Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato

Part 31

Chapter 313,692 wordsPublic domain

Terminando tali accenti diè il volto all'arco, e trafisse di freccia un armigero che, giusta il comando avutone da Bracy, intendeva a staccare l'enorme pietra del parapetto per farla dirupare su i capi di Cedric e del cavalier Nero. Altro armigero prese il piuolo di mano al suo collega spirante e continuava il lavoro incominciato dal primo, allorchè il giunse una seconda freccia scoccata da Locksley, onde precipitò nella fossa. Spaventato il rimanente degli armigeri, non si trovava chi volesse venire per terzo; poichè ogni saetta lanciata dal formidabile arciere portava morte con sè.

«Vili» sclamò Bracy «niun di voi osa avanzarsi? A me una leva! M'assista san Dionigi!»

Postosi indi all'opera, la pietra scalcinata incominciava manifestamente a crollare. Ella era sì smisurata che non solamente avrebbe rotte le tavole sotto cui si riparavano i due cavalieri, ma perfino il ponte gettato per traverso alla fossa. Comunque tutti gli assalitori scorgessero lo imminente pericolo, non vi fu uom ardito fra essi, e nè manco il gagliardo eremita, che osassero portar un piede sul ponte. Locksley lanciò tre frecce contra Bracy, e tutte tre risonarono e perdettero forza contra quella durissima armatura.

«Vada al diavolo la tua sarcotta di Spagna!» sclamò dispettosamente Locksley. «Perchè non la fabbricò un armaiuolo inglese? Queste frecce l'avrebbero trapassata come se fosse stata di tela o di zendado.» Indi si mise a gridare con quanto avea fiato: «Compagni! amici! cavalier Nero! nobile Cedric! ritiratevi! ritiratevi! un masso enorme vi piomba addosso!»

Non ne fu udita la voce, perchè i colpi raddoppiati, che il Cavaliere e Cedric menavano sulla porta, spegnevano ogn'altro strepito. Allora il fedele Gurth si lanciò precipitoso sul ponte per tentare a rischio della propria vita di avvertire il padrone sul pericolo che lo minacciava; ma sarebbe giunto fuor di tempo, perchè la pietra spinta innanzi dagli sforzi di Bracy, era all'istante di perdere l'equilibrio, allorchè la voce del Templario gli arrestò il braccio quando stava per darle l'ultima spinta.

«Tutto è perduto, o Bracy! il castello abbrucia.»

«Abbrucia! Siete pazzo?»

«Fra due minuti vedrete le fiamme sollevarsi al di sopra della torre d'oriente. Cercai indarno di spegnerle.»

Brian di Bois-Guilbert spiegò in brevi cenni al compagno le particolarità di una notizia tanto funesta con quella intrepidezza che vedemmo essergli ingenita; ma non egualmente intrepido si mostrò in quell'istante Bracy.

«Per tutti i santi del Paradiso!» sclamò egli «e qual partito ci rimane? Fo voto d'offerire a san Nicolò di Limoges un candelliere di purissimo oro se....»

«Sì, che adesso è tempo di parlar di voti! Ascoltatemi. Unite tutti i vostri armigeri, e fate una sortita alla porta di soccorso. I soli che abbiano passato il ponte sono quell'infernal cavaliere e uno de' suoi compagni. Precipitateli nella fossa e assalite il fortino. Io col rimanente della guernigione uscirò fuor della porta principale, e gli darò l'assalto dall'altra banda. Se possiamo riguadagnare questo riparo, spero vi ci manterremo sinchè ne arrivin soccorsi, o almeno potremo venire a buona capitolazione.»[44]

«L'idea è ottima» disse Bracy «e vi prometto ben adempiere la parte che mi assegnate, ma voi, Templario, vi terrete alla vostra?»

«In fede di cavaliere! Ma dalla parte del cielo! non perdete un istante.»

Bracy, dopo avere adunati tutti i suoi in gran fretta, corse alla porta di soccorso, ma non ebbe d'uopo di farla aprire, perchè all'atto del suo arrivo questa cedea ai reiterati colpi de' due guerrieri, i quali assalirono vigorosamente que' primi che si presentarono; e far morder la polve a due d'essi fu pel cavalier Nero un istante. Gli altri indietreggiarono a malgrado degli sforzi operati da Bracy a fine di rattenerli.

