Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato

Part 30

Chapter 303,786 wordsPublic domain

In questo mezzo il signor della Rocca nel proprio letto giaceva tribolato dai patimenti del corpo e da mortali angosce di spirito per lui più crudeli; poichè era privo sino di quel conforto che tanto ben tornava alle persone devote giusta l'usanza di quel secolo superstizioso, intendiamo la sperata possibilità di riscattarsi da qualunque delitto col lasciare legati ad un monastero, modo facile di penitenza e di espiazione che giugneva a soffocare i rimorsi. Non negheremo certamente che una calma d'animo ottenuta a tal prezzo somiglia tanto a quella pace di cuore, figlia d'un pentimento sincero, quanto il letargo prodotto dall'oppio ad un sonno tranquillo e naturale; pure tal riposo artifiziale dello spirito era da preferirsi all'agonia de' rimorsi. Ma nella caterva dei vizi impossessatisi di Frondeboeuf l'avarizia il padroneggiò sovra gli altri, tal che non avrebbe sagrificato un bisanto d'oro per ottenere la remissione di tutti i commessi delitti. Ciò nullameno toccava l'istante in cui la terra e tutti i tesori da lui posseduti gli si dileguavano dinanzi agli occhi, e quel cuor duro quanto una macina da mulino incominciò a conoscere che si fosse spavento, allorquando portò la mente ad indagare il cupo abisso dell'avvenire. L'ardente febbre che lo struggea faceva più terribile l'agonia del suo spirito, laonde il suo letto di morte offeriva una mescolanza atroce di rimorsi che per la prima volta si destavano in lui, e di passioni inveterate che faceano lor prove per allontanarli. Orrido stato, sol comparabile a quello in cui vengono dipinti gli abitatori delle regioni spaventevoli, ove albergano pianti scevri da speranza, rimorsi disgiunti da pentimento, orrido senso de' mali presenti, e certezza che non possono nè cessare nè sminuire.

«Ove sono adesso» diceva digrignando i denti costui «ove sono questi cani di preti, che vendono sì caro le loro indulgenze, le loro assoluzioni? Ove si trovano questi carmelitani scalzi, a cui favore il vecchio Frondeboeuf fondò il convento di s. Anna, rubando a me, erede legittimo, tanti belli e buoni poderi? Dove sono questi affamati mastini? Staranno ad imbriacarsi nel proprio chiostro, o a farne alcuna delle loro presso il letto d'un moribondo. Ed io, figlio del lor fondatore, io, per cui se pregassero non compirebbero che un obbligo, obbligo derivato ad essi dall'atto medesimo della fondazione, io qui solo.... Mascalzoni ingratissimi! Lasciarmi morir qui senza preci, senza assoluzioni, come un cane che non ha nè padrone nè ricovero! Venga almeno il Templario! è una specie di prete, e può udire la mia confessione. Il Templario la mia confessione! Oh che pazzia! Tanto varrebbe confessarsi al diavolo quanto a Brian di Bois-Guilbert, che non crede nè cielo nè inferno. Ho inteso alcuni vecchi parlar di preghiere.... di preghiere che un uomo fa da sè stesso; per questo non fa d'uopo di prete. Ma io pregare?... No, non ardisco.»

«Reginaldo di Frondeboeuf ha vissuto tanto da trovar cosa ch'ei non ardisca di fare?» Sclamò una voce sgradevole, acuta, e prossimissima alle cortine del letto.

I presagi sinistri della coscienza e l'infiacchimento di nervi di Frondeboeuf così interrotto nel suo monologo, lo trassero facilmente in persuasione d'udir la voce di un di que' mali angeli che la superstizione del secolo metteva attorno ai letti de' moribondi, attribuendo ai ridetti angeli il ministerio di divagarne lo spirito, e impedirli dal fermarsi in que' pensieri da' quali potea per essi dipendere l'eterna salvezza. Fremè di repente, e freddo sudore gli coperse tutte le membra; ma ripresa ben tosto la solita risolutezza, fece ad allontanar le cortine uno sforzo, tornatogli vano per la spossatezza de' muscoli: «Chi va là?» sclamò. «Chi se' tu, tu che osi ripetere le mie voci con accento più funesto del gracchiar d'augelli marini? Appressati, fa ch'io ti veda.»

«Sono il tuo cattivo angelo» quella voce rispose.

