Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato
Part 29
«Oh l'uomo vile che abbandona il governale all'infuriare della procella!»
«No, non lo abbandona che in questo punto, lo vedo. Ei s'affretta con un corpo di truppe verso lo steccato esterno del fortino. — I piuoli e i palizzati son già abbattuti a colpi di azza. Il grande pennacchio nero del cavaliere sovrasta a tutti i capi de' suoi compagni. — Han fatta una breccia nello steccato esterno del fortino. — Vi corrono. — Ne son respinti. Frondeboeuf è capo de' difensori del fortino: lo ravviso alla statura sua gigantesca. — Gli assalitori tornano a far impeto. La breccia è assalita e difesa, corpo contra corpo, uom contra uomo. Dio di Giacobbe! qual lugubre spettacolo! Direbbersi due oceani infuriati che i venti spingono l'un contra l'altro.»
[Illustrazione: _Mia cara Rebecca, osservate anche una volta alla finestra, ma abbiate ogni cura di coprirvi collo scudo. Osservate, e ditemi se gli assedianti guadagnano terreno._ pag. 256.]
Ella si ritirò un istante per dar qualche pausa ai suoi occhi non avvezzi a tali scene d'orrore.
«Continuate ad osservare, o Rebecca» le disse Ivanhoe che prese equivoco sul motivo onde la giovane s'era ritratta. «Ora non correte più tanto pericolo, perchè si battono ad arme bianca, ed è quindi sminuito il lanciar delle frecce. Cara Rebecca, proseguite a darmi conto di quel che accade.»
Rebecca tornò dunque a fisar su quel campo lo sguardo, e quasi tosto esclamò: «Santi profeti della legge! Frondeboeuf e il cavalier Nero, corpo a corpo combattono sulla breccia. Quai grida mandano i soldati di entrambi i capi! Par che aspettino da un tal duello l'esito della pugna. Il cielo protegga la causa dell'oppresso, dell'innocente!» — Mandò indi un gemito: «Egli è caduto» gridò. «Egli è prosteso sul suolo.»
«Chi caduto?» chiese con enfasi Ivanhoe. «Per l'amor della santa Vergine, chi è prosteso sul suolo?»
«Il cavalier Nero» rispose in tuon costernato Rebecca — ma non corse un istante che mettendo voci di giubilo esclamò: «Sia benedetto il Dio degli eserciti! Si rialza; è in piedi, combatte, e si direbbe che il suo braccio vale per venti uomini. — Dio! gli è andata in pezzi la sciabola. — Ha afferrata l'azza d'un soldato. Ha messo alle strette Frondeboeuf. — Gli mena colpi disperati. — Il gigante vacilla come una quercia sotto la scure del legnaiuolo. — È caduto! è caduto!»
«Chi? Frondeboeuf?» gridò Ivanhoe.
«Sì, Frondeboeuf. I suoi armigeri si affrettano per soccorrerlo. Li guida il Templario. — Conducono Frondeboeuf entro il castello. — Il guerrier Nero è costretto a fermarsi.»
«Ma gli assedianti han già occupata la parte interna del palizzato?»
«Vi sono, vi sono. Spingono i nemici contro gli ultimi steccati. — Piantano scale. — Scalano! Gli uni sugli omeri degli altri! Li direste uno sciame d'api. Dall'alto delle mura gettan sopra di loro sassi, travi, tronchi d'alberi. — Ad ogni ferito che vien portato via, un altro combattente ne prende il luogo. Onnipotente Iddio! creasti tu l'uomo a tua immagine, per vederlo distrutto dalle mani medesime de' suoi simili?»
«Non pensate a ciò. Non è momento di abbandonarsi a tali meditazioni. Qual delle due parti ha il vantaggio?»
«Le scale son rovesciate, coloro che le coprivano atterrati, conquassati, feriti. Il vantaggio è degli assediati.»
«Per san Giorgio! e gli assedianti saranno vili a tal di fuggire?»