«Infingardi!» gridò Bracy. «Due uomini soli basteranno a chiudervi l'unica via di scampo che vi rimane?»

«Non è un uomo» esclamò un vecchio soldato, mentre studiavasi a parare i colpi che vibrava il cavalier Nero sopra di lui; «egli è un demonio.»

«E se fosse anche il demonio, dovreste fuggire innanzi a lui per andarvi a lanciar nell'inferno? Il castello è in fiamme! Sciagurati! non lo sapete? La disperazione almeno vi somministri coraggio o piuttosto datemi luogo. Voglio cimentarmi io medesimo con questo formidabile antagonista.»

Bracy non dismentì in tale scontro la rinomanza che nelle guerre civili di quei tempi erasi meritata. La soffitta arcata dell'atrio cui la porta di soccorso mettea, rimbombava de' colpi che l'uno mandava all'altro dei due campioni, i quali allora si battevano corpo a corpo, Bracy colla spada, il cavalier Nero colla sua pesante picozza. Finalmente il condottiere della compagnia franca ricevè tal colpo che comunque rintuzzata ne fosse in parte la violenza dallo scudo oppostogli, pure andando a percuotere l'elmo del cavaliere assai violenza mantenne per rinversarlo.

«Renditi, Bracy!» gridò il cavalier Nero chinandosi sopra il corpo di lui, e appressando al sito ove termina la corazza, quel pugnale onde i cavalieri portavano il colpo di grazia ai lor nemici, e che venia nominato _pugnale di grazia_. «Renditi, Maurizio di Bracy, renditi, soccorso o non soccorso; ovvero sei morto.»

«Dimmi il tuo nome e fa quel che vuoi di mia vita» rispose il cavaliere supino. «Mai non si dica che Maurizio di Bracy s'arrese ad uno sconosciuto!»

Il cavalier Nero pronunziò alcune parole all'orecchio del vinto.

«Mi rendo, son vostro prigioniere, soccorso o non soccorso» soggiunse Bracy, che al tuono dell'alterezza fe' succedere quello d'una sommessione la più rispettosa.

«Trasferitevi al fortino, e ivi aspettate i miei comandi» gli disse in aria autorevole il vincitore.

«Permettetemi prima rendervi consapevole di cosa che assai vi rileva» si fece a dire Bracy. «Wilfrid d'Ivanhoe è ferito, è prigioniere, morirà in mezzo all'incendio del castello se qualcuno non s'affretta a correre in suo soccorso.»

«Wilfrid d'Ivanhoe prigioniero, ferito, in pericolo di morire! La vita di tutti coloro che stanno nel castello mi sarà il mallevador della sua. Ov'è? additatemi il luogo del suo carcere.»

«Questa scala a chiocciola conduce all'appartamento occupato da Ivanhoe. Volete ch'io vi serva di guida?»

«No: andate ad aspettare i miei ordini nel fortino. Io di voi non mi fido, o Bracy.»

Nel durare di questo breve combattimento, e del breve colloquio che lo seguì, Cedric, condottiero d'un corpo d'arcieri che aveva passato il ponte, fra' quali si trovava l'eremita di Copmanhurst, inseguiva gli armigeri del cavaliere normanno, disperati affatto e ridotti al massimo invilimento. Alcuni d'essi domandarono quartiere, altri opposero una inutile resistenza; la più gran parte fuggirono verso la corte del castello.

Bracy, rimasto solo, seguì collo sguardo, da cui leggeasi umiliazione e mestizia, il suo vincitore. «Ei non si fida di me» dicea fra sè stesso «ma gli ho data io occasione di fidarsi?» Raccolse l'armi, trasse dal capo l'elmo in segno di sommissione, e si trasportò al fortino, consegnando la propria spada a Locksley che incontrò lungo la via.

In questo mezzo, progredì tanto l'incendio che ne apparvero manifesti i segnali nell'appartamento ove Rebecca dava ad Ivanhoe le sue cure. Fin d'allora che lo ridestò il fragore della seconda pugna, la buona giovane israelita, per secondarne le istanti preci, tornò a mettersi alla finestra affine di dargli le contezze di quanto accadea. Ma non andò guari che densi globi di fumo uscendo dalla vicina torre, tolsero la vista del campo di battaglia, e le grida _al fuoco! acqua! acqua!_ più assai delle grida de' combattenti si faceano udire in quella parte di edificio.

