far la mia pace con Cedric, se a ciò mai non riuscisse il mio spirito.»
«E qual buon successo ti riprometteresti dal mio valore se rimanesse in secco il tuo spirito? Spiegami una tale faccenda.»
«Lo spirito può ben molte cose, ser Cavaliere, ma è un furfante che la sa lunga, e che conoscendo il lato debole del suo vicino, sta rannicchiato quando la burrasca delle passioni è troppo forte. Il valore in vece è un ardimentoso, cui nulla può resistere, e a dispetto del vento e del grosso fiotto va diritto al porto. Laonde, ser Cavaliere, mi prendo assunto di governare lo spirito del mio padrone, sintantochè fa buon tempo; ma se vedrò burrasca, ricorro a voi.»
«Ser cavaliere _dal Catenaccio_, poichè volete essere chiamato così» disse Ivanhoe «temo che abbiate preso per guida un matto, chiacchierone e importuno. Però conosce tutti i sentieri della foresta, sicchè non la cede al più pratico de' cacciatori soliti a frequentarla, oltrechè lo avete trovato coraggioso e fedele a prova d'acciaro.»
«Poichè mi dite che ha quanto ingegno si vuole ad indicarmi a dovere la strada» rispose il cavalier Nero «non mi spiace l'udire ch'egli abbia anche l'altro di farmela parere più breve. Addio, mio caro Wilfrid, vi raccomando di non pensare a mettervi in cammino prima di domani, quand'anche vogliate affrettarvi.»
Dette le quali cose porse la mano ad Ivanhoe che l'appressò alle sue labbra, e licenziandosi dal priore, montò a cavallo e partì accompagnato da Wamba. Wilfrid li seguì coll'occhio sintantochè le piante non gli ebbero affatto ascosi al suo sguardo, indi rientrò nel convento.
Ma l'impazienza sua non gli permise fermarvisi lungo tempo. Era trascorsa appena un'ora dopo la partenza del Cavaliere, quando chiese un colloquio col Priore. Il rispettabile vegliardo corse tantosto ad esso domandandogli con inquietezza, se fosse accaduto un tal cambiamento nello stato delle sue ferite che gli cagionasse insoliti patimenti.
«Nessuno» rispose Ivanhoe. «Io sto bene oltre di quello che avrei potuto sperare; e credo anzi che la più ampia delle mie ferite fosse più lieve di quanto mel fece supporre lo stato di debolezza cui mi ridusse il molto perder di sangue, a meno che il balsamo adoperato a guarirmi non fosse fornito di prodigiosa virtù. A quanto parmi io sarei già in istato di addossar la corazza, ed ho la mente piena di idee che non mi permettono rimanermi in ozio più lungo tempo.»
«A Dio non piaccia» sclamò il Priore «che il figlio di Cedric il Sassone esca del mio convento se prima non ne sono perfettamente risanate le ferite! Sarebbe un obbrobrio per me il comportarlo.»
«Io non penserei ad abbandonare il vostro benefico ospizio, o venerabile padre, se non mi trovassi in essere di sopportare la fatica del viaggio e se non fossi costretto a mettermi tosto in cammino.»
«Ma non fu egli detto che partireste solamente domani? Chi può avervi costretto a cambiare di risoluzione sì tostamente?»
«Ditemi, non avete voi in vostra vita provati alcuni di que' funesti presentimenti ai quali non si saprebbe assegnare una cagione? Il vostro spirito, simile all'orizzonte, non si è mai veduto offuscato d'improvvise nubi che sembrano le foriere d'una tempesta? Credete voi che sia saggezza il disprezzare interamente questo genere d'avvisi, inspirazioni spesse volte de' nostri angeli custodi, che ne avvertiscono di qualche ignoto e non preveduto pericolo?»
«Non posso negare» disse il Priore facendo un segno di croce «che il Cielo abbia questo potere, e che tai cose sieno talvolta accadute, ma è sempre stato quando le inspirazioni avevano uno scopo utile ed evidente. Nella circostanza in cui siamo, che vi giova seguire i passi d'un uomo al quale, ferito come voi siete, non potreste essere di verun aiuto se lo assalissero?»
«Voi v'ingannate, o Priore: mi sento assai in forza per misurare la mia lancia con quella di chiunque vorrà provocarmi. Ma è forse certo che il cavalier or partito non possa correre altri rischi fuor di quelli contra i quali io potrei giovargli coll'armi? È noto ad ognuno che i Sassoni non amano la schiatta normanna, e chi sa qual cosa gli può accadere all'atto di comparire in mezzo di essi, poichè li trova tuttavia acerbati per la morte di Atelstano, senza calcolare il riscaldamento che produrranno ne' lor capi i baccanali, da essi chiamati banchetto funebre. Permettetemi adunque ch'io parta sull'istante, e se ho voluto vedervi gli è per farvi i miei saluti, e pregarvi a prestarmi qualche palafreno, la cui andatura sia più posata di quella del mio corridore.»