«No, no: tornano valorosamente a far urto contro al nemico. Il cavalier Nero è sempre alla prima fila. S'accosta brandendo un'azza alla porta del fortino. — Udite che sorte di colpi egli mena? Sonan più forte che lo scricchiolar dell'armi e il gridare de' combattenti. Gli fan piover addosso e sassi e tronconi. Ma egli non mostra accorgersene, come se fossero piume o falde di neve.»
«Per san Giovanni d'Acri!» disse Ivanhoe sollevando il corpo quanto il potè dal suo letto. «Non conosco in Inghilterra che un uomo solo capace di condursi in cotal guisa. Ah! perchè ora non m'è lecito secondarlo?»
«La porta del fortino cede» disse Rebecca «è atterrata, vi si lanciano entro. Il fortino è in potere degli assedianti: o mio Dio! precipitano nella fossa coloro che lo custodivano. O uomini! se siete veramente uomini, risparmiate i vostri simili ridotti a tale di non si poter più difendere.»
«Ma il ponte, il ponte che comunica col castello; gli assalitori ne sono essi i padroni?»
«Il ponte è distrutto. Il Templario dopo essere rientrato nella rocca con alcuni uomini del suo seguito, ha ritirati i panconcelli di cui era formato. Udite voi queste grida? annunziano il destino degli infelici che non poterono tenergli dietro. Oimè! la vittoria offre uno spettacolo più dolente ancora della battaglia.»
«Ditemi piuttosto che fanno ora. Osservate bene; non è in tali istanti che lo spargimento del sangue debba fare volgere gli occhi addietro.»
«Ora non se ne sparge più» rispose Rebecca: «i nostri amici si muniscono di difesa nel conquistato fortino, ottimo asilo per essi contro le frecce degli assediati. Se questi ne scoccano a quando a quando qualcuna, gli è piuttosto a fine di mettere in inquietezza i vincitori, che colla speranza di nuocere a persone già assai coperte contra i lor dardi.»
«Vorrei sperare che questi nostri soccorritori non tralasciassero un'impresa incominciata sì gloriosamente, e già coronata da un primo buon successo. Anzi ogni mia fiducia si riposa sul prode cavaliere, la cui azza ha atterrato Frondeboeuf, e rovesciata la portella del fortino. Non avrei creduto mai che vi fossero due uomini forniti di tanta forza e coraggio. Una spranga di ferro ed un catenaccio! A che mai si riferiscono tali emblemi? Nè vedete voi alcun altro segnale, che possa fornire nozioni più esatte sul cavalier Nero?»
«No. Tutta l'armatura ne è bruna quanto l'ala d'un corvo. Niun altro esterno segno lo dà a conoscere. Ma dopo il vigore e la prodezza da lui sfoggiati nel durar della pugna, mi assumerei ravvisarlo fra mille guerrieri. Ei si lanciava in mezzo alla mischia colla calma onde lo avreste veduto sedersi a mensa. Quanto egli opera non può dirsi unicamente effetto di forza di corpo, perchè tutta la sua anima, tutte le sue facoltà fisiche e morali, sembrano raccogliersi in lui ad ogni colpo ch'ei vibra sull'inimico. Dio gli perdoni il sangue da lui versato! Egli è uno spettacolo terribile e sublime parimente da contemplarsi, come il braccio e il valor d'un sol uomo bastino a trionfare d'una moltitudine di nemici.»
«Tai vostri accenti, o Rebecca, hanno dipinto un eroe. Credete pure che gli assalitori si giovano di tale pausa momentanea unicamente per mettersi in forze, e per apparecchiarsi a varcare la fossa. Sotto un tal duce, siccome quel che li guida, nè timore, nè pericoli li distorranno omai dal durare in nobilissima impresa, fatta più gloriosa dalle medesime difficoltà che la impacciano. Giuro per la sovrana de' miei pensieri, che sofferirei di buon grado dieci anni di cattività per combattere in tale occasione al fianco d'un cavaliere sì prode.»
«Oimè!» soggiunse la giovane Israelita, che ritraendosi dalla finestra si avvicinò al letto dell'infermo. «Queste impazienti brame, questa sete di gloria per cui angosciate, questo sconforto prodotto in voi dallo stato di languor che vi prostra, sono altrettanti ritardi al vostro risanamento. E come potete voi pensare a portar ferite ad altri, se non sono per anco rimarginate quelle che riceveste?»