«È il fuoco al castello!» gridò Rebecca. «Tutto è fiamma! Come salvarci?»

«Fuggite tosto, o Rebecca» sclamò Ivanhoe; «mettete in sicuro i vostri giorni; quanto alla mia vita non v'ha soccorso umano che vaglia a salvarla.»

«Non fuggirò altrimenti» rispose Rebecca: «noi ci salveremo entrambi o insiem periremo. Ma, Dio d'Abramo! mio padre! il mio povero padre! qual sarà il suo destino?»

Nel medesimo istante si aperse la porta della stanza ove entrò il Templario. Spaventoso ne era l'aspetto; infranta l'armatura e coperta di sangue, arso in parte il pennacchio, che ne sormontava il cimiero.

«Ti trovo finalmente» egli disse a Rebecca «tu vedi com'io serbi la promessa che ti ho data d'aver comune con te la prospera e la cattiva sorte. Non rimane che una via di salute, ed ho affrontati ben cinquanta rischi per venirtela ad additare. Alzati e tosto mi segui.»

«Non sarà ch'io vi segua sola» rispose Rebecca «ma se voi succhiaste il latte di una donna, se qualche idea avete soltanto della carità, della pietà, se il vostro cuore non è più duro dell'armatura che addossate, salvate il vecchio mio genitore, salvate questo cavaliere ferito.»

«Rebecca» rispose il Templario colla feroce calma solita a mostrarsi in costui «un cavaliere dee sapere far buon viso alla morte, sia che la punta d'una lancia, sia che le fiamme glie l'appresentino. Quant'a un Ebreo, chi diavolo vuol prendersi fastidio per un Ebreo?»

[Illustrazione: _In mezzo a così orrida confusione, Cedric accompagnato dal fedele Gurth, che nel durar della mischia non s'era mai scostato dal suo padrone..._ pag. 277.]

«Guerrier selvaggio!» sclamò Rebecca «morirò in mezzo alle fiamme anzichè accettar tuo soccorso.»

«Solamente non ti rimarrà la libertà della scelta; mi fuggisti una volta, non mi fuggirai la seconda.»

Detto ciò la prese fra le braccia portandola fuor della stanza, nè facendo caso veruno de' suoi pianti, delle sue grida, e molto meno curandosi delle minacce e delle imprecazioni d'Ivanhoe che esclamava con voce di tuono: «Scellerato Templario, obbrobrio del tuo ordine! lascia questa giovinetta, traditore Bois-Guilbert! tutto il tuo sangue sconterà tale oltraggio.»

«Se non erano le tue grida, o Wilfrid» disse il cavalier Nero, che un momento dopo entrò nella stanza, colla visiera dell'elmo sempre calata «io non riusciva a trovarti.»

«Se siete cavaliere» Ivanhoe rispose «non pensate a me. Inseguite quel vile rapitore, salvate lady Rowena; cercate conto del nobile Cedric.»

«Ciascuno a sua volta» rispose il cavaliere _dal catenaccio_[45] «ma questa è la tua.»

Così dicendo s'impadronì d'Ivanhoe, trasportandolo colla medesima facilità posta dal Templario nel condur fuori la Israelita, e giunse alla porta di soccorso carico di questo peso, che consegnò indi alle cure di due arcieri, rientrando di poi nella rocca per arrecare agli altri prigionieri salvezza.

Benchè il fuoco si fosse dilatato dalla torre a molt'altre parti di quell'edifizio, le fiamme non ebbero rapido progresso quanto il potevano, a cagione della grossezza de' muri e della saldezza delle volte che ogni stanza coprivano. Ma quelle porzioni di fabbrica sulle quali usava minori devastamenti l'incendio, divenian teatro di scene parimente spaventevoli, perchè la rabbia degli uomini ivi dispiegava il proprio furore. Gli assedianti perseguivano di sala in sala i difensori della rocca, e nel sangue degli armigeri del feroce Frondeboeuf sbramavano la sete di vendetta che gl'infiammava contra quanto apparteneva a costui. Invano taluno de' ridetti armigeri chiese quartiere. Non fuvvi tra loro chi potesse ottenerlo. Altri pugnarono da disperati e cara vendettero la propria vita. Rintronava l'aere del romor dell'armi e de' gemiti, mentre ogni lastrico scorgeasi innondato dal sangue de' feriti e de' moribondi.