«Vi darò la mia propria mula» disse il Priore. «Ella è accostumata all'ambio, e in dolcezza di passo supera quella dell'Abate di Sant'Albano. Non credo possiate trovare al mondo una cavalcatura più gradevole della mia _Malkin_, tale ne è il nome, quand'anche prendeste il cavallo del vicino bagattelliere, che balla sopra le uova senza romperle. Camminando sovr'essa ho composto più d'una omelia per l'edificazione de' fratelli del convento e di tutti i Cristiani che vengono ad ascoltarmi.»
«Vi prego dunque, reverendo Priore, a dar ordine che mi venga condotta subitamente, e di far dire a Gurth che mi porti le mie armi.»
«Badate per altro, figliuol mio, che _Malkin_ non ha l'uso dell'armi più che il suo padrone, nè mi fo mallevadore che ella sopporti con pazienza, non dirò il peso, ma sol la vista della vostra armadura, perchè è una bestia piena d'ingegno, e restìa a caricarsi di pesi cui non sia legittimamente obbligata. Mi ricordo che un giorno io aveva preso in prestito dal priore di San-Bees il _Fructus temporum_; nè vi fu verso ch'ella passasse la soglia della porta, appena si sentì sulla schiena quell'immenso messale che mi fu forza restituire.»
«Fidatevi a me» disse Ivanhoe «la mia armadura non è sì pesante da potere stancare la vostra _Malkin_, e se le viene il ghiribizzo di provocarmi vi prometto che ne uscirò vincitore.»
Arrivò in quel momento Gurth, il quale attaccò ai talloni del suo padrone un paio di grandi speroni d'oro, atti a convincere il cavallo più recalcitrante che non v'era miglior partito del sottomettersi alla volontà del cavaliere.
La qual vista inspirò non poca tema per la sua povera _Malkin_ al Priore, onde incominciò a pentirsi d'averla offerta. «Or che ci penso, ser Cavaliere» gli disse «mi è d'uopo avvertirvi che la mia mula s'impenna al tocco il più lieve degli speroni. Sarebbe meglio che prendeste la puledra del nostro provveditore. Posso mandarla a cercare e fra un'ora l'avrete qui. Dovrebb'essere docilissima, perchè domata nel far la nostra provvista di legna per tutto il verno, oltrechè non le è mai stato dato un grano d'avena.»
«Vi rendo infinite grazie, degno Priore, ma mi terrò alla prima vostra offerta, tanto più volentieri che vedo _Malkin_ alla porta. Gurth porterà in groppa la mia armadura. Così vedete che _Malkin_ non avrà troppo peso da portare, nè quindi motivo d'abusare della mia pazienza. Intanto ricevete i miei saluti.»
Ivanhoe scese dalla scala più presto e più leggermente che non l'avrebbero dato a supporre lo stato di debolezza in cui tuttora trovavasi; e il fe' più lesto a saltar sulla mula l'impazienza di sottrarsi al Priore, che lo seguiva frettolosamente quanto l'età e la salute sua lo permettevano, ora reiterando gli elogi alla mula, ora le raccomandazioni al Cavaliere affinchè la risparmiasse. «Ella entra nel quindicesimo anno, età pericolosa per le mule come per le ragazze» dicea il Priore ridendo di tal facezia egli stesso.
Ivanhoe, che pensava a tutt'altra cosa fuorchè ai gravi avvertimenti e alle facezie del Priore, e che non voleva ascoltare più a lungo le osservazioni del medesimo sui pesi che potea portare, e sul passo cui dovea tenersi _Malkin_, diede a questa il segnale della partenza, ordinando a Gurth di seguirlo, e prese per traverso alla foresta il cammino che guidava a Coningsburgo sulle tracce stesse del cavalier Nero.
Intanto il Priore dalla porta del convento lo seguitava cogli occhi e sclamava: «Santa Maria! come sono vivaci ed impetuosi questi cavalieri! avrei fatto meglio a non confidargli _Malkin_. Se mai le succede qualche disgrazia, come la farò io colle mie doglie gottose ed artetiche? Nondimeno» aggiunse «siccome io non risparmierei le sue vecchie membra, no certo, nè il sangue che mi scorre entro le vene per la causa dell'antica Inghilterra, anche _Malkin_ può ben affrontare dal canto suo qualche rischio. Forse giudicheranno poi a proposito di fare qualche magnifica donazione al povero nostro convento; almeno invieranno al vecchio Priore un buon cavallo avvezzato al passo. E se non penseranno a nulla di tutto ciò, perchè i grandi del mondo dimenticano spesse volte i servigi della povera gente, io mi troverò abbastanza ricompensato nel pensare che ho fatto quant'io doveva fare. Ma gli è ora di sonar la campana per chiamar i frati al refettorio. È un segno che lor piace assai più di quello del mattutino.»