«Non è di voi, o Rebecca, il comprendere quanto sia insopportabile cosa ad uomo nudrito nel vero spirito di cavalleria, il vedersi non men di un frate o di una donna condannato all'inerzia, e ciò allorquando vengono operati prodigi di valore pressochè al suo cospetto. L'amor delle pugne è l'essenza di nostra vita, e la polve sollevatasi dalle lizze è l'atmosfera entro cui respiriamo aere più libero. Non ne son cari i nostri giorni, non desideriamo serbarli se non se in contemplazione della gloria e della rinomanza che ce ne può derivare. Così vogliono, o giovinetta, le leggi della cavalleria, alle quali giurammo obbedire, alle quali sagrifichiamo di buon grado tutto quanto possiamo amare di più sulla terra.»
«Oh! ditemi, prode cavaliere. Non sarebbe mai questo un sagrifizio fatto al demone della vanagloria, un olocausto che attraversa le fiamme per essere presentato a Moloch? Qual prezzo vi rimane finalmente del sangue sparso, delle fatiche e de' patimenti cui v'abbandonaste, delle lagrime che le vostre sublimi geste fecer versare, qual prezzo allorchè la morte rompendo la lancia al guerriero, il rinversa dal suo corridor di battaglia?»
«Che ne rimane?» sclamò Ivanhoe. «Che ne rimane? La gloria, mia giovinetta, la gloria che a noi fregia meglio dell'oro le tombe, e immortali fa i nostri nomi.»
«La gloria!» riprese a dire l'Ebrea. «Oimè! ella è un trofeo d'armi corrose dalla ruggine e appese al monumento sotto cui gli avanzi del guerriero riposano; ella è una iscrizione cancellata dal tempo, e che il più dotto fra i vostri monaci è appena capace di leggere al viaggiatore trattosi a contemplarla. Son forse bastanti simili premii a compensare il sagrifizio degli affetti i più teneri e le molestie di una vita trascorsa fra gli affanni per dispensare parimenti affanni ai suoi simili? I rozzi versi d'un bardo possono aver tanto vezzo ch'uomo immoli alla smania di meritarli i sentimenti più soavi della natura? La pace e la felicità dell'animo saran dunque contenti da desiderarsi meno che il divenir l'eroe d'alcuna ballata solita a cantarsi da girovaghi _menestrelli_ alle mense de' Grandi, intantochè i convitati s'inebbriano tra flutti di vino e di birra?»
«Per l'anima d'Everardo, mio bisavolo!» sclamò impazientito il cavaliere «voi andate discorrendo cose che non conoscete, o fanciulla. Voi dunque vorreste spento il puro fuoco della cavalleria, che è quanto distingue l'uom nobile dal villano, il cavaliere dall'aratore, quanto è cagione che s'apprezzi più assai l'onor della vita! quanto ne fa sopportare con fermo animo le fatiche, i patimenti, i disastri, quanto ne insegna a non temere null'altro fuor dell'obbrobrio! Voi non siete cristiana, o Rebecca, nè quindi in istato di dare il lor giusto valore a quegli alti sentimenti, onde palpita il seno di chiara donzella, allorchè il campione della medesima ne giustificò l'amore colle prodezze operate dal proprio braccio. Son figli della cavalleria gli affetti i più ardenti e i più puri, della cavalleria soccorritrice degli oppressi, ristoratrice delle ingiurie, domatrice dell'ingiusto poter di tirannide. Togliete la cavalleria, non saranno che vani nomi nobiltà e libertà; chè a protegger questa ultima vaglion soltanto la lancia e la spada de' cavalieri.»
«Scendo da una schiatta» soggiunse Rebecca «il cui coraggio s'immortalò nella difesa del proprio paese, e che nondimeno, quand'ebbe una patria, non guerreggiava se non se per comando di Dio, o per difendersi dagli oppressori. Ma lo squillo della tromba guerriera non risveglia più Giuda, e gli sprezzati figli di Giuda gemono sotto il giogo di schiavitù. Ben dite, ser Cavaliere, sintantochè il Dio di Giacobbe non faccia rinascere a pro del suo popolo un altro Gedeone, un novello Maccabeo, mal si conviene ad una Ebrea il favellar di battaglie e di combattimenti.»