In mezzo a così orrida confusione, Cedric accompagnato dal fedele Gurth, che nel durar della mischia non s'era mai scostato dal suo padrone, e gli salvò più d'un colpo che senza tal compagno non avrebbe potuto evitare, trascorreva il castello cercando lady Rowena per ogni dove; e fu tanto felice per trovarla in tal punto che avendo ella perduto qual si sia speranza, si premea contra 'l seno la sua croce da collo, e indirigeva al cielo preci ch'ella giudicava le estreme. Affidatala a Gurth, gli comandò condurla entro il fortino. I nemici in allora non erano più da temersi, nè le fiamme interrompevano ancora tutti i passaggi.

Cedric pertanto continuava le sue indagini in quel recinto colla speranza di rinvenire Atelstano, e deliberato ad affrontare qualunque rischio per salvare l'ultimo rampollo della sassone dinastia. Ma prima ch'ei giugnesse alla sala ov'era stato egli medesimo prigioniere, il genio inventore di Wamba gli avea già suggerito modo di procacciare libertà a sè e al compagno suo d'infortunio.

E ciò accadde nel tempo del secondo assalto, allorquando lo strepito di voci e d'armi annunziava più violento il bollor della pugna. Il matto in quell'istante si diede a gridare: _Vivano san Giorgio e l'Inghilterra! Il castello è nostro._ E per rendere più spaventoso un tal grido, che reiterò più d'una volta, percotea l'una contro l'altra le vecchie armature sospese all'intorno di quella sala.

Una sentinella posta alla porta, il cui spirito era già in istato di esagitazione, credè i nemici entrati in quella sala per una finestra, e presa da spavento, e senza avvisare nè manco a chiuder la porta, corse in traccia del Templario per arrecargli sì fatto annunzio. Nulla pertanto impacciando la fuga de' due prigionieri, pervennero ben tosto al cortile della rocca, divenuto esso pure teatro di pugne. Molti di quegli assediati, parte a piedi, parte a cavallo, s'erano raccolti attorno al feroce Templario con animo di tentare una ritratta colla forza dell'armi, e d'assicurarsi la sola via di scampo che lor rimanesse. Bois-Guilbert avea fatto sbassare il ponte levatoio; ma ardua cosa e piena di pericoli diveniva il passarvi sopra, perchè una mano di assalitori tenea il davanti della porta principale del castello, onde togliere appunto qualunque via di fuggire agli assediati; e alloraquando poi videro calato il ponte, si sforzarono di penetrare per avere la lor parte di bottino innanzi che le fiamme consumassero per intero la fortezza. Nel medesimo tempo quelli che entrarono per la porta di soccorso, incalzavano quella stessa truppa, che trovavasi così assalita in prospetto e alle spalle.

[Illustrazione: _Rinnegato Templario! Lascia in libertà una donna che non se' degno sol di toccare; difenditi, capo banda di ladri e di masnadieri!_ pag. 279.]

Animato dalla disperazione, e incoraggiato dall'esempio d'un indomabile condottiero, questo pugno d'uomini operò portenti; e poichè tutti erano ben armati giunsero più d'una volta a respignere il nemico, benchè inferiori ad esso di numero. La giovane ebrea, che uno degli schiavi Saracini di Bois-Guilbert teneva dinanzi a sè sul suo cavallo, stava in mezzo a quel gruppo, nè la confusione e il trambusto di tale istante eran cagione al Templario di portar cure meno sollecite alla sicurezza della medesima. Ond'era cosa non immeritevole d'osservazione, come costui si trovasse ovunque i suoi soldati aveano d'uopo di soccorso e d'incoraggiamento, poi rivenisse ad ogni istante presso la novella sovrana de' suoi pensieri, coprendola col proprio scudo, e dimenticando per essa la cura della personale difesa; e tantosto mettendo il grido della battaglia, si lanciava nella mischia, e dopo gettato dall'arcione alcuno fra' suoi più formidabili competitori, tornava presso di lei.

Atelstano, benchè irresoluto e indolente, siccome il leggitor non lo ignora, non mancava però di prodezza. Laonde al vedere una donna velata, che era scopo di tante premure al Templario, non dubitò che ella non fosse lady Rowena; nè questa volta fu titubante nella deliberazione di involarla a Bois-Guilbert, ad onta della gagliarda resistenza che del certo gli facea mestieri affrontare.

