Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato
Part 35
«Vi chiedo le mille volte perdono» rispose Fitzurse maledicendo in suo cuore la stolta vanità di un tale padrone «ma in circostanze tanto stringenti, quando il ritardo d'un minuto potea divenire fatale, ho creduto mi fosse lecito l'arbitrare sopra cosa da cui dipendono i vostri interessi i più cari.»
«Vi perdono, Waldemar» disse il principe gravemente; «la buona intenzione fa scusa della temerità di cotal vostra sollecitudine. Ma, vivadio! vedete chi ne arriva! Bracy egli stesso, e in un aggiustamento affatto stravagante.»
Egli era di fatto Bracy, nel cui volto acceso leggeasi la fatica d'uomo che avea sostenuta una corsa di galoppo, coperto di polvere e di sudore, e coll'armatura infranta e insanguinata, onde non era dubbio ch'ei non avesse partecipato ad un ostinato combattimento. Spacciatosi dell'elmo, lo mise sopra una tavola, e tacque per un'istante qual chi ha bisogno di prender fiato.
«Ebbene, o Bracy» disse il principe; «che vuol dir ciò? Parlate, ve lo comando. I Sassoni han ribellato?»
«Parlate adunque, Bracy» soggiunse, quasi nel medesimo tempo che il suo padrone, Fitzurse. «Una volta avevate l'usanza di essere uomo. Ov'è il Templario? Che cosa è accaduto di Frondeboeuf?»
«Il Templario è fuggito» rispose Bracy «quanto a Frondeboeuf, più nol vedrete. Egli ha trovato luminoso sepolcro sotto le ardenti rovine del suo castello medesimo, e credo essere io il solo fuggito per arrecarvene la notizia.»
«Voi parlate di rovine ardenti e di incendio con tuono molto tranquillo» soggiunse Fitzurse.
«Nè v'ho ancor detto il peggio» Bracy replicò. Indi accostandosi al principe Giovanni, gli disse abbassando la voce, e in aria di mistero: «Riccardo è in Inghilterra, l'ho veduto, gli ho parlato io medesimo.»
«Voi sognate, o Bracy» disse Fitzurse «una tal cosa è impossibile.»
«Nondimeno è vera, gli ho parlato io, vi ripeto, son fatto suo prigioniero.»
«Prigioniero di Riccardo Plantageneto?»
«Di Riccardo Plantageneto, di Riccardo Cuor-di-Leone, di Riccardo d'Inghilterra!»
«Egli è dunque capo di una forza militare?»
«No, Fitzurse, ei non aveva con seco se non se alcuni arcieri, specie di scorridori che nè manco lo conoscevano. Egli si accompagnò ad essi per impadronirsi di Torquilstone.»
«Ravviso a questo sol tratto Riccardo» disse allora Waldemar; «l'impresa è degna d'un vero cavaliere errante, che corre ventura, che vuol riportarne buon successo, aiutato sol dalla forza del proprio braccio a guisa d'un Amadigi, d'un Galaor, intantochè trascura gli affari del proprio regno e l'interesse della propria salvezza. E che divisate dunque di fare, o Bracy?»
«Io! Gli offersi il mio servigio, ma mi rispose che non si fidava di me. M'accingo a partire per Hall congiuntamente alla mia compagnia franca. Giunto colà, noleggerò un naviglio che mi trasporti in terra di Francia. E voi, Waldemar, abbandonerete voi la politica? prenderete la lancia e lo scudo, verrete a partecipar meco della buona o della cattiva fortuna che il cielo mi serba?»
«Son troppo vecchio, o Maurizio; ed ho una figlia che non m'è lecito l'abbandonare.»
«Datela a me in isposa, o Waldemar, e col soccorso di Dio e della mia spada la manterrò in un grado degno di lei.»
«No, no;» disse Fitzurse: «io mi riparerò nella chiesa di san Pietro di questa città e vi troverò un asilo. L'arcivescovo mi ha giurato fede e amicizia.»
Nel durare di sì fatto colloquio, il Principe rinveniva a poco a poco dallo stato di stupore, in cui tratto avealo tale notizia sì poco aspettata; laonde udì quanto bastava i discorsi di questi due cortegiani.