Questa giovinetta, fatta per provare sensazioni altrettanto vivaci quanto elevati erano i pensieri della sua mente, pronunziò tali ultimi accenti con quel tuono di mestizia che ben addicevasi allo stato d'invilimento cui discesa era la nazione cui pertenea; e forse cresceva altra acerbità all'animo di lei dal meditare come Ivanhoe la riguardasse priva del diritto di favellare su tutti quegli argomenti che all'onore o alla generosità riferivansi.
«Oh com'egli conosce mal questo cuore!» considerò fra sè stessa «com'ei lo conosce male, se crede allignarvi abbiezione o viltà per ciò solo che non mi diffondei in lodi sulla cavalleria romanzesca de' Nazareni! Piacesse a Dio che il mio sangue, versato a stilla a stilla, potesse redimere la cattività del popolo di Giuda! Piacesse a Dio, che con tal sagrifizio io valessi a liberare dai ferri dell'oppressione il padre mio e questo a lui benefico Nazareno! L'orgoglioso cavaliere ravviserebbe allora se una donzella del popolo eletto sappia morire con tanto coraggio quanto può essere in femmina Nazarena, sì vana d'una nobiltà derivatale da qualche subalterno condottiero a noi venuto dalle addiacciate contrade del Settentrione.»
[Illustrazione: _Oh Dio! Son io sì colpevole nel fissar gli occhi sopra di esso, se lo vedo per l'ultima volta?_ pag. 261.]
Rivolti allora sopra Ivanhoe gli sguardi: «Ei dorme» sclamò. «La natura spossata gli condusse il riposo che fuggiva da lui e che cotanto eragli necessario. Oh Dio! son io sì colpevole nel fisar gli occhi sopra di esso, se lo vedo per l'ultima volta? Pochi istanti ancora, e forse questi lineamenti cotanto nobili non saranno più avvivati da quell'anima ardente, che lor presta dignità fin quando è immerso nel sonno! Forse fra breve vedremo spente quelle pupille, scolorati quei labbri, livide quelle guance! E sarà vero che il più vile fra gli scellerati abitatori di questo castello calcherà co' piedi la salma esanime del più prode, del più chiaro de' cavalieri, nè allora la nobile alterezza di lui potrà far vendetta contro il suo villano offensore!... Ma e mio padre! Ove se', padre mio? E potrebbero le bionde trecce d'un giovine Nazareno farmi dimentica della tua bianca chioma? Nè fremo su i disastri cui possiam soggiacere? nè li pavento effetto dello sdegno d'Iehovah contro la figlia snaturata che medita sulla cattività d'uno straniero, e per poco non obblia quella dell'autor de' suoi giorni? della profana Israelita, che posta in non cale l'abbiezione di Giuda, sta contemplando le seducenti forme d'un Nazareno? Ma strapperò questo mal germe dal mio cuore, dovesse un tale sforzo costarmi la vita.»
Avvoltasi nel proprio velo, si assise in qualche distanza e cogli omeri volti al letto dell'infermo, cercando raccorre entro sè medesima tutto il coraggio necessario, così a sopportare i patimenti fisici cui forse correva incontro, come a resistere alla piena degli affetti che le innondavano il cuore, e che più gagliardamente ancora ella temea.
CAPITOLO XXIX.
»Quest'abborrevol cella e il feral letto, »Se a tal prova ti regge il guardo, affronta. »Poi dal pensier tutta soave idea »Sbandisci omai di que' beati spirti, »Cui purezza francheggia, e dal compianto »Della Terra seguiti, e da sinceri »Voti d'amici ver l'empiree porte, »Che si schiudon per lor, drizzano il volo. »Tal partirsi dall'orbe a chi fè l'orbe »Inorridir, non diè, quanto più tarda, »Inesorabil più l'ira del Cielo. _Versi d'antica tragedia._
Intantochè la pausa venuta dopo al buon successo che ottennero gli assalitori, giovava a questi per allestirsi a trar buon partito de' riportati vantaggi, e agli assediati onde procacciarsi novelli modi a difesa, il Templario e Bracy tenean consiglio nella grande sala del castello.