«Per l'anima di sant'Odoardo!» sclamò «vo' sottrarre lady Rowena dalle mani del perfido cavaliere, e queste mie gli daranno la morte.»

«Pensate bene a quanto siete per fare» gli disse Wamba «e badate a non pescare invece d'un carpione una rana. Pel mio berrettone da matto! quella donna è tutt'altra che lady Rowena. Osservatene solamente i lunghi capelli neri, che le escono fuor del turbante, ondeggiandole sulle spalle. Se non vi dà l'animo di distinguere nemmeno il bianco dal nero, come volete essere capo di battaglia?» Ma non gli dava retta Atelstano, onde Wamba così continuò: «In somma, se così vi piace, fatevi innanzi, ma non io, per san Dunstano! vi seguirò; che non mi garba farmi fracassar l'ossa senza sapere per chi. Nè pensate che siete senza armatura e senza celata? O avvisereste che un berrettone di seta fosse valevole schermo contra i colpi d'un acciaro di buona tempera?» Wamba perdeva il suo fiato «Dunque _pax vobiscum_, valoroso Atelstano. Chi ha sete se la cavi.» Dette le quali cose, lasciò il lembo della veste del nobile Sassone, che fin qui s'era tenuta in pugno il buffone.

Impossessarsi d'una sciabola sfuggita allor dalle mani d'un moribondo, far impeto sul drappello condotto da Bois-Guilbert, menar colpi a destra e a sinistra, fu la bisogna d'un momento per Atelstano, cui aggiugnea forza il furore. Giunto neanco a due passi di distanza da colui ch'egli cercava, sclamò: «Rinnegato Templario! Lascia in libertà una donna che non se' degno sol di toccare; difenditi, capo banda di ladri e di masnadieri!»

«Cane!» rispose digrignando i denti il Templario «t'insegnerò io a bestemmiare il santo ordine del Tempio di Sion.» Dopo i quai detti fe' impennare un istante il suo corridore e il volse rapido contra Atelstano, levandosi sulle staffe per dar più vigore al braccio nel vibrargli un colpo spaventevole sulle tempia.

Wamba non ebbe torto nell'asserire che un berrettone di seta non fa prova coll'acciaio. Il colpo menato dal Templario fu aggiustato con tanta forza ad Atelstano, che mandò in ischegge, quasi fosse una bacchetta di salice, la sciabola da questo opposta per pararlo, e il cavaliere cadde a terra cogli occhi chiusi e privo di moto.

«_Beauséant! Beauséant!_» sclamò Bois-Guilbert con voce di tuono. «Così perisca tutt'uom che ardisce denigrare i cavalieri del Tempio!» Profittando indi della costernazione che la caduta d'Atelstano diffuse tra i Sassoni gridò: «Chi vuol salvarsi mi segua!» E apertosi strada verso il ponte levatoio, lo attraversò, seguito da' suoi Saracini e da alcuni cavalieri. Nè scevra di rischio per esso fu tale ritratta, perchè una mano d'arcieri accompagnò lui e il suo seguito con una salva di frecciate. Ma per sua ventura in quel punto, gli arcieri più vaghi di saccheggiare che di dar morte ad un fuggitivo non pensarono ad inseguirlo.

S'indirisse verso il fortino, di cui credea tuttavia cosa possibile si fosse impadronito Bracy, conforme al divisamento che di conserto avevano immaginato.

«Bracy, Bracy!» gridò egli avvicinandosi. «Siete voi qui?»

«Sì,» rispose l'altro «ma vi son prigioniere.»

«Posso io soccorrervi?»

«No: mi è stato forza l'arrendermi, soccorso o non soccorso. Debbo mantenere la mia parola. Salvatevi. I falconi sono mollati. Mettete il mare tra voi e l'Inghilterra. Non ardisco dirvi di più.»

«Ebbene! poichè volete qui rimanervi, rammentate ch'io sono sciolto da' miei obblighi. Quanto ai falconi poco men cale, quai che sian essi. Le mura della commenda di Templestowe presentano tale asilo all'aghirone da disfidar ivi le branche del falco.»

Preso indi galoppo, scomparve insieme col suo seguito.