«Costoro si stolgono da me» dicea fra sè stesso. «Non sono eglino più congiunti alla mia persona di quanto il sia una foglia secca allorchè soffia il vento d'autunno. Per l'inferno! non saprò io trovare vigore in me stesso ancorchè m'abbandonino questi vigliacchi?» E mentre ei meditava tai cose, la sua fisonomia si compose ad espressione sinistra e diabolica; finalmente interruppe in sì fatta guisa i loro discorsi.
«Ah! ah! ah! per gli occhi della Madonna, o signori! Ammiro la vostra prudenza, il vostro senno, e soprattutto il vostro coraggio, che sagrificate in un medesimo tempo ricchezze, onori e piaceri; che vi ritraete dal giuoco quando un bell'ardimento può darvelo vinto.»
«Non comprendo, o signore, le vostre idee» disse Bracy. «Appena sia noto il ritorno di Riccardo, non gli mancherà un esercito sotto i suoi ordini, e allora, quale speranza rimane per noi? Piuttosto, o Principe, vi do per consiglio ritirarvi in Francia, o vero ricorrere alla protezione della Regina madre.»
«Io non temo nulla in quanto spetta alla sicurezza mia personale» rispose con altero tuono Giovanni. «Un solo accento detto da me a mio fratello basta ad assicurarmela. Ma benchè io vi trovi tanto ben preparati ad abbandonarmi, così voi ser di Bracy, come anche voi, ser Fitzurse, non avrei caro di vedere i vostri capi collocati sulla porta di Clifford. Perchè vi immaginate forse, o Waldemar, che lo scaltrito arcivescovo non vi lasciasse arrestare fin sui gradini dell'altare, se sapesse di poter fare a tal costo la pace sua con Riccardo? E voi, Bracy, dimenticate forse che Roberto d'Estouteville, postosi a capo di tutte le sue forze vi chiude la strada di Hull, e che il conte di Essex mette in armi quanti ha vassalli? Se avevamo qualche ragione di temere questi due capi prima del ritorno di Riccardo, quanto più dobbiamo poi paventarli oggi giorno! Dubitate forse della parte cui si atterrebbero? D'Estouteville solo è forte a bastanza per tagliare a pezzi tutta la vostra compagnia franca.»
Fitzurse e Bracy si guardarono l'un l'altro con fisonomia scompigliata.
«Non è aperta che una sola via al salvamento di tutti» continuò Giovanni aggrottando le ciglia, e in tuon truce; «colui che ne è cagion d'atterrire, suol viaggiar solo. Fa d'uopo corrergli incontro.»
«Non sarò quell'io» sclamò vivamente Bracy; «mi ha fatto suo prigioniere; mi ha usato grazia; non sarà ch'io tocchi una piuma del suo cimiero!»
«E chi vi commette di farlo?» rispose il Principe con alterezza. «Vorrei vedere in voi l'audacia di dire ch'io ho comandata la morte di mio fratello. No: ad un evento, basterebbe anche la prigionia. Poco ne rileva ch'ei sia prigioniero piuttosto nell'Austria o nell'Inghilterra; le cose non rimarrebbero quindi che nello stato in cui erano, allorquando ordimmo il divisamento della nostra impresa. Ella fondavasi sulla speranza, che Riccardo rimarrebbe dimenticato in un carcere dell'Alemagna. Che grave disordine! Nostro zio non morì egli prigione nel castello di Cardiffe?»
«Gli è vero» rispose Waldemar «ma Enrico, il padre vostro, stava sul proprio trono, più sicuro di quanto possiate sperare esserlo voi. Sostengo non trovarsi miglior carceriere del beccamorti. Non vi è torre tanto ben guardata quanto lo è nelle chiese l'arcato sotterraneo d'una sepoltura.»
«Carcere o sepoltura!» disse Bracy. «Io me ne lavo le mani, nè mai mi frammetterò in tale bisogna.»
«Furfante!» sclamò il Principe corrucciato. «Avresti forse idea di tradirne?»
«Non ho mai tradito nessuno» rispose con alterezza Bracy «nè son io quegli cui possa appropriarsi il predicato di furfante.»
«Non vi riscaldate tanto, ser cavaliere» si fece a dire Fitzurse; «e voi, Principe, condonate gli scrupoli del prode Bracy; spero che giugnerò a dissiparli.»
«Ciò è quanto supera le forze della vostra eloquenza, ser Fitzurse» replicò il cavaliere.