«Assumi dunque tal forma che ti renda visibile agli occhi miei» soggiunse il cavalier moribondo «nè credere che la tua voce abbia forza ad intimidirmi. Lo giuro per le rocche infernali! Se potessi lottare contro le orrende immagini che mi circondano, come seppi affrontare i pericoli della terra, il cielo e gli abissi non avrebbero cose capaci di atterrir Frondeboeuf.»

«Medita i tuoi delitti, o Reginaldo! Ribellioni, assassinii, rapine! Chi eccitò Giovanni, quel principe privo d'onore a ribellare contra il padre suo incanutito, contra un fratel generoso?»

«Sia tu uno stregone o un demonio» sclamò Frondeboeuf «mentisti per la gola. Non io eccitai Giovanni alla ribellione, o almeno non fui io solo. Cinquanta baroni, il fiore della cavalleria, le migliori lancie che si conoscano, gli diedero tale suggerimento. Debbo io solo essere tenuto pe' falli di tutti? Spirito d'abisso, chiunque tu sia, ti disfido. Se sei cosa mortale, lasciami morire in pace, se appartieni all'inferno, l'ora d'avermi non è ancor giunta.»

«No, che in pace non morirai. Anche all'istante della morte ti si affacceranno tutti i delitti che commettesti. Ascolterai i gemiti di cui rintronarono le vôlte di questo castello, contemplerai il sangue che ne inondò tutti gli atrii.»

«Non t'avvisare di spaventarmi con vane parole» ripigliò a dire con forzato riso Frondeboeuf. «Non sarà per me che un merito al cospetto del cielo l'avere usato siccome usai verso gli Ebrei miscredenti. Se ciò non fosse, perchè vedremmo santificati coloro che si lordan le mani nel sangue de' Saracini? Quanto ai porcaiuoli sassoni, se ne ho fatto strage, ho puniti i nemici del mio paese, del mio legnaggio, del mio sovrano. Ah! Ah! il vedi? Non hai potuto trovare il lato debole della mia armatura. Sei tu sparito? sei tu costretto al silenzio?»

«No, detestabile parricida» rispose la voce. «Pensa a tuo padre! pensa alla morte cui soggiacque! Pensa alla sala del suo estremo banchetto, tinta del sangue suo sparso per la mano del figlio!»

«Ah!» sclamò il barone dopo alcuni istanti di silenzio «poichè ciò non ignori, ti ravviso veramente siccome il padre del male, e tu sai tutte le cose, come i nostri frati ne insegnano. Io credea tale arcano racchiuso nel mio seno e in quello della mia tentatrice, della complice del mio delitto. Lasciami, maligno spirito, va in traccia della strega sassone Ulrica; di colei che sperse tutte l'orme di nefando misfatto, che lavò le ferite, che seppellì il cadavere; che ad una morte violenta diè colore di morte naturale. Va in traccia di colei che fu l'instigatrice e l'orrida ricompensa d'un tal delitto. Costei assapori com'io un saggio de' tormenti che le apparecchia l'inferno.»

«Ella gli assapora da gran tempo» soggiunse Ulrica spalancando le cortine e mostrandosi agli occhi di Frondeboeuf «da lungo tempo ella bee in questo calice, e sol meno amara le sembra l'infernale bevanda dacchè sei costretto ad appressarvi il labbro tu ancora. Non digrignare i denti, Frondeboeuf, non girare attorno quegli occhi tuoi furibondi, non comporre alle minacce il tuo volto. Pensa che quel braccio tuo sì terribile dianzi, ha perduta ogni forza; e che quell'Ulrica, già scopo a' tuoi dispregi, in questo punto domina sopra di te.»

«Abbominevole malfattrice! degna figlia dell'inferno!» sclamò Frondeboeuf «sei tu dunque che vieni a pascer lo sguardo della disperazione cui mi trassero i tuoi scellerati consigli!»

«Sì, Reginaldo, ella è Ulrica, la figlia di Torquil Wolfganger, la sorella de' figli suoi trucidati insieme al lor padre in questo castello, ella che viene a chieder conto a te ed a' tuoi, del padre suo, de' suoi fratelli, del suo onore, della sua fama, di tutto quanto ha perduto per la mano dei Frondeboeuf. Pensa agli oltraggi che ho ricevuti, e rispondimi se mentisco. Tu fosti il mio cattivo angelo, il voglio essere di te; e le mie maledizioni t'accompagneranno sino all'ultimo tuo sospiro.»

