Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato

Part 34

Chapter 343,753 wordsPublic domain

«Oh avesse piaciuto a Dio che più fermo in quell'istante fosse stato il tuo braccio, a costo pur anche di trapassarle il seno! Vorrei piuttosto credere ch'ella giace entro la tomba de' padri miei, che saperla in poter di quel barbaro, di quel dissoluto Templario. Ichobad, Schobad! è offuscata la gloria della tua casa!»

«Amici miei» soggiunse Locksley; «questo vecchio, lo vedo, non è che un Ebreo, ma il suo dolore mi commove. Vien qui, Isacco. Negozia a buoni patti con noi. Dimmi: il pagamento di mille corone pel tuo riscatto ti lascia veramente sprovveduto d'ogni sostanza?»

Simile interrogazione mossa all'Ebreo in un istante in cui l'amor paterno faceva guerra a quello ch'egli avea pel danaro, lo privò di quella solita prontezza d'animo, a tal che rispose pressochè senza accorgersene: «Sprovveduto del tutto, no.»

«Ebbene! non faremo conti tanto rigorosi con te. Sfornito di danaro, lo strappar tua figlia dalle branche di un Templario ti sarebbe cosa altrettanto impossibile, quanto atterrare un daino con una freccia spuntata. Ne pagherai dunque lo stesso riscatto che abbiamo chiesto al Priore, anzi ti abboneremo cento _corone_, che io medesimo mi prenderò di meno nella mia parte di bottino. Di fatto poi sarebbe uno scandalo mettere ad egual prezzo la testa d'un Ebreo e quella d'un prelato Cristiano. Questa, non v'ha dubbio, dee valer più dell'altra. Così ti rimangono cinquecento corone per negoziare il riscatto della tua figlia. I Templarii amano lo splendore degli zecchini d'oro non meno di quello che mandano due occhi anche bellissimi. Però non perdere tempo a far sonare il metallo alle orecchie di Bois-Guilbert innanzi che peggio accada a tua figlia. Tu la troverai, giusta quel che mi dissero le nostre velette, nella commenda di Templestowe. Convenite voi nel mio parere, o colleghi?»

Qualunque fosse il partito posto da quel condottiero, era sempre partito vinto per acclamazione. Laonde Isacco, liberato da una metà de' suoi timori nell'udir viva la propria figlia, si confortò colla speranza di riaverla; e giubilante per sapere ridotto alla metà il riscatto che paventava dover pagare, si prostrò ai piedi dell'umano capobanda, e fregandone colla barba i calzari gli prese il lembo del giustacuor verde per imprimervi un bacio.

Fattosi alcuni passi addietro Locksley, gettò uno sguardo di disdegno sopra l'Israelita: «Alzati, Ebreo, alzati, sono Inglese, nè amo questi contrassegni di servile rispetto, soliti a praticarsi nell'Oriente. Gli è al cospetto di Dio che devi piegare il ginocchio, non dinanzi ad un miserabile peccatore qual io mi sono.»

«Sì Ebreo» in questa soggiunse Aymer «prosternati dinanzi a Dio che figurano in questa terra i ministri de' suoi altari. Chi sa, che un pentimento sincero, unito ad una convenevole donazione a favore della cassa di san Roberto, non ti ottenga da Dio misericordia e grazia così per te come per tua figlia Rebecca? La vidi alla _posta d'armi_ d'Ashby e prendo parte alle sventure di questa giovane, perchè mi sembrò bella e ben fatta; ho qualche prevalenza sull'animo di Brian di Bois-Guilbert, e una mia raccomandazione presso di lui non ti sarebbe inutile, se tu sapessi meritartela.»

«Oimè! oimè!» sclamò l'Ebreo: «la mano dell'oppressore si solleva d'ogni banda contro di me. Son fra le mani dell'Assirio e dell'Egiziano.»

«E qual vorresti miglior destino alla maladetta tua schiatta» continuò il Priore; «poichè dissero le Sante Scritture: _Verbum Domini projecerunt et sapientia nulla est in eis_, che te lo spiegherò in volgare. Non fecero conto della parola del Signore, ed ogni saggezza gli abbandonò, e vien dopo il _propterea dabo mulieres eorum exteris,_ darò le loro femmine agli stranieri, e lo straniero nel caso nostro è il Templario; _et thesauros eorum haeredibus alienis_, e le lor ricchezze ad altri eredi.[49]»

Isacco mandò un profondo sospiro, si torse le mani e ricadde nello stato suo di cordoglio e di disperazione.