«Mio caro Maurizio!» così riprese il discorso quel cortegiano avveduto. «Non vi lasciate trasportare a guisa di corridore sfrenato, e meditate meglio lo stato delle cose. Non è egli vero, che ventiquattro ore fa, il vostro desiderio più ardente era quello di venir corpo a corpo a cimento con Riccardo, se vi fosse riuscito scontrarvi in lui nel mezzo di una mischia? Non vi ho inteso ripetere cento volte la stessa cosa?»
«Egli è vero, ma in que' termini in cui voi medesimo vi esprimete, corpo a corpo, tra le file d'una battaglia. Non m'avrete mai udito desiderare di assalirlo solo, a tradimento, nel mezzo d'una foresta.»
«Non siete vero cavaliere, se tale scrupolo vi trattiene. Ove fu, chiegg'io che Lancilotto del Lago e ser Tristano acquistarono tanta fama? Ne' campi forse? No. Assalendo formidabili nemici in fondo a boscaglie, fra luoghi sconosciuti e deserti.»
«Ma vi sto io mallevadore che nè Tristano nè Lancilotto, non erano tai buone lancie o tai buone spade qual è Riccardo. Poi non mi farete mai credere che avessero l'uso di mettersi a capo d'una compagnia per affrontare un sol cavaliere.»
«Voi siete pazzo, o Bracy. L'impresa che vi proponiamo è una vera obbligazione per voi. Non siete forse assoldato al principe Giovanni qual condottiero di una compagnia franca? La vostra spada non è consacrata a servirlo? Conoscete il nemico che ne mette in timore, e scrupoleggiate quando stanno in pericolo la sorte del vostro padrone, la vita e l'onore di tutti i vostri colleghi?»
«Vi ripeto che il mio viver è dono sol di Riccardo;» rispose con tuono fermo e risoluto Bracy. «Gli è vero che ricusò i miei servigi, che mi comanda anzi di allontanarmi dalla sua presenza; laonde non ho obbligati a lui nè i miei omaggi nè la mia fede. Nondimeno non solleverò mai il braccio contro di esso.»
«Nè tanto è necessario. Inviate solamente Luigi Winkelbrand e venti de' vostri armigeri sotto di lui.»
«Per imprese di tal natura non vi mancano masnadieri. Un solo de' miei soldati non vi prenderà parte.»
«Siete adunque tanto ostinato, o Bracy?» soggiunse il principe Giovanni. «M'abbandonerete voi dopo tante proteste fattemi di zelo e d'affetto?»
«No principe: vi presterò quanti servigi onorevoli possono dipendere da un cavaliere, sia ne' tornei, sia ne' campi; ma tali spedizioni da strada maestra non mi s'aspettano, nè entrano poco o assai nel novero de' miei doveri.»
«Avvicinatevi, Waldemar,» disse Giovanni. «Non sono io un principe sfortunato? Mio padre Enrico, sì, aveva servi fedeli. Appena ebb'egli pronunziate alcune lagnanze contro un fazioso ecclesiastico, il sangue di Tommaso Becket, benchè fosse un santo, fu versato sui gradini medesimi dell'altare. Tracy, Briton, Morville, prodi e leali sudditi! Il vostro coraggio intraprendente è spento col vostro nome, e benchè Reginaldo Fitzurse abbia lasciato un figlio, questi non ha ereditato nè la prodezza nè la fedeltà di suo padre[50].»
«Ei le ereditò entrambe» rispose Waldemar Fitzurse; «e poichè Bracy ricusa incaricarsi di tale spedizione, me l'assumerò io medesimo. Il mio genitore comperò ben cara la fama d'uomo affezionato al suo sovrano; pur la prova di fedeltà da esso data ad Enrico, è poca cosa in confronto di quella ch'io sono per somministrarvi; perchè vorrei piuttosto dovere assalire tutti i santi del calendario, che alzar la mia lancia contra Riccardo Cuor-di-Leone. Bracy, prendetevi voi la cura di far la guardia al vostro principe, e di inspirare sentimenti ver lui favorevoli a coloro che si mostrano tuttora perplessi. Se vi giungono tai notizie quali mi confido trasmettervi, nulla più si opporrà al buon successo de' nostri divisamenti.»
Indi chiamato a sè un paggio: «Corri a casa mia» gli ordinò «e dì al mio scudiere d'apprestar le mie armi. Che Whetherall, Thoresby e i tre armigeri di Spyinghow s'accingano a seguirmi; il capo delle velette, Ugo Bardon, stia presto a qualunque mio cenno. Addio, principe. Confidiamci nella speranza di più felici momenti.»