«Abbominevole furia!» sclamò Frondeboeuf «i tuoi occhi non arriveranno a veder tale istante. Olà! Gilles, Clemente, Eustachio, san Mauro, Stefano! Impadronitevi della esecrabile strega, e precipitatela dall'alto di queste mura. Ebbene! Ove siete dunque, perfidi vassalli? Perchè non obbedite alla mia voce?»

«Tu puoi ben chiamarli a tua posta, valoroso barone» gli disse la vecchia con ischernevol sorriso «e minacciarli di prigionia e di morte, se non adempiscono i tuoi comandi, ma sappilo, non ne riceverai nè risposta nè soccorsi. Ascolta» soggiunse di poi interrompendo per un istante il suo dire. «Non ti feriscono l'orecchio questo fragor d'armi, queste grida di combattenti? Questo frastuono orribile non ti annunzia che si dà l'assalto al castello, non ti predice la caduta della tua casa? Non ne aver dubbiezza. La possanza dei Frondeboeuf, assodata col sangue, crolla dalle sue fondamenta, e va a diroccare sotto i colpi di que' nemici ch'ella più vilipese. I Sassoni, Reginaldo! i Sassoni assaliscono la tua rocca. Perchè ti stai in ozio, mentre il Sassone scala le tue muraglie?»

«Santi e demonii!» sclamò il cavaliere «ah! restituitemi un istante le mie forze, tanto ch'io mi precipiti nella mischia, e perisca in un modo degno del nome mio.»

«Non pensare a ciò, valoroso guerriero. Non morirai della morte de' prodi. La tua morte sarà come quella della volpe, poichè i villani han posto fuoco alla sua tana.»

«Tu menti, sciagurata strega; i miei armigeri varranno a rispignere l'inimico; queste mura sono forti ed alte abbastanza, nè i due amici che vegliano in mia difesa paventano un esercito di Sassoni, quand'anche Hengist e Horsa ne fossero i condottieri. Il grido di guerra del Templario e della compagnia franca s'innalza su tutti gli altri. La vittoria è nostra, e sull'onor mio il fuoco festevole che accenderemo per celebrare il trionfo ti consumerà perfin l'ossa. Vivrò quanto basta per saperti passata dal fuoco di questo mondo a quel dell'inferno, che non vomitò mai sulla terra un demonio di te più esecrabile.»

«Godi d'una tale speranza» disse Ulrica, mettendo infernale sorriso. «Ti aspetto alla prova. Ma no:» fece una pausa, indi soggiunse «gli è d'uopo che tu sappia fin d'ora qual sorte ti aspetta, sorte che la tua possanza, la tua forza, il tuo coraggio non ti giovano ad evitare, benchè questa debole mano te l'abbia apparecchiata. Non osservi tu qual vapor denso e soffocante empie la stanza! Il credevi forse un'apparenza nata o da' tuoi occhi che s'appannano, o dal respiro che ti divien più difficile? No, Frondeboeuf, quanto provi ora ha un'origine tutta diversa. Non ti ricordi che il magazzino delle legna sta sotto di questo appartamento?»

«Donna!» egli sclamò. «Vi avresti tu appiccato il fuoco? Sì, pel giusto Iddio! questo è fumo, e il castello sta per essere in preda alle fiamme.»

«Esse non tarderanno a sollevarsi per l'aere» disse Ulrica col tuono il più crudelmente tranquillo «un mio segnale avvertirà i Sassoni di profittar dell'istante che i difensori del castello daranno opera ad estinguere l'incendio. Addio, Frondeboeuf. Possano Mista, Scrogula, Zernebock, e tutte le divinità degli antichi Sassoni, che sono i presenti demonii a quanto ne insegnano i nostri preti, esserti consolatori al tuo letto di morte. Ulrica vi ti abbandona. Sappi nondimeno, se questa è consolazione per te, che m'appresto al viaggio medesimo; poichè gli è giusto che come già ai tuoi delitti, io partecipi alla punizione cui ora t'affretti. Intanto, addio parricida, addio per sempre, o parricida. Possa ogni pietra di questa vôlta acquistar favella per ripeterti una tal voce finchè il tuo orecchio non sia più in istato di nulla udire.»