Allora Locksley trasse in disparte l'Israelita: «Isacco, pensa bene ai tuoi casi. Se vuoi accettare un parere da me, procurati un amico in questo Priore. Quanto è vanaglorioso, altrettanto è avaro, perchè le sue prodigalità fanno che i danari sien sempre pochi per lui. A te non è difficile il contentarlo; perchè non creder poi, ch'io presti fede a questa tua povertà, ed abbimi per meglio istrutto che non pensi de' tuoi affari. Mi è nota sin quella tale cassa di ferro ove tieni i sacchetti d'argento. Sì. Ti immagini forse che io non sappia di quella gran pietra che sta sotto un pomo del tuo giardino di York, quella che fa da coperchio ad una picciola scala, d'onde si scende ad un sotterraneo arcato?..... So tutto.»

A tai detti l'Ebreo divenne pallido come la morte.

«No, no: non temer nulla per parte mia,» proseguì l'arciere «ma ci conosciamo ch'è lungo tempo. — Dimmi. Ti ricordi tu d'un arciere infermo, che tua figlia riscattò dai ferri, che custodì nella tua casa a York sintantochè lo avesse risanato compiutamente, ed al quale nel licenziarlo tu donasti una moneta d'oro? Benchè usuraio, tu non impiegasti mai meglio il tuo danaro, perchè, non fosse altro, questa moneta d'oro ti ha risparmiate cinquecento corone quest'oggi.»

«Ah! siete voi quel tale» soggiunse l'Ebreo «che chiamavano in allora Diccon Bendbow? Mi parea bene conoscere la vostra voce.»

«Sono appunto Bendbow Locksley, ed ho ancora un altro nome.»

«Però, generoso Bendbow, siete in errore al proposito del sotterraneo arcato. Quant'è vero che vivo, non racchiude se non alcune vecchie mercanzie, che spartirò con voi di buon grado. Cento aune circa di panno verde di Lincoln, buono da far giustacuori alla vostra gente, un centinaio di bastoni di tasso di Spagna ad uso d'archi, e altrettante corde di seta, rotonde, eguali e di prima qualità; le quali cose vi spedirò in compenso delle buone intenzioni che avete manifestate a mio riguardo; ma, onesto Bendbow, posso fidarmi che custodirete fedelmente il segreto intorno al sotterraneo arcato?»

«Fedelmente quanto potrebbe conservarlo un sepolcro; e ti dico anzi la verità: mi duole, e sinceramente mi duole della disgrazia accaduta a tua figlia. Ma ora non posso fare nulla a suo pro. Templestowe non è tal caccia, ove arrivino le nostre frecce. Se fossi stato prima informato del ratto di questa giovane, avrei potuto avvisare ai modi per liberarla, ma adesso non ti rimangono che gli espedienti della politica. Vuoi tu ch'io m'incarichi di negoziare per te col Priore?»

«Per l'amor del cielo, buon Bendbow! soccorretemi a ricuperare questo frutto delle mie viscere.»

«Mi metto dunque all'opera per te, ma bada che la tua avarizia non venga ad attraversarmi il lavoro.»

Detto questo, lasciò l'Ebreo, che nondimeno lo seguitò come la propria ombra.

«Priore Aymer» disse il capo «seguitemi un istante sotto questo albero. — Mi hanno detto, ser Priore, che il vino e i sorrisi della beltà vi piacciono anche più di quanto converrebbe forse all'abito di cui vestite; ma ciò non mi spetta nè poco nè assai. M'han detto ancora che un paio di buoni cani da caccia, un bel palafreno, una borsa onestamente piena son cose per voi stuzzicanti. Ma niuno si è mai avvisato rimprocciarvi un sol atto d'oppressione o di crudeltà. Premesso ciò, vedete qui il nostro Isacco, che vorrebbe farvisi aggradevole, e contribuire ai vostri diletti, offerendovi un sacchetto di cento marchi d'argento, e colla speranza poi che presso l'amico vostro, il Templario, vi faceste intercessore affinchè gli fosse restituita la figlia.»

«Sana, salva, intatta qual era allorquando mi fu involata» aggiunse l'Ebreo; «altrimenti è nullo il contratto,»

«Silenzio, Isacco, o pianto lì i tuoi interessi! Che dite dunque intorno alla mia proposta, priore Aymer?»