Dette le quali cose uscì dell'appartamento.
«Ei s'allestisce a far prigioniero mio fratello!» così appena fu partito Waldemar, parlò a Bracy il Principe, non mostrandosi più commosso che nol sarebbe stato se avesse veduta pericolante la vita d'un _franklin_ Sassone. «Spero ch'egli non oltrepasserà le mie intenzioni ed avrà, voglio crederlo, verso la persona del mio caro Riccardo tutto il riguardo che gli è dovuto.»
Bracy non gli rispose che con un sorriso.
«Per gli occhi della Madonna!» disse Giovanni «gli ho dato espresso comando di rispettarne la vita. Voi forse non avrete inteso, perchè in quel momento stavamo entrambi ov'è il vano di quella finestra. Gli ho ordinato ne' termini i più chiari e i meno equivoci di avere ogni cura alla salvezza di Riccardo. Guai a lui! guai a lui, se osasse contravvenire!»
«Credo che sarebbe ottima cosa» soggiunse Bracy «se cercassi raggiugnerlo per fargli capir bene queste vostre intenzioni. Siccome non ho inteso io un tal ordine, potrebb'essere che fosse sfuggito anche all'orecchio di Waldemar.»
«No, no» rispose impazientendosi il Principe, «son certo io che m'ha inteso. Poi, ho bisogno di parlarvi d'altre cose. Datemi il vostro braccio, Maurizio, mi trovo stanco.»
In tal famigliare postura fecero alcuni giri su e giù per la sala, nel qual intervallo il Principe coll'aria della più amichevole confidenza volgea tale discorso a Bracy.
«Che vi pare di questo Waldemar Fitzurse, mio caro Bracy? Egli spera di diventare nostro cancelliere! Oh! ci penseremo ben bene prima di confidare una carica sì rilevante ad un uomo che dà prove evidenti di poco rispetto verso il nostro sangue. Voi vedeste con qual sollecitudine si è assunta la spedizione contra Riccardo! Scommetterei che voi v'immaginate d'aver perduto qualche cosa nella mia amicizia, perchè vi siete dispensato da un così odievole incarico. Oh no, Maurizio! questa virtuosa resistenza vostra non ha fatto che crescere la stima in cui vi tenea. Vi sono certi affari, pei quali abbiamo bisogno di gente pronta a fare di tutto; ma non son costoro che noi amiamo o stimiamo. Tal altro in vece, che ricusa servirci in occasioni di sì fatta natura, da questo atto medesimo acquista nuovi diritti alla nostra buona opinione e ai nostri favori. Il far prigioniero mio fratello non è sì buon titolo a meritarsi l'alto grado di cancelliere, quanto lo è al bastone di gran maresciallo del regno il rifiuto coraggioso e nobile di prestare opera a ciò. Meditate tai cose, o Bracy; e andate fin d'ora a cominciare il novello servigio cui vi promovo.»
«Tiranno incostante!» meditò fra sè stesso Bracy, nell'uscire dell'appartamento. «Ben folle chi a te si fida! Questo grado di cancelliere, promesso da tanto tempo, Dio vede a chi toccherà, se tu riesci nei tuoi divisamenti. Ma il grado di gran maresciallo d'Inghilterra» aggiunse stendendo la mano come per assumere il bastone, e sollevando alteramente il capo «è certamente un premio che merita d'essere disputato.»
Partito appena Bracy, il Principe ordinò gli venisse innanzi Ugo Bardon, capo delle velette, degli esploratori e dei delatori, che comparve dopo brevi istanti passati da Giovanni nel trascorrere con ineguali passi, e con viso torbido e inquieto la sala.
«Bardon» tal fu la prima inchiesta che il Principe gli fece. «Quali cose volle da te Waldemar?»
«Due uomini risoluti, che conoscano a perfezione tutti i boschi del nord dell'Inghilterra, e che abbiano uso nel ravvisare le pedate recenti d'un uomo a piedi o a cavallo.»
«Glieli desti?»