Pronunziando tai detti uscì della stanza, e Frondeboeuf ascoltò il romore della doppia vôlta da costei data alla chiave, e l'altro quando la ritrasse dalla toppa, a fine di togliergli persino qualsivoglia probabilità di scampo. Disperato il cavaliere alzò il grido quanto potè per chiamar servi ed amici che non erano in istato di udirlo.

«Stefano, san Mauro, Clemente, Gilles! mi lascerete voi morire consunto dalle fiamme senza arrecarmi soccorso? Prode Bois-Guilbert, valoroso Bracy, aiutatemi, aiutatemi! È il vostro amico quello che vi chiama! Abbandonerete voi un confederato, un fratel d'armi, cavalieri spergiuri, felloni cavalieri? E voi perfidi vassalli, obbedite così ai cenni del vostro padrone? Possano tutte le maledizioni dovute ai traditori cadere su i vostri capi, o voi che mi lasciate così miseramente perire! Ma essi non mi odono, non possono udirmi; lo strepito della pugna affoga quello della mia voce. Il fumo si fa denso più che mai. Oh! mi fosse dato respirar l'aere puro un istante, anche a costo del mio annichilamento! Cielo! la fiamma attraversa il suolo; il demonio vien contro di me spiegando le bandiere dell'elemento a lui sacro. Lunge di qui, spirito malefico, non è giusto ch'io ti segua se non vengono con me i miei compagni; tutto quanto è fra queste mura ti appartiene. Avvisasti forse non trascinare con te che Reginaldo di Frondeboeuf? No, l'infedele Templario, il dissoluto Bracy, l'infame Ulrica, gli armigeri che mi soccorsero nelle mie imprese, que' cani di Sassoni, i maledetti Israeliti, miei prigionieri, debbono seguirti con me. Così ti presenterai con una bella e splendida scorta in sul sentier dell'inferno.» Nel tempo stesso mandò uno scroscio di convulso riso cui ripetè ogn'eco di quel vasto appartamento. «Chi osa qui ridere?» esclamò. «Tu forse Ulrica? Non vi sono altri fuor di te, o di Satana, che possano ridere in simile istante!»

Perduta finalmente ogni speranza, si abbandonò a violento impeto di rabbia, imprecando in foggia esecrabile contra il genere umano, contra il cielo, contra sè stesso; le quali bestemmie, poichè sarebbe perfino empia cosa il narrare, ci asterremo dal compiere sì orribile dipintura, abbandonando il parricida al supplizio che egli avea ben meritato.

CAPITOLO XXX.

»A che o prodi, l'indugio? Il valor sia »Che a que' merli ne adduca; e ognun fra noi »Per sì nobil cagion spento, ministri »Generoso sgabel della sua salma »A chi ne sopravvive. In sulle vette »Di quella rocca, fuor dell'anglo omai, »Stendardo all'aure non si spieghi, e gridi »Stupito il passeggier, che in miglior' destre »Non unqua i suoi vessilli Anglia commise. _Shakspeare._

Comunque assai poco fidasse in Ulrica Cedric, pur non avea mancato, fin d'allora che uscì dal castello, di partecipare le cose intese da questa femmina al cavalier Nero e a Locksley, i quali provarono contento non lieve in ascoltando com'entro la rocca vi fosse persona che all'uopo ne avrebbe loro agevolato l'ingresso. E fin da quel punto s'erano accordati col Sassone sulla necessità di tentare l'assalto, anche ad onta di svantaggiose possibilità, poichè per vero dire miglior via non offerivasi di liberare i prigionieri caduti nelle mani del barbaro Frondeboeuf.

«Il real sangue d'Alfredo è in pericolo» disse Cedric.

«L'onore di nobile donna è in pericolo» diceva il cavalier Nero.

«E quand'anche non avessimo altro scopo che di liberare quel povero servo, quel fedele Wamba» disse Locksley «metterei piuttosto in rischio un membro del mio corpo, che lasciar cadere un capel solo della sua testa.»

«E altrettanto farei io» aggiunse l'eremita di Copmanhurst. «Vedo non esser egli che un matto, ma, signori miei! a un tal matto che si comporta con tanto accorgimento e prontezza d'animo, onde avrei più gusto di votare un fiasco di vino e mangiare una fetta di prosciutto in sua compagnia, che standomi insieme coll'uomo il più sapiente. Sì, fratelli carissimi, ve lo dico, un tale matto non mancherà mai nè d'un religioso che preghi per lui, nè d'un guerriero che lo difenda, sintantochè io potrò intonare un salmo o scoccare una freccia.»