«Ella è di tal natura che merita di essere presa in esame. Poichè se per una parte è opera buona quella che mi proponete, per l'altra poi dovendo essa tornare a vantaggio d'un Ebreo, la mia coscienza ripugna. Non di meno, quando l'Israelita volesse aggiugnere altri venti marchi, che gioverebbero alla costruzione del nostro dormitorio, mi farei meno scrupolo nell'aiutarlo a ricuperare la figlia.»

«Non saranno... zitto, Isacco! Non saranno venti marchi, abbiano poi da servire pel dormitorio o per un paio di candellieri da altare, non saranno, dico, venti marchi che ci faranno rompere il negozio.»

«Ma pensate dunque, buon Diccon Bendbow,» interruppe l'Ebreo, «a che....»

«Ma buon Ebreo, o per meglio dire buona bestia, buono scarafaggio» sclamò Locksley perdendo la pazienza «metti tu dunque in bilancia venti miserabili marchi d'argento col tuo onore, colla vita della tua figlia? Vivadio! se ardisci profferir più una parola, non passano tre giorni ch'io ti spoglio di quanto possedi su questa terra.»

Chinò gli occhi Isacco, e divenne muto.

«Ma qual mallevadore avrommi di quanto or promettete?» soggiunse il Priore.

«Il migliore fra i mallevadori possibili» rispose Locksley «l'interesse medesimo dell'Ebreo. Perchè se mai la vostra mediazione giugnesse a tornarlo in poter di sua figlia, nè vi pagasse fino all'ultimo soldo la somma pattuita, giuro per sant'Uberto, me ne dovrebbe render tale conto da augurarsi d'aver pagato venti volte di più.»

«Ebbene, Ebreo» disse Aymer «poichè è deciso ch'io mi frammetta in questa bisogna, dammi il tuo calamaio e la penna... No, aspetta. Vorrei piuttosto far un digiuno di ventiquattro ore, che valermi della penna d'un Giudeo. Dove però trovarne un'altra?»

«Semprechè vostra Reverenza non abbia scrupolo di valersi almeno del calamaio dell'Ebreo, quanto alla penna, mi assumo io provvederla.»

E in dir ciò diè volto all'arco, e scoccò una freccia contro un'oca salvatica, antiguardo d'una falange di sue compagne che peregrinavano alle lontane e solitarie paludi di Holdarness, la quale passava allora per di sopra il capo a Locksley. L'augello cadde trafitto a' piedi dell'arciere.

«Tenete, Priore» disse Locksley «eccovi quanto è d'uopo a fornir di penne d'ora ad un secolo tutti i monaci di Jorvaulx, già non si danno spesso la briga di scrivere le loro cronache.»

Aymer si assise e preparò a tutto suo agio la lettera per Brian di Bois-Guilbert. Dopo averla indi accuratamente suggellata, la consegnò all'Ebreo. «Tieni. Ecco il tuo passaporto per condurti a Templestowe; vorrei sperare che tal lettera giovasse a farti restituire la figlia, se però la domandi ne' convenevoli modi, perchè non devi ignorare come il buon cavaliere di Bois-Guilbert appartenga ad una confraternita, che non fa mai nulla per nulla.»

«Adesso, o Priore» soggiunse Locksley «non vi tratterrò più, se non se il tempo necessario a far la vostra ricevuta all'Ebreo per le seicento _corone_, prezzo pattuito del vostro riscatto. Accetto Isacco per mio banchiere, e se mai giugnesse a mia saputa, che moveste allo stesso Isacco la menoma obbiezione sulla validità di tale ricapito, che dovrà aversi come danaro nel saldare i suoi conti, giuro per santa Maria; che metto fuoco al convento di Jorvaulx, dovessi quindi essere appiccato dieci anni più presto.»

Veramente il Priore nel far tale ricevuta non mise tutta quella buona grazia con cui si prestò a scrivere la lettera per Bois-Guilbert. Ma, neppur volendo, gli sarebbe stato possibile esimersi, nè dal trasmettere ad Isacco questa confessione di una somma pagata per riscattarlo, nè dal comprendere nella stessa confessione l'obbligo di dar credito del danaro a chi il danaro somministrava.

«Ora» soggiunse Aymer «vi domanderò la restituzione delle mie mule e del mio palafreno, degli anelli, delle catene, de' gioielli, in somma di tutte le cose che mi toglieste; e vi chiederò parimente che lasciate liberi i due reverendi confratelli che m'accompagnavano. Voi vedete che il mio riscatto è pagato.»