«La Grazia vostra può fidarsi in me. L'un d'essi è della contea di Hexham, avvezzo a ormare in traccia de' masnadieri delle foreste di Tyne e di Teviot; non vi è veltro che il superi nel seguir le tracce d'un daino ferito. L'altro appartiene alla contea d'York, nè ha mai fatta una caccia inutile nella selva di Sherwood. Da qui a Richmond non v'è una macchia, una boscaglia, un gruppo d'alberi ch'ei non discerna.»
«Ottimamente! Waldemar parte con essi?»
«Sull'istante.»
«Chi altri va con lui?»
«Thowby, uomo d'un ardimento che non atterrisce di nulla, Whetherall che per ferocia si meritò il soprannome di _Cuor di Bronzo_, e tre armigeri del nord, che faceano parte della banda di Ralph Middleton, conosciuti sotto il nome di _valorosi di Spyinghow_.»
«A maraviglia!» rispose il Principe, poi dopo un istante di silenzio aggiunse «Bardon, l'interesse del mio servigio vuole che tu spii con massima accuratezza ogni andamento di Maurizio di Bracy, ma bada ch'egli non se ne avveda. Gli è necessario che tu sappia minutamente quali persone egli vede, con chi parla, quello che dice, quello che fa, poi a quando a quando me ne darai conto. Non mancare a tal pratica della quale ti rendo mallevadore.»
Bardon dopo fatto un rispettoso inchino si ritirò.
«Se Maurizio mi tradisce, e la condotta ch'ei tiene mi fa temere di ciò» disse rimasto solo il Principe Giovanni «il suo capo salterà all'aria, quand'anche Riccardo fosse per dare a York la scalata.»
CAPITOLO XXXIV.
«Di famelica tigre il fero artiglio, «O di pardo affrontar per la foresta «D'uom fora impresa, cui mancò il consiglio. «Ma non sì stolta qual di chi all'infesta «Soglia del Fanatismo innoltra il piede, «E il mostro orrendo, se dormia, ridesta. _D'un anonimo._
Gli è tempo or che pensiamo ad Isacco d'York. Accompagnato da' due uomini che quai scorte e guide gli aveva dati Locksley, e montato sulla mula ch'ei tenea dalla liberalità di questo arciere, s'indirigeva alla volta della commenda di Templestowe, col disegno di negoziare per la liberazione della figlia. Tale commenda non era più d'una buona giornata di cammino lontana dal castello di Torquilstone, or caduto in rovina; laonde l'Ebreo sperava di arrivarvi innanzi la notte. Uscito della foresta, congedò le sue guide, presentando ciascuna d'esse d'una moneta d'argento; poi spronata la mula, continuò il viaggio con quanta sollecitudine il debile stato delle sue forze gli permettea. Ma queste lo abbandonarono d'improvviso quando gli mancavano ancora cinque miglia prima d'essere a Templestowe; e i patimenti fisici ch'ei sopportava, essendo fatti anche più acuti dall'ineffabile angoscia cui era in preda il suo animo, fu costretto a fermarsi giunto ad una piccola città, ove stanziava un rabbino ebreo, amico di lui, e famoso per possedere cognizioni nell'arte medica. Nathan-Ben-Israel ricettò il proprio concittadino con quella ospitalità che la legge divina comanda, e di cui gli Ebrei fanno grande uso scambievolmente. Questi pertanto lo persuase a prender riposo, e gli amministrò quei rimedii che allora si praticavano contra gli assalti delle febbri effimere, qual era quella che lo spavento e gli affanni e i travagli aveano cagionata ad Isacco.
Alla domane il padre di Rebecca sentendosi meglio in forze, esternò la deliberazione di abbandonare il letto, e di rimettersi in cammino; deliberazione dalla quale procurava stoglierlo Nathan, e qual medico e quale amico, facendogli osservare come ponesse a pericolo fin la vita coll'ostinarsi in così fatto divisamento.
«Mi è duopo stamane giugnere a Templestowe» rispose Isacco; «e mi chiama colà un affare più premuroso della vita medesima.»
«A Templestowe!» ripetè maravigliato Nathan. Indi dopo avergli toccato il polso, per assicurarsi meglio come stesse quanto a salute, così pensò fra sè medesimo: «Ei non ha più febbre; pur non di meno sembra che il delirio ne padroneggi ancora lo spirito.»