Dette le quali parole, il degno Priore si avviò lentamente al refettorio per presedere alla distribuzione dello _stockfish_ e dell'_ala_, in che stavasi il banchetto de' frati. Postosi dignitosamente alla mensa, lasciò sfuggire alcuni accenti di servigi essenziali prestati a grandi personaggi, di donazioni ch'egli sperava ottener pel convento; le quali cose in tutt'altra circostanza avrebbero eccitata la generale attenzione. Ma lo _stockfish_ era molto salato, l'_ala_ assai buona, e le mascelle de' reverendi troppo affaccendate, onde questi potessero far uso delle proprie orecchie; per le quali cagioni niun frate di quel convento s'avvisò di meditare sul significato che avessero i misteriosi detti del priore, tranne frate Diggory, il quale tormentato dal dolor dei denti non potea masticare che da una banda.
In questo mezzo il cavalier Nero e la sua guida trascorrevano la foresta. Il primo d'essi or gorgheggiava a mezza voce ballate che gl'insegnò qualche innamorato Trovadore, ora colle proprie interrogazioni animava l'inclinazione naturale ch'era in Wamba al cicaleccio; talchè gli intertenimenti di queste due persone formavano un miscuglio assai bizzarro di canti e facezie.
Il leggitore immagini in questo cavaliere un uomo qual già il pignemmo di alta statura, di vigorosa complessione, fornito di larghe spalle, e montato sopra un cavallo nero, che sembrava scelto a disegno di una forza capace a sostenerne il peso. La visiera dell'elmo non era sollevata più di quanto facesse mestieri a permetterle libera la respirazione, e chiusa se ne vedea la barbozza, onde appena poteano scernersi alcuni de' suoi lineamenti. Scorgeasi nonostante come ne fossero piene e vermiglie le guance ad onta d'essere alquanto abbrunite dal sole, gli occhi grandi, azzurri e vivaci sì che il loro moversi parea quasi lampo. Del rimanente così questi come la fisonomia sembravano annunziare una tal quale non curante gajezza, la fiducia di chi non misura i pericoli, ed un animo sì poco avvezzo a prevederli che ardente ad affrontarli se si presentavano, ed intrepido nell'aspettarli, perchè l'armi erano state la professione dell'intera sua vita.
Wamba andava vestito giusta il solito, se non che gli avvenimenti, dei quali era stato recentemente spettatore, lo avean consigliato a mettere in luogo della sciabola di legno una specie di coltello da caccia ben tagliente e un picciolo scudo; armi di cui ad onta del mestiere professato avea fatto buon uso nel cortile di Torquilstone, il dì che questo castello venne distrutto. Per vero dire, la pazzia di Wamba stava tutta in una specie di inquieta volubilità di mente che non gli permettea nè di rimanere troppo nella postura medesima, nè di seguire a lungo il corso d'una stessa idea, benchè riuscisse ottimamente in tutti quegli assunti che voleano solamente l'attenzione di pochi istanti, ed afferrasse di prima vista il vero stato delle cose verso le quali volgea in quel punto la mente. Conformando gli atti della persona allo spirito cambiava sempre di luogo sul suo cavallo, ed or quasi gli stava al collo, or in groppa: spesso si mettea seduto colle gambe penzolone dalla medesima banda, altre volte volgea il viso verso la coda della bestia non si fermando mai un momento, e tormentando in tutti i modi possibili il corridore, che finalmente impennatosi lo gettò sull'erba; caso che non ebbe altra conseguenza se non di far ridere il Cavaliere e di render Wamba più fermo in sella nel rimanente del viaggio.
Il cavalier Nero avendo terminato di gorgheggiare un _virelai_: «Mi ricordo» disse Wamba «d'una ballata che cantai un giorno al mio camerata Gurth, il quale per la grazia di Dio e del suo padrone oggidì è nè più nè meno d'uom libero. Egli volle impararla, e tante volte gliela ripetei una mattina, che eravamo anche in letto due ore dopo la levata del sole, il quale incidente ne fruttò una buona dose di bastonate. Sol mi venga in mente il motivo dell'aria, mi sento far male le ossa. Nondimeno se volete ve la canterò.»