«I reverendi vostri confratelli, ser Priore, potranno seguirvi dovunque andiate, e il trattenerli sarebbe ingiustizia. Così vi saranno restituite le mule ed il palafreno; e vi forniremo ancora il danaro necessario per trasferirvi a York; perchè sarebbe atto crudele il togliervi i modi da continuare il vostro cammino; ma quanto agli anelli, ai gioielli, alle vesti preziose, dovete sapere aver noi una coscienza assai timorata per non volere compromettere un uom rispettabile, che si ha siccome morto a tutte quante le vanità della terra, per non volerlo, dissi, compromettere alla tentazione di contravvenire alle regole del proprio ordine col portare ornamenti mondani.»

«Pensate bene a quel che fate, signori miei, prima di mettere profane mani su i beni della Chiesa. Vengono questi annoverati _inter res sacras_, e voi non sapete i pericoli cui si cimenta un laico sol che osi toccarli.»

Allora entrò in campo l'eremita: «Ciò non v'affanni, reverendo Priore; m'assumo io questo carico.»

«Amico, o piuttosto nemico» gli rispose il Priore cui niente garbava un tal modo di toglier di mezzo gli scrupoli «se veramente appartenete a qualche ordine religioso, vi consiglio pensar piuttosto al conto che dovrete rendere al vostro giudice ecclesiastico sulla parte presa a tutto quanto è accaduto quest'oggi.»

«Fratello Priore» replicò l'eremita «bisogna che sappiate com'io spetti ad una piccola diocesi, della quale sono ad un tempo il giudice ecclesiastico; laonde non mi prendo del vescovo d'York maggior briga di quanta me ne diano il priore di Jorvaulx e tutto il suo rispettabil convento.»

«Gli è d'uopo conchiudere» disse il Priore, guardando in cagnesco quel suo collega salvatico «che voi siate un di coloro, i quali avendo ricevuti gli ordini sacri, senza esservi stato chiamato dal Signore, profanano la santità del lor ministero, e mettono in pericolo le anime di coloro cui si arrogano fare da guide: _lapides pro pane condonantes iis_, dando loro sassi per pane, come sta scritto nella Vulgata.»

«Se non fosse stato d'uopo che di latino a spaccarmi il cranio, vi giuro che non avrebbe durato sì lungo tempo» rispose l'eremita, «ma io sostengo dinanzi a voi che lo spacciare preti orgogliosi e mondani della vostra sorte da tutte queste vanità d'anelli e gemme, è atto altrettanto legittimo quanto il fu quello degli Ebrei, allorchè s'impadronirono delle suppellettili degli Egiziani.»

«Tu non sei che un cherico da strada» sclamò adirato il Priore: «_Excommunicabo vos_.»

«Sei tu il ladro e l'eretico» replicò non indignato men l'eremita. «Credi tu che alla presenza de' miei parrocchiani mi inghiottirò come zucchero l'affronto da te osato contro di me, tuo reverendo confratello? _Ossa ejus perfringam_. Ti fracasserò le ossa, _come sta scritto nella Vulgata_.»

«Olà!» esclamò Locksley. «È egli forse convenevole, che due rispettabili individui del clero vengano a tali estremi? Sia tra voi la pace, o fratelli! Priore, se non avete bene accomodate le cose dell'anima vostra, non provocate oltre il nostro cappellano. E tu, eremita, lascia partire in santa pace il reverendo padre in Dio, com'uomo che ha già pagato il suo riscatto.»

Gli arcieri pervennero a separare i due antagonisti, i quali durarono ancor qualche tempo ingiuriandosi in cattivo latino, che il Priore sciorinava con maggiore facilità, e l'eremita con maggior veemenza. Finalmente Aymer s'avvide come rimettea della propria dignità nell'attaccar lite con un cappellano di scorridori; ed essendo arrivati i due frati che lo accompagnavano, partì da quella adunanza con minor pompa e in foggia più apostolica, che non quando vi capitò.

Non mancava altro se non se chiedere all'Ebreo le cauzioni necessarie ad assicurare il pagamento ch'egli avea promesso di eseguire così pel proprio come pel riscatto del Priore, al qual fine il primo mise un vaglia, munito del suo sigillo e della sua sottoscrizione, e tratto sopra altro ebreo d'York, che a chi 'l trasmettea doveva sborsare mille _corone_, e consegnare diverse merci specificate nel vaglia medesimo.

«Il mio fratello» sospirando, egli disse «ha le chiavi de' miei magazzini.»