Quelli fra i difensori della rocca, che per mancanza di cavalli non poterono seguire il Templario, continuarono a difendersi piuttosto come gente deliberata a vendere care le proprie vite, che mossa da speranza di salvamento. Di fatto, vi periron sino all'ultimo d'essi. Il fuoco in tale istante dilatava i suoi guasti per ogni dove del castello. Ulrica, artefice dell'incendio, postasi sulla sommità di una torre, e simile ad una delle furie dipinte dagli antichi poeti, intonava ad alta voce uno di que' cantici guerrieri, di cui allorquando i Sassoni erano ancora pagani, i loro _scaldi_ faceano rintronare i campi delle battaglie. I lunghi capelli grigi di questa femmina le ondeggiavano attorno al capo scoperto. Sfavillavano nei costei occhi l'ebbrezza della vendetta in una e il fuoco di furente delirio ond'era invasata. Brandiva colla mano una rocca, quasi una tra le Parche incaricate di regolare il destino de' mortali, e di tagliarne il filo. La tradizione ci ha conservate alcune strofe di questo barbaro inno, che facea le parole di quel canto trionfale di Ulrica.

Figlie d'Engisto, le vostre faci Auspici imploro; non già quai splendono Per farsi scorta d'amante vergine che del suo sposo s'affretta ai baci; Ma in lor tremendi vampi ferali Tutti d'inferno gli sdegni annunzino All'atterrito stuol de' mortali.

Figlie del Drago, brandite acciari. Non que' che al desco le dapi spartano Fra convivali turbe festevoli, Secure all'ombra d'ospiti lari. Conversi ad altri fian ministeri Or vostri acciari, che il sangue anelano Del più feroce fra i cavalieri.

E mille ancora guerier mietete. A me d'intorno sol morte aggirisi. Oh lente fiamme nel render sazia Di mia vendetta l'orribil sete! Deh! alfin compiuta, fiamme, io la veda. Nè mia presenza vi sia d'impaccio, Che al furor vostro m'offersi in preda.

Le fiamme, avendo superato tutti gli ostacoli, s'innalzavano fino alle nubi a foggia di sfolgoreggianti colonne, che poteano scorgersi per molte miglia all'intorno; ogni torre, ogni edifizio a mano a mano diroccava; talchè i vincitori costretti ad impor fine al saccheggio, si assembrarono nel gran cortile del castello, contemplando quell'immenso corpo di fuoco, il cui riflesso tignea i lor volti e l'armi loro d'uno splendente color porporino. Alcuni tra i vinti, che avean cercato entro l'ardente edifizio un asilo contro il furore de' lor nemici, rimasero stritolati sotto quelle fumanti rovine, e fu scarsissimo il numero di coloro che pervennero a salvarsi nel vicino bosco. La torre, sopra di cui la sassone Ulrica erasi collocata, cadde per l'ultima; laonde questa femmina fu veduta ancor lungo tempo stender le braccia, e comporsi ad atteggiamenti di selvaggio trionfo, quasi regina dell'incendio da essa creato. Ma finalmente precipitò pur questa torre con orrendo fracasso, e seco Ulrica divorata dalle fiamme che il tiranno della costei famiglia consunsero. Un silenzio inspirato da raccapriccio regnò alcuni istanti all'aspetto di tale estrema scena, silenzio che primo Locksley interruppe.

«Arcieri, la dimora de' tiranni non è più. Sia il bottino trasportato al luogo solito delle nostre adunate sotto la grande quercia d'Hartill-Walk! Allo schiarire della domane verrà scompartito fra noi e i degni nostri confederati, che porsero l'opera loro ad un atto sì luminoso di giustizia e di vendetta.»

CAPITOLO XXXI.

«Consorzio uman sognar scevro di patti «È folle idea: se editti a pro de' sogli, «Statuti a pro de' popoli fur fatti. «E sin tra quei che fer lega di spogli «Tacite leggi stan, funeste al fello «Che i suoi fratelli di tradir s'invogli. «Che de' figliuoli d'Eva in fra il drappello «Non regni pace scritto fu d'allora «Che assunse Adam la vanga ed il martello. «Se a nostro furiar non ponean mora «Le leggi ch'ai mortali inspirò il cielo, «Nel caos primier già l'universo fora.

Incominciava appena l'aurora a dardeggiar raggi sui diradamenti di quelle foreste; della sua rugiadosa perla ciascuna foglia brillava. Non temendo ancora che alcun cacciatore li venisse a sorprendere, preceduta dal maestoso marito la cerva, abbandonava i luoghi i più folti del bosco insieme colla sua prole per trarla a pascere più liberamente in più aperta campagna.