«E qual ragione m'impedirebbe di trasferirmi a Templestowe?» soggiunse Isacco. «Non m'è certamente ignoto come coloro che vi dimorano facciano professione di vilipendere, di abborrire i figli della Terra Promessa; ma voi sapete parimente che affari di traffico ci guidano talvolta sin tra i soldati nazareni i più sitibondi di sangue, e ne costringono a visitare le commende de' Templarii e degli Ospitalieri.»
«So tutto questo; ma ignorate voi che Luca di Beaumanoir, capo dell'ordine dei Templarii, e lor gran mastro, come costoro lo chiamano, or trovasi egli medesimo a Templestowe?»
«Mi giugne nuovo. Ben le ultime lettere ch'io ricevei da' nostri fratelli di Parigi m'indicavano com'ei si trovasse colà per sollecitare da re Filippo soccorsi contra sultan Saladino.»
«È giunto in Inghilterra senza che lo aspettassero nemmeno quei del suo Ordine, ed è giunto armato di vendetta, e col braccio sollevato per castigare. Il suo sdegno è contra coloro che hanno mancato ai propri voti, onde questi figli di Belial son, dicesi, nel massimo degli scompigli. Cotesto Luca di Beaumanoir, l'avete voi mai veduto?»
«No. Ho ben inteso dire ch'ei sia un uomo truce, pronto a mettere a fuoco e sangue tutte le cose per ogni articolo della dottrina de' Nazareni; ardente di feroce zelo contra i Saracini, come lo è nel perseguitare i nostri fratelli.»
«Tale, nè più nè meno, è il ritratto di costui. Cogli altri Templarii almen v'è speranza che si lascino sedurre dall'adescamento de' piaceri, o dalla sete del danaro, ma questo Beaumanoir è di tempera affatto diversa; nemico d'ogni sensualità, sprezzatore delle ricchezze, ansioso di quella ch'egli suol chiamare corona del martirio. Che il Dio d'Israele almeno la mandi sollecitamente così a lui come a tutti i nostri persecutori! Gli è soprattutto contra i figli di Giuda, che quest'uomo implacabile inferocisce. Non men che la morte d'un Saracino ei riguarda siccome offerta gradevole al Cielo il trucidamento d'un Ebreo. Esso ha diffuse mille calunnie su la virtù de' nostri rimedii contra i mali che affliggono l'umanità; a suo dire son questi altrettante invenzioni diaboliche. Possa il cielo confonderlo e punirlo!»
«Ad onta di quanto mi narrate fa di mestieri ch'io mi conduca a Templestowe, dovesse quella casa divenire una fornace ardente per me.»
Indi fe' palesi a Nathan i motivi di questo suo viaggio, ai quali prestò sollecita attenzione il rabbino, e gli diè a comprendere quanto ne fosse afflitto col lacerarsi le vesti giusta l'uso di sua nazione ed esclamando: «Povera figlia! povera figlia! Sfortunata Sionne, e quando avrà fine la cattività del tuo popolo?»
«Voi vedete» soggiunse Isacco «se sia cosa rilevante o no per me l'affrettarmi. Considero poi ancora che la presenza di Luca di Beaumanoir, del capo dell'Ordine, potrebbe stogliere Brian di Bois-Guilbert dai colpevoli suoi disegni ed indurlo finalmente a restituirmi la figlia.»
«Andate dunque» disse Nathan «ma usate grande prudenza; chè la prudenza salvò Daniele nella fossa de' leoni ove il gettarono, e possa questa tornarvi utile nell'impresa che or affrontate! Se però volete dar retta ad un mio consiglio, evitate più che il potete la presenza di questo Gran-Mastro, perchè così la mattina come la sera, non trova maggior soddisfazione quanto nel dar contrassegni dell'odio suo contro di noi. Se vi riuscisse aver particolare colloquio con Bois-Guilbert, chi sa nol persuadeste più facilmente a restituirvi la vostra figlia? Perchè si vocifera non essere troppa buona intelligenza fra gli esecrabili Nazareni di questa commenda. Fosse pur vero, e la discordia ponendosi ne' conciliaboli di costoro, ne affrettasse alfin la rovina! Ritornate poscia da me, come se fossi vostro padre, e venite a raccontarmi tutto ciò che vi sarà accaduto. Mi giova sperare che ricondurrete con voi Rebecca, la degna discepola di quella saggia Miriam, le cui maravigliose cure furono calunniate dai Gentili, siccome opere della negromanzia.»
Isacco disse addio all'amico, nè tardò guari a trovarsi alle porte della commenda di Templestowe.