«Anche quella del sotterraneo arcato?» gli soggiunse all'orecchio Locksley.

«Dio me ne guardi!» rispose Isacco. «Io credea che questo segreto fosse noto a me unicamente.»

«Se nol sanno altri fuori di me, sei sicuro» soggiunse Locksley; «la qual cosa è sì vera com'è vero che questo pezzo di carta equivale al valore indicatovi sopra. Ma Isacco! a che stai ora pensando? Il dolore di dovere pagare mille corone ti fa dimenticare forse d'essere padre, di avere pericolante una figlia?»

A tal considerazione l'Ebreo fe' un mezzo salto. «No, Diccon, no, Bendbow, parto subito. Addio, uomo, che non posso dir buono, nè voglio, nè debbo chiamare cattivo.»

Questo capobanda nondimeno nol lasciò andar via senza dargli prima un ultimo avvertimento. «Mostrati liberale nelle offerte, Isacco, e non risparmiare la borsa quando è in rischio la sicurezza della tua prole. Pensa bene che una parte di danaro risparmiata mal a proposito in sì fatto negozio potrebbe fruttarti in appresso tormenti spaventevoli, tormenti più orridi, che se lo stesso danaro fatto fondere avesse ad esserti versato lungo il canal della gola.»

Isacco non gli rispose che mandando un profondo gemito, e si mise in istrada accompagnato da due arcieri che dovevano essergli guide e scorte fino all'uscita del bosco.

Il cavalier Nero, stato testimone non affatto indifferente di tutte le cose accadute, si fe' innanzi allora per congedarsi a sua volta da Locksley, nè potè starsi dal manifestargli la propria maraviglia per aver veduto serbarsi tanto ordine e tanta subordinazione fra individui che aveano scosso il freno delle ordinarie leggi della società.

«Un cattivo albero produce talor buoni frutti, ser cavaliere, e qualche cosa di bene si trova anche fra i mali da attribuirsi alla malvagità dei tempi. In mezzo agli uomini, che cattive circostanze hanno spinti a questo genere di vita, non v'ha dubbio, illegale, avvene molti desiderosi di vedere una tal quale moderazione accompagnata alla licenza. Avvene pur di quelli che si dolgono in proprio cuore di dover continuare nella licenza medesima.»

«E credo di parlare con un di questi ultimi.»

«Ser cavaliere, tutt'uomo ha un segreto che gli appartiene. Non vi chiesi il vostro. Sofferite ch'io serbi il mio. Voi potete far sopra di me tai conghietture che più v'aggrada. Io posso far le conghietture che più m'aggrada sopra di voi. E forse, nè le vostre nè le mie frecce, aggiungono al segno.»

«Perdonatemi, prode arciere, il vostro rimprovero è giusto; ma può accadere che ci rivediamo in ora di non avere più segreti l'uno al cospetto dell'altro. Finchè arrivi un tale istante, voglio sperare che ci separiam quali amici.»

«Eccovene in pegno questa mia mano; mano d'un vero Inglese, benchè sia la mano d'un proscritto.»

«Ed eccovi in contraccambio la mia. La riguardo onorata dall'atto di toccare la vostra. Perchè ogn'uomo che fa il bene, quantunque fornito di potere illimitato per commettere il male, merita lode non tanto per le cose buone da lui operate, quanto per le triste da cui si astenne. Addio, prode arciere.»

Così si disgiunsero in perfetto accordo scambievole; e il cavaliere _dal Catenaccio_ salito sul sontuoso suo corridore prese la strada che conduceva fuori della foresta.

CAPITOLO XXXIII.

«Egli è un serpe, ti dissi, anzi feconda «Sempre di novi capi, idra ferale, «Che in tutto loco, in tutt'ora vegg'io «In me rizzarli. Il mio terror comprendi? _Shakspeare._

Celebravasi una magnifica festa nel castello d'York, a cui il principe Giovanni aveva invitati i nobili, i prelati ed i capi, sul soccorso de' quali, affidavasi per mandare a termine i suoi ambiziosi divisamenti. Waldemar Fitzurse, negoziatore politico di questo principe, ed uomo in tali faccende abilissimo, s'adoperava segretamente ad eccitare negli animi delle persone convenute ivi quel grado di coraggio, di cui ciascuna di esse abbisognava per chiarire pubblicamente i propri sentimenti. Ella era cosa troppo essenziale al buon successo della congiura collegare insieme il coraggio intraprendente e cieco, benchè brutale di Frondeboeuf, l'ardimento e la vivacità di Bracy, la sagacità, la perizia, ed il valor rinomato di Brian di Bois-Guilbert. Intanto che di questi imprecavano la lontananza senza conoscerne le cagioni, così Giovanni d'Angiò come il suo consigliere, non ardivano, privi d'essi, calare affatto visiera. Mancava parimenti l'ebreo Isacco e, quindi si dileguavano le speranze d'ottenere una somma ragguardevole, ch'ei dovea somministrare sotto condizioni già pattuite. E in una congiuntura sì ardua, la mancanza di danaro poteva metterli nel massimo degl'impacci.