E dicendo tai cose, folleggiava colla pesante labarda, che facea volgersi a molinello al di sopra del capo coll'agevolezza onde un giovine pastore usa all'uopo medesimo la sua bacchetta.

«Molto bene! stimabile religioso» disse il cavalier Nero; «molto bene! San Dunstano in persona non potea parlare di meglio. Or ditemi, caro Locksley, non trovate voi opportuno che il nobile Cedric si prenda l'incarico di comandare l'assalto?»

«No, in fede mia» sclamò Cedric: «non ho mai studiato l'arte nè di assalire nè di difendere questi asili della tirannide, che i Normanni vennero ad ergere nella sfortunata nostra contrada. Combatterò nella prima fila, e se non ho capacità a prestar servigio di abile condottiero adempirò qual si dee gli obblighi d'un buon soldato.»

«Poichè vi piace così, nobil Cedric» soggiunse Locksley «m'assumo io la parte di condurre gli arcieri, e fatemi appiccare al più alto di questi alberi, se i soldati che si mostreranno sui bastioni dell'inimico, non verranno infilzati da tante frecce quanti stecchi di garofani si vedono per le feste di Natale sopra un prosciutto.»

«Ciò è parlar bene, o Locksley» disse tosto il cavalier Nero; «e se tra questi valorosi avvene che vogliano seguire un vero cavaliere, poichè tale titolo posso darmi, m'incarico di condurli all'assalto con tutto lo zelo d'un soldato e giovandomi della esperienza che le mie fatiche m'hanno acquistata.»

Così essendosi fra loro scompartite le fazioni i tre capi, fu dato il primo assalto, di cui i miei leggitori intesero le conseguenze.

Quando il fortino fu preso, il cavaliere Nero ne mandò avviso a Locksley, raccomandandogli nel medesimo tempo far mostra di voler assalire dall'altra parte per tenere in faccende gli assediati, e impedir loro di riunir le forze per operare una sortita, intesa ad impadronirsi nuovamente del perduto fortino. Perchè venire assalito era la cosa cui men desiderasse il cavalier Nero in tal congiuntura, sapendo di comandare soldati volontarii per la maggior parte, indisciplinati e non avvezzi alla guerra, ne' quali era bensì l'ardor che voleasi ad incominciar un assalto, ma non la fermezza necessaria a chi un assalto dee sostenere. Aggiugneasi, che quasi tutti essendo mal forniti d'armi, aveano ogni svantaggio nel combattere contra vecchi guerrieri quai si erano i difensori del castello, invigoriti da quella fiducia che inspirano superiorità d'armi e superiorità di sapere.

Profittò di tale pausa per far costruire un ponte di legno ch'ei divisò gettar per traverso alla fossa, e col soccorso del quale sperava superarne il varco ad onta di tutti gli sforzi degli assediati; lavoro che portò via un tempo non tanto breve, del qual ritardo non si dolsero que' duci; tanto più che dava ad Ulrica agio migliore di porre in opera il disegno di procurare un divagamento agli assediati, comunque di questo divagamento gli assediati ignorassero la natura.

Terminato appena il ponte; «Non è più luogo ad indugi» disse il cavalier Nero; «il sole volge all'occaso, ed ho per le mani affari sì premurosi, che non mi permettono rimanere un giorno di più presso di voi. Aggiugnete, essere quasi impossibile cosa che da York non giunga un corpo di cavalleria in soccorso degli assediati, onde fa d'uopo con uno spacciativo ardimento terminare questa bisogna. Che un di voi pertanto si trasferisca presso Locksley commettendogli in mio nome di dare una fiancata di frecce all'altro lato del castello e trarsi avanti in atto di chi vuole assalire. Voi, prodi Inglesi, seguitemi al vero assalto, e siate presti a gittare il ponte non sì tosto vedrete aprirsi la porta di soccorso del fortino, attraversate con coraggio sulle orme mie questo ponte, ed aiutatemi a fracassare la porta di soccorso che impedisce l'ingresso al castello. Se v'è fra voi chi abbia men caro un tal genere di fazione, o che non sia abbastanza fornito d'armi per cimentarvisi, corra a guernir le alture del fortino, e indiriga le frecce contro chiunque si mostri sui bastioni del castello. Nobile Cedric, volete voi assumere il comando degli arcieri?»