«Ov'è Frondeboeuf?» chiese Bracy, che avea regolate le fazioni militari dall'altra parte della rocca. «O sarebbe vero che è stato ucciso, come alcuni ora mi dicono?»
«Ei vive ancora» rispose freddamente il Templario «ma fosse ancor la sua testa quella del toro ch'ei porta sull'armi, e l'avessero pur ricoperta dieci piastre di ferro, non potrebbe sopravvivere dopo l'ultimo colpo di azza vibratogli dal suo competitore. Poche ore ancora, e Frondeboeuf se ne starà in compagnia de' propri antenati. N'avran grande dissesto le cose del principe Giovanni.»
«E gran guadagno la casa del diavolo» aggiunse Bracy. «Ecco quello che si acquista chi dileggia gli angeli ed i santi, chi ordina che le statue loro vengan gettate dall'alto delle muraglie sulla testa degli inimici.»
«Va al diavolo tu pure! Sei pazzo?» esclamò il Templario. «L'incredulità brutale di Frondeboeuf non ha nulla da invidiare alla tua sciocca superstizione; perchè nè egli della prima, nè tu della seconda sareste in istato di dar motivi plausibili.»
«Ser Templario!» proruppe in tali detti Bracy «misurate le proposizioni, ve ne prego, quando mettete in campo la mia persona. Per la Madre di Dio! Io sono miglior cristiano di voi, e di qualunque altro del vostro Ordine, perchè è voce divulgata per ogni dove, che il santissimo ordine del Tempio di Sion non alimenta pochi eretici nel suo seno, e che fra questi ser di Bois-Guilbert non fa male la propria parte.»
«Non vi prendete affanno di tali voci, e pensiamo piuttosto a difendere il castello. Come si è battuta dal lato che difendevate voi questa ciurmaglia?»
«Come una falange di demoni incarnati. Son venuti fin sotto alle mura, condotti, se non m'inganno, da quel ribaldo che guadagnò il premio dell'arco al torneo; ne ho riconosciuti il corno e il pendaglio. Son questi i bei frutti della politica sì decantata del vecchio Fitzurse; politica che non fa altro se non se aizzarne contro questa schiuma di sciagurati. Il malandrino mi ha fatto bersaglio suo sette volte, nè una sola delle freccie che ha lanciato è andata in fallo. Non debbo che ringraziare la mia buona armatura e la mia sarcotta di Spagna; quanto a lui m'avrebbe trafitto collo stesso rimorso come se fossi stato un daino di queste foreste.»
«Voi però non avete ceduto terreno, e al contrario dalla parte di Frondeboeuf l'istesso rinforzo che ho condotto io, non è stato valevole a salvare il fortino.»
«Gli è un grave danno per noi, perchè il nemico trovandosi riparato, potrà assalire più da presso la rocca. E se non teniamo ben l'occhio vigile su questi sgraziati, faran presto a saltar dentro per qualche finestra dimenticata o da qualche torre indifesa; perchè, non giova dissimularlo, non abbiam gente a bastanza per sostenere tutti i punti; e una volta che gli abbiamo nel castello chi è più che resista a costoro? Aggiugnete, che i nostri armigeri sono sconfortati anzichè no; e lor non garba del tutto quel non poter mostrarsi un istante da qualsisia parte senza divenire scopo ad una grandine di frecce. Il valore di Frondeboeuf era bestiale ma pur ne avrebbe giovato assai, e questi muore. Attese le quali considerazioni mi sembra, ser Brian, che sarebbe ottimo partito il far di necessità virtù, e negoziare con questa canaglia la restituzione de' prigionieri.»