Nella mattina successiva alla distruzione di Torquilstone, si diffuse per tutta la città di York una vaga voce, che Bracy, Bois-Guilbert, Frondeboeuf, fossero stati fatti prigionieri od uccisi da uomini Sassoni. Waldemar, annunziando al principe Giovanni sì fatta notizia, aggiunse come ei la temesse tanto più vera, che non gli erano ignoti, nè il disegno venuto in costoro d'impadronirsi di Cedric il Sassone e del suo seguito, nè qual poca scorta a tal fine avessero condotta con sè i macchinatori dell'attentato. Attentato che in tutt'altra occasione il principe Giovanni avrebbe avuto per una leggiadrissima frascheria, ma tal frascheria in questo istante ne sconcertava i divisamenti e rompea le fila che si erano tese; onde proruppe in invettive contra l'insolenza di coloro che tanto aveano arbitrato; li chiamò infrangitori delle leggi, perturbatori dell'ordine pubblico, aggressori delle individuali proprietà, prese in somma la cosa di quel tuono che ad un re Alfredo sarebbesi addetto.

«Scellerati privi d'ogni principio d'onore!» esclamò. «Se mai divenissi re d'Inghilterra, farei appiccare tutti questi scorridori dinanzi ai ponti levatoi delle loro castella.»

«Ma per arrivare ad esser re d'Inghilterra,» rispose freddamente l'Architophel di Giovanni «vi è duopo non solo sopportar in pace gli sregolamenti di cotesti scorridori privi d'ogni principio d'onore, ma ben anche conceder loro la vostra protezione ad onta dello zelo lodevole onde vi date ora a divedere tenerissimo di quelle leggi, che costoro hanno l'abito di violare. E che sarebbe ora di noi, se i Sassoni avessero posta in atto la vostra visione di appiccare i nobili Normanni rimpetto a' ponti levatoi delle loro castella? E, vivadio! Cedric il Sassone è uomo abbastanza ardito perchè tale idea possa essergli capitata alla mente. Non v'è ignoto quanto rischiosa impresa diverrebbe per noi l'avventurare un passo senza essere sicuri che ne sostenessero Frondeboeuf, il Templario e Bracy, e intanto ci siamo innoltrati in guisa, che il tornare addietro non ne presenta minori pericoli.»

Il principe Giovanni si battè con atto d'impazienza la fronte, e trascorse a gran passi quell'appartamento.

«Gli sciagurati!» esclamò «i perfidi! i traditori! abbandonarmi in un momento sì rilevante!»

«Dite piuttosto i pazzi, gl'insensati, che badano a tali follie, quando è il momento di pensare ad affari più rilevanti!»

«Ma che ne resta dunque ad operare?» disse il principe arrestandosi d'improvviso dinanzi a Waldemar.

«Null'altro che eseguire le cose da me preordinate. Non venni io già ad annunziare alla Grazia vostra una sventura, senza prima avere avvisato agli espedienti per ripararla.»

«Tu se' il mio buon angelo, o Waldemar, e forte io d'un cancelliere tuo pari nel mio consiglio, il regno di Giovanni non può che divenire celebre ne' nostri annali. Ma quali sono gli espedienti che dici aver presi?»

«Ho ordinato a Luigi Winkelbrand, luogotenente di Bracy, che dia il segnale di montare a cavallo, e dispiegando bandiera, parta immantinente co' suoi alla volta del castello di Frondeboeuf, a fine di operare quanto può in difesa de' nostri amici.»

Il principe Giovanni si fe' rosso per lo sdegno, simile a viziato fanciullo che crede aver ricevuto un affronto.

«Pel cospetto di Dio! Fitzurse, stimo il vostro ardimento in assumervi l'impunità di dar tali ordini. Come? in una città ove trovasi il vostro principe, far sonare l'allarme, far dispiegar la bandiera senza averne ricevuto un suo cenno?»