«No, per l'anima d'Everardo!» rispose il Sassone. «Non ho la passione di condur gli altri. Ma i miei posteri carichino d'ogni imprecazione la mia tomba, se non seguo immediatamente quel primo che mi addita il cammino. Quei che si battono, si battono per la mia causa, nè si dica mai ch'io rimasi al retroguardo.»

«Pensate però, nobile Sassone, che non avete nè giaco nè sarcotta, e che ogni vostra difesa sta in un legger elmo, in un piccolo scudo, in una spada.»

«Tanto meglio!» ei rispose «sarò più spedito alla scalata di queste mura. Non fo per darmi vanto, ser cavaliere; ma voi vedrete in tal giorno che un Sassone sa presentare il petto alle pugne con quanto ardire può essere in un Normanno armato di una corazza di Spagna.»

«Orsù dunque in nome di Dio, che invoco proteggitore! Si apra la porta di soccorso del fortino! Si getti il ponte!»

Tutt'a un tratto s'aperse la porta che conducea dal fortino alla fossa, e posta come vedemmo rimpetto all'altra di soccorso del castello. Si gettò il ponte; ma non permettea questo che più di due persone vi marciasser di fronte. Non ignorando il cavalier Nero quanto rilevasse il prendere il nemico per via di sorpresa, vi salì egli il primo, e subito dopo Cedric, che scevri d'ogni danno giunsero all'opposta riva, ove incominciarono a menar colpi d'azza contra la porta del castello, e il poteano meglio, che per una felice combinazione li sicuravano dalle frecce o dalle frombole degli assediati le tavole dell'antico ponte disfatto per ordine di Frondeboeuf e collocate a guisa di puntelli di contro al muro. Coloro che venivano dietro essi non godendo d'eguale riparo, erano esposti ai colpi degli assediati; laonde i due che furono primi caddero nella fossa trafitti dalle frecce normanne; il quale esempio tanto gli altri atterrì, che volsero precipitosamente i passi al fortino.

A rischiosissima condizione quindi trovaronsi il cavalier Nero e Cedric, e il pericolo sarebbe stato maggiore, se gli arcieri che guernivano le alture del fortino non avessero di continuo tribulati a furia di frecciate gli armigeri de' bastioni; talchè questi non si facevano vedere che per lanciare alla ventura una freccia e scomparivano tosto; la qual cosa lasciò ai due capi più respiro di quanto ne dava a sperare la circostanza di quel momento. Ciò nullameno non era lieve il rischio cui soggiacevano, e diveniva allora più grave.

«Qual vergogna!» sclamò Bracy volgendosi ai soldati che gli stavano intorno. «Voi vi date vanto di saper trarre una freccia, e sofferite che due uomini soli mantengano il sito ove si collocarono sotto le mura del castello! Demolite il parapetto del baluardo se di meglio far non potete, e gettatene le pietre su i loro capi. Che si tarda? Leve e piuoli! Incominciate da questo» indicando loro un masso che quattro cavalli appena avrebbero trascinato, e che facea corona al parapetto al di sopra appunto della porta di soccorso.

In quell'istante medesimo fu veduta sventolare sulla torre d'occidente quella rossa bandiera che Ulrica aveva additata a Cedric. Locksley fu il primo ad accorgersene. Perchè, fin d'allorquando ei seppe che si dava l'assalto, lasciò una parte d'arcieri per continuare quel suo assalto d'apparenza, e venne col fiore de' suoi a prender parte nel vero.

«San Giorgio!» sclamò egli «san Giorgio e Inghilterra! Affrettatevi, o miei arcieri. Potete voi lasciar quel prode cavaliere e il nobile Cedric a pericolar soli contra la porta del castello? Su via, eremita di Copmanhurst! Fa prova che sai batterti come dir bene il rosario. Avanti, prodi arcieri, fatevi avanti. Il castello è nostro! Abbiamo corrispondenze con quei di dentro. Vedete quella bandiera rossa? È un segnale di cui si convenne. Torquilstone è in nostro potere. Pensate all'onore, pensate al bottino. Anche uno sforzo e siam padroni della piazza.»