«Che ascolto?» sclamò il Templario «restituire i nostri prigionieri, farsi menar per bocca come persone che capitanarono un notturno assalto, eseguito per sorpresa contra viaggiatori indifesi! come persone che poi non seppero mantenersi entro una rocca, comunque gli assalitori fossero una ciurma di vagabondi e banditi, guidata da mandriani di porci, da buffoni, e in somma dalla feccia la più vile del genere umano! Quale obbrobrio! Maurizio di Bracy, ove siete? Quanto a me mi seppelliranno le rovine del castello prima ch'io cali mai a sì vergognosa capitolazione.»
«Torniam dunque ai baluardi» riprese a dire Bracy con aria d'indifferenza. «Non v'è mai stato uomo, sia pur Turco o Templario, che men di me faccia conto della sua vita. Credo però potere senza vergogna sospirare per non avere meco qualche dozzina d'uomini a cavallo della mia valorosa compagnia franca. O mie prodi lancie! Se sapeste ora in quale rischio si trova il vostro condottiero, non tarderei a vedervi raccolti in squadrone, e la mia bandiera spiegata precedervi; non tarderei a vedere questi sciagurati mettersi in fuga piuttostochè avventurarsi a sostenere l'impeto de' vostri corridori!»
«Sospirate poi quel che volete, ma difendiamoci come il possiamo co' soldati che ne rimangono. Appartengono per la maggior parte al seguito di Frondeboeuf, pari a lui nell'essersi fatti detestare dai Sassoni con mille atti di tracotanza e d'oppressione.»
«Meglio, così comprenderanno quanto rilevi per essi il difendersi finchè resta una stilla di sangue nelle lor vene. Corriamo dunque ove ne spetta Brian di Bois-Guilbert; e vedrete se Maurizio di Bracy sappia comportarsi qual cavaliere valoroso e di nobil legnaggio.»
«Dunque alle mura!» sclamò il Templario, e vi salirono entrambi per combinare congiuntamente tutti que' migliori espedienti che la pratica poteva inspirare ed il coraggio mettere in atto. Furono ad una nel ravvisare come la parte più pericolante del castello fosse quella, posta rimpetto al fortino caduto in potere degli assedianti. Gli è vero che la fossa lo disgiugnea dal castello, il quale ostacolo se prima non superavano gli assedianti, non poteano far impeto sulla porta di soccorso della rocca posta di contro alla porta di soccorso del fortino. Ma ben videro il Templario e Bracy, come gli assalti i più formidabili del nemico sarebbero da quella banda, o per ottenerne il bramato effetto se gli assedianti l'avessero lasciata sguernita, o per trarre colà tutte le forze del castello, ed intanto far prova di penetrar per sorpresa da un'altra parte. E a declinar possibilmente gli effetti d'un tale stratagemma guerresco, formidabile soprattutto a chi tanto d'uomini difettava, non videro miglior via, quanto il collocare alcune sentinelle di distanza in distanza sì, che fossero in vicendevole corrispondenza, e al menomo indizio di pericolo gridassero all'erta. Bracy si prese assunto di difendere la porta di soccorso del castello, intantochè il Templario comanderebbe una riserva di venti uomini, pronta a trasportarsi dovunque l'uopo di soccorso si manifestasse più urgente.
La presa di quel fortino portava altra conseguenza molesta a quei della rocca, ed era togliere loro abilità di osservare coll'aggiustatezza di prima le fazioni dell'inimico: non che le alte mura del castello, non dominassero ampia estensione di spianato; ma la porta d'uscita del fortino toccava il lembo della foresta; laonde gli assedianti potevano introdurvi nuove forze, senza che gli assediati se ne accorgessero, e il poteano tanto meglio, che il fortino stesso li sottraeva alle nemiche frecciate. Dubbiosi quindi i confederati normanni sul luogo d'onde stava per iscoppiar la procella, ed ignari del numero dei nemici co' quali si doveva combattere, i due cavalieri furono costretti a premunirsi alla cieca contra contingibili eventi; la qual cosa, comunque di coraggio non mancassero i lor soldati, li sconfortò ed inquietò non lievemente, siccome accade a tutt'uomo, che si veda cinto da avversari, ne' quali sta l'arbitrio e del campo e del tempo